Arte, Ambiente, Cultura e Informazione

Strade leggendarie degli Stati Uniti tra storia, arte e natura

L’America è un poema ai nostri occhi; la sua ampia geografia abbaglia l’immaginazione.
Ralph Waldo Emerson

Scoprire gli Stati Uniti on the road è sicuramente il modo migliore per vivere un viaggio emozionante, unico e suggestivo. Percorrere queste strade significa solcare il mito, esplorare la vera essenza di territori straordinari e d’incredibile bellezza, che hanno fatto la storia di questo paese il cui grande sogno ha ricamato l’umane menti nel corso dei decenni.
Con terra del Nuovo Mondo sotto ai piedi, la sopraggiunta Rivoluzione industriale, la bisecolare ondata migratoria e la fame d’oro che, per metà del XIX secolo, infiammò le ardenti brame di fortuna, i passi degli imprenditori di quel periodo virarono alle Rocky Mountains, le rocciose montagne, fra le più vaste della terra, ad occidua estensione fra Canada e Stati Uniti.

Ad unire le varie nazionalità di provenienza, il fiducioso auspicar nell’uguaglianza, sentimento trasbordante da ogni animo in virtù d’un immenso sognare, le cui dimensioni storiche ed emotive vennero raccolte, riprese e fissate in quattro parole da Martin Luther King Jr. nel significativo discorso del 28 Agosto 1963, davanti al Lincoln Memorial di Washington, come conclusive d’una marcia di protesta a favore dei diritti civili e lavorativi, nel desiderio d’una libertà urlata fra aspirazione di volo e speranza di goder di leale trattamento al di là del colore della propria pelle: «let us not wallow in the valley of despair, I say to you today, my friends. And so even though we face the difficulties of today and tomorrow, I still have a dream. It is a dream deeply rooted in the American Dream […] I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin, but by the content of their character. I have a dream today».

«Ho un sogno», affermava deciso il fiero attivista Luther, un’aspirazione sentita e vissuta negli aspetti esistenziali quanto in quelli chimerici, sfumature d’ombra e sofferenza da illuminare e lenire fra parole e simboliche gesta che d’allegoria si svestissero per concretizzarsi in realtà.

Route 66, Pacific Coast, Highway 61 e le altre leggendarie strade che percorrono gli Stati Uniti, fra storia, arte, musica e meraviglie naturali. (https://terzopianeta.info)

Un perenne correre verso un traguardo che per taluni è divenuto nuovo destino, per altri s’è affossato nell’utopia, fra le radici d’una nazione germinata sulle differenze culturali e dalle stesse nutrita nel continuo migrare, prevalentemente europeo, che nel XX secolo costrinse alla fuga dal giogo monarchico occidentale coloro che, nella nascente e libertina crescita economica americana, fiutarono l’opportunità di riscatto. Fluente esodo diminuito dalla restrizione delle norme migratorie (di matrice nativista, dopo il primo conflitto mondiale), messo in ginocchio dalla Grande depressione e sfregiato da segregazioni razziali e maccartiste persecuzioni che caratterizzarono gli anni cinquanta, gli stessi dove l’onirico volgersi al futuro venne a coincidere con la borghese concezione di famiglia, all’apparenza garante di perfezione e stabilità, nel rassicurante panorama del boom economico.

Chicca di benessere che gli anni sessanta stravolgeranno dal suo interno attraverso l’irrompente sete d’individualismo gridato dalla gioventù del tempo, fra ribelli manifestazioni di piazza e deflagranti testi musicali suonati da palchi infuocati e cantati da anime in simbiotico subbuglio al proprio pubblico. Un incalzare di valori ed ipocrisie da smantellare a cavallo di un’epoca che in palmo di mano portò la questione dei diritti afroamericani, aprendo un varco d’unione interculturale a partire dai campi universitari, dove l’insofferenza prese forza e voce, esplodendosi fra ideologia e pensiero, infervorando un paio di decenni, con tortuoso balzo sul consumismo degli anni ottanta e salto in lungo nell’era dell’iperconnessione di tutt’altro tipo che, la nascita di Internet, diffonderà come innovativo e tecnologico manto, avvolgente l’intero globo.

Un nuovo ed inesplorato percorso sognante con punto d’arrivo nella californiana Silicon Valley, la così soprannominata parte meridionale della San Francisco Bay Area, agglomerazione metropolitana attorno alla baia di San Francisco, dove hanno sede una quarantina fra le più importanti aziende informatiche mondiali, ulteriore obiettivo che in molti si posero a proposito primo al fine d’affermarsi professionalmente con successo e profitto.

Condursi fra gli americani tragitti assume un significato che va al di là del semplice viaggio esplorativo ed estatico, ogni carreggiata, ogni monte, ogni confine, ogni spiazzo, ogni suono, accompagnano mente e corpo oltre tempo, emanando quel delicato e pieno sentore di libertà che dovrebbe adagiarsi sotto lo stesso cielo, penetrando ogni sguardo.

Finché gli uomini non saranno liberi – nella loro vita e nelle loro opinioni, nei loro discorsi e nella loro conoscenza – fino ad allora la rivoluzione americana non sarà finita.
Bobby Kennedy (discorso tenuto al Queens College di New York)

 

U.S. Route 66

Autostrada che fra Chicago e Santa Monica srotola i suoi 3755 km, considerata uno dei grandi miti americani, la Route 66, nota anche come la US Highway 66, fu inaugurata l’11 novembre del 1926 e fu una delle prime strade federali realizzate negli Stati Uniti d’America, in terra battuta all’origine, abbigliata d’asfalto nel 1938. Ritenuta simbolo dell’espansione USA verso occidente, nel susseguirsi delle sue 2334 miglia attraversa otto stati: Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, Nuovo Messico, Arizona e California, offrendo in dono agli occhi dei viaggiatori i paesaggi più vari e spettacolari, dai grandi deserti di Chihuahua, Mojave e Sonora alle Grandi Praterie, dal suggestivo altopiano del Colorado fino alle meraviglie della costa californiana.

Strada migratoria per eccellenza, in particolar modo durante il dust bowl, ossia le tempeste di sabbia che colpirono la zona centrale statunitense ed il Canada, fra il 1931 ed il 1939, Route 66 ha sempre avuto e continua ad avere un forte impatto sulla cultura popolare americana, al punto che ancora oggi, anche se l’attuale percorso è notevolmente variato, percorrerla è come fare un salto nel passato, riscoprendo i luoghi di un’America dimenticata, ma dal fascino unico e fasciante, che permette di immedesimarsi nei vissuti degli anni ‘50 e ‘60, assaporandone la sensazione.
Benefica arteria economica per le comunità dalla stessa attraversate, furor popolare a difesa della sua rimozione non riuscì comunque ad impedirne, nel 1985, la successiva sostituzione con il sistema autrostradale Interstate Highway System, rinominando la vecchia carreggiata Historic Route 66.

Un viaggio ideale per chi ama l’avventura e desidera perdersi in villaggi rurali, sedersi nelle caratteristiche steakhouse in stile vecchio west, ammirare l’Art Deco degli edifici di Tulsa, in Oklahoma, saziarsi di pittoriche emozioni visitando le opere della precisionista Georgia O’Keeffe nel museo a lei dedicato a Santa Fe, nel New Mexico, perdersi in contemplativo abbandono nei 1900 metri di profondità del Grand Canyon, in Arizona, proseguendo più a ovest nella minuscola cittadina di Oatman e, lì giunti, rituffarsi nel remoto ed accattivante fascino delle strutture dell’Antico Far West, proseguendo in seguito verso Los Angeles e Santa Monica, sulle cui spiagge concludere un’itinerante esperienza, da custodire a ricordo.

Otto stati per tre fusi orari, alternanza di desertiche zolle e lagunari acque, dalla dolcezza in aperto contrasto con l’oceaniche onde, sulla Route 66 si susseguono piccole abitazioni e numerose insegne stradali ad indicarne le innumerevoli destinazioni, lentamente e finemente originatesi dall’interazione dell’uomo con la natura, nella delicatissima reciprocità di rispetto che l’imminente progresso avrebbe con lentezza scalfito. Dopo la sua apertura, molte città prosperarono velocemente, in favorita crescita di “mom-and-pop”, minuscole imprese a conduzione familiare, come ristoranti o stazioni di servizio, capillari lungo tutto il percorso e caratteristiche immagini di riferimento primo nel fantasioso immaginar l’America d’un tempo. Conservarne e sostenerne il vecchio percorso, assume un profondo significato che, al di là del mero sostentamento economico, sappia fornire altruistico e coscienzioso aiuto, atto a conservare l’artigiana opera dell’uomo, al di fuori dei galoppanti effetti della globalizzazione sull’individualità d’ognuno, affinchè le polverose cittadine, sempre più disabitate, che ne costeggiano il tratto, non divengano in breve tempo uno sconsolato susseguirsi di “ghost town”, città fantasma i cui albori passati rimirare in nostalgiche cartoline.

Brivido di carreggiata che, nel 1946, in Robert W. ‘BobbyTroup Jr., jazzista statunitense, cantautore pianista ed attore, natali in Pennsylvania, dirigendosi dalla stessa verso la California, ispirarono la composizione d’un brano, Get Your Kicks On Route 66, inciso nel medesimo anno dall’inobliabile pianista jazz Nat King Cole (Nathalie Adams Coles), voce nera da capogiro sul cui tono portare a danza i sogni più reconditi, fra limpidezza e rocaggine di timbro vocale.

Canzone ripresa da differenti artisti, peculiare arrangiamento ne fu, tre lustri più avanti, quello dell’ironico e leggendario chitarrista, cantautore e compositore statunitense Charles Edward Anderson, Chuck Berry, la cui particolarità d’interpretazione, accompagnata dalla di lui caratteristica esibizione saltellante, definita Duck Walk, donò valore aggiunto ad un testo in cui il percorrere la Route 66 fra le sue figlie cittadine, diviene esperienza di vita attraverso un passional errare fra culture del passato, da Chuck definito «viaggio gentile».

 

Well if you ever plan to motor west
Just take my way it’s the highway that’s the best
Get your kicks on Route 66
Well it winds from Chicago to L.A.
More than 2000 miles all the way
Get your kicks on Route 66
Well it goes from St Louis, down to Missouri
Oklahoma city looks oh so pretty
You’ll see Amarillo and Gallup, New Mexico
Flagstaff, Arizona don’t forget Winona
Kingsman, Barstaw, San Bernadino
Would you get hip to this kindly trip
And take that California trip
Get your kick on Route 66
It goes from St. Louis, down to Missouri
Oklahoma city looks oh so pretty
You’ll see Amarillo and Gallup, New Mexico
Flagstaff, Arizona don’t forget Winona
Kingsman, Barstaw, San Bernadino
Would you get hip to this kindly trip
Take that California trip
Get your kicks on Route 66
Get your kicks on Route 66
And I’ll meet you on Route 62
Get your kicks on Route 66

 

Nat King Cole – Get Your Kicks On Route 66

Pacific Coast Highway

Famosa soprattutto per le viste panoramiche che si possono ammirare percorrendone i 1055 km da Dana Point (contea di Orange) a Legget (contea di Mendocino), la California State Route 1, per l’appunto denominata Pacific Coast Highway (o Highway 1), attraversa lo Stato da nord a sud dal 1934, intersecandosi in alcuni tratti con la U.S. Route 101 e passando per importanti territori come la contea di di San Francisco e quella di Los Angeles, la prestigiosa “Città degli Angeli” di riferimento mondiale dal punto di vista scientifico, economico e cinematografico.

La sua costruzione avvenne in più fasi, inizialmente voluta da alcuni sostenitori che desideravano collegare Ventura a Santa Barbara, con inizio lavori nel 1911 e termine due anni dopo, nonostante il completamento ultimo della strada avvenne 18 anni a seguire, con inaugurazione il 17 giugno del 1937, grazie a nuovi fondi stanziati dal New Deal, il piano di riforme sociali ed economiche incentivato dal presidente Franklin Roosevelt, fra il 1933 ed il 1937, al fine di ridare fiato al paese dopo lo stravolgimento dovuto alla Grande Depressione del 1929.

Ristoro mentale, nutrimento all’anima e luce allo sguardo, soavemente s’intrecciano durante il tragitto costiero, magicamente sospesi fra il rigenerante habitat della landa, la pacifica brezza oceanica e le rocciose anfrattuosità a picco sui litorali, tipicità di panorama che, nei 110 km circa del Big Sur (il tratto all’epoca più problematico da realizzare, considerata la conformazione fisica del territorio) leva il fiato a colpi di bellezza. Una settantina scarsa di miglia che unisce la parte settentrionale di Carmel by the Sea con la meridionale di San Simeon, fra le pelagiche acque ed i monti Santa Lucia, con conformazioni strutturali ad universale richiamo turistico che all’umana specie largiscono l’esperienza d’un dolce immergersi fra nebbie mattutine, prodigalmente dissetanti conifere e sequoie. Più internamente, il pittoresco ammaliare dell’ombra pluviometrica, ovvero il meteorologico fenomeno per il quale l’opposizione che si viene a creare tra il versante d’una montagna ed i venti, impedisce ai sistemi nuvolosi di scavalcarne la cima, concentrando le piogge su un unico lato, dove, nel tratto citato, proliferano querce e chaparral californiano, l’arbustiva vegetazione sempreverde simile alla mediterranea, coccolata da mitezza invernale ed assetata da un’arida calura estiva, in alternanza stagionale su vaste aree fortunatamente non ancora sverginate dal tocco dell’uomo, consentendo a fauna e flora di perpetrar pacificamente la loro interazione biosistemica.

Sapiente itinerario legato ai tempi che furono, la Pacific Coast Highway entusiasma gli appassionati di storia sul percorso le cui numerose missioni francescane spagnole, insediatesi dal XVIII secolo, costeggiarono l’oceano in quello che sarebbe divenuto, al futuro passaggio, El Camino Real, le cui costruzioni furono volute da padre Junipero Serra, canonizzato santo cattolico dal 2005, osservando le quali (ovviamente molto simili l’une all’altre) è possibile rivivere l’esistenza dei francescani tramite visita alle chiese, la maggior parte ancora attive, al museo, al giardino ed al piccolo cimitero interno. La missione di San Diego fu la prima, di ventuno, ad essere fondata da Junipero nel 1769, essa stessa capostipite della diffusione del cattolicesimo in suolo californiano, proseguito con l’opera del successore di Serra, padre Fermin de Francisco Lasuén che, nel 1786, fondò una delle missioni più interessanti ed imponenti, quella di Santa Barbara, per questo soprannominata “Queen of the mission”.

Divertimento per grandi e piccini è assicurato nel famoso Disneyland Park, mondiale attrazione nell’Orange Country, contea le cui mirabili spiagge, concentrate in Laguna Beach, richiamano turisti da ogni parte del globo, deviando poi per Huntington Beach, qualora l’obiettivo di ricerca sia, per surfisti in itinere, la brama dell’onda perfetta attraverso la cui cresta domar le acque saline, in panorami mozzafiato che, proseguendo per l’elitaria Malibu, esploderanno agli occhi fra colori e natura.

Riverdeggiano le proprie tonalità tra fattorie e vigneti i paesaggi di Santa Barbara, unendo il turistico peregrinare ad un piccolo angolo di Danimarca che, nel paesello di Solvang, rapisce ogni senso architettonico prima di giungere a San Francisco, capolinea di tragitto marciando verso il quale, altro minuscolo villaggio, nella Monterey Peninsula, rivitalizzerà lo stupore con sue irreali atmosfere: Carmel by the Sea, cittadina le cui fiabesche costruzioni emanano splendore fra campi da golf, ville patrizie ed una rigenerante area protetta ove il Faro di Point Lobos, danzante sulla notte, alterna luce e buio sulle spettacolari insenature della natura.

Circolar bagliore marino che, nell’inchiostro di Courtney Love, si fa greve reminiscenza d’ «un ragazzo che veniva dal mare», nell’accorato e lacrimevole testo in cui l’amarezza, cicatrice s’intaglia su palpito e coscienza, mescidando all’asfalto stati d’animo opprimenti e rammaricati che fan sanguinar le budella, lì dove i rimpianti gridano in eco sulla Pacific Coast Highway, fra assenze devastanti e logoranti rimorsi. In probabile aggancio sentimentale al ricordo del prematuro salto a bordo nubi di Kurt Cobain, musicista dall’ego di cristallo, di denso e raro sentire, la di lui vedova ha partorito in vocaboli, in un hotel di Los Angeles nel 2005, quello ch’è divenuto il quindicesimo singolo delle Hole (femminile gruppo rock alternativo, di cui lei stessa leader), registrato nel 2009 con alcune aggiunte, poi seconda traccia nel quarto album, Nobody’s Daughter, nell’Aprile del 2010, infine ripreso quattro anni dopo dalla stessa Courtney in nuda versione acustica.

 

I knew a boy, he came from the sea
He was the only boy who ever knew the truth about me
I’m overwhelmed and undersexed
Oh baby what did you expect?
I’m over rod and so disgraced
And too ashamed to show my face
And they’re coming to take me away
What I want I will never have
I’m on the Pacific Coast Highway
With your gun in my hands
I knew a boy, he left me so ravaged
Do you even know the extent of the damage?
My dirty lips, oh secrets dies
In between the sheets and the promises that kept me from your eyes
I’m bloody and so darling bow
I don’t know what to do with my hands now
I surrender, I give in
I’ll kick down your door if you don’t let me in
And I lost myself completely
I look to you my shooting star
I’m on the Pacific Coast Highway
My God how did you fall so far?
Your whole world is in my hands
Your whole wide world is in my hands
Your whole world is in my hands
Your whole wide world is in my hands
I’m out there dying for you, baby
And I got your blood on my hands
Your whole world is in my hands
Your whole wide world is in my hands
Your whole world is in my hands
Your whole wide world is in my hands
And you know I’m drowning
And you know I’m drowning
And you know I’m drowning
And you know I’m drowning
And you know I’m drowning

 

Courtney Love, Hole – Pacific Coast Highway

Going to the Sun Road

La Going to the Sun Road, scenografica carreggiata a picco su vallate e ghiacciai (quasi una cinquantina), si sgroviglia sulle Montagne Rocciose degli Stati Uniti occidentali, offrendo in spettacolare veduta il Glacier National Park, situato nello stato del Montana ed al confine con il Canada, uno dei più belli e famosi parchi americani, tanto da esser patrimonio dell’Unesco, un’area di quasi 5000 kmq fra montuose e selvagge bellezze, quarto per grandezza negli USA e pittorico paesaggio impreziosito da picchi innevati, naturalità faunistiche e floreali, sulle quali soffermarsi a sospirare per cotanta armonia.

La Strada del Sole che lo attraversa, offre alcuni dei panorami più suggestivi e, nei suoi 85 km di percorso a due corsie, tortuosità e passaggi decisamente stretti, ne fanno una strada non adatta a tutti; la sua pericolosità aumenta inoltre quando le condizioni atmosferiche si fanno sfavorevoli, motivo per cui è consigliato visitarne gli straordinari lineamenti nei periodi estivi essendo che, anche durante la primavera, precipitazioni nevose divengon causa d’inagibilità.

Numerosi sono punti di sosta da dove è possibile ammirarne le circostanti meraviglie, naturalità che immerge i visitatori in un paesaggio d’ammaliante carisma tra foreste di cedri, cascatelle e pini mughi, dove si percepiscono in maniera estrema senso di libertà e avventura, nonché respirarne l’angusta atmosfera delle primissime scene del cult movie Shining, horror psicologico in cui l’eccezionalità recitativa di Jack Nicholson (che in apertura di pellicola costeggia il Saint Mary Lake), la bravura scrittoria di Stephen King e la capacità artistica e direttiva di Stanley Kubrick, s’intrecciano in un intenso ed indimenticabile capolavoro cinematografico.

Ad aumentarne il fascino una leggenda che l’avvolge, sospesa sul Monte Going to the Sun, da cui la strada ha ereditato il nome, secondo la quale si narra che da queste montagne la divinità Sour Spirit giunse dal sole per insegnare la caccia all’indiana tribù dei Blackfeet (Piedi Neri, conosciuti anche come Niitsitapi), per poi spiccar di nuovo il volo verso la cocente sfera.

Tortuosi tornanti e caratteristici sentieri offrono la possibilità d’addentrarsi corpo e mente nella natura dagli habitat ancora inviolati; la panoramicità delle vallate, per coloro che volessero invece godere delle straordinarie vedute in tutta comodità, viene garantita dal tragitto a bordo dei Red Busse, simpatiche navette rosse dai grandi vetri, in stile anni trenta, deputate ai turistici tour o ancora battelli solcanti le lagunari acque, che permettono una differente prospettiva d’osservazione verso le montagne, il cui punto più elevato da poter raggiungere in auto è il Logan Pass, con i suoi 2025 metri di altezza, paradisiaco luogo ove soffermarsi fra scoiattoli, fiori selvatici ed aria pura, in ovattata e rigenerante esperienza ai confini del Pianeta.

Note musicali a bordo dello stesso son state dedicate alla regione del Montana dall’artistico canto, fra chitarra ed armonica, di David Walburn, primo respiro in Atlanta e fiato da songwriter appassionato del paesaggio che ne accorpa la fisicità, evaporando melodiose sensazioni da vibrare in linea esistenziale, fra pentagramma ed atmosfera, in esibizione da palchi in cui proiettare immagini naturali arricchite da personali narrazioni di vissuti. In una divertente e genuina maniera di porsi e rappresentarsi attraverso il Country-Folk, nell’album Montana, ove il panorama strumentale vien arricchito dagli altri componenti del gruppo tramite violini, dobro e batteria, egli rifugge la mera commercializzazione della musica in virtù dall’atavico approccio al suono come proiezione di sè sul mondo, nel farsi voce d’un canticchiar dalla sfumatura quasi western che penetri nell’uomo all’ascolto, accompagnandone il viaggio fra vibrazione e vento, in elegiaca e ritrovata interazione con sorella natura in tutta la sua incommensurabile beltà, osando «sognare il sogno di andare al sole».

Gonna build a road Going to the Sun
Pack up your horses men move them up the hill
She’ll take a ton of powder and a hundred strong willed
Don’t look up and tell us there’s no place to build a road
Cause we’ll bury disbelievers when that powder blows
We’re gonna build a road Going to the Sun
We’re gonna move mountains one by one
It may take a life time, but when the work is done
We’re gonna build a road Going to the Sun
It’s silver dollar wages plus your room and board
You won’t get rich but will receive good standing with the Lord
So swing your hammers steady and be faithful to the task
Cause if we want to get to heaven boys we must cross Logan Pass
A million years of limestone must be moved by hand
Wide enough along sheer cliff for thirty men to stand
From St. Mary’s to Lake McDonald along the Garden Wall
Where once only a few could go will now be shared by all
Now when that faithful day comes and east side meets the west
We’ll gather on the great divide weary bones will rest
We’ll smoke the pipe of peace and honor all the ones
Who dared to dream the dream of Going to the Sun

 

David Walburn – Going To The Sun

U.S. Route 61

In poco più di 1400 miglia la Route 61 collega New Orleans ad Hurley, nel Wisconsin, seguendo il tragitto del Mississippi, lo storico corso d’acqua sulle sponde del quale ebbero a formarsi indimenticabili musicisti blues e motivo per cui venne denominata anche “strada del grande fiume” dove, all’incrocio della stessa con la 49, leggenda vuole che l’indomabile Robert Johnson cedette l’anima al demonio in cambio d’un impareggiabile capacità di suonare il nostalgico genere musicale.

Inizio costruzione nel lontano 1926, note dedicate furono partorite dall’ardore cantorio dell’intenso Bob Dylan, nel brano title track, settima traccia in quello che venne considerato uno dei suoi album migliori, Highway 61 Revisited (1965), inciso in soli sei giorni ed in spiccata rivoluzione musicale che lo consacrò definitivamente alla chitarra elettrica. Natali ed infanzia trascorsa nel Minnesota, nelle cinque strofe del brano, intercalate dal soffio del cantautore in un fischietto, Dylan affronta relative problematiche la cui soluzione trovare sulla strada in questione, rivisitandone (da qui il termine Revisited) la libertina concezione di riscatto a favor d’una riflessione posata sulle tragiche vicissitudini umane, allegorizzate, in prima strofa, nel sacrificio del figlio di Abramo suggerito da Dio, «là fuori sulla Statale 61» e, a seguire, rispettivamente: la storia d’un emarginato sanguinante al naso ed ignorato dal welfare, spronato a dirigersi verso la stessa strada; lo strambo compito di un certo Jack the Finger che dovrebbe sbarazzarsi, sulla medesima carreggiata, di «quaranta lacci da scarpe rossi, bianchi e blu / e mille telefoni che non suonano»; il racconto a bordo asfalto d’un «primo padre» che vorrebbe confidare alla «seconda mamma» (che si trova sulla carreggiata con il «settimo figlio») della «quinta figlia» che avrebbe detto alla «primogenita» d’avere una carnagione eccessivamente pallida ed infine, in ultima strofa, ad un giocatore d’azzardo annoiato che vorrebbe provocare il terzo conflitto mondiale, viene consigliato di «mettere delle panche al sole / e farlo sulla Highway 61».

 

Oh God said to Abraham, “Kill me a son”
Abe says, “Man, you must be puttin’ me on”
God say, “No.” Abe say, “What?”
God say, “You can do what you want Abe, but
The next time you see me comin’ you better run”
Well Abe says, “Where do you want this killin’ done?”
God says, “Out on Highway 61”

Well Georgia Sam he had a bloody nose
Welfare Department they wouldn’t give him no clothes
He asked poor Howard where can I go
Howard said there’s only one place I know
Sam said tell me quick man I got to run
Ol’ Howard just pointed with his gun
And said that way down on Highway 61

Well Mack the Finger said to Louie the King
I got forty red, white and blue shoestrings
And a thousand telephones that don’t ring
Do you know where I can get rid of these things
And Louie the King said let me think for a minute son
And he said yes I think it can be easily done
Just take everything down to Highway 61

Now the fifth daughter on the twelfth night
Told the first father that things weren’t right
My complexion she said is much too white
He said come here and step into the light, he says hmm you’re right
Let me tell the second mother this has been done
But the second mother was with the seventh son
And they were both out on Highway 61

Now the rovin’ gambler he was very bored
He was tryin’ to create a next world war
He found a promoter who nearly fell off the floor
He said I never engaged in this kind of thing before
But yes I think it can be very easily done
We’ll just put some bleachers out in the sun
And have it on Highway 61

 

Bob Dylan – Highway 61

Percorrere la Blues Highway significa, in un certo qual senso, surclassare la vista degli splendidi panorami attraverso un percorso storico sulle orme degli afroamericani che, a cavallo fra gli anni trenta e quaranta, migrarono il passo verso Chicago con un grande sogno in tasca, sperando in una carriera che levasse loro le mani dalle piantagioni di cotone, per posarle su strumenti musicali fra voce e malinconia, stato d’animo che un elevato sentire permette d’immaginare soggiornando nelle vecchie sharecropper’s cabin, un tempo dimora di coltivatori, e visitando i locali dove le fatiche lavorative venivano sciolte fra canti e balli nei cosiddetti ‘juke joint’. Canzoni come Highway Blues di Roosevelt Skyes o 61 Highway di Fred McDowell, rispettivamente datate 1932 e 1964, dimostrano quanto il viaggiare sulla Route 61 coincida con il posare piede e riflessione sulle radici della musica americana, volteggiando fra blues, folk, jazz e rock’n’roll sul filo delle Grande Migrazione che infiammò i primi decenni del Novecento e muovendosi fra piantagioni, pianure e percorsi immersi nella campagna che, ad oggi, costituiscono vie minori ad ovest dell’attuale strada intersecante, notevolmente modificata, nel suo percorso, rispetto all’originale, ora rinominata Old Highway 61.

Optando per il remoto percorso, verso la regione Delta ed al confine con l’Arkansas, il paesaggio che si presenta agli occhi dona la tranquillità di solitarie case sparse fra campi coltivati e piccoli cimiteri estremamente curati, locali caratteristici e tipici menù di casalinga cucina, girovagando fra antiche piantagioni colme di passato, come l’ Abbey & Leatherman, ancora attiva, in zona Robinsonville, nella quale sfiorare il dannato animo di Robert Johnson che qui strimpellò prime note in rincorsa di Willie Brown e di Son House. Magistrale e leggendario esponente del delta blues, House visse, contemporaneamente a Charlie Patton, in Coahoma County e precisamente a Lula, piccola città, ora fantasma, nella quale soffermarsi a ritroso nel tempo nella sua First Street, via principale fra baracche e linee ferroviarie in disuso, nell’aria un senso d’abbandono che la fantasia può riportare ai tempi delle roche ugole e degli sbuffanti treni colmi di speranze, in itinerante proseguire verso innumerevoli tappe da interiorizzare a perenne memoria.

Nevada State Route 375

Di tutt’altro genere, forse meno leggendari ma stuzzicanti la curiosità turistica, i quasi 160 km che snodano la Route 375 nella zona centro-meridionale del Nevada, dalla Strada Statale 318 fino a Crystal Springs, in attraversamento per gran parte desertico e parallelo al confine con l’emblematica Area 51 (prima Nevada Test Side – 51), zona top-secret della Nellis AFB, base dell’aeronautica militare statunitense nonché una delle principali basi di addestramento per piloti di aerei da caccia, il cui nome onora il pilota di P-47, William Harrel Nellis, deceduto durante l’offensiva delle Ardenne, fra il 1944 ed il 1945.

Supposta e da sempre narrata attività di quest’area sperimentale, vicina al villaggio di Rachel ed a 150 km circa da Las Vegas, sembrerebbe riguardare lo studio di presunti extraterrestri, con numerose segnalazioni di UFO che hanno portato lo Stato, nel 1996, a soprannominare la SR 375 Extraterrestrial Highway e, nonostante le dichiarazioni di vari funzionari, un tempo impiegati nella stessa, siano state rilasciate a discapito delle teorie ufologiche, la massima sicurezza militare che grava su quest’area, le inaccessibili protezioni e lo scarso riconoscimento del sito da parte degli Stati Uniti, contribuisce ad accrescere teorie di complotto, mai confermate, secondo le quali il Governo avrebbe contatti con individui di altri pianeti, da non voler assolutamente svelare.

Dubbio principalmente originatosi il 2 Luglio del 1947, a seguito della precipitazione di un oggetto non identificato al suolo, dopo la quale successive inchieste, teorie e smentite a riguardo, arrovellarono le meningi dell’opinione pubblica, mai giungendo ad una conclusione che unisse ogni ipotesi o certificasse verità assoluta.

Scoperta a metà degli anni 50, da funzionari della CIA alla ricerca d’un luogo dove testare veicoli militari, l’Area 51 apparve dapprima come una pista aerea abbandonata vicino al prosciugato Groom Lake, un tempo terreno di sperimentazione atomico-nucleare americana, pertanto celato al punto giusto per potervi iniziare nuovi test. Il programma militare durante la Guerra Fredda, prevedeva l’utilizzo di aerei U-2 nelle missioni, velivoli non percepibili dai radar che, considerata l’elevata altezza raggiungibile, tripla rispetto a quella degli aerei di linea, non potevano essere raggiunti in alcun modo dalla contraerea, ottenendo inoltre come effetto d’estrema altezza il riverbero solare, non ancora giunto al tramonto a quote superiori, percepito quindi, da chi già stava al buio in bassa quota, un luccichio inspiegabile, stimolante le più svariate e strambe supposizioni, non confutate dagli ufficiali per riservatezza militare, pertanto nutrite sul nascere dall’assenza di scientifiche spiegazioni.

Esistenza degli alieni o meno, immettersi sulla Route 375 arricchisce il viaggio dell’ebbrezza che ogni mistero racchiude, spirito d’avventura che la sagace macchina del turismo ufologico ha saputo convertire a tema unico in quel di Rachel, dove ritagliarsi vedute fra montagne innevate e dune sabbiose, cimentarsi cacciatori di UFO in postazioni di geolocalizzazione, ristorarsi nella minuscola locanda a tema Little A’Le’Inn, ultimo fast food prima della misteriosa Area, con relativo Motel, e possibilità di perdersi fra tipicità di gadgets e fotografie di avvistamenti, che vivaci e divertenti argomenti di discussione diverranno sulla strada del ritorno.

Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore
ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere:
l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più
t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.
Italo Calvino

Blue Ridge Parkway

Bellezza paesaggistica per antonomasia appartiene ai quasi 760 km della Blue Ridge Parkway, panoramico tragitto statunitense che attraversa linearmente 29 contee della Virginia e della Carolina del Nord, collegando il Parco Nazionale Shenandoah al Great Smoky Mountains National Park e costeggiando la più vecchia catena montuosa delle Americhe, gli Appalachi, 480 milioni d’anni d’età, più smussati ed ampi rispetto alle Rocky Mountains.

Strada appartenente agli enti All-American Road e National Parkway, percorrerne l’intera lunghezza permette di tastare il rustico custodire degli americani territori, attraversando ponti fra le opache atmosfere inumidite dai sudori delle foreste e viaggiando ad imposte velocità ridotte che, oltre a garantire la sicurezza su percorsi articolati, riconcedono all’animo la possibilità di rientrare in contatto con la lentezza dei ritmi che la nostra epoca ha tristemente contratto. Uno sperimentarsi viandanti nell’entroterra della costa atlantica che concede il privilegio del viaggio a gambero nell’atmosfera sociale dei pionieri europei, qui giunti a metà del XVIII secolo e collaboranti in minuscole ed isolate comunità all’interno delle quali miscelare individualismo fra musica e danza, originando un nuovo genere, l’Old-Time Music, ritmicamente arrangiato sulle vecchie canzoni inglesi con l’innovativo apporto di strumenti, fra cui chitarra e banjo, in aspirante tendenza alla radice afroamericana della musica ed inconsapevolmente melodica genesi del popolare Country.

L’immergersi in territori la cui naturalezza, rispetto alle zone costiere, s’è mantenuta pressoché intatta, consente un avvicinarsi con riguardosa sete di sapere, pur godendo della verginità dei luoghi, a quelle che furono le intense attività lavorative degli uomini dell’epoca, inesorabilmente piegati sulle proprie fatiche all’interno di miniere dalle quali disagevolmente estrassero due terzi del carbone ai tempi necessario al fabbisogno energetico statunitense. Negli Appalachi, l’estrazione avveniva in sotterranee miniere, dove alla disumanità delle condizioni dei deputati a tale mansione, s’univano oscurità e cupezza dell’ambiente, filtrate ed assorbite a lungo andare sugli animi troppo stanchi ed avviliti, sfibrati, il cui sospiro ricamare in note e balli, ritrovando la capacità di sorridere nell’adagiare in stand by serale ogni cruccio mentale, proiettato nel giorno a seguire, delicatamente raccolto e rielaborato da coloro che, decidendo di viaggiare su questa strada, vogliano assorbirne i sentimenti più remoti e concreti, in una sorta di comprensione che surclassi le variabili temporali, arricchendo sull’istante nell’immedesimazione.

Patrimonio dell’UNESCO, in estensione per più di duecentomila ettari, il Great Smoky Mountains, area protetta d’inizio percorso e parco con il maggior afflusso turistico negli Stati Uniti, si dona in tutta la sua variabilità faunistica e vegetale, con possibilità d’interagirne percorrendo sentieri tra foreste ed incamminandosi fra ruscelli, cascate, piccoli laghi e spettacolari visioni fra vette e cielo, con possibilità di incappare in cervi, linci, volpi, orsi, coyoti ed altri animali selvatici la cui esistenza in simbiotica affinità all’ambiente circostante, rende nell’immediato il valore intrinseco ad ogni ecosistema, coappartenente ad ogni parco sul lungo tragitto.

Un nobile pellegrinaggio fra Madre Natura e lo storico vissuto dei suoi figli che, sulla Blue Ridge Parkway, s’estende a numerose esperienze conoscitive, una su tutte la primordiale occupazione della tribù Cherokee, le cui storie poter sfiorare visitando il museo alla stessa dedicato all’interno della Cherokee Indian Reservation, 220 kmq di riserva nella quale percepire, attraverso la concretezza d’esistere degli indiani d’America, uno spiccato senso d’autonomia e libertà ch’emoziona nel carpirne la profonda spiritualità che gli stessi hanno saputo mantenere viva intra petto.

Fra il 1872 ed il 1926, condusse la sua esistenza sul mondo un poetico tenore e controtenore il cui romanticismo, amorevolmente sbuffato nell’aria del Massachusetts, intrise di pathos ballate e punte di cuori. Manuel A. Romain, cantante ispano-americano che sentor d’Amore condusse al pieno innamoramento della giovane June, alla percepita grazia della quale sciogliersi in versi cantori ove, chiudendo gli occhi nell’udirlo, lo si può immaginar soavemente cantare «[…] Sulle tracce del pino solitario, Nel pallido chiaro di luna i nostri cuori s’intrecciano, Dove ha scolpito il suo nome e io ho scolpito il mio, Oh, giugno, come le montagne sono blu, Come il pino sono solitario io per te […]», inebriato in quella che divenne ballata popolare, registrata nel 1913 su testo del paroliere Ballard MacDonald e musica del compositore Harry Carrol, in ononimia di titolo con il romanzo ispiratore, The Trail Of The Lonesome Pine, ripreso ad ampio raggio, quest’ultimo, come spunto per adattamenti teatrali e cinematografici.

Graffio di fonografo a cilindro la base sulla quale Romain eviscerò se stesso, eruttandosi nell’amare colei che avvertì in elevata unione, miscelandone nuances d’affetto fra le rocciose montagne della Virginia ed il pallido barlume lunare, in commovente afflato che di solitudine condivisa fa purezza di legame e nobile intesa.

 

In the Blue Ridge Mountains of Virginia,
On the trail of the lonesome pine —
In the pale moonshine our hearts entwine,
Where she carved her name and I carved mine;
Oh, June, like the mountains I’m blue —
Like the pine I am lonesome for you,
In the Blue Ridge Mountains of Virginia,
On the trail of the lonesome pine

 

Manuel Romain – The Trail of the Lonesome Pine (1913)

 

L’America e i suoi Stati.

Il suo popolo, i suoi paesaggi, le sue strade.

Un intingersi carne e spirito nella sopraffina ingegnosità di cui la natura sa essere maestra, nel maiestatico reticolo fra terra, acqua, aria e fuoco di cui la stessa custodisce ordito inviluppo al quale chinare il capo, madre nell’evolversi in tutte le forme artistiche possibili ed alle quali riferirsi nella consapevolezza d’esser, in creatività, semplici artefatti guidati dalla sua mano.

Infinite possibilità di tragitti, in questo scritto appena accennati, fra i quali poter scegliere, districandosi fra percorsi storici, leggendari, montuosi, costieri, lagunari, montani o misteriosi, avventurandosi in un cammino al cui rientro maggior consapevolezza dell’uomo e del mondo abbiano fatto capolino fra conoscenza e percezione, ballate e spossatezze, libertà e coercizioni della stessa. Un asfaltarsi l’animo d’emozioni al bramito d’un cervo, al far di tronco celere scalare d’uno scoiattolo, al giocare delle folate con le ali d’un falco. Un dolce stordirsi l’udito del melodico spumeggiar di ruscelli che abbeverano le vallate, saturandosi di sacralità lo sguardo nel seguire l’adagiarsi del sole sugli orizzonti.

Viaggiare è forse un po’ come morire, rinascendo ad ogni passo, nella sublime contemplazione dell’esistere.