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Mamallapuram, arte e leggenda della Dinastia Pallava

Espressione d’arte e dalla storia millenaria, l’affascinante città di Mamallapuram (மாமல்லபுரம்), anche nota come Mahābalipuram dal mito secondo cui fu fondata da re Mahābalī, è stata autentico laboratorio creativo di scultura della Dinastia Pallava, divenendo così uno dei numerosi luoghi che fanno dell’India un paese eternamente ammaliante, dove paradiso e inferno s’intrecciano in un’ancestrale danza di culture, tradizioni e religioni.

Chi ama l’India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. È sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso malodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani.
Ma così è l’amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato.
Innamorati, non si sente ragione; non si ha paura di nulla; si è disposti a tutto.
Innamorati, ci si sente inebriati di libertà; si ha l’impressione di poter abbracciare il mondo intero e ci pare che l’intero mondo ci abbracci.
L’India, a meno di odiarla al primo impatto, induce presto questa esaltazione: fa sentire ognuno parte del creato. In India non ci si sente mai soli, mai completamente separati dal resto. E qui sta il suo fascino.
(Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, 2004)

Ornata da spiagge dorate con palme ondeggianti e alberi di cocco, Mamallapuram si trova nella costa del Coromandel, distesa sulla striscia di terra lambita dalle acque del Grande Lago Salato e del Golfo di Bengala, a circa 60 chilometri da Chennai, capitale dello Stato sudorientale del Tamiḻ Nāḍu. Le sue origini sono avvolte nel mistero, ma già avanti l’Era Volgare, la sua rilevanza come centro portuale è dimostrata dai numerosi ritrovamenti di monete romane, cinesi, persiane e in anticipo sull’astronomo e geografo ellenico Tolomeo, fra le più antiche fonti scritte a dar testimonianza dell’importante ruolo di scalo commerciale, sono i capitoli del Periplo del Mare Eritreo, documento dapprincipio redatto in lingua greca verso la metà del I secolo d.C., al fine di illustrare le rotte di navigazione su Oceano Indiano, Golfo Persico e Mar Rosso. Ma è il monaco buddhista ed esploratore cinese Xuánzàng, a menzionarla negli appunti del viaggio compiuto lungo la Via della Seta durante la prima metà del 600, descrivendola come crocevia marittimo della Dinastia Pallava, famiglia di incerta provenienza che dominò la regione fra il III e il IX secolo d.C., facendo della città un saggio scultoreo composto da templi, statue, bassorilievi e santuari scavati nella roccia.

Eletta capitale Kanchipuram sotto l’autorità reale di Vinusgopa, l’impero ebbe un periodo di declino dopo la sconfitta riportata contro Samudragupta (c.a 330-380), sovrano della potente Dinastia Gupta e cominciò a risorgere soltanto con l’avvento di re Siṁhaviṣṇu, vissuto fra il 555 circa ed il 590 d.C. Egli infatti riuscì ad espandere notevolmente il dominio verso Nord e Sud, costituendo inoltre un’imponente flotta navale che gli consentì estendere la sfera d’influenza fino ai regni dell’Asia sudorientale. A dar però battesimo alle arti e alla cultura, spettò al figlio e successore al trono Mahendravarman I (c.a 600-630). Autore di farse, studi musicali e pittorici, fu lui ad assumere il nome di Pallava, in sanscrito ‘germoglio’, e con il suo patrocinio ebbe inizio la realizzazione del vasto complesso archeologico, principio di un’opera che trovò poi continuità nel diretto discendente Narasiṃhavarman I (c.a 630-668), dal cui appellativo Māmalla, ovvero ‘lottatore’, molti storici ritengono possa derivare la denominazione Mamallapuram. Più tardi, a raccoglierne l’eredità contribuendo significativamente alla magnificenza di quello che nel 1984 è stato proclamato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, il poeta e valente stratega militare Narasiṃhavarman II (c.a 690-720 d.C.) ricordato anche come Rājasiṃha Pallava.

 

I Pancha Rathas dei Pānḍava

Mamallapuram, l'affascinante e millenaria città dell'India che la Dinastia Pallava trasformò in un tripudio di arte, cultura e spiritualità. (https://terzopianeta.info)In una perfetta simbiosi fra arte, sacralità e natura, andarono così a crearsi tre movimenti architettonici, ognuno con molteplici espressioni e dallo sviluppo progressivamente più leggiadro e decorativo. Tra i capolavori più noti, i Pancha Rathascinque carri, elaborate strutture piramidali ricavate da singoli blocchi di pietra. Benché non vi siano riferimenti storici, né legami diretti, furono chiamati come i Pānḍava, gli eroici discendenti di Pāṇḍu protagonisti del Mahābhārata, tra i più significativi poemi epici dell’India e, conservando fra le pagine anche i canti della Bhagavadgītā, Il Canto del Signore, è anche uno dei testi centrali dell’Induismo. Vi è quindi il ratha in onore a Bhīma, all’abile arciere Arjuna, quello consacrato ai gemelli Nakula e Sahadeva, con accanto la scultura a di un elefante ch’è tra le più famose del Paese, poi il carro intitolato alla loro moglie Draupadi, la bellissima figlia di Yajnasena, re del Panchala meridionale e infine, il più imponente Dharmaraja Ratha, dal nome che riconosce al primogenito Yudhiṣṭhira, la virtù di riassumere in sé il Dharma.

Articolato su tre livelli e sormontato dal tipico picco dei templi indù detto vimana, tocca gli 11 metri di altezza ed occupa una superficie di 73 m². All’interno di ciascun piano è presente il garbhagriha, l’ambiente riservato ai sacerdoti dove sono custodite le murti — immagini o rappresentazioni antropomorfiche di un dio — e attorno al sancta sanctorum si sviluppano dei porticati sorretti da coppie di colonne dove sono scolpite figure leonine, mentre gli angoli sono impreziositi da lesane con il probabile ritratto di Narasiṃhavarman I, varie effigi di Śiva e Brahmā, che insieme a Viṣṇu formano la Trimurti e poi Skanda, il deva della guerra, Harihara, la divinità sincretica che coniuga Viṣṇu (Hari) e Śiva (Hara), di nuovo presente con l’aspetto di Ardhanārīśvara.

Non distante dai Pacha Rathas è situato il Mandapa di Kṛṣṇa risalente al VII secolo, la tradizionale architettura pilastrata indiana, recante nove pannelli incentrati sull’ottavo avatāra di Viṣṇu. Tra le storie narrate, l’episodio in cui sollevò la collina Govardhana con la mano al fine di proteggere gli abitanti di Vrindavana dall’inondazione scatenata da Indra, signore della folgore e del temporale, infuriatosi quando essi, ascoltando le parole della divinità, gli negarono l’annuale sacrificio per ottenere le piogge: «Non c’è bisogno di fare un sacrificio ad Indra, la pioggia cade lo stesso e l’acqua non mancherà né per voi, né per i vostri animali, né per i vostri campi. E’ meglio che il sacrificio lo facciate in onore della collina Govardhana, è lei che rende possibile la vostra vita, non Indra».

 

Discesa del Gange e Penitenza di Arjuna

Mamallapuram, l'affascinante e millenaria città dell'India che la Dinastia Pallava trasformò in un tripudio di arte, cultura e spiritualità. (https://terzopianeta.info)Nei pressi del tempio è presente il monumento che rende onore alla vittoria di Narasiṃhavarman I contro il sovrano Chalukya, Pulakeshin II, si tratta della meravigliosa Discesa del Gange, una scultura realizzata lavorando un monolite di granito che sfiora 30 metri di lunghezza e 15 di altezza, dal quale spiccano circa 150 figure tra animali, esseri umani e divinità.

L’opera simboleggia il racconto che vede il fiume aver il volto della dea Gaṅgā, incantevole a tal punto che non le fu permesso mischiarsi agli uomini, rimanendo quindi in cielo a formar la Via Lattea. Il magnanimo re Bhagiratha, una volta salito al trono, venne però a conoscenza che i 60mila figli di re Sagara, suoi antenati, erano stati ridotti in cenere dal savio Kapila dopo averlo ingiustamente accusato del furto del destriero prescelto per lo Aśvamedha, il rito sacrificale per auspicare prosperità e protezione al regno, ma soprattutto, egli precluse loro le porte del paradiso finché le polveri non fossero state purificate nel Gange.

Bhagiratha quindi, sarebbe dovuto riuscire nell’impresa fallita da tutti i suoi predecessori: portare il sacro rivo sulla Terra e deciso nell’intento, partì verso l’Himalaya intraprendendo una rigorosa via ascetica per tentare di conquistare la benevolenza degli dèi. Passarono mille anni e mosso da cotanto sacrificio, intervenne il divino Brahmā e gli disse che avrebbe esaudito il suo desiderio, tuttavia, la veemenza con la quale le cosmiche onde di Gaṅgā si sarebbero abbattute sul Pianeta avrebbero provocato la totale distruzione, per cui lo invitò a propiziarsi Śiva, l’unico in grado di attenuarne l’impeto. Il sovrano dunque si chiuse nuovamente in meditazione, dapprima nutrendosi di foglie secche, dipoi di sola acqua e aria, rimanendo immobile in posizione Vrksasana, la postura dell’albero. Trascorsi altri dodici mesi, le sue preghiere vennero finalmente accolte e dal firmamento il fiume cominciò a piovere sull’Himalaya, addolcito nella furia defluendo attraverso la chioma di Śiva e da allora, continuò il suo cammino dando floridità ad una pianura sconfinata e ristoro a milioni di persone.

La discesa è rappresentata nella sezione centrale, dov’è ritratto Śiva con gli uomini-serpente detti Nāga, mentre Bhagiratha, appare in raccoglimento nella parte destra e un tempo, sembra che durante le festività venisse azionato un impianto idraulico per mezzo del quale sgorgava acqua nella fenditura, facendo così vivere la leggenda.

Esiste però una differente lettura del bassorilievo, secondo cui è invece il già citato Arjuna a chieder l’intercessione degli dèi. Nel Mahābhārata si narra che per sconfiggere i cugini Kaurava, figli di re Dhṛtarāṣṭra, egli aveva necessità di entrare in possesso delle terribili armi dei Deva e Indra, suo padre spirituale, gli suggerì di rivolger devozione a Śiva, cercando di guadagnarsi il privilegio di aver in dono il poderoso arco Gāṇḍīva. Arjuna seguì il consiglio e iniziò a compiere una lunga sequela di auto-mortificazioni finché la divinità, constatando la nettezza dei propositi, lo sottopose ad un’ultima prova e un giorno, dopo aver assunto l’aspetto di un cacciatore, gli scagliò contro un demone dalle sembianze di un cinghiale. Arjuna e Śiva saettarono all’unisono i loro dardi colpendo in pieno la belva e all’istante, si accese una feroce disputa su chi avesse centrato per primo la preda e litigio sfociò in un aspro combattimento. Quando il prode Pānḍava giunse allo stremo delle forze, invocò proprio il soccorso di Śiva. Quest’ultimo gli si rivelò sorridente ed ascoltate le immediate scuse dell’arciere, spiegò d’aver messo in atto lo stratagemma per verificare s’egli fosse stato all’altezza di servirsi di Gāṇḍīva e lo lasciò con la promessa che sarebbe tornato ad addestrarlo, per poi cedergli la sua arma più potente. Un’interpretazione per la quale il monumento è altrimenti conosciuto come Penitenza di Arjuna.

 

La grotta di Varaha e l’enigmatica Vaan Irai Kal

Mamallapuram, l'affascinante e millenaria città dell'India che la Dinastia Pallava trasformò in un tripudio di arte, cultura e spiritualità. (https://terzopianeta.info)A poche decine metri sorge il Tempio della grotta di Adivaraha Perumal, riservato alla divinità vedica Viṣṇu, rappresentata all’interno del sanctum nella forma incarnata dell’avatāra Varāha nell’atto di sostenere la dea della Terra, Bhūmi, termine sanscrito dal significato letterale di ‘stadi’ e con il quale nel Buddhismo Mahāyāna, viene indicato il percorso graduale di dieci stadi che un bodhisattva deve affrontare per divenire un Buddha perfettamente realizzato.

Costituito da un salone di 40 m², sulle parete è scolpita Durgā, la Madre Divina; Brahmā e ancora Śiva nelle vesti di Gangadhara; Lakṣmī, Devi della saggezza, abbondanza, luce e destino fiancheggiata da fanciulle; Śeṣanāga, il re di tutti i Nāga con a fianco Harihara. Vi sono inoltre due pannelli recanti bassorilievi sovrastati da altrettante diciture sulle quali sono state avanzate diverse e contrastanti ipotesi, ma stando alla traduzione maggiormente accreditata, identificherebbero le figure effigiate con i sovrani Siṁhaviṣṇu e Mahendravarman I, accompagnati dalle rispettive consorti. Parimenti rilevante è l’epigrafe posta al di sopra di Harihara, in quanto vi sono esposte le dieci incarnazioni di Viṣṇu, fra le quali è inclusa la discesa di Buddha, per cui, essendo il tempio collocato nell’VIII secolo, egli era già considerato un avatāra della divinità indiana precedentemente al X o addirittura XII secolo come si riteneva prima del rinvenimento dell’iscrizione. (Epigraphical Report 1923, p. 94 e Archaeological Survey Memoir, No. 26)

Proseguendo invece oltre il Ratha originariamente votato a Śiva e dalla seconda metà del XIX secolo riservato a Gaṇeśa, vi è la celebre e inverosimile Vaan Irai Kal, ovvero Pietra del Dio del Cielo, in lingua tamiḻ.

Mamallapuram, l'affascinante e millenaria città dell'India che la Dinastia Pallava trasformò in un tripudio di arte, cultura e spiritualità. (https://terzopianeta.info)L’ovoidale masso, alto circa 6 metri, largo 5 e dal notevole peso di 250 tonnellate, è poggiato sul pendio di un versante collinare e fidando di una base a contatto con il terreno di appena 1,2 metri, si mostra in equilibrio estremamente precario, mentre immobile, occupa quella mattonella da oltre 1200. Tradizione vuole che sia opera degli dèi e già Narasiṃhavarman I, considerandola tale, per meglio custodirla cercò di metterla al riparo e ne ordinò la ricollocazione, tuttavia l’intento fallì e per proteggerla non poté far altro che vietare agli scultori di utilizzarlo. A causa di timori ben diversi, il funambolico macigno fu nuovamente sfidata nel 1908 e questa volta dall’amministratore coloniale britannico Arthur Lawley (1860-1932), governatore di quella che all’epoca era la Provincia di Madras. Comprensibilmente preoccupato dall’eventualità di un improvviso e disastroso rotolamento a valle, provò a spostarla mettendo in campo la forza di sette elefanti, ma anche la squadra di pachidermi fu costretta ad arrendersi.

La roccia è altresì chiamata Palla di Burro di Kṛṣṇa, appellativo dovuto alla forma unita alla predilezione per tale alimento descritta nelle storie sulla gioventù della divinità. Sebbene rimanga una delle numerose ed enigmatiche meraviglie di Madre Natura, il peculiare aspetto e la levigatezza dello strato esterno potrebbero essere il risultato di una lenta e prolungata abrasione provocata da polveri e cristalli trasportati dai venti, un’azione simile al procedimento meccanico della sabbiatura, frequente nei luoghi aridi e privi di consistente vegetazione in grado di fermare le correnti.

 

Il Tempio di Thirukadal Mallai

Il Tempio di Thirukadal Mallai è il 64° dei 108 santuari riveriti come Divya Desam dai dodici Āḻvār, i profondi intuitori, itineranti poeti e mistici vishnuiti vissuti tra il VI e il IX secolo d.C. che esaltarono l’adorazione naturale e incondizionata verso Dio come tramite di salvezza e liberazione, contribuendo in maniera determinante allo sviluppo e diffusione del movimento devozionale Bakthi.

Fra i santi cantori, ad esser legato al tempio è Pūtattāḻvār, colui che è posseduto, secondo tradizione scaturito nel 4203 a.C. da un fiore di liquirizia e fra gli Āḻvār a cui si manifestò Viṣṇu. Nell’ordine degli asceti, soltanto i primi tre poterono bearsi della visione, leggenda tramanda infatti che in un giorno di cielo terso, nuvole cariche di pioggia comparirono d’improvviso e in un attimo si scatenò un furibondo nubifragio. Nello strepitare delle gocce, l’errante Poykaiyāḻvār trovò difesa in un angusto anfratto e a breve distanza di tempo, il diluvio condusse nel medesimo luogo Pūtattāḻvār e poco dopo, anche Pēyāḻvār. Si trovarono così a condivider un rifugio bastante appena per una persona, ma l’oscurità calata nell’infuriare della tempesta impediva all’uno di veder il volto dell’altro, finché a portar un attimo di luce fu l’impeto di un fulmine e in quel baleno, si accorsero della presenza di un quarto uomo. Per quanto effimero, il lampo dette loro modo di scorgerne i lineamenti e all’istante vi riconobbero i sublimi tratti della divinità. La gioia fu tale che ciascuno scrisse di getto 100 versi, sognando di poterne osservare ancora e per sempre il viso. Pēyāḻvār ne osannò la magnificenza; Poykaiyāḻvār immaginò la Terra farsi immensa lanterna, gli oceani distese di ghee e alimentare la fiamma appiccata dal Sole. Con altrettanta ispirazione, Pūtattāḻvār espresse desiderio di illuminar il mondo con l’ardente amore provato per l’Essere Supremo e ricamò le composizioni, facendo dell’ultima parola d’ogni strofa, l’inizio della successiva.

Attraverso le loro opere, raccolte nella silloge intitolata Nalayira Divya Prabandham, gli Āḻvār, ed in particolar modo il pensiero dei sopracitati, influenzarono le idee teologiche e filosofiche del Vishnuismo, dottrina fondata principalmente sui testi dei più antichi Purāṇa e della Bhagavadgītā.

Nel tempio, plasmato dai Pallava, poi ampliato e rinnovato nel corso dei secoli sotto la Dinastia Chola, l’impero Vijayanagara e i Nayak di Madurai, vengono ancora oggi svolte cerimonie religiose e ad essere annualmente celebrata, è anche la nascita di Pūtattāḻvār, santo-poeta a cui deve il nome con il quale anche conosciuto: Sthāla Sāyaṇa Perumal.

Egli ha raccontato che il saggio Pundarika, desioso d’incontrar Viṣṇu, colse 1008 fiori di loto per fargliene dono, dopodiché si diresse verso la costa e giunto davanti al mare, ebbe la percezione che fosse quella vastità a separarlo dal Dio degli dèi e animato da altrettanto sconfinato amore, cominciò raccoglier acqua con le mani. Pregando affinché i fiori non si appassissero, andò avanti per anni e non avrebbe smesso finché gli fosse stata concessa la grazia del darśan, il contatto visivo, ispiratore e di buon auspicio. Tanta devozione finì per toccare la misericordia del Supremo, così decise di sottrarlo alle tribolazioni e appagarne l’anima. Gli si presentò nelle fattezze di un anziano e col dire d’aver compiuto un lungo ed estenuante cammino, domandò se potesse procuragli del cibo, promettendo che nel frattempo, lui stesso a continuato a “svuotare” l’oceano. Caritatevole Pundarika non si negò, gli affidò il cestino straboccante di fiori e poi andò a in cerca di cibo. Quando fece ritorno notò che l’enorme abbassamento del livello del mare e con profonda e commossa gioia, constatò che invece dell’affamato viandante, lo stava aspettando Viṣṇu e lo trovò coricato sulla riva — Sthāla Sāyaṇa Perumal — con accanto una ghirlanda composta dai fiori di loto e il braccio destro in segno di salvezza. (P. V. Jagadisa Ayyar, South Indian Shrines, 1982)

 

Il Tempio della Spiaggia e il mistero di Sette Pagode

Mamallapuram, l'affascinante e millenaria città dell'India che la Dinastia Pallava trasformò in un tripudio di arte, cultura e spiritualità. (https://terzopianeta.info)Mamallapuram esibisce molti altri capolavori come la Grotta Trimurti, la Yali Mandapa, il Mahîshâsuramardini Mandapa con Viṣṇu coricato su Śeṣanāga, ma tra le tante opere, oltremodo rimarchevole e suggestivo, è il Tempio della Spiaggia.

Attorniato da cinta sovrastate con statue raffiguranti il toro Nandi, il santuario si erge in tutta la sua elegante leggerezza su un lieve promontorio affacciato sul Golfo del Bengala. Si tratta di uno dei più antichi e importanti esempi di complesso in stile drāviḍa dell’India meridionale e fu il primo, sotto la Dinastia Pallava, a non esser ricavato scavando la roccia.

Vide la luce durante il regno di Narasiṃhavarman II, fra il 700 e il 728 d.C. e l’architettura maggiore, costruita disponendo su cinque piani blocchi di granito finemente cesellati, si sviluppa da una base quadriforme avente una superficie di circa 225 m² e con la decorata vimana, tocca i 18 metri di altezza. Esposta ad oriente affinché sia salutata dai raggi del mattino, è introdotta da un mandapa con davanti il garbhagriha dov’è conservato il Lingam simboleggiante Śiva. Alla stessa divinità è dedicato il santuario custodito nella struttura antistante che dà accesso al Tempio e accanto ad esso, vi è quello di dimensioni inferiori votato a Viṣṇu, ritratto in posizione distesa e con quattro braccia. I numerosi bassorilievi che adornano le pareti dei tre sacrari, proseguono sulle mura esterne in una galleria a cielo aperto che comprende la scultura di un leone effigiato insieme a Durgā e poi la struttura ellittica rinvenuta durante scavi effettuati nel 1990, i cui gradini portano ad una statua monolitica ch’è la raffigurazione zoomorfa di Varaha.

Mamallapuram, l'affascinante e millenaria città dell'India che la Dinastia Pallava trasformò in un tripudio di arte, cultura e spiritualità. (https://terzopianeta.info)Sembra che negli anni in cui Mamallapuram conobbe massimo splendore, il Tempio della Spiaggia costituisse un punto cospicuo per le navi dirette al porto, si racconta che le sue torri venissero avvistati da notevole distanza, ma tradizione orale e diari di viaggio per secoli hanno ipotizzato che altre costruzioni dalla caratteristica forma piramidale potessero sorgere sul luogo, parlandone infatti come Sette Pagode.

Mamallapuram, l'affascinante e millenaria città dell'India che la Dinastia Pallava trasformò in un tripudio di arte, cultura e spiritualità. (https://terzopianeta.info)Fra i primi a riferire tale definizione fu il gioielliere veneziano Gasparo Balbi (1550-1623), facendone cenno nella relazione dei suoi anni trascorsi in Asia dal 1579 al 1588, quando descrive la breve traversata dalla città di Nagapattinam a Santhome: «Ai 29 di Maggio 1582 co’l nome di Christo demmo la vela al vento, tenendo la prora per tramontana per schivar alcune secche, che sono assai pericolose; vedevamo assai pescatori, che pigliavano di molto pesce, il quale mangiavano co’ risi. Tutta quella notte veleggiammo co vento in poppa da ostro, tenendo la prora per tramontana. La mattina seguente a tre ore di giorno fummo all’incontro d’un luogo, che si chiama Sette pagodi, sopra i quali sono otto collinette amene non molto alte, le quali sono lontane sette leghe da S.Thomè dirimpetto al quale arrivammo à mezo giorno a’ 30 di Maggio con salutarlo di tre tiri d’artiglierie». (Viaggio dell’Indie Orientali, 1590, Capitolo XXXII)

Successiva menzione ne fece il capitano scozzese Alexander Hamilton (1688-1733), in oriente dal 1688 al 1723 commerciando sia per mare che via terra:

«Near Connymere are the seven Pagodas one of which, whose Name i have now forgot, is celebrated among the Pagans for Sanctity, and is famous for the yearly Pilgrimages made there».

«Vicino a Connymere [Condjemyr/Conjemeer, Provincia di Madras, n.d.r.] ci sono le sette Pagode, una delle quali, il cui nome ho dimenticato, viene celebrata tra i pagani per la celebrazioni, ed è famosa per i pellegrinaggi annuali che vi si fanno ogni anno».

(A New Account of the East Indies, 1727, Capitolo XXVIII)

A fornire ulteriore testimonianza, non senza esprimere stupore, fu il naturalista ed esploratore francese Pierre Sonnerat (1748-1814):

«Le temple appellé les sept Pagodes qu’on voit entre Sadras & Pondichéry, doit être un des plus anciens de la côte Coromandel, parce que bâti fur les bords de la mer, les flots montent aujourd’hui jusqu’à son premier étage: c’est un phénomène que nous abandonnons aux recherches des Physiciens».

«Il tempio chiamato le sette Pagode che si possono vedere tra Sadras e Pondicherry, deve essere uno dei più antichi della costa del Coromandel, perché costruito lontano dal mare, le onde si innalzano ora al suo primo piano: questo è un fenomeno che lasciamo alle ricerche dei Fisici».

(Voyage aux Indes Orientales et à la Chine, 1782, Capitolo IV)

Nessuno di loro però ha offerto una descrizione del luogo o una motivazione al nome di Sette Pagode, mentre nel 1788 provò a darne ragione William Chambers (1726-1796) esponendo il resoconto della visita compiuta a Mamallapuram nel 1776:

«The rock, or rather hill of stone, on which great part of these works are executed, is one of the principle marks for mariners as they approach the coast, and to them the place is known by the name of the Seven Pagodas, possibly because the summit of the rock have presented them with that idea as they passed: but it must be confessed, that no aspect which the hill assumes, as viewed on the shore, seems at to authorize this notion; and there are circumstances, which will be mentioned in the sequel, that would lead one to suspect, that this name has arisen from some such number of Pagodas that formerly stood here, and in time have been buried in the waves […] The natives of the place declared to the writer of this account, that the more aged people among them, remembered to have seen the tops of several Pagodas far out in the sea, which being covered with copper (probably gilt) were particularly visible at sun rise, as their shining surface used then to reflect the sun’s rays, but that now that effect was no more produced, as the copper had since become incrusted with mould».

«La roccia o piuttosto collina di pietra, su cui viene eseguita gran parte di questi lavori, è uno dei principali segni per i marinai che si avvicinano alla costa, e per loro il luogo è conosciuto con il nome di Sette Pagode, forse perché la cima della roccia ha presentato loro quell’idea quando passavano: ma è doveroso ammettere che nessun aspetto della collina, se osservata dalla riva, sembra autorizzare questa supposizione; e ci sono circostanze, che saranno menzionate nel seguito, che porterebbero a sospettare che questo nome sia il risultato di un pari numero di Pagode che prima si trovavano qui con il tempo sono state sepolte dalle onde […] I nativi del luogo dichiararono allo scrittore di questo racconto, che le persone più anziane tra di loro, ricordavano di aver visto le cime di alcune Pagode al largo ed essendo coperte di rame (probabilmente dorato) erano particolarmente visibili al sorgere del sole, in quanto la superficie lucente allora usata rifletteva i raggi del sole, ma ora quell’effetto non veniva più prodotto, poiché il rame era stato ricoperto di muffa».

(Asiatick Researches vol. I: Some Account of the Sculptures and Ruins at Mavalipuram, 1801, p.146/153)

L’autore olandese Jacob Haafner (1754-1809), sul posto tra il 1779 e il 1781, ne dette una fotografia, riportata in Reize in Eenen Palanquin vol. 2 del 1808, che parrebbe far realtà del mito:

«Opmerkenswaardig, onder anderen, zijn zeven tempels, die zich van het strand, in eenen regten lijn achter elkanderen, meer dan eene mijl verre, als eene rif van klippen, diep in zee uitstrekken».

«Notevoli, tra gli altri, sono sette templi, che si estendono in linea retta dalla riva, uno dietro l’altro, per un miglio o più, come una scogliera di rocce, nel profondo del mare».

In ordine temporale, dopo Haafner, ne scrisse l’ufficiale civile di Madras James Goldingham, materiale anch’esso raccolto in Asiatick Research e simile al ricordo di Chambers:

«A Brahman, about fifty years of age, a native of the place, whom I had an opportunity of conversing with since my arrival at Madras, informed me, his grandfather had frequently mentioned having seen the gilt tops of five pagodas in the surf, no longer visible».

«Un Brahman, di circa cinquant’anni, originario del luogo, con cui ho avuto l’opportunità di conversare quando sono arrivato a Madras, mi ha informato, suo nonno aveva spesso detto di aver visto fra le creste delle onde le cime dorate di cinque pagode, non più visibili».

Tante ancora sono le penne roteate nel mistero, persino quella della botanica inglese Diana Ruth Wilson (1886-1969), moglie del fitologo Philip Furley Fyson (1877–1947), attraverso il libro illustrato dal titolo Mahabalipuram or Seven Pagodas pubblicato nel 1949, dove, oltre ad evocare la leggenda secondo cui i gemelli del Tempio della Spiaggia furono inghiottiti dalle acque dell’oceano per volere di Indra, infiammato di gelosia per la loro bellezza, ricorda le voci della popolazione unite nel dire «che le vette delle altre pagode, a volte possono essere viste scintillare al di sotto delle onde».

Tuttavia non c’è traccia di loro nelle memorie lasciate dai Pallava e dalle successive dinastie, particolare di non poco conto che ha sempre dato adito a credere che mai siano esistite, così come altri eventuali tesori finiti sommersi, ma nell’aprile del 2002, dando credito ai racconti dei pescatori locali, per tre giorni vennero condotte perlustrazioni subacquee da un gruppo di ricercatori del National Institute of Oceanography (NIO) e della Scientific Exploration Society. L’operazione si rivelò fruttuosa e a marzo 2003 ne fu organizzata una seconda e più ampia, grazie alla quale a circa 800 metri dalla costa e ad una profondità compresa fra 5 e 8 metri, furono scovati resti di mura, blocchi di pietra e alcuni gradini collegati a un podio. Basandosi sulla letteratura disponibile, gli archeologi attribuirono i rinvenimenti al periodo intercorso fra Mahendravarman I e Narasiṃhavarman I, e conclusero affermando che il lavoro svolto, sebbene non fosse in grado di avallare la teoria delle sette pagode, forniva «prove sostanziali per condurre ulteriori ricerche, possibilmente usufruendo di una tecnologia più avanzata e una migliore preparazione». (K. H. Vora and Sundaresh, Migration & Diffusion, Vol. 4, Nr. 16, 2003)

L’opportunità venne tragicamente offerta dal maremoto del 26 dicembre 2004, quando un sisma con magnitudo 9.1 colpì l’Oceano Indiano ad ovest dell’isola di Sumatra, provocando centinaia di migliaia di vittime. Ad annunciare l’evento, il fuggente richiamo delle acque da parte dell’onda anomala e al largo di Mamallapuram, le stesse si ritirarono di mezzo chilometro, esponendo per alcuni attimi formazioni di varia natura agli occhi dei presenti. Le dichiarazioni rilasciate dopo l’evento, nonché un leone scolpito sulla pietra ritrovato sulla riva, suscitarono l’interesse degli studiosi, per di più coscienti che la violenza con la quale la marea si era abbattuta su costa e fondali, poteva aver disgregato sedimenti formatisi in centinaia di anni, oscurando il passato della città.

Nella primavera del 2005, l’Archaeological Survey of India (ASI) coadiuvata dalla Bhāratīya Nāu Senā, la marina militare indiana, avvalendosi anche della tecnologia sonar, dette principio a scavi ed esplorazioni in un area distante poche centinaia di metri dal santuario di Śiva e Viṣṇu e fra i reperti, monete, le rovine di una muraglia alta 2 metri per 70 di lunghezza e tre templi, uno dei quali ricco di fregi e secondo gli archeologi, in origine «uguale, se non addirittura più grande del Tempio della Spiaggia», sopravvissuto al trascorrere del tempo perché a differenza di questi, concepito sulla roccia e non sulla sabbia.