Calabria: l’incanto dei borghi fra passato e presente

 
Punta dell’italico stivale, la Calabria, cullata fra Ionio e Tirreno, raccontata da alcuni degli splendidi borghi, custoditi fra scoscesi promontori, gorgoglianti torrenti, dolci colline e meravigliosi litorali: Aieta, Gerace, Morano Calabro, Rocca Imperiale e Stilo.

Io abbandonai con commozione la più bella provincia della bella Italia, più vicina al sole che ama tutti. Essa è rinfrescata dai venticelli di entrambi i mari, dall’alto dei suoi monti, dai boschi ombrosi, dalle innumerevoli sorgenti.
Federico Leopoldo, Conte di Stolberg

L’essere su tre dei suoi lati bagnata dal Mediterraneo, quindi in strategica posizione geografica, ha fatto sì che la Calabria, nel corso dei secoli, sia stata attraversata, vissuta e respirata da una moltitudine di civiltà, sul suo suolo avvicendatesi nel passaggio di popoli dalle più svariate culture e ad uno d’essi, quello greco, rendendo la gratitudine dello splendore in lei lasciato, a partire dall’VIII secolo a.C., momento in cui vennero fondate le città che per centinaia e centinaia di anni comproveranno la prosperità e l’innovazione culturale della Magna Grecia.

Da allora ad ora, guerriglie, sismi e vicissitudini umane si sono intervallate sull’arco del tempo che scorre, la regione mantenendo stretto a sé un bagaglio culturale in lei seminato nel vagabondare dell’umanità sulla sua terra, la stessa sulla quale le sue sembianze or montuose, or collinari, a tratti piane, si definiscono nella realtà paesaggistica che la rende un dipinto vivente, protagonisti del quale sono le sue località, ognuna d’esse bagaglio d’esperienze differenti fra loro e manifeste nei suoi abitanti e nelle loro usanze, per immedesimarsi nelle quali è sufficiente visitarne i minuscoli borghi, da ciascuno d’essi portandosi a casa un pezzo di mondo.

 

Aieta

Originatosi attorno al V secolo a.C. a seguito d’insediamento degli Erotri, antica popolazione dell’Italia preromana, e situato in provincia di Cosenza, a una dozzina di chilometri dal Mar Tirreno, il piccolo centro d’Aieta, quarto nella classifica de I borghi più belli d’Italia , popolato da circa 850 abitanti, si trova nell’Alto Tirreno Cosentino, all’interno del Parco Nazionale del Pollino — a livello internazionale noto come Pollino Global Geopark — il più grande della nazione, oltre che area naturale inserita nella UNESCO Global Geoparks e sito ritenuto patrimonio dell’umanità.
 
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Il suo nome proviene con ogni probabilità dal greco aetòs (αετός), «aquila», la raffigurazione del rapace ancor oggi facente parte dello stemma del paese e in storici documenti Aieta risultando al nominativo di Asty Aetou, che in letterale traduzione starebbe appunto per Città dell’Aquila.

Il territorio del Pollino, fra le cui bellezze s’adagia appunto la borgata e il cui nominativo è omonimo dell’ospitante massiccio montuoso dell’Appennino meridionale, s’estende, per poco meno di 193.000 ettari, sul confine con la Basilicata, coinvolgendo le città di Cosenza, Matera e Potenza, inglobando 24 comuni lucani e 32 calabresi.

Malgrado la ridotta vicinanza d’Aieta al mare, l’abbraccio dei promontori ne ha radicato una profonda cultura montana, in particolare modo dal punto di vista gastronomico, con tradizioni tipiche che attirano i palati di svariati turisti, i quali giungono alla meta parimenti attratti dalla moltitudine di sentieri disponibili — colleganti più paeselli quali, ad esempio, i caratteristici Papasidero, Laino Borgo e Laino Castello — che si fanno irresistibile calamita sugli appassionati di trekking, fra questi il percorso per mezzo del quale visionare il tipico giglio rosso, in un tragitto fra boscaglie di faggi e cerri battuto da tempi immani da legnaioli, pastori e contadini, oggigiorno intrapreso da coloro che ambiscano marciare lasciandosi sedurre dalle bellezze naturali del posto, agli escursionisti risultando particolarmente caro ai sensi il Monte Ciagola, che con i suoi 1462 metri d’altezza dona agli sguardi un panorama mozzafiato.
 

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Monte Ciagola

 
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Veduta dal Monte Ciagola

 
Ad appagar sete di vedute paesaggistiche fra versanti e coste si presta la tratta compresa tra Aieta e i centri litoranei di Praia a Mare e Diamante, mentre per un’avventura all’interno d’umide ad affascinanti cavità al sapor di storia, ideale è l’esplorazione della zona archeologica del Monte Calimaro, all’interno della cui grotta è possibile imbattersi nei resti del vecchio insediamento enotrio di Aieta Vetere.

Per gli amanti di passeggiate maggiormente rilassanti e contemplative è il centro storico ad aprirsi alla vista nelle sue candide casupole dai tetti rossastri, a cui son stretti vicoli acciottolati a far da capillari arterie — il più piccolo, della larghezza di soli 52 centimetri, noto come Vico dei baci — nelle quali spiccano colorate panchine, minuscole fontanelle di piazza, incisioni sulle pietre e cortili dove ancora gli infanti possono dilettarsi nel gioco di strada, come se il tempo si fosse fermato a qui meravigliosi anni in cui il soave eco delle loro risate era ancor abbondantemente condotto dal vento all’udito di adulti, compiaciuti nell’ascoltarne il prezioso e rigenerante suono vocale.

Al centro dell’abitato spicca il Palazzo Spinelli, un imponente edificio del XVI secolo, raro testimone di rinascimentale architettura eretto dalla famiglia Martirano, ampliato dai marchesi Cosentino e in ultimo acquisito dagli Spinelli di Scalea, attualmente di proprietà comunale; costruzione su tre piani con prigione, cisterna dell’acqua e cantine nei sotterranei, quindi cappella, corpo di guardia, sale del ricevimento e della musica, cucine, dispensa e ufficio del marchese al pianoterra, infine zona notte al primo piano, il complesso è in pianta a U, con cinque archi e un ampio loggiato; numerosi gli affreschi all’interno di quello che, dal 1913, si pregia del riconoscimento di monumento nazionale.
 

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Palazzo Martirano-Spinelli

 
È invece la Chiesa Santa Maria della Visitazione, costruita nel XVI secolo su precedente assetto normanno, a detenere il primato di basilica più importante di Aieta, con struttura a croce latina su tre navate, un bellissimo portale in pietra, affiancato da pilastri decorati a volute, pareti adornate da magnifici affreschi, dipinti a tavola e un crocifisso in legno intagliato a mano, testimone di devota pratica d’artigianato locale dei tempi; in più una croce argentata con il fusto a tralcio di vite e una pala d’altare, entrambi cinquecenteschi, un pregevole organo Bossi-Prezioso di scuola napoletana, una rarissima icona della Madre di Consolazione, la pala d’altare raffigurante la Visitazione ad opera dell’artista partenopeo Fabrizio Santafede (ca. 1555-1626) e la Madonna del Carmine eseguita dal pittore olandese, Dirk Hendricksz Centen (1544-1618), anche noto al nome di Teodoro d’Errico, il cui stile fiammingo ebbe notevole impatto artistico sulla pittura meridionale del periodo.
 
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Chiesa di Santa Maria della Visitazione

 
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Fabrizio Santafede (ca. 1555-1626), La Visitazione, 1580

 
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Organo Bossi-Prezioso

 
Fra abitazioni, palazzi nobiliari e religiosi, Aieta ricama le sue radici anche in ambito tessile, in essa, nei primi anni del Novecento, venendo importati dall’Inghilterra innovativi macchinari, figli della Rivoluzione Industriale del diciottesimo secolo, con funzionamento sia manuale che a motore, tramite pulegge, per la lavorazione della lana, e nonostante tali apparecchiature non siano purtroppo giunte ai nostri giorni, ne è rimasta l’anima nelle vene degli abitanti d’Aieta, alcuni dei quali mantengono viva la tradizione del ricamo, del lavoro a maglia e dell’uncinetto, a questo proposito nascendo l’associazione culturale I Fili del Rinascimento, in aggancio a trascorse manifatture da riproporre oltrepassando i secoli, realizzando ed esponendo le opere presso La casa degli antichi Mestieri, tappa che si rivela occasione di un tuffo nel folklore dall’eco lontano, allo stesso tempo ancora vivo e pulsante, aperto ad ogni visita che voglia carpirne la potente valenza delle precise, quanto affettive, manifatture di pazienti mani all’opera fra memoria e immortalità.

In certi paesi della Calabria si respira l’odore delle cose antiche, del rispetto, dell’accoglienza, della scoperta, della meraviglia.
Fabrizio Caramagna

 
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Morano Calabro

Come Aieta, Morano Calabro, le cui prime prove d’esistenza si certificano al II secolo a.C., s’adagia, in provincia di Cosenza, nel Parco Nazionale del Pollino, per l’esattezza nella valle del fiume Coscile, e la sua pittoresca conformazione gli è valsa il natalizio nomignolo di “presepe del Pollino”, data l’estrema vicinanza delle sue casette che sembrano addossarsi l’una all’altra.
 
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A padroneggiarle dall’alto è il Castello Normanno Svevo, fortino d’origini in epoca romana che, durante la signoria dei Sanseverino di Bisignano, nel XVI secolo venne restaurato, sotto la guida dei migliori architetti napoletani, come dimora estiva di Pietro Antonio Sanseverino (1500-1559), residenza della quale, a conseguenza sia dei bombardamenti francesi del 1806 che della sciagurata gestione della famiglia Spinelli di Scalea, che l’ebbe in proprietà dal 1600 fino alla fine del 1800, la quale ne permise l’asportazione di travi e blocchi di tufo, rimane parziale struttura, il cui interno è ad ogni modo culturale bagaglio di opere d’arte dal considerevole valore nazionale, grazie al ricavo, in ottica di ristrutturazione conservativa, d’una sala polivalente deputata a più iniziative.
 

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Castello Normanno Svevo

 
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Castello Normanno Svevo

 
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Castello Normanno Svevo

 
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Castello Normanno Svevo

 
Nei pressi del Castello c’è il Nibbio, un museo naturalistico privato dove fauna e flora del Pollino vengono riproposte mediante ricostruzione di ambienti; il Museo dell’Agricoltura e della Pastorizia, sito in via Giudea, racconta la storia della civiltà agricola esponendo le attrezzature che furono strumenti primi del lavoro agrario della comunità dei moranesi.

Interessanti, come in tutti i borghi calabri, sono le architetture religiose, una fra le più degne di visita è la Chiesa di San Bernardino, che vide la luce, in stile tardo-gotico, nel 1452, per volere dei Francescani Osservanti, titolata al teologo San Bernardino da Siena (1380-1444): il portico antistante, con facciata a quattro arcate a tutto sesto, in aggiunta a una laterale, indossa quanto rimane di affreschi del 1499 e giallo è il colore predominate degli altri due portali, realizzati in pietra di tale sfumatura, la medesima che, in punta d’ocra alternata al verde, colora la cupola e il campanile maiolicati della Collegiata di Santa Maria Maddalena, medievale polo d’attrazione che si trova nella piazza principale del paese e la cui sacrestia è adombrata da seicenteschi soffitti lignei cassettonati magistralmente dipinti, con statua in legno del XVII secolo raffigurante la Santa e collocata nella navata di sinistra. L’interno vanta una collezione d’opere d’arte di tutto rispetto, che portano l’edifico ad essere considerato una sorta di museo, dato il suon indiscusso patrimonio storico-artistico.

La Chiesa di San Nicola di Bari, due fabbricazioni dal baroccheggiante aspetto, la superiore dedicata al Santo, l’inferiore a Santa Maria delle Grazie, si trova invece nell’omonimo rione, in alternativa conosciuto come Corso Fettuccia, la strada più variopinta di tutto il borgo e con la particolarità di abitazioni sulle cui porte sono state applicate delle targhette che recitano frasi narranti i vissuti dei precedenti inquilini; risalendo il lungo e stretto corso, rallegrato dai colori dei fiori che giocano a scambiarsi tinte nei vasi, talvolta posizionati su panciute botti, non passa inosservata la porta di quella che fu la Cantina di Liborio, condotta da tre generazioni e in tempi passati unico punto di ritrovo per i moranesi, nella quale, il giorno dell’Immacolata Concezione veniva dedicato al remoto rito della spillatura delle botti.
 

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Chiesa di San Bernardino

 
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Chiesa di San Bernardino

 
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Chiesa di San Bernardino
Madonna con Bambino e i Santi Francesco e Bernardo

 
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Collegiata di Santa Maria Maddalena

 
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Chiesa di San Nicola di Bari

 
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Collegiata di Santa Maria Maddalena

 
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Bartolomeo Vivarini (ca. 1430-1491), Polittico Sanseverino, 1477

 
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Bartolomeo Vivarini (ca. 1430-1491), Polittico Sanseverino, 1477

 
L’evento, che rispondeva al nome di Parciavutta, rivive oggigiorno in quasi tutti i comuni del Pollino e in quello di Mormanno si svolge sfida, della durata di tre giornate, fra i suoi quattro quartieri, che si confrontano nella speranza di raggiungere la vittoria attraverso il miglior allestimento delle rispettive cantine, dette “vuttari”, proponendo in assaggio un’accurata selezione di prodotti tradizionali.

Ulteriore e rievocante avvenimento, che ha luogo il 18 agosto, è la Notte dei Lumi, durante la quale la borgata illumina i propri viali con un migliaio di lumi e negli stessi s’esibiscono vari artisti secondo un itinerario in cui il visitatore viene guidato, al capolinea potendo gustare le prelibatezze preparate dalle donne del paese; musica e gioia la fanno da padrone e un alone di romanticismo aleggia nell’aria nel famoso Vicolo degli Innamorati, anfratto di borgo dove in tempi andati all’amata venivano rubati dalle labbra passionali baci, da scambiarsi fra un muro e l’altro.
 

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Chiesa di San Nicola di Bari

 
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Corso Fettuccia, Porta San Nicola:
“Non serve a niente una porta chiusa:
la tristezza non può uscire e
l’allegria non può entrare”.
Luis Sepúlveda

 
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Rione San Nicola

 
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Rione San Nicola

 
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Rione San Nicola

 
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Rione San Nicola

 
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Notte dei Lumi

 
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Notte dei Lumi

 
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Notte dei Lumi

 
Morano Calabro, frizzante perla calabra dalle mille sorprese, oltre a presentarsi ai turisti fra meraviglie paesaggistiche e architettoniche, pullula di locale artigianato d’eccellente manifattura, tramandato di padre in figlio in più settori, quello del rustico mobilio, delle luccicanti pentole di rame e delle magnifiche ceste di vimini, intrecciate con elogiabile maestria, tra un filo e l’altro narranti lodevoli abilità che s’annodano alla memoria del fortunato viaggiatore in errante passaggio tra esistenze profumate di passione.

Se vai in Calabria sentirai che c’è un odor di Calabria come c’è un odor di neve, come c’è un odor di sole.
Anselmo Bucci

 
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Gerace

Con quasi il triplo d’abitanti rispetto ad Aieta, Gerace, d’ipotizzata fondazione fra l’VIII e il VII per mano dei coloni greci, è incantevole borgo appartenente alla città metropolitana di Reggio Calabria, nel 2015 valutato come settimo, per bellezza, in una graduatoria di venti borghi italiani e il cui carisma dei tratti medievali è perla contenuta all’interno del Parco Nazionale dell’Aspromonte, omonimo del gruppo montuoso dell’Appennino calabro.

È fra le sue pareti, precisamente sulla rupe di Arenaria, che Gerace s’incastona in una posizione che nei tempi che furono gli valse ampia protezione nei confronti d’eventuali invasioni, rimanendo lo stesso celato e protetto, parallelamente dalla sua postazione potendo osservare ad ampio raggio, da un’altitudine di 500 metri sul livello del mare, la sublime veduta dello Ionio e dell’intera Locride, così viene definita l’area dei Reggio Calabria, con 42 comuni annessi, che s’affaccia sulle sue salate e turchine acque.
 
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Scenario da capogiro è similmente discernibile dal Castello, fortilizio d’impianto normanno, probabilmente costruito nel VII secolo d.C., che domina l’intera valle e il paese di Antonimina, cittadina famosa per le sue sorgenti d’acqua clorurata, impiegata a fini riabilitativi nei suoi stabilimenti termali; diroccato da vari e calamitosi sismi, del maniero si mantengono in discrete condizioni una grande torre, alcune mura scavate nella roccia e alcune rovine sparse qua e là, tuttavia nel visitarne i ruderi e dotandosi di una buona dose d’immaginazione, riuscendo a visualizzarne a ritroso gli scomparsi settori, quali un cortile interno di cui rimangono in piedi alcune colonne, un ponte levatoio rivolto ad oriente, un ampio pozzo, l’armeria e ambienti di vario genere, precipitando la vista nei circostanti dirupi.

Nella zona delle Bombarde, ossia le spianate sulle quali correvano le mura di cinta, è interessante addentrasi qualora si vogliano osservare le antiche postazioni dove venivano sistemati i cannoni a difesa dell’intera costa ionica, forse il punto panoramico più spettacolare di Gerace.
 

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Castello normanno

 
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Castello normanno

 
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Veduta dal Castello

 
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Porta del Sole

 
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Bombarde

 
Alternativo epiteto di Gerace è “città sacra”, tale soprannome trovando fondamento nella storica moltitudine di architetture religiose sul suo suolo, 17 quelle rimaste fra Chiese, conventi e monasteri, in mezzo ai quali spicca la basilica concattedrale di Santa Maria Assunta, consacrata nel 1045 e riconsacrata nel 1222, una delle più celebri e ragguardevoli edificazioni della regione e, sebbene la sua datazione ufficiale non sia certa, all’opposto ben chiare sulle sue mura appaiono le svariate ristrutturazioni susseguitesi nei secoli, fra stile normanno e romanico, con tocco barocco nella sontuosità degli altari.

La stessa è composta di due parti ben definite:

• una cripta, nella zona sottostante, con tre navate sorrette colonne e capitelli riconosciuti come provenienti dai sacri templi della Magna Grecia e un passaggio verso parecchie grotte, plausibilmente residenze dei monaci; è uno stupefacente cancello in ferro battuto, databile al XVIII secolo, a porsi come ossequioso accesso alla cappella della Madonna dell’Itria, le cui pareti sono illustrate con scene, in candido marmo su una base nera, dedicate alla stessa e marmorea è anche la statua della Beata Vergine, che troneggia sull’altare;

• la basilica al di sopra, dalla vasta superficie, nella quale il trio di navate è sorretto da una ventina di colonne e due enormi pilastri, abside medievale, cupola e cappellone dedicato a san Giuseppe; una zelante opera a mosaico, del XII secolo, effigiante il Cristo — alla sua sinistra il duca di Puglia e Calabria, primo sovrano del Regno di Sicilia Ruggero II (1095-1154), alla sua destra il vescovo cittadino Leonzio II (?- ca. 1143) — fu protagonista all’interno del tempio fino alla sua distruzione, avvenuta nel XVIII secolo.

All’interno della Cattedrale è possibile visitare il Museo di Gerace, nel quale sono protetti tutti i paramenti sacri, i tesori e gli arazzi, mentre è piazza Tribuna ad ospitare il Museo civico, custodente i reperti archeologici dell’antica Locride, coprenti un periodo che va dall’età del ferro al Medioevo.
 

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Basilica concattedrale di Santa Maria Assunta e Porta dei Vescovi

 
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Basilica concattedrale di Santa Maria Assunta

 
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Basilica concattedrale di Santa Maria Assunta

 
Stile puramente gotico è invece prevalente nella Chiesa di San Francesco, sorta nel 1252, con un portale laterale i cui adornamenti portano tocco arabo-normanno; l’altare maggiore e l’arco trionfale esplodono in una sfarzosità comunque barocca, testimoniata dai ricchi intarsi multicolori, riconducibili al 1644 e, passato quest’ultimo, vi è il solenne sarcofago del principe Nicola Ruffo, discendente dei Ruffo di Calabria, una fra le sette maggiori dinastie del Regno di Napoli e famiglia dell’aristocrazia italiana tra le più antiche e e titolate.

Il mausoleo porta in esso scolpito l’anno 1372 e l’opera di un artista pisano, presumibilmente attribuibile alla scuola di Tino di Camaino (ca. 1280-1337), architetto e scultore senese specializzato nella realizzazione di monumenti funebri.

Ai tempi la Chiesa era settore di un convento di Minori Francescani, fondato nel XIII secolo dal presbitero San Daniele da Belvedere (?-1227), devastato dal terremoto del 1783 e poi adattato a carcere; del cenobio hanno resistito al catastrofico evento solamente una porzione del chiostro e un caratteristico pozzo.
 

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Chiesa di San Francesco, Altare Maggiore

 
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Decine sono le variabili estetiche, strutturali ed artistiche nelle quali soffermarsi in ambito liturgico in Gerace ed altrettante le architetture civili dei vari palazzi nobiliari in pietra, ma è nel centro storico che la vita batte i suoi colpi fra produzione d’olio, vini, abbondanza d’agrumi, lavorazioni a mano di terrecotte, crete, ceramiche e ancora le botteghe, di artigiani vasai che un tempo lavoravano l’argilla, mentre a livello di svago vari sono i passatempi offerti dalle assolate spiagge, nelle quali condividersi con la freschezza del mare, oppure dalla montagna, praticandone gli sport caratteristici o semplicemente passeggiandola nel frattempo rimirando uliveti e vitigni che s’estendono nei dintorni, come poesie scritte dalla natura sulle sue terre delle quali gustare gli infiniti sapori tra pesce, salumi e formaggi tipici, pasta tirata a mano e dolciumi del posto in cui miele e mandorle la fan da protagoniste; molti sono gli eventi e le sagre proposte durante le quali deliziarsi il palato con specialità culinarie negli stand appositamente allestiti e uno fra i più celebri è Il Borgo Incantato, un festival internazionale dell’arte di strada che si svolge annualmente alla fine di luglio, durante il quale trampolieri, funamboli, giocolieri clown, mimi e mangiafuoco rallegrano piazzette e viuzze in una kermesse vivace e coinvolgente, regalando divertimento da annoverare nei ricordi insieme a gusto e cultura.
 

Tra i crinali di Bovalino e Ardore si apre un’ampia vallata, e per piacevoli stradine scendemmo verso deliziosi vigneti, campi di mais e fichi (se esiste una parola simile), dove la nostra guida contadina ci caricò di frutta e ci lasciò. Decidemmo di non entrare nella città di Ardore, poiché non aveva un aspetto molto gradevole e vedere tutte le città della Calabria avrebbe occupato troppo tempo; così, risalendo la collina su cui si trova, attraversammo la stretta cresta e scendemmo di nuovo verso il mare, che ora ci separa da Gerace sulla sua notevole collina. Verso mezzogiorno ci riposammo in un’osteria sul ciglio della strada, per l’ombra e i cocomeri (si comprano tre dei più grandi per 21 grani); e, continuando ad arrancare lungo l’ampia e polverosa strada pianeggiante, passammo Condajanni sulla nostra sinistra – apparentemente molto pittoresco – e poco dopo arrivammo alla Torre di Gerace, una singola torre del Medioevo, che si erge sul bordo della riva del mare, nel punto che gli antiquari riconoscono come il sito indubitabile dell’antica Locride. Fondazioni di edifici antichi esistono in gran parte in tutti i vigneti circostanti, e innumerevoli monete vengono dissotterrate dai braccianti. Molto bella è quella torre grigia, che si erge tutta sola sulla roccia in mezzo alle onde blu, con lo sfondo della graziosa collina di Gerace, e i tanti profili di montagne più lontane e più alte. Intorno ai piedi della torre locrese, e su tutta l’arenile, o spiaggia, crescono in abbondanza i più bianchi amarilli, che riempiono l’aria con il loro delizioso profumo. All’una e mezza abbiamo lasciato il lato del mare e, arrivando presto all’ampia fiumara, il fiume Merico, che scorre sotto Gerace, lo abbiamo attraversato e da lì abbiamo iniziato la lunghissima e graduale salita che porta a questo luogo grandioso e pittoresco, dove siamo arrivati alle quattro e mezza del pomeriggio. Gerace, una delle tre Sott’intendenze, in cui è suddivisa la Calabria Ulteriore, è un’ampia città, ricca di palazzi splendidamente ubicati, situata su uno stretto dorsale roccioso, ogni parte del quale sembra essere stata violentemente colpita da terremoti — spaccature, crepe, voragini, con abbondanti danneggiamenti ai campanili, e una generale apparenza di instabilità dei muri e delle case. Verso nord-ovest, la cresta affilata della roccia termina bruscamente in un precipizio che su tre lati è perfettamente perpendicolare. Qui si trovano le rovine scure e fatiscenti di un massiccio castello normanno, da cui, attraverso un sentiero in salita, si può raggiungere la valle sottostante; ma tutte le altre parti della città sono accessibili solo da due strade tortuose sul versante orientale e meno precipitoso. La significativa altezza dove questo luogo è situato, e l’essere isolato, gli conferiscono panorami tra i più vasti e magnifici in assoluto: quello verso il mare, delimitato da Rocella a nord, e Capo Bruzzano a sud; mentre le catene montuose interne verso ovest, sono sublimemente interessanti. Gerace, infatti, è di gran lunga l’oggetto più grandioso e orgoglioso in posizione generale, e come città, che abbiamo ancora visto in Calabria. Il Consigliere da Nava ci aveva consegnato una lettera a Don Pasquale Scaglione, che abita in una delle più prestigiose case della città e che le cui finestre si affacciano sul mare di levante. Don Pasquale, una persona affascinante e galante, ci accolse calorosamente; e dopo aver bevuto la solita neve e il solito vino, e averci messo a nostro agio con un po’ d’acqua e una mezz’ora di sonno, ci preparò un’ammirevole cena – anche se la loro avevano terminato di mangiare da tempo. Niente è più cortese e lodevole dell’ospitalità di questa famiglia, che mi ricorda gli Abruzzesi più di tutti i calabresi finora conosciuti. Dopo cena, siamo usciti verso i precipizi insicuri del Castello, magnificamente aggrottato nella sua decadenza; ma il vento, per il quale anche nelle giornate limpide Gerace è nota, era troppo forte per permettere di disegnare beatamente, così abbiamo passato la serata a casa in conversazione.

Di buon’ora abbiamo vagato nei pressi del paese, costeggiando il mare, e abbiamo disegnato fino alle undici, meravigliandoci dell’infinità di immagini che si presentano da ogni lato; ogni roccia, Santuario o palazzo a Gerace sembravano essere sistemati e colorati apposta per gli artisti, e l’unione di linee tracciate da natura e arte è sorprendentemente deliziosa».

Edward Lear, Journals of a Landscape Painter in Southern Calabria, 1852

 

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Edward Lear (1812-1888), Gerace, 1852

 

 

Rocca Imperiale

Rinomato per i suoi limoni, dal 2011 a marchio comunitario IGP, ed anch’esso in provincia di Cosenza, Rocca Imperiale è il centro abitato più settentrionale della Calabria, sul confine con la Basilicata e lambito dalle marine acque dello Ionio, nel XIII secolo unico varco comunicativo tra la regione e le Puglie, sulla fascia costiera ionica.
 
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La sua storia ebbe a partire dal 1220 circa, quando l’imperatore del Sacro Romano Impero, Federico II di Svevia (1194-1250), della patrizia famiglia Hohenstaufen, diede direttive per edificarne il Castello Svevo, con originaria forma quadrangolare a otto torri, mura merlate e classico fossato a protezione sull’intero golfo di Taranto, utilizzato da arcieri e balestrieri prima che la polvere da sparo facesse capolino fra le armi.

Varcando il suo ingresso un barocco scalone con grandi archi accoglie i turisti e al termine della gradinata si possono visitare le cucine e gli ambienti atti alla panificazione, quindi passando per la Piazza d’Armi dove, come in un avventuroso romanzo, fantasticare su quelle che furono le varie tecniche di difesa, a partire dagli archetti delle caditoie dai quali veniva versata la pece bollente.
 
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Dai suoi 200 metri d’altezza, il centro abitato venne a svilupparsi a gradinate che partono dalla sua base, ad esso collegandosi tramite ristretti ed erti viottoli, al presente restituendo la bellezza assoluta di un paese senza tempo in cui ancora si respira una densa atmosfera medievale, con edifici, civili e religiosi, il cui valore storico si palesa all’istante, assurgendo a mistica dimensione oltre soglia del Monastero dei Frati Minori Francescani, autorizzati alla costruzione dello stesso nel 1562 ed adoperatisi a tale scopo per un abbondante ventennio, ultimandolo secondo i modelli classici dell’architettura francescana, ossia porticato, chiostro, chiesa, cisterna e celle; al suo interno sosta il Museo delle cere, le stesse raffiguranti, a grandezza umana e con incredibile somiglianza, personalità religiose, artistiche e politiche che diedero il loro contributo allo sviluppo economico, sociale e culturale della nazione.

All’Assunta è consacrata la Chiesa Madre Assunzione della Beata Vergine, primissima costruzione sacra di Rocca Imperiale, in stile romanico, seguita a quella del Castello e messa alle fiamme, nel 1644, dai Turchi come vendetta nel non essere riusciti ed espugnare la fortezza, incendio che tuttavia non riuscì a sfregiare il raffinato campanile, in stile siculo-romano, risalente al XIII secolo, con rosone del Trecento.

Nella Cappella del SS. Rosario, teoricamente del XVI secolo, s’elevano, fra splendore e resistenza, sculture in legno costruite nel settecento secondo le linee guida della scuola napoletana, mentre è l’altare maggiore a pregiarsi della presenza di una seicentesca statua della Madonna del Rosario.
 

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Chiesa Madre Assunzione della Beata Vergine

 
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Monastero dei Frati Minori Francescani

 
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Monastero dei Frati Minori Francescani

 
Rocca Imperiale viene metaforizzata come porta d’ingresso alla Calabria, con una veduta paesaggistica che si materializza come una piramide che le sue architetture soavemente degrada dalla collina alla pianura, avvolgendo il pendio un benefico e piacevolissimo clima, nell’olfatto effondendosi una brezza marina screziata d’agrumi; i suoi limoni si giovano di condizioni atmosferiche ottimali, quelle che ne han permesso una produzione che attualmente è la più importante tanto della provincia quanto dell’intera zona dell’alto Ionio.

“Nostrano di Rocca Imperiale” è il nome con cui viene alternativamente appellato il profumatissimo frutto di forma allungata, vestito d’un giallo carico, il cui succo, totalmente privo di semi, si pregia del giusto equilibrio fra aroma, molto intenso, e acidità, nell’elegiaco componimento in dote solo al creato.
 
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Vere poesie riecheggiano invece fra le strade del centro quando, nell’ultima settimana d’agosto, s’apre il Federiciano, annuale festival artistico di poesia che porta il borgo a popolarsi di poeti, sia italiani che esteri, in brama del riconoscimento che a soli due di loro permetterà di vedere i loro versi resi immortali su stele di ceramica maiolicata, poi appese ai muri delle abitazioni, riportando in vita lo spirito letterario di Federico II, al quale è titolato il premio, in onore al suo esser stato il primo ideatore della Scuola Siciliana, la prima di poesia in Italia.

Completano il piccolo universo calabro ampie aree naturali nelle quali destreggiarsi fra salutare movimento e pacifico relax, contornate da spiagge a pochissima distanza dal centro storico, che si delineano per circa sette km fra possenti scogli, ghiaia e tiepida sabbia baciata dal sole sulla quale abbandonarsi ai raggi dello stesso, lanciando curioso sguardo alla cinquecentesca Torre di Guardia, quindici metri d’altezza, su base quadrata, elevati al cielo nell’area litoranea, durante il viceregno spagnolo, come installazione di cannoni da difesa, dei cui boati percepire l’eco a ritroso, fra un’onda che s’increspa e un gabbiano che fende il vento garrendo beato.

Il paesaggio calabrese, è un paesaggio di forme distese e quasi spianate, un paesaggio essenzialmente di lunghezza, in cui la luce gioca fra massa e massa di rilievo, tra solco e solco di fiume e di fiumare, formando successioni di quinte in ombra e in sole, sino alle pareti dei grandi rilievi terminali, mentre il mare continua, con la linea del suo orizzonte, quella delle alture e la congiunge ai profili e ai piani di altre alture, facendo da sfondo a grandi quadri dai cieli altissimi e luminosissimi.
Giuseppe Isnardi

 
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Stilo

Posto a 400 metri sul livello del mare, in provincia di Reggio Calabria, Stilo si reputa abbia avuto origine dopo alla devastazione, nel 389 a.C., della città magno-greca di Cauloni (Kaulon), per mano del militare, tragediografo e despota di Siracusa Dioniso I, o Dionigi, di Siracusa (432 a.C. – 367 a.C.), alla quale seguì, dopo una provvisoria rinascita, nel 270 a.C., in alleanza con Roma, una seconda demolizione ad opera dalle milizie capeggiate dal condottiero e politico cartaginese Annibale (247 a.C. – 183 a.C.), doppietta distruttiva che avrebbe spinto i residenti, intimoriti anche delle invasioni longobarde, a cercare un luogo maggiormente preservato e salvaguardabile, individuandolo appunto alle pendici del monte Consolino, attuale postazione.
 
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In periodo medievale torri e cinta murarie difendevano assiduamente il borgo e cinque erano le porte d’accesso: Porta Cacari, Porta Terra, Porta Scanza Li Gutti e le due uniche rimaste, ovvero Porta Reale, in esigui resti murari, e Porta Stefanina, l’unica ben mantenutasi; quest’ultima, da un lato s’appoggia alla, Chiesa di San Domenico, a croce latina e con originaria cupola seicentesca; le sue mura abbracciano le cappelle delle patrizie famiglie locali e la stessa, fino al 1783, faceva parte di un convento domenicano raso al suolo dal sisma di quello stesso anno.
 

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Porta Reale

 
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Porta Stefanina

 
Minuscola chiesetta bizantina degna di tappa è la Cattolica, ai piedi del Consolino, forma quadrata, muratura in mattoni e cinque piccole cupole ne conferiscono un aspetto quasi intimo e casereccio, ai tempi punto di ritrovo per eremiti che abitavano nelle medesime zone; le pareti interne indossano ciò che rimane degli affreschi purtroppo soggetti all’usura del tempo, nei quali si riconoscono comunque le immagini dei Santi.
 
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Cattolica

 
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Cattolica

 
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Cattolica

 
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Cattolica, Cristo Pantocratore

 
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Cattolica, Dormitio Virginis

 
Fra le architetture militari risalta il Castello Normanno, eretto, nel 1072, per volontà di Ruggero II di Sicilia “il Normanno” (1095-1154), duca di Puglia, Calabria e primo sovrano del Regno di Sicilia, la cui parte centrale era una cappella con quattro altari, più un quinto principale, ancora visibili.

La sua inviolabilità era garantita da una cinta — oggi ridotta in pochi ruderi dopo essere stata distrutta dai francesi nel XVIII secolo — riccamente fornita da opere di difesa e genialità architettonica dei tetti erano fenditure nelle quali raccogliere l’acqua piovana, ma a spezzare i sensi è il panorama diretto sulla vegetazione sottostante in corsa diretta verso il mare.
 

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Castello Normanno

 
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Castello Normanno

 
Il patrimonio culturale non s’esaurisce fra luoghi di culto e Castello, ma prosegue nell’abbondanza di palazzi gentilizi sparsi nel centro storico, in aggiunta all’attrattiva di monumenti a testimonianza del sodalizio arabo-bizantino, un esempio è la Fontana dei delfini, o Gebbia, con due delfini attorcigliati, di stampo arabo, posti su una base con tre archi, tipicamente barocca.
 
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Fontana dei delfini

 
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Fontana dei delfini

 
I musei presenti spaziano dall’arte sacra alla moderna, dall’archeologia alla pura pinacoteca, soddisfacendo la smania di sapere ed anche quella di lettura qualora si entri nella Biblioteca Civica, fornita di circa 10.000 testi consultabili.

Profumo di natura si può profondamente inspirare ovunque in Stilo, la valle prestandosi a pratica di trekking, a libere camminate o a tour guidati per potersi godere l’Aspromonte su più itinerari oppure lasciandosi sedurre dalle rievocazioni storiche visionando il Palio di Ribusa, uno fra i tanti eventi del paese, certamente il più avvincente, occasione estiva, per la città, di addobbarsi a festa per abbandonarsi a danze e musiche in sfondo alla competizione che richiama alla vita le antiche tradizioni della contea di Stilo e dei suoi cinque casali, fra cavalli e cavalieri, nel fascino dei loro costumi.
 

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Palio di Ribusa

 
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Palio di Ribusa

 
Il centro storico si tramuta e s’abbellisce più di quanto già non lo sia, nei suoi vicoli accendendosi entusiasmi e voglia di far festa, quindi i suonatori incantando con le loro musiche sulle note di vecchi liuti e flauti, gli artigiani proponendo singolari e uniche creazioni in ricordo di ormai scomparsi mestieri, i saltimbanchi trasformando in risate i sorrisi, le fiaccole illuminando gli animi e il buon cibo accontentando le gole, in un turbinio di colori, suoni e profumi che si leva da una piccola cittadella sullo sfondo di una grande regione, figlia delle sue nutrite, ardenti, idilliche e fitte radici, ferme nella sua terra e germinanti nel cuore di chiunque vi posi piede.
 

Calabria
Leonida Repaci

Ti amo Calabria
per gli assorti silenzi delle tue selve
che conciliano i sogni dei pastori
e le estasi degli eremiti.

Ti amo per quel fiume di alberi
che dalle timpe montane
arriva ai due mari
a bere il vento del largo
frammisto all’aroma del mirto.

Ti amo per le solitarie calanche
chiuse da strapiombi di rocce
che prendon colore dell’alga
nata dallo spruzzo dell’onda.

Ti amo per le spiagge deserte
bianche di sole e di sale
dove fanciulli invisibili
sorelle di Nausicaa
corrono sul frangente marino
i piedi slacciati dai sandali.

Ti amo per la fatica durata
a domar le montagne, a bucarle,
a intrecciarle a festoni di pergola,
a cavarne grasse mammelle
di moscato d’oro per mense di dei.

Ti amo per l’aspro carattere
fortificato da solitudini
secolari, bisognoso
di poche essenziali parole
mai vacillante
davanti alla congiura dei giorni.

E un giorno non troppo lontano
unito a te nella zolla
saro’ anch’io Calabria,
saro’ il fremito dei tuoi alberi,
il murmure della tua onda,
il sibilo dei tuoi uragani,
il profumo delle tue siepi,
la luce del tuo cielo.

Si dira’ Calabria e anch’io
saro’ compreso in quel grande
e immortale nome, anch’io
diventato un ulivo
dalle enormi braccia contorte
spaccate dal vento dei secoli,
anch’io saro’ favola al canto
che sgorghi improvviso
come acqua dal sasso
dalle labbra di un giovinetto pastore
dell’Aspromonte, davanti
al fuoco ristoratore
di un vaccarizzo odoroso
di latte e di redi
nella lunga notte invernale.

 
 
 
 

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