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“Un marchettaro”, lirica di Antonio Asmodeo

 
 

Un marchettaro

di Antonio Asmodeo

 

Tutte quelle maledette mattine,
scossi dalla falsa morte,
buttati giù dal letto,
simili a sacchi di farina,
interrotti nei sogni profumati
come cracker spezzati.
Tirando avanti, con un caffè nero,
istantaneo come lo scatto del Giaguaro.
Così caldo da ustionarti l’anima
Diluendo uranio nelle vene spelacchiate.
E poi nelle strade, ancora assonnate
Tra quei visi rimbambiti,
Dall’innaturale veglia.
A spezzare la vita
In due o tre momenti,
Chiamandole stagioni
E aspettando la quarta:
Una boccata d’aria.
E poi percorrere le strade buie,
All’andata, al ritorno, al riposo.
Incrociando le puttane, stanche
Per un’altra notte d’elemosina
Imprigionati nelle nostre auto
Con il computer sul sedile
E il telefono, un amico minaccioso
Strizzando l’occhio al capriccio:
ed è luce che spezza l’inquietudine,
Di non sentirti solo, mentre vai
per un altro giorno ancora,
fino alla tua cella.
Non ti diranno mai cos’è
O che quella prigione è il tuo l’inferno
E che fino a quando creperai,
sei tu quell’inferno,
lamento di un altro piromane disperato.
E altre fottute ore e minuti e secondi,
e respiri e momenti di quiete
fianco a fianco
con uno sconosciuto
che vorresti uccidere
o vedere altrove, lontano da te.
Perché troppo stupido e troppo morto
E troppo alieno,
Per sopportare la sua puzza
e negarti lo spazio rubato dai suoi vermi.
E poi i capi, i colleghi
i direttori di usura
e la carabina puntata
mentre con la vanga tra le cosce
scavi e curvi la schiena,
spremendo le meningi,
con un’altra pillola di naprossene
a darti la tregua,
dal martellante, inutile, insensato,
andare avanti e indietro,
e poi un’altra sera, un altro pezzo di carta,
un altro foglio riempito
sperando di fuggire via,
rinunciare a quella misera carità
quando ormai è tardi,
e devastato appoggi il cranio sul cuscino
anallergico, sterile, tessuto dalla morte
sperando domani
di non sentirti anche tu quella puttana,
quella che incontrerai al nuovo inizio
rincoglionito nella tua auto
mentre vai sornione al tuo posto
nel tuo ufficio là,
dove muore la vita che non scegliamo.

 
 
 
 

Dipinto: Quentin Massys (1466-1530), Gli Esattori, 1520, olio su legno.
Liechtenstein Museum, Vienna.