Arte, Ambiente, Cultura e Informazione

“Di anime e onde”, di Claudia Brugna

Kurt Seligmann (1900-1962), Amphitrite, 1946

 
 

Di anime e onde

di Claudia Brugna

 

È privilegio di poche anime riuscire ad empatizzare con la natura in maniera circolare, ove al cerchio corrisponda un leggiadro interagir fra se stessi ed il mondo naturale in un ricorrersi, ritrovarsi ed appagarsi l’un con l’altra, quasi che la natura fosse un minuscolo anello da portare al dito in fede ad essa ed all’Amore in senso lato. In un attrarsi inesauribile che altrimenti non potrebbe essere in quanto due metà dello stesso intero.

Ecco allora che il semplice annusar essenza d’erba e terra giunge ai palpiti ancor prima che all’olfatto, il rimirar del sole che riporta in cuore i propri raggi al calar della sera scioglie sentimenti al petto, il coglier la dolce vanità della luna che ne ruba la luce indossandola come fosse propria, adorna lo sguardo ed arricchisce il sentire.

È nelle persone in cui l’appartener all’universo si fa battito e coscienza, uno sguardo particolare, colmo di percezioni, velato e limpido insieme, lievemente malinconico, dolcemente ardente e carico di bontà.

Nel loro modo d’osservar par fuoriesca un filo che a sé attragga le storie d’ogni essere vivente in quanto anima spogliata di qualsiasi materialità, delle proprie ferite unicamente abbigliata, stoicamente e mestamente afforzato dalle umiliazioni che gettano debolezza nell’animo di color che di cotanto umiliar son stati i fautori.

Una volta soltanto, nella vita, m’è capitato d’incrociar un tale sguardo ed un simile sentire, ineguagliabile. Lo percepii in un ragazzo, corpo e mente immersi fra onde marine. Lo notai passeggiando sulla battigia, ma mi soffermai ad osservarlo in quanto mi colpì la sua gestual poetica nel danzar a braccetto d’acqua.

Pareva quasi che lui ed il mare facessero l’amore, in un rapporto di sacralità commovente, quasi fossero un tutt’uno nel carezzarsi, nel darsi gioia, nell’innocente giocare, nello sconoscersi, nel condividere ferite da curarsi in assoluto rispetto l’un con l’altro.

Seduta sulla spiaggia, ginocchia in abbraccio, l’osservai in silente ed incuriosita contemplazione. Mi sentii amata da sole e salsedine, fortunata donna in balìa d’una brezza marina che mi stava raccontando storie meravigliose.

Rimasi a lungo, senza nulla dire.

Quel ragazzo era fuori dal mondo, e per una come me che da sempre s’estranea dalla realtà con la velocità e la leggerezza d’un volo di libellula, la tal percezione fu inestimabile oro da filare come il bisso più raffinato.

Lo rimirai in entusiasmato ed intenso stupore, tessendo in me emozioni allo stesso modo in cui era in lui un’innata predisposizione ad intrecciar umil gentilezza al mare e ricordo che pensai a quanto fosse magico saper essere gentili; in fondo, mi dissi, garbarsi al mondo è inclinazion d’animo pura quanto rara ed in lui ne respirai un’illibatezza elevata, autentica, eufonica. Un battito d’ali fra onde in uno stile di nuoto appagante nel suo divenir parte delle salate acque in riflesso al sole.

Più non si capiva ove finisse lui e dove iniziasse il mare. In un certo qual modo, somigliavano perfin nei tratti.

Udii una melodia ed imparai una storia quel giorno. Mi si pizzicarono emozioni come fossi un’arpa lievemente insabbiata, nella genuinità e nel candore dei suoi movimenti lessi le poesie più suggestive, un’elegia marina in dignitosa devozione ad una parte di natura tanto maestosa nelle sue onde, paterna e risanante, burrascosa sui ricordi e ritemprante sui pensieri.

Mi sentii talmente in preda ad un uragano di cortesia, finezza e grazia, dall’esser tentata di chieder lui come si chiamasse.

Non lo feci.

Tal era l’amoreggiar giocondo fra brezza e cielo, fra gocce e capelli, fra pelle bagnata e raggi solari, ch’avrei rotto un incanto di secoli. Dopotutto, darsi in gentilezza è arte antica, sopraffina, non a tutti concessa, ch’è privilegio di animi nobili possedere e riuscire a donare, emanando fili invisibili ai quali legare persone affini.

In un certo qual modo a lui quel giorno mi legai, come posidonia al proprio fondale, senza conoscerne vita o pensieri, ma nell’ovattata sensazione di possederne ancestrale conoscenza. E poi, senza nulla chiedere, immaginavo che il suo non avrebbe che potuto essere un nome bellissimo, di felpata pronuncia, morbido, flautato, mieloso, lirico e dorato.

Interagii dunque il mio sguardo in un toccante spettacolo fra mare ed uomo, egualmente ricchi nella di entrambi generosità. In quell’infinito il mio pensiero si perse senza posa.

Leggero, appagato, libero.