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Rabindranath Tagore, poesie d’amore e umanità

 
Rabindranath Tagore (Calcutta, 7 maggio 1861 – Jorasanko, 7 agosto 1941), nato রবীন্দ্রনাথ ঠাকুর «Rabíndranáth Thákhur», è stato un musicista, pittore, illustratore, drammaturgo, filosofo, scrittore e poeta bengalese, insignito del titolo di Gurundev e nel 1913, primo non occidentale a ricever Premio Nobel per la Letteratura, riconosciutogli in virtù della «profonda sensibilità, la freschezza e la bellezza dei versi con i quali, con consumata capacità, ha reso il proprio pensiero poetico, espresso in inglese con parole proprie, parte della letteratura occidentale.»

Fin dalla giovinezza chiamato lo Shelley del Bengala, Tagore fu acclamato in Europa, Stati Uniti, Unione sovietica, apprezzato da autori quali William Butler Yeats, André Gide, Boris Pasternak, T.S.Eliot, Pablo Neruda e altrettanta stima lo legò a Gandhi, Albert Einstein. Inserito nel contesto storico di un paese colonizzato, Rabindranath Tagore intraprese l’erto sentiero della rivendicazione della libertà del suo popolo, denunciando le tendenze degradanti, ma soprattutto ponendo enfasi sul senso di gioia e sempre fidando sul dialogo come tramite verso una comprensione e unione tra diverse culture. Spiritualmente panteista secondo l’antica visione custodita nella «dottrina arcana» delle Upaniṣad, nell’opera sociale, filosofica e letteraria elevò difatti l’essere umano a pura essenza del concetto di umanità, ed in quanto tale, in grado d’abbattere qualsivoglia barriera innalzata dalla storia.
 
 


 
 

Chi sei tu, lettore che leggi
le mie parole tra un centinaio d’anni?
Non posso inviarti un solo fiore
della ricchezza di questa primavera,
una sola striatura d’oro
delle nubi lontane.

Apri le porte e guardati intorno.

Dal tuo giardino in fiore cogli
i ricordi fragranti dei fiori svaniti
un centinaio d’anno fa.

Nella gioia del tuo cuore
possa tu sentire
la gioia vivente che cantò
in un mattino di primavera,
mandando la sua voce lieta
attraverso un centinaio d’anni.

 
 


 
 

Sono irrequieto. Sono assetato di cose lontane.
La mia anima desidera toccare il limite
dell’Oscuro lontano.
Oh, Grande Aldilà,
oh, l’acuto richiamo del tuo flauto!
Dimentico, sempre dimentico,
che non ho ali per volare,
che sono legato a questo luogo per sempre.

Sono insonne nella mia angoscia;
uno straniero in una terra straniera.
Il tuo alito mi mormora
una impossibile speranza.
Il mio cuore comprende il tuo linguaggio
come fosse il mio.
Oh, Lontanissimo,
oh, l’acuto richiamo del tuo flauto!
Dimentico, sempre dimentico,
che non conosco la strada,
che non ho il cavallo alato.

Niente mi interessa:
sono un vagabondo del mio cuore.


Nella nebbia assolata delle languide ore,
quella visione grandiosa di te
prende forma nell’azzurro dei cielo!


Oh, Meta Lontanissima,
oh, l’acuto richiamo del tuo flauto!
Dimentico, sempre dimentico,
che tutti i cancelli sono chiusi,
nella casa dove vivo solitario! 
 


 
 

Quando a notte vado sola al mio convegno d’amore,
gli uccelli non cantano, il vento non soffia,
le case ai lati della strada sono silenziose.

Sono i miei bracciali che risuonano a ogni passo,
e io sono piena di vergogna.

Quando siedo al balcone e ascolto per sentire
i suoi passi, le foglie non stormiscono sui rami,
e l’acqua del fiume è immobile come la spada
sulle ginocchia d’una sentinella addormentata.

È il mio cuore che batte selvaggiamente –
e non so come acquietarlo.

Quando il mio amore viene e si siede al mio fianco,
quando il mio corpo trema e le palpebre s’abbassano,
la notte s’oscura, il vento spegne la lampada,
e le nuvole stendono veli sopra le stelle.

È il gioiello al mio petto che brilla e risplende.

E non so come nasconderlo.

 
 


 
 

Credevo che il mio viaggio
fosse giunto alla fine
mancandomi oramai le forze.

Credevo che la strada
davanti a me
fosse chiusa
e le provviste esaurite.

Credevo che fosse giunto
il tempo
di trovare riposo
in una oscurità pregna
di silenzio.

Scopro invece
che i tuoi progetti
per me non sono finiti
e quando le parole
ormai vecchie
muoiono sulle mie labbra,
nuove melodie
nascono dal cuore;
e dove ho perduto le tracce
dei vecchi sentieri,
un nuovo paese mi si apre
con tutte le sue meraviglie.

 
 


 
 

Non chiesi nulla,
solo mi fermai al limite
del bosco, dietro un albero.

Gli occhi dell’alba
erano languidi,
e la rugiada era ancora nell’aria.

Il delicato profumo dell’erba bagnata,
indugiava nella nebbia sottile
che avvolgeva la terra.

Sotto un banano mungevi la mucca
con le tue mani tenere,
fresche come il burro

Io me ne stavo immobile.

Non dissi una parola.

Fu l’uccello che cantò,
nascosto, dal cespuglio.

L’albero di mango
lasciava cadere i suoi fiori
sulla strada del villaggio
e le api venivano ronzando,
a una a una.

Dalla parte dello stagno
il cancello del tempio di Śiva
era aperto e un fedele
aveva iniziato il suo canto.

Con il secchio
sulle ginocchia
tu mungevi la mucca.

Io rimasi con il mio secchio vuoto.

Non ti venni vicino.

Il cielo si destò al suono
del gong del tempio.

Gli zoccoli delle bestie
che andavano al pascolo
sollevavano la polvere della strada.

Con le brocche piene
posate sull’anca,
le donne venivano
dal fiume.

I tuoi bracciali tintinnavano
e la schiuma traboccava dal secchio.

La mattina passò e io
non ti venni vicino.

 
 


 
 

Oh stolto, che cerchi di portare
te stesso sulle tue spalle!
Mendicante, che vieni a mendicare
alla porta della tua casa!
Deponi ogni fardello in queste mani
che tutto sanno sopportare,
non voltarti mai indietro a guardare
il passato, con rimpianto.

Il desiderio subito spegne
la fiamma d’ogni lampada che sfiora.

È empio – non prendere doni
dalle sue mani impure.

Accetta soltanto
quello ch’è offerto dall’amore.

 
 


 
 

Non nascondere il segreto del tuo cuore,
amico mio!
Dillo a me, solo a me,
in confidenza.

Tu che sorridi così gentilmente,
dimmelo piano,
il mio cuore lo ascolterà,
non le mie orecchie.

La notte è profonda,
la casa silenziosa,
i nidi degli uccelli
tacciono nel sonno.

Rivelami tra le lacrime esitanti,
tra sorrisi tremanti,
tra dolore e dolce vergogna,
il segreto del tuo cuore.

 
 


 
 

Tu mi prendesti per mano
e mi traesti al Tuo fianco,
mi facesti sedere su l’alto seggio
al cospetto di tutti gli uomini;
ond’io divenni timido,
incapace di muovermi
e di seguitar la mia via;
esitante e scongiurante
a ogni passo che non avessi a urtare,
in una loro spina insidiosa

Alfine son liberato!
Il colpo è giunto, stride l’insulto,
il mio posto è là, giù nella polvere.
Ormai dinanzi a me sono aperti i sentieri.

Aperte ho l’ali al desiderio del cielo.
Vado a raggiungere le stelle cadenti
della mezzanotte, vado a precipitarmi
nell’ombra profonda.

Somiglio a nuvola estiva in balia dell’uragano,
la quale, gettato via l’aureo diadema,
appende la folgore come spada a una catena di lampi
Corro con folle gioia giù pel sentiero polveroso del reietto;
m’avvicino alla Tua, finale accoglienza.

Il bimbo trova la madre
quando ne lascia il grembo.
Quando io vengo separato da Te,
sbandito dalla Tua casa, sono libero di contemplare
il Tuo volto

 
 


 
 

Afferro le sue mani
e la stringo al mio petto.

Tento di riempire le mie braccia
della sua bellezza,
di depredare con i baci
il suo dolce sorriso,
di bere i suoi bruni sguardi
con i miei occhi.

Ma dov’è?
Chi può spremere l’azzurro dal cielo?
Cerco di afferrare la bellezza;
essa mi elude
lasciando soltanto il corpo
nelle mie mani.

Stanco e frustrato mi ritraggo.

Come può il corpo toccare
il fiore che soltanto
lo spirito riesce a sfiorare?

 
 

Rabindranath Tagore, nato রবীন্দ্রনাথ ঠাকুর «Rabíndranáth Thákhur», nella sua opera sociale, filosofica e letteraria esaltò il potere del dialogo elevando la natura umana ad essenza in grado d'abbattere qualsivoglia barriera innalzata dalla storia. (https://terzopianeta,info)
Rabindranath Tagore, 1925

 
 

Colsi il tuo fiore, oh cielo!
Lo strinsi al cuore
e la spina mi punse.

Quando il giorno svanì e si fece buio,
scopersi che il fiore era appassito
ma il dolore era rimasto.

Altri fiori verranno a te,
con profumo e con fasto, oh cielo !
Ma per me è passato
i l tempo di cogliere fiori;
nella notte buia non ho più la mia rosa,
solo il dolore è rimasto.

 
 


 
 

Calma, calma questo cuore agitato,
tu, notte tranquilla di luna piena.

Troppe profonde preoccupazioni,
più e più volte
gravano sul mio cuore.

Versa tenere lacrime
sopra brucianti dolori.

Con i tuoi raggi argentati,
portatori di sogno e di magia,
morbidi come petali di loto,
o notte, vieni, accarezza
tutto il mio essere
e fammi dimenticare
tutte le mie sofferenze.

 
 


 
 

Nubi su nubi si addensano
e si fa buio.

Amore mio, perché mi lasci tutto solo
sulla porta ad aspettarti?
Nei momenti più intensi del lavoro,
durante il giorno
sto tra la gente,
ma in questo momento
così buio e desolato,
solo in te posso sperare.

Se non mi mostri il tuo volto,
se mi lasci qui in disparte,
non so come riuscirò a sopportare
queste lunghe ore di pioggia.

Osservo in lontananza
l’oscurità del cielo
e il mio cuore gemendo,
vaga col vento inquieto.

 
 


 
 

Sei fuori in questa notte burrascosa
per il tuo viaggio d’amore, amico mio?
Il cielo geme come chi è disperato.

Non riesco a dormire questa notte.

Ogni tanto apro la porta
e guardo fuori nell’oscurità.

Davanti a me non vedo nulla.

Mi chiedo dove sia il tuo sentiero.

Da quale buia riva di nero fiume,
da quale lontano limitare di oscura selva,
per quali intricati abissi di tenebre,
stai camminando per venire da me
amico mio?

 
 


 
 

Se il giorno è finito,
se gli uccelli non cantano più,
se il vento ormai stanco è cessato,
stendi su di me
il velo della più fitta oscurità,
come hai avvolto la terra
nella coltre del sonno e al tramonto
teneramente hai chiuso
i petali dei fiori appassiti del loto.

Prima che il suo viaggio finisca,
libera dalla vergogna e dalla povertà
il viandante che ha la bisaccia vuota,
le vesti lacere e polverose
e ogni energia esaurita.

Rinnova la sua vita come un fiore,
sotto il mantello della tua dolce notte.

 
 


 
 

I bambini s’incontrano
sulla spiaggia di mondi sconfinati.

Su di loro l’infinito cielo
è silenzioso, l’acqua s’increspa.

Con grida e danze s’incontrano i bambini
sulla spiaggia di mondi sconfinati.

Fanno castelli di sabbia
e giocano con vuote conchiglie.

Con foglie secche intessono barchette
e sorridendo le fanno galleggiare
sull’immensa distesa del mare.

I bambini giocano sulla riva dei mondi.

Non sanno nuotare,
non sanno gettare le reti.

I pescatori si tuffano a pescare
le perle dal fondo del mare,
sulle navi viaggiano i mercanti,
mentre raccolgono i bambini
sassolini che poi gettano via.

Non cercano tesori nascosti
non sanno gettare le reti.

Il mare s’increspa di sorrisi
e la spiaggia dolcemente risuona.

Le onde che portano, la morte
cantano ai bambini nenie senza senso,
come fa la madre
quando culla la sua creatura.

Il mare gioca coi bambini
e la spiaggia dolcemente risuona.

S’incontrano i bambini
sulla riva di mondi sconfinati.

Vaga la tempesta
per il cielo dai molti sentieri,
naufragano le navi
nell’acqua dai molti sentieri,
la morte è in giro e giocano i bambini

C’è un grande convegno di bambini
sulla spiaggia di mondi sconfinati.

 
 


 
 

Al mattino gettai la mia rete nel mare.

Trassi dall’oscuro abisso cose di strano
aspetto e di strana bellezza –
alcune brillavano come un sorriso,
alcune luccicavano come lacrime,
e alcune erano rosee
come le guance d’una sposa.

Quando, alla fine del giorno,
tornai a casa con il mio bottino,
il mio amore sedeva nel giardino
sfogliando oziosamente un fiore.

Esitante deposi ai, suoi piedi
tutto quello che avevo pescato.

Lei guardò distrattamente e disse:
«Che strani oggetti sono questi?
Non capisco a che possano servire».

Chinai il capo, vergognoso, pensando:
«Non ho lottato per conquistarli,
non li ho comperati al mercato;
non sono doni degni di lei».

E per tutta la notte li gettai
a uno a uno sulla strada.

Al mattino vennero dei viaggiatori;
li raccolsero e li portarono
in paesi lontani.

 
 


 
 

Non mi accorsi del momento
in cui varcai per la prima volta
la soglia di questa vita.

Quale fu la potenza che mi schiuse
in questo vasto mistero
come sboccia un fiore
in una foresta a mezzanotte?

Quando al mattino guardai la luce,
subito sentii che non ero
uno straniero in questo mondo,
che l’inscrutabile, senza nome e forma
mi aveva preso tra le sue braccia
sotto l’aspetto di mia madre.

E così nella morte, lo stesso sconosciuto
m’apparirà come sempre a me noto.
E poiché amo questa vita
so che amerò anche in morte.

Il bimbo piange
quando la madre lo stacca dal seno destro,
ma trova subito conforto in quello sinistro.

 
 


 
 

La mia vita trascorre
aspettandoti,
quando tu ricordassi, potresti non venire solo da me!

Nel mio letto, da solo, resto intere notti in attesa.
La luce della mia lampada scompare solo all’alba,
quando i miei occhi sono stanchi d’aver molto
tempo vegliato.

Piena d’ogni bellezza, tu cammini cantando
e trascorrendo ore felici…
Se potessi mescolare a tutto questo i miei passi,
se la sorte mi facesse
ritrovare quel tempo gioioso!

Amica mia, questa sera
mi sembra che,
attraverso mondi innominabili
dove già siamo vissuti,
abbiamo lasciato
il ricordo della nostra unione,
Tu e Io

Quando leggo antiche
leggende,
ispirate da passioni spente, oggi,
mi sembra che una volta
eravamo una persona sola,
Tu e Io
e che la memoria ritorni
a quel tempo…

Immagino che il mattino,
che trasfigurava
la terra in secoli annullati,
abbia introdotto
ancora qualche ragione
nel tuo cuore, come nel mio.
Perché il nostro cuore
rimane eternamente giovane
nella vecchiaia delle ere,
e l’universo intero
diventa così testimone
del nostro amore.

Amore, metti da
parte la tua lira,
lascia alle tue braccia la libertà
di stringermi.
Che il mio cuore
al tocco delle tue dita
raggiunga l’estremo
limite dei sentimenti!
Non inclinare il capo, non voltarlo,
ma dammi il tuo
bacio come un profumo
a lungo tenuto
in un calice.

 
 


 
 

Se l’amore deve essermi negato,
perché il mattino spezza il suo cuore
in canzoni, e perché questi sospiri
che il vento del sud disperde
tra le foglie appena spuntate?

Se l’amore deve essermi negato,
perché porta la notte, in dolente
silenzio, la pena delle stelle?

E perché questo folle cuore getta
getta sconsideratamente la speranza
su un mare la cui fine non conosce?

 
 

Rabindranath Tagore, nato রবীন্দ্রনাথ ঠাকুর «Rabíndranáth Thákhur», nella sua opera sociale, filosofica e letteraria esaltò il potere del dialogo elevando la natura umana ad essenza in grado d'abbattere qualsivoglia barriera innalzata dalla storia. (https://terzopianeta,info)
Rabindranath Tagore e Albert Einstein,1930

 
 

Donna, non sei soltanto l’opera di Dio,
ma anche degli uomini, che sempre
ti fanno bella con i loro cuori.

I poeti ti tessono una rete
con fili di dorate fantasie;
i pittori danno alla tua forma
sempre nuova immortalità.

Il mare dona le sue perle;
le miniere il loro oro,
i giardini d’estate i loro fiori
per adornarti, per coprirti,
per renderti sempre più preziosa.

Il desiderio del cuore degli uomini
ha steso la sua gloria
sulla tua giovinezza.

Per metà sei donna,
e per metà sei sogno.

 
 


 
 

Per un tuo sospiro
io do sfogo
a viventi note
di gioia
o di dolore

Sono una sola cosa
col tuo canto,
che sia
mattutino
o notturno,
che entri
tra i raggi del sole
o tra le ombre
della sera…
Se dovessi
Perdermi nella fuga
di questa musica,
non ne patirei,
tanto
questa melodia
m’è cara

 
 


 
 

Io ti amo, amore mio,
perdona il mio amore.
Sono presa come un uccello,
smarrito lungo la via.
Quando il mio cuore fu scosso
perse il suo velo
e rimase nudo.
Coprilo con la tua pietà, amore mio,
e perdona il mio amore.

Se non puoi amarmi, amore mio,
perdona il mio dolore.
Non guardarmi sdegnato, da lontano.
Tornerò nel mio cantuccio
e siederò al buio.
Con entrambe le mani coprirò
la mia nuda vergogna.

Volgi il tuo sguardo a me, amore mio,
e perdona il mio dolore.

Se mi ami, amor mio
perdona la mia gioia.
Quando il mio cuore è trascinato
dal vortice della felicità,
non ridere della mia tenerezza.

Quando siedo sul mio trono
e ti tiranneggio col mio amore,
o quando, come una dea,
ti concedo la mia grazia,
sopporta il mio orgoglio, amore mio,
e perdona la mia felicità.

 
 


 
 

I tuoi occhi m’interrogano tristi.

Vorrebbero sapere i miei pensieri
come la luna che scandaglia il mare.

Dal principio alla fine ho denudato
la mia vita davanti ai tuoi occhi,
senza nulla celarti o trattenere.

Ed è per questo che non mi conosci.

Se fosse soltanto una gemma,
la romperei in cento pezzi
e con essi farei una catena
da mettere attorno al tuo collo.

Se fosse soltanto un fiore,
rotondo e piccolo e dolce,
lo coglierei dallo stelo
per metterlo nei tuoi capelli.

Ma è il mio cuore, mia diletta
Dove sono le sue spiagge e il suo fondo ?
Di questo regno tu ignori i confini
e tuttavia sei la sua regina.

Se fosse solo un momento di gioia
fiorirebbe in un facile sorriso,
lo potresti capire in un momento.

Se fosse soltanto un dolore
si scioglierebbe in limpide lacrime,
rivelando il suo più intimo segreto
senza dire una sola parola.

Ma è il mio cuore, amore mio.

Le sue gioie e i suoi dolori
sono sconfinati, e infiniti
i suoi desideri e le sue ricchezze.

Ti è vicino come la tua stessa vita,
ma non puoi conoscerlo interamente.

 
 


 
 

Per un tuo sospiro,
io do sfogo
a vibranti note
di gioia o di dolore

Sono una sola cosa
col tuo canto,
che sia
mattutino
o notturno,
che entri
tra i raggi del sole
o tra le ombre
della sera…

Se dovessi
perdermi nella fuga
di questa musica,
non ne patirei,
tanto
questa melodia
m’è cara.

 
 


 
 

Dove son già fatte le strade,
io smarrisco il cammino.

Nell’oceano immenso, nel cielo azzurro
non è traccia di sentiero.

La via è nascosta dalle ali degli
uccelli, dal fulgore delle stelle, dai fiori
delle alterne stagioni.

E io domando al cuore, se il suo sangue
porti seco la conoscenza dell’invisibile via.

 
 


 
 

Destandomi all’alba ho trovato la sua lettera.

Non so che dica, perché leggere non so.

Lascerò il savio, solo co’ suoi libri, senza
turbarlo: chi sa mai s’egli possa leggervi dentro?
Io me la voglio posare sulla fronte, io me
la voglio premere sul cuore.

Quando la notte placida s’inoltra e sorgono
le stelle ad una ad una, io me la spiegherò
sul grembo, e rimarrò in silenzio.

Ad alta voce me la leggeranno stormendo le foglie,
me la intonerà la corrente
del torrente, e le sette stelle veggenti me
la canteranno dal cielo.

Non riesco a trovare quel che cerco;
non posso comprendere ciò che sapere vorrei;
ma questo messaggio non letto mi ha già reso
più lieve ed ha cambiato in cantici i miei pensieri.

 
 


 
 

Non so come canti, mio signore!
Sempre ti ascolto
in silenzioso stupore.

La luce della tua musica
illumina il mondo.

Il soffio della tua musica
corre da cielo a cielo.

L’onda sacra della tua musica
irrompe tra gli ostacoli pietrosi
e scorre impetuosa in avanti.

Il cuore anela di unirsi al tuo canto,
ma invano cerco una voce.

Vorrei parlare, ma le mie parole
non si fondono in canti
e impotente grido.

Hai fatto prigioniero il mio cuore
nelle infinite reti
della tua musica.

 
 


 
 

Sì, lo so, mio diletto,
nulla esiste se non il tuo amore:
questa luce dorata
che danza sulle foglie
queste nubi pigre
che navigano nel cielo
questa brezza che passando
lascia fresca la mia fronte.

La luce del mattino
ha inondato i miei occhi:
questo è il tuo messaggio
al mio cuore.

Il tuo viso si è chinato su di me
i tuoi occhi guardano nei miei
e il mio cuore ha toccato i tuoi piedi.

 
 


 
 

Il mio canto ha deposto ogni artificio.

Non sfoggia splendide vesti
né ornamenti fastosi:
non farebbero che separarci
l’uno dall’altro, e il loro clamore
coprirebbe quello che sussurri.

La mia vanità di poeta
alla tua vista muore di vergogna.

O sommo poeta,
mi sono seduto ai tuoi piedi.

Voglio rendere semplice e schietta
tutta la mia vita,
come un flauto di canna
che tu possa riempire di musica.

 
 

Rabindranath Tagore, nato রবীন্দ্রনাথ ঠাকুর «Rabíndranáth Thákhur», nella sua opera sociale, filosofica e letteraria esaltò il potere del dialogo elevando la natura umana ad essenza in grado d'abbattere qualsivoglia barriera innalzata dalla storia. (https://terzopianeta,info)
Rabindranath Tagore, 1932

 
 

Luce, mia luce!
Luce che inondi la terra
luce che baci gli occhi
luce che addolcisce il cuore!
Amore mio, la luce danza
al centro della mia vita
la luce tocca le corde del mio amore.

Il cielo si spalanca
il vento soffia selvaggio
il riso passa sopra la terra.

Le farfalle dispiegano le loro ali
sul mare della luce.

Gigli e gelsomini sbocciano
sulla cresta delle sue onde.

Amore mio, la luce s’infrange
nell’oro delle nubi
e sparge gemme in gran copia.

Gioia e serenità si diffondono
di foglia in foglia senza limiti.

Il fiume del cielo
ha superato le sue sponde
e inonda di felicità la terra.

 
 


 
 

Vita della mia vita,
sempre cercherò di conservare
puro il mio corpo,
sapendo che la tua carezza vivente
mi sfiora tutte le membra.

Sempre cercherò di allontanare
ogni falsità dai miei pensieri,
sapendo che tu sei la verità
che nella mente mi ha acceso
la luce della ragione.

Sempre cercherò di scacciare
ogni malvagità dal mio cuore,
e di farvi fiorire l’amore,
sapendo che hai la tua dimora
nel più profondo del cuore.

E sempre cercherò nelle mie azioni
di rivelare te,
sapendo che è il tuo potere
che mi dà la forza di agire.

 
 


 
 

Colui che il mio nome rinchiude
piange in questa prigione.

Ho un gran da fare
a costruirmi intorno questo muro
e mentre il muro sale verso il cielo
giorno per giorno
me ne sto nella sua ombra scura
e perdo di vista il mio vero essere.

Sono fiero di questo grande muro
e lo ricopro per bene di polvere e sabbia
per paura che rimanga anche
il più piccolo spiraglio.

Per questa mia solerzia
non vedo più
chi veramente sono.

 
 


 
 

Sognai che lei sedeva vicino al mio capo,
arruffando teneramente i capelli
con le dita, suonando la melodia
del suo tocco.

Guardai il suo volto,
e lottai con le lacrime,
finché l’agonia di parole non dette
lacerò il mio sonno come una bolla.

Mi sedetti sul letto e guardai lo splendore
della Via Lattea sopra la finestra,
come un mondo di silenzio in fiamme,
e mi chiesi se in questo momento
lei sognasse un sogno simile al mio.

 
 


 
 

Dimmi se questo è vero, amore mio,
dimmi se questo è tutto vero.

Quando questi occhi scagliano i loro lampi
le oscure nubi nel tuo petto
danno risposte tempestose.

È vero che le mie labbra son dolci
come il boccio del primo amore?

Che le memorie di mesi svaniti
di maggio indugiano nelle mie membra?

Che la terra, come un’arpa, vibra
di canzoni al tocco dei miei piedi?

È poi vero che gocce di rugiada
cadono dagli occhi della notte
al mio apparire e la luce del giorno
è felice quando avvolge il mio corpo?

È vero, è vero che il tuo amore viaggiò
per ere e mondi in cerca di me?

Che quando finalmente mi trovasti
il tuo secolare desiderio
trovò una pace perfetta
nel mio gentile parlare
nei miei occhi e nelle mie labbra
e nei miei capelli fluenti?

E dimmi infine se è proprio vero
che il mistero dell’infinito
è scritto sulla mia piccola fronte.

Dimmi, amor mio, se tutto questo è vero.

 
 

Rabindranath Tagore, nato রবীন্দ্রনাথ ঠাকুর «Rabíndranáth Thákhur», nella sua opera sociale, filosofica e letteraria esaltò il potere del dialogo elevando la natura umana ad essenza in grado d'abbattere qualsivoglia barriera innalzata dalla storia. (https://terzopianeta,info)
Rabindranath Tagore ed il Mahatma Gandhi, 1940

 
 

A lungo durerà il mio viaggio
e lunga è la via da percorrere.

Uscii sul mio carro ai primi albori
del giorno, e proseguii il mio viaggio
attraverso i deserti del mondo
lasciai la mia traccia
su molte stelle e pianeti.

Sono le vie più remote
che portano più vicino a te stesso;
è con lo studio più arduo che si ottiene
la semplicità d’una melodia.

Il viandante deve bussare
a molte porte straniere
per arrivare alla sua,
e bisogna viaggiare
per tutti i mondi esteriori
per giungere infine al sacrario
più segreto all’interno del cuore.

I miei occhi vagarono lontano
prima che li chiudessi dicendo:
«Eccoti!»

Il grido e la domanda: «Dove?»
si sciolgono nelle lacrime
di mille fiumi e inondano il mondo
con la certezza: «lo sono!»

 
 


 
 

Forse c’è una casa in questa città
dove la porta s’apra per sempre
questa mattina al tocco dell’aurora,
dove lo scopo della luce è raggiunto.

I fiori sono sbocciati
nelle siepi e nei giardini,
e forse c’è un cuore che in essi ha trovato
questa mattina il dono che era in viaggio
da un tempo infinito.

 
 


 
 

Mi hai fatto senza fine
questa è la tua volontà.

Questo fragile vaso
continuamente tu vuoti
continuamente lo riempi
di vita sempre nuova.

Questo piccolo flauto di canna
hai portato per valli e colline
attraverso esso hai soffiato
melodie eternamente nuove.

Quando mi sfiorano le tue mani immortali
questo piccolo cuore si perde
in una gioia senza confini
e canta melodie ineffabili.

Su queste piccole mani
scendono i tuoi doni infiniti.
Passano le età, e tu continui a versare,
e ancora c’è spazio da riempire.

 
 


 
 

Saranno pieni di preoccupazioni i tuoi giorni,
se devi darmi il cuore.

La mia casa, al bivio, ha le porte aperte,
il mio pensiero è sempre assente,
perché io sono un poeta.

Non sento colpa per questo, ma te lo dico,
se devi darmi il cuore.

Se impegno con te
la mia parole in canzoni
e sono deciso a mantenerla,
quando la musica tacerà,
bisognerà che tu mi perdoni,
perché la legge decisa a maggio
la violo volentieri in dicembre.

Non rifletterci troppo,
se devi concedermi amore.

Finché i tuoi occhi canteranno l’amore
e la tua voce comunicherà la gioia,
le mie risposte alle tue domande
saranno sempre appassionate,
anche se non precise.

Vanno credute per sempre
e poi per sempre dimenticate.

 
 


 
 

Credo d’averti visto in sogno
prima di conoscerti,
tali sono le precognizioni
d’Aprile
prima della pienezza
primaverile.

La visione avuta da te
non è venuta
quando tutto era impregnato
dal profumo del sal fiorito,
quando lo scintillare
del fiume al tramonto
aggiungeva una frangia
al biondeggiare della sabbia,
quando i frastuoni
dei giorni estivi
vagamente s’intrecciavano?
Sì, ironica e sfuggente
è stata la visione
che ho avuto del tuo viso,
in ore evase
da ogni realtà!

 
 


 
 

Ho sognato che lei,
seduta vicino al mio letto,
mi sollevava dolcemente
con le mani i capelli,
facendomi sentire
la gentilezza delle sue dita.

Guardavo il suo viso,
lottando con le lacrime
che mi offuscavano lo sguardo,
finché il languore delle sue dolci parole
mi fermò il sogno,
come una luce iridescente.

 
 


 
 

Io desidero te, soltanto te
il mio cuore lo ripete senza fine.

Sono falsi e vuoti i desideri
che continuamente mi distolgono da te.

Come la notte nell’oscurità
cela il desiderio della luce,
così nella profondità
della mia incoscienza risuona questo grido:
«Io desidero te, soltanto te».

Come la tempesta cerca fine
nella pace, anche se lotta
contro la pace con tutta la sua furia,
così la mia ribellione
lotta contro il tuo Amore eppure grida:
«Io desidero te, soltanto te».

 
 


 
 

Talvolta la mia gioia,
ti spaventa amore mio,
nasce dal nulla
e si nutre di poco,
di larve invisibili
che il vento trasporta,
di frammenti di paura
che si fondono in tepore,
di briciole di serenità
cadute dalla mensa dei poveri,
di un raggio di sole
che risveglia lucciole
addormentate in gocce di rugiada,
se mi ami amore mio
perdona la mia gioia.