Arte, Ambiente, Cultura e Informazione

Juan Gelman, poesie tradotte in italiano

 
 

Sto seduto come un invalido
nel deserto del mio desiderio di te

Violin y Otras Cuestiones, 1956
trad. Laura Branchini

Mi sono abituato a bere la notte lentamente,
perché so che la abiti, non importa dove,
popolandola di sogni.
Il vento della notte abbatte stelle tremanti fra le mie mani, 
che ancora non si adattano,
vedove inconsolabili della tua chioma.
Nel mio cuore si agitano gli uccellini che in lui hai seminato 
e a volte gli darei la libertà che esigono per ritornare a te 
con il gelido filo del coltello.
Ma non può essere.
Perché sei tanto in me,
tanto viva in me,
che se morissi io,
farei morir anche te.

 
 


 
 

Preghiera di un Disoccupato
Violín y Otras Cuestiones, 1956
trad. Gregorio Carbonero

Padre,

dai cieli scendi, ho dimenticato

le preghiere che m’insegnò la nonna,

poverina, lei adesso riposa,

non deve più lavare, pulire, non deve

preoccuparsi d’andare di giorno per i vestiti,

non deve più fare le nottate, pena
e pena
pregare, chiederti delle cose, brontolarti dolcemente.
Dai cieli scendi allora, se sei lì, scendi

che muoio di fame in quest’angolo,

che non so a che mi serve di esser nato,

che guardo le mie mani rifiutate,

che non c’è lavoro, non c’è,

scendi un po’, guarda

questo che sono, questa scarpa rotta,

questa angoscia, questo stomaco vuoto,

questa città senza pane per i miei denti, la febbre

che mi scava la carne,

questo dormire così,

sotto la pioggia, castigato dal freddo, perseguitato

ti dico che non capisco, Padre, scendi,

toccami l’anima, guardami

il cuore!

Io non ho rubato, non ho assassinato, fui bambino

e invece mi colpiscono e mi colpiscono,

ti dico che non capisco, Padre, scendi

se sei lì, che cerco

rassegnazione in me e non trovo e vado

a farmi prendere dalla rabbia e ad affilarla

per colpire e vado

a urlare col sangue al collo.

 
 


 
 

Quel che succede
El Juego En Que Andamos, 1959
trad. Milton Fernandez

Ti diedi il mio sangue, i miei suoni,
le mie mani, la testa
ti diedi qualcos’altro, la mia solitudine, quella grande signora,
come un giorno di maggio dolcissimo d’autunno,
e ancor di più, tutto il mio oblio,
affinché tu lo smantelli e resti nella notte,
nella tempesta, nella sventura,
e qualcos’altro ancora, ti diedi la mia morte,
vedrò risalire il tuo viso tra il flusso delle ombre,
e non riesco tuttora a circondarti, continui ad accrescerti
come un fuoco,
e mi distruggi, mi costruisci, sei oscura come la luce.

 
 


 
 

Referenze, dati personali
El Juego En Que Andamos, 1959
trad. Laura Branchini

Io sono stato fatto dagli uomini che vanno sotto il cielo del mondo
cercano il bagliore dell’aurora curano la vita come un fuoco.

Mi hanno insegnato a difendere la luce che canta commossa
mi hanno portato una speranza che non basta sognare
e da tale speranza io conosco i miei fratelli.

Allora rido contemplando il mio cognome, la mia faccia nello specchio,
so che non mi appartengono
in essi voi sventolate un fazzoletto
allungate una mano e grazie a lei non sono solo.

In voi la mia morte cessa di morire.
Anni futuri che avremo preparato
conserveranno la mia dolce fede nella tenerezza,
l’assemblea del mondo sarà un bambino riunito.

 
 


 
 

Poesie col figlio
El Juego En Que Andamos, 1959
trad. Giuliano L. Landini

Dice la parola poesia per la prima volta

Sai il tempo, tutto il tempo,

tra questa parola e il tuo tempo?

Sai l’aria, tutta l’aria

tra questa parola e la tua aria?

Il mare, forse, sai, il dolore,

l’amore, la terra, la morte,

sai,

tra questa parola e i tuoi finissimi fili?

É arrivata fino a te come una magia,

magari come una vecchiezza?

Ha bagnato con acqua delicata

la tua acqua, la purissima, la quieta?

T’ha incoronato di splendente luce?

Ti ha messo sulla bocca farine dolci?

Chi potrà dire mai ciò che succede

quando due bambini di baciano.

 
 
 

Domanda che cos’é l’acqua

Oblio, oblio.
Un lungo cammino puro verso l’oblio.
Una fresca memoria dell’oblio.
Una lacrima sola
guardando e scordando ciò che siamo.
Ciò che scordò, ciò che scordò la morte.
Fino a che la dicesti.
Che potrà essere ora che ha di dentro la tua trepidazione.

 
 
 

Sorride

E qualche volta ho sorriso così?

Sono stato come te di luce, candore trepidante?

Ho saputo far nascere il mattino, confonderlo,

trarre in inganno il mondo?

Ho come te destato
la quieta tenerezza? Acqua capace?

Ho trattenuto l’aria, la gran maestra?

La più spoglia purezza sta sulla tua bocca

e dà vergogna.

Angeli, angeli.

Chi dice che li ha visti, non li ha visti mai.
E chi li vede, ha dentro un canto.

 
 
 

Dico come gli voglio bene

Camminerai, camminerai.

Cielo, aria con nome

figlio cui dico figlio senza sapere,

senza capire, e no,

come ha potuto capitarci la purezza.

Che acqua segreta abbiamo dato da bere all’amore?

Quale sostanza intatta

avevamo ancora, che cosa, che cosa

abbiamo potuto forse dare? L’amore?

O la trepidazione della gioia che sognammo?

O aprile che donava il suo mistero?

Camminerai, in cambio.

Ti metterai cogli occhi ad osservare il mondo

impuro, impuro ancora.

Molto più che volerti bene:

ti amo con dolore.

 
 


 
 

Il gioco in cui ci troviamo
El Juego En Que Andamos, 1959
trad. Giuliano L. Landini

Se mi fosse data scelta, io sceglierei
questa salute per sapere che siamo molto malati,
questa felicità per camminare in tanta infelicità.
Se mi fosse data scelta, io sceglierei
quest’innocenza di non essere innocente,
questa purezza per cui divento impuro.
Se mi fosse data scelta, io sceglierei
questo amore per odiare,
questa speranza che mangia pani disperati.
E’ adesso, signori,
che rischio la morte.

 
 


 
 

Gotán
Gotán, 1962
trad. Martha L. Canfield

Quella donna assomigliava alla parola mai,
dalla sua nuca s’innalzava un fascino speciale,
una sorta di oblio dove riporre gli occhi,
quella donna mi si piazzava sul fianco sinistro.

Attenti attenti gridavo io attenti
Ma lei ingombrava come l’amore, come la notte,
gli ultimi segnali che feci per l’autunno
si sdraiarono tranquilli sotto il mareggio delle sue mani.

Dentro di me scoppiarono rumori secchi,
cadevano a pezzi la furia e la tristezza,
la signora pioveva dolcemente
sulle mie ossa ritte in solitudine.

Quando se ne andò io battevo i denti come un condannato,
con un coltello di brutto mi ammazzai,
e passerò tutta la morte disteso col suo nome,
che muoverà la mia bocca per l’ultima volta.

 
 


 
 

In un libro di versi
Gotán, 1962
trad. Emilio Coco

In un libro di versi schizzato
dall’amore, dalla tristezza, dal mondo,
i miei figli hanno disegnato signore gialle,
elefanti che avanzano sopra ombrelli rossi,
uccelli trattenuti sul bordo di una pagina,
hanno invaso la morte,
il grande cammello azzurro riposa sulla parola cenere,
una guancia scivola sopra la solitudine delle mie ossa,
il candore vince sul disordine della notte.

 
 


 
 

Mia Cara Buenos Aires
(a Julio Gerchunoff)
Gotán, 1962
trad. Giuliano L. Landini

Seduto sul bordo di una sedia sfondata,
nauseabondo, malato, quasi vivo,
scrivo versi precedentemente pianti
per la città in cui sono nato.

Si deve catturarli, qui
sono nati anche i dolci figli miei
che in tutto questo dolore ti leniscono con bellezza.
Si deve imparare a resistere.

Né per andare, né per restare.
per resistere,
anche se di sicuro
ci sarà ancor più dolore e oblio.

 
 


 
 

Giornalismo
Cólera Buey, 1962-1968
trad. Gregorio Carbonero

Alle dieci di mattina gli impiegati del ministero di giustizia
si misero a urlare contro l’ingiustizia dei suoi magri salari
alle undici furono scoperte certe manovre delittuose
alle dodici il partito democratico e borghese ribadì di essere
democratico e borghese
ci fu un concorso nella municipalità
il costo della vita salì
si pranzò in generale o in maglietta faccia a faccia al buon vino
la legge organica della polizia non subì grandi variazioni
all’una alle due del pomeriggio all’ombra gloriosa del gran giorno
altre città ricordarono ai suoi fondatori
suoi banditi
i comuni locali promossero decisioni discordanti
il sud continuò ad essere il sud
il presidente alle quattro accolse il suo decimo magnate del petrolio
alle cinque mi stufai ma alle sei ti vidi
dopo tanti anni ti vidi alle sei e fui turbato
come un bambino
il passato saliva come il tuo dolce seno
ed erano le sei della dolcezza come un violento oblio
adesso hai le lentiggini sul collo e la tua voce era disinvolta
in modo tale che alle sette non eri più notizia
iniziava il crepuscolo
la gente usciva dal lavoro
il costo della vita saliva
nuove manovre delittuose si scoprivano
in lungo e in largo tutto il paese.

 
 


 
 

Confidenze
Relaciones, 1973
trad. Giuliano L. Landini

Si siede al tavolo e scrive

«con questa poesia non prenderai il potere», dice

«con questi versi non farai la Rivoluzione», dice

«nemmeno con mille versi farai la Rivoluzione» dice

e ancora: questi versi non aiuteranno

a far vivere meglio i braccianti, i mastri d’ascia,
a farli mangiare meglio o a far sì che tu stesso mangi e viva meglio

né serviranno a fare innamorare una donna
non guadagnerai soldi con essi

non andrai al cinema gratis con essi

non ti daranno vestiti per essi

non otterrai tabacco o vino per essi
 


né pappagalli né sciarpe né barche

né tori né ombrelli avrai per essi

se fosse pioggia per loro si bagnerà

non raggiungerai il perdono o la grazia per essi
«con questa poesia non prenderai il potere» dice
«con questi versi non farai la Rivoluzione» dice
«neanche con mille versi farai la Rivoluzione» dice
si siede al tavolo e scrive

 
 


 
 

Poteri
Relaciones, 1973
trad. Martha L. Canfield

Come un filo d’erba un bambino un uccellino nasce
la poesia di questi tempi in mezzo
agli arroganti ai tristi ai pentiti
nasce

può nascere ai piedi dei condannati dal potere
ai piedi dei torturati dei fucilati di queste parti nasce?
ai piedi dei tradimenti paure povertà
nasce la poesia?

può nascere ai piedi dei condannati dal potere
ai piedi dei torturati dei fucilati di queste parti nasce
ai piedi dei tradimenti paure povertà
nasce la poesia

forse non ci sarà perdono per gli arroganti per i tristi per i pentiti
forse non ci sarà perdono per i macellai i ciabattini i fornai
forse per nessuno ci sarà perdono
forse tutti sono condannati a vivere

come un filo d’erba un bambino un uccellino nasce
la poesia viene torturata
e nasce viene condannata e nasce viene fucilata
e nasce lei calore e cantica

 
 


 
 

Fatti
Hechos, 1974-1978
trad. Giuliano L. Landini

Mentre il dittatore o burocrate di turno parlava
in difesa del disordine costituito dal regime,
prese un endecasillabo o un versetto nato dall’incontro
tra una pietra e un bagliore autunnale

fuori imperversava la lotta di classe/il
capitalismo brutale/il duro lavoro/la stupidità/
la repressione/la morte/le sirene della polizia andavano tagliando
la notte/prese l’endecasillabo e

con maestria lo divise a metà infondendo
più bellezza in una parte e più
bellezza nell’altra/afferrò l’endecasillabo/mise
il dito sulla parola iniziale/spinse

mirando al dittatore o al burocrate
l’endecasillabo fuoriuscì/il discorso continuò/il discorso continuò/continuò
la lotta di classe/il
capitalismo brutale/il duro lavoro/la stupidità/la repressione/la morte/
[le sirene della polizia andavano tagliando la notte

questo dimostra che nessun endecasillabo ha finora rovesciato
un dittatore o un burocrate per quanto
piccolo dittatore o piccolo burocrate/e inoltre dimostra che
un verso può nascere dall’incontro tra una pietra e un bagliore autunnale oppure

dall’incontro tra la pioggia e una barca e da
altri incontri che nessuno può predire/ossia
le nascite/le unioni/le
sparatorie d’incessante bellezza

 
 


 
 

Arte Poetica
Hechos Y Relaciones, 1980
trad. Martha L. Canfield

Come un martello la realtà/batte
le membrane dell’anima o cuore/foggia
a caldo o a freddo/non suppone/inaridisce
marce illusioni/pensa

come un uccello rauco/delira
nel suo rovescio/ruggisce tale quale
la tigre di Pasquale/calpesta
le membrane dell’anima o cuore/scoppiettava

il domani nel tuo calore/suonerà
come uno sparo sulla fronte del compagno morto ieri
e su tutto ciò in cui bisognerà ancora nascere e morire/
come un martello

 
 


 
 

Sulla poesia
Hacia El Sur, 1982
trad. Milton Fernandez

Ci sarebbero un paio di cose da dire/
che nessuno la legge/
che questi nessuno sono pochi/
che sembrano tutti presi dal discorso della crisi mondiale/e

dal discorso di mangiare tutti i giorni/si tratta
di un discorso importante/ricordo
quando morì di fame lo zio Juan/
diceva che nemmeno si ricordava del cibo e che quindi non c’erano problemi/

ma il problema si presentò dopo/
non c’erano i soldi per la bara/
e quando finalmente arrivò il camion del Comune a prenderlo
lo zio Juan sembrava un uccellino/

quelli del Comune lo guardarono con sdegno o indifferenza/
mormoravano
che stavano sempre a disturbarli/
che loro erano uomini e seppellivano uomini/non
uccellini come lo zio Juan/soprattutto
perché lo zio si mise a cinguettare lungo il viaggio
fino al crematorio municipale/

a loro sembrò una mancanza di rispetto ed erano molto offesi/
e quando gli mollavano una sberla per farlo stare zitto/
il cinguettio svolazzava nella cabina del camion e loro sentivano che
li cinguettava in testa/lo
zio Juan era così/gli piaceva cantare/
e non credeva che la morte fosse un buon motivo per non cantare/
entrò nel forno cinguettando/ uscirono le sue ceneri e cinguettarono un po’/
e i compagni municipali si guardarono le scarpe grigie di vergogna/ma

tornando alla poesia/
i poeti oggi se la passano piuttosto male/
quasi nessuno li legge/ quei nessuno sono pochi/
il mestiere ha perso il suo prestigio/per un poeta è ogni giorno più faticoso
conquistarsi l’amore di una ragazza/
essere candidato a presidente/farsi fare credito da qualche bottegaio/
che un guerriero compia delle prodezze affinché lui le canti/
che un re paghi ogni suo verso con tre monete d’oro/

e nessuno sa se questo accade perché sono finiti/
le ragazze/i bottegai/i guerrieri/i re/
o semplicemente i poeti/
o se sono successe entrambe le cose ed è inutile
rompersi la testa cercando una soluzione/

il bello è sapere che uno può cinguettare
nelle più strane circostanze/
zio Juan dopo morto/io ora
affinché tu mi ami/

 
 


 
 

La lontananza
Com/posiciones, 1986
trad. Laura Branchini

Questo aroma di te/ sale?/scende?/

viene da te?/da me?/in che altro
mi dovrei trasformare?/che altro

di me/dovrei essere/

per sapere/vedere/i frammenti

di mondo che in silenzio unisci?/

così bruci distanze?/

mi restituisci al mio animale?/così

mi dai grandezza/o corpo

che invadi con la tua assenza?/

con il tuo sguardo che

non tornerà al tuo occhio/già febbre

senz’altro padrone che il cammino?/

sei qui/è come dire/tutto è qui/

il vuoto e l’unione/e tu/e la

disordinata solitudine/

 
 
 
 

Nella prigione

Caddero i miei anelli/non le mie dita/

il mio splendore non è fatto di gemme/

ho la mia fede/la mia dignità

la mia anima che brilla/il nome

con cui mio padre si chiamò/già odo

cantare nella prigione/una voce

che di colombo o rondinella sia/

prega che uccellini volino

alla finestra dell’amante/e

vi lascino la luce del torturato/

restituiscano all’amata l’immagine

di lei/che è vita in lui/è intatta/

nessun ferro la può bruciare/

il carceriere non la può spezzare/

con sete/con fame/il prigioniero

beve fra le sue lacrime l’amata/

i sali della sua tenerezza/

mangia notti d’amore ancora ardenti/

il senza grazia si nasconde

nella notte della cella come

uccello inopportuno/

suonano i denti dei ratti/

pulci/altre bestie senza volto/

gli assediano corpo e anima/lui

pensa al tempo/vede

la parola forse/

la parola domani/

sotto un altro sole/il sole/

 
 
 
 

Dove

In quali tenebre t’avvolgi?/

non parlo con te/non mi ascolti parlare/

non ti respiro/non ti vedo/mi forgiano

le martellate della tua assenza/

sempre ti amerò/sempre

i miei versi dolenti di te

dirò in solitudine/come se tu fossi

frutta tenuta in segreto/

cieca sotto la gonna

di una bimba/sperduta nella sua memoria/

in fuga/

triste del suo rossore/

 
 


 
 

Pioggia
Interrupciones II, 1988
trad. Milton Fernandez

Piove oggi, piove molto,
come se stessero lavando il mondo
il mio vicino di casa guarda la pioggia
e pensa di scrivere una lettera d’amore/
una lettera d’amore alla donna che vive con luì
e gli cucina e gli lava i vestiti e fa l’amore con lui
e assomiglia alla sua ombra/
il mio vicino non dice mai parole d’amore alla sua donna/
entra in casa dalla finestra e non dalla porta/
da una porta si entra in tanti posti/
al lavoro, in caserma, in carcere, in tutti i palazzi del mondo/
ma non nel mondo/
né in una donna/ né nell’anima/
voglio dire/ in quel cassetto o nave o pioggia che chiamiamo così/
come oggi/che piove molto/
e fatico a scrivere la parola amore/
perché l’amore è una cosa e la parola amore un’altra cosa/
e solo l’anima sa dove entrambi s’incontrano/
e quando/ e come/
ma l’anima cosa può spiegare/
per questo il mio vicino ha delle tempeste in bocca/
parole che si schiantano contro le rocce/
parole che non sanno che c’è il sole perché nascono e
muoiono nella stessa notte in cui ha amato/
e lasciano lettere nel pensiero che lui non scriverà mai/
come il silenzio che esiste tra due rose/
o come me/ che scrivo parole per tornare
al mio vicino che guarda la pioggia/
alla pioggia/
al mio cuore esiliato/

 
 


 
 

Il taglio
Valer La Pena, 2001
trad. Giuliano L. Landini

La poesia non fa sì
che qualcosa accada, disse W.H Auden.
A malapena sopravvive, disse.
Non disse perché. Sopravvive come
sopravvive l’impossibilità.
Vale a dire, il nostro amore,
o il bisonte che traccia croci sulla sabbia
ha dimenticato i suoi denti da latte.
Questo è bello. Significa
che il freddo conoscersi
può avere un altro destino.
Ciò che nessuno ha detto
è dietro le maschere
di cui la verità ha bisogno.
Il mio desiderio di dar baci e parole
sono una stanza molto grande dove
siede assurdamente il cuore.
Vale a dire, sopravvive.
Nel taglio dei suoi strani flussi.

 
 


 
 

Nobiltà
País Que Fue Será, 2004
trad. Laura Branchini

La poesia è pallida e nobile.

Non cambia niente, non incurva colline, non

dà un solo frutto rosso, non

fa rumore di chi strappa

un pezzo di pane per offrire

un pezzo di pane.

Si rannicchia in un angolo e

non si lamenta.

Vive in tutto ciò che si innalza

all’aria e al nascere.

Non chiede nemmeno una visita.

Le basta quel che non è successo.

 
 


 
 

Novità
Mundar, 2007
trad. Laura Branchini

Sogno il mio sogno preferito
e la notte non finisce mai.
Gli alberi rivelano il loro alfabeto
e stelle che
parlano dell’infinito
di ogni soffio del vivere.
Costruisco madri passate
con la mano affondata nella notte.
Che bello era il suo angolo
dove echi vaghi la nominavano!
Così, di spalle a me,
fuggiva ad un paese baciato
dalla sua gelida gioventù.
Madre che
cucinavi distanze
nelle pentole del giorno.
Mi parli ancora
dalle crepe del tempo.

 
 
 
 

Succederà

Quando anima e spirito
e corpo sapranno,
e la luna sarà bella perché io la amai
ed il mondo sarà appeso al filo
della memoria e
sanguinerà la luce dietro
il bagno della sua grazia,
obbligheremo il futuro
a ritornare ancora. Allora
tutti gli occhi saranno uno
e la parola tornerà a parolare 
contro le sue creature.
Avrà termine l’eternità e questa poesia
cercherà ancora il suo
equipaggio e ciò
che non seppe nominare, tanto lontano.


Juan Gelman: biografia e opere