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Dante Alighieri, liriche tratte da Vita Nova e Rime

Jean-Léon Gérôme (1824-1904), Dante (He Hath Seen Hell), 1864-1971

 
Fu la Firenze del 1265 a farsi patria natia del sommo Dante Alighieri, venuto alla luce in una famiglia di piccola nobiltà e di condizioni economiche modeste che, tuttavia, non gli furono impedimento ad un notevole percorso di studi, sotto direttiva di Brunetto Latini, notaio, politico, poeta e scrittore del luogo, nonché autore di opere in volgare italiano e francese.

La frequentazione dei più esclusivi “salotti” letterari, arricchì d’elegiaca sfumatura la cultura coltivata in gioventù, legando indissolubilmente il dantesco vate al Dolce Stil Novo, significativo movimento poetico avviato dal poeta e giudice bolognese Guido Guinizelli ed in seguito ampliatosi in terra fiorentina fra il 1280 ed il 1310.

La tal corrente assorbì in toto animo e pensiero dello stesso Alighieri, in particolar modo nella concezione, ad essa intrinseca, dell’amor cortese, ovvero al ritener la nobiltà di cuore direttamente proporzionale alla capacità d’amare in intima e trascendental maniera; un sentimento in grado d’elevare colui che ne provasse, essendo lo stesso rivolto ad una donna considerata eccelsa e nei confronti della quale manifestare una devozione quasi servile.

Una sorta d’amore platonico a cui dedicarsi nella struggente e malinconica consapevolezza del non poterne vivere la fisicità, motivo per cui, spesso, la destinataria di cotanto affetto era femminea creatura al di fuori del matrimonio e la cui irraggiungibilità, nonostante tutto, riusciva a lenire gli interiori tormenti, lasciandosi avvolgere dall’inebriamento conseguente all’esaltarne le qualità, in sospirante e sofferto afflato, eviscerato in poesia.

Fu entro la prima decade di vita che acerbe trame d’un amoroso travolgimento iniziarono a ricamarsi nel cuore del poeta quando, a nove anni, incontrò Beatrice, colei che, storicamente identificata con Bice di Folco Portinari, diverrà sua adorata musa ispiratrice, purtroppo maritata ad altro uomo, Simone de’ Bardi, così come lo stesso Dante, convolato a nozze con Gemma di Manetto Donati, dalla quale ebbe quattro figli.

Lacerante fendente al di lui petto fu la morte di Beatrice, la quale esalò l’ultimo respiro riempiendo di boccheggiante affanno quello dello stesso Alighieri che, entrato in una crisi profonda, gradatamente ne uscì dedicandosi con zelante scrupolo agli studi e, a circa un lustro dalla dipartita dell’amata, appassionandosi attivamente alla vita politica della sua città; convinto fu il suo sostener le motivazioni della parte bianca dei guelfi, all’epoca decisamente contrapposti alla nera ed acerrimi nemici dei ghibellini con i quali, negli anni precedenti, si eran susseguiti scontri sanguinari sul filo delle contrapposizioni fra impero e papato.

A sopravvento avvenuto dei guelfi neri, nel 1302 Dante fu definitivamente esiliato, peregrinando per quasi due decadi fra varie corti della penisola e perendo, nel 1321, diviso fra amor di penna e graffiante sofferenza per non aver potuto riposare sguardo sull’amata Firenze.
 

Selezione di passi in prosa e componimenti poetici tratti da Vita Nova e Rime, versi forse meno celebri della Divina Commedia, ma che a Dante Alighieri appartennero in egual misura, tasselli d’interiorità fondamentali al suo percorso letterario, fino alla stesura dell’universale capolavoro • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Andrea Besteghi (1817-1869)
Dante che parte per l’esilio, 1867

 
Ricordato ed inevitabilmente ricollegato nell’immediato alla sua Commedia, varie furono le opere firmate, inclusi trattati politici e scientifici.

Fra queste, la Vita Nova (1292-1295), commovente ed intensa raccolta in volgare fiorentino dove l’amore spirituale per Beatrice esplode fra prosa e poesia, soavemente tratteggiando la fragile amabilità d’un uomo il cui sconsolato sentimento, meravigliosamente terreno, trova il coraggio di tentar quella metamorfosi che ardimentosa elevazione divenga. Uno sbottonarsi patimento a rinnovo della capacità di provare emozioni, agghindando le stesse di celestialità e rendendo l’amor provato un diafano slancio verso colei che, evanescente, si pone ad esistenziale ed artistica conduzione verso la beatitudine.

Un Alighieri quasi trentenne, quello della Vita Nova.

Uno scrittore il cui inchiostro si mosse s’un abbondante ventennio, fu invece quello delle Rime, produzione poetica di raggruppamento, ad opera di postumi, alla quale, ad eccezione della succitata opera e del Convivium, appartengono sonetti epistolari fra il poeta ed altri autori più ottanta testi, seppur ventisei d’indubbia attribuzione. Suddivise fra rime di varie argomentazioni, un tenzone con Forese Donati e quattro canzoni riferite a donna diversa da Beatrice (le cosiddette “rime petrose”), il valore inestimabile della tal antologia sta nel contenere, fra le medesime pagine, i vissuti umani, i differenti stili linguistici, le opinioni dichiarate e, soprattutto, l’evoluzione, sia scrittoria che di pensiero d’un poeta la cui mirabile ecletticità traspare alla sola lettura.

Un addentrarsi in versi forse meno celebri della Divina Commedia, ma che al Dante appartennero in egual misura, tasselli d’interiorità fondamentali al suo percorso poetico, fino alla stesura dell’universale capolavoro.

 


 

Vita Nuova

I

A ciascun’alma presa e gentil core
nel cui cospetto ven lo dir presente,
in ciò che mi rescrivan suo parvente,
salute in lor segnor, cioè Amore.

Già eran quasi che atterzate l’ore
del tempo che onne stella n’è lucente,
quando m’apparve Amor subitamente,
cui essenza membrar mi dà orrore.

Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.

Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea:
appresso gir lo ne vedea piangendo.

 


 

V

O voi che per la via d’Amor passate
attendete e guardate
s’elli è dolore alcun, quanto ’l mio, grave;
e prego sol ch’audir mi sofferiate,
e poi imaginate
s’io son d’ogni tormento ostale e chiave.

Amor, non già per mia poca bontate,
ma per sua nobilitate,
mi pose in vita sì dolce e soave,
ch’io mi sentia dir dietro spesse fiate:
“Deo, per qual dignitate
così leggiadro questi lo core have?”

Or ho perduta tutta mia baldanza,
che si movea d’amoroso tesoro;
ond’io pover dimoro,
in guisa che di dir mi ven dottanza.

Sì che volendo far come coloro
che per vergogna celan lor mancanza,
di fuor mostro allegranza,
e dentro da lo core struggo e ploro.

 


 

VIII

Cavalcando l’altr’ier per un cammino,
pensoso de l’andar che mi sgradia,
trovai Amore in mezzo de la via
in abito leggier di peregrino.

Ne la sembianza mi parea meschino,
come avesse perduto segnoria;
e sospirando pensoso venia,
per non veder la gente, a capo chino.

Quando mi vide, mi chiamò per nome,
e disse: “Io vegno di lontana parte,
ov’era lo tuo cor per mio volere;

e recolo a servir novo piacere”.
Allora presi di lui sì gran parte,
ch’elli disparve, e non m’accorsi come.

 


 

IX

Ballata i’ voi che tu ritrovi Amore,
e con lui vade a madonna davante,
sì che la scusa mia, la qual tu cante,
ragioni poi con lei lo mio segnore.
Tu vai, ballata, sì cortesemente,

che sanza compagnia
dovresti avere in tutte parti ardire,
ma se tu vuoli andar sicuramente,
retrova l’Amor pria,
ché forse non è bon sanza lui gire;

però che quella che ti dee audire,
sì com’io credo, è ver di me adirata:
se tu di lui non fosse accompagnata,
leggeramente ti faria disnore.
Con dolce sono, quando se’ con lui,

comincia este parole,
appresso che averai chesta pietate:
“Madonna, quelli che mi manda a vui,
quando vi piaccia, vole,
sed elli ha scusa, che la m’intendiate.

Amore è qui, che per vostra bieltate
lo face, come vol, vista cangiare:
dunque perché li fece altra guardare
pensatel voi, da che non mutò ’l core”.
Dille: “Madonna, lo suo core è stato

con sì fermata fede,
che ’n voi servir l’ha ’mpronto onne pensero:
tosto fu vostro, e mai non s’è smagato”.
Sed ella non ti crede,
dì che domandi Amor, che sa lo vero:

ed a la fine falle umil preghero,
lo perdonare se le fosse a noia,
che mi comandi per messo ch’eo moia,
e vedrassi ubidir ben servidore.
E dì a colui ch’è d’ogni pietà chiave,

avante che sdonnei,
che le saprà contar mia ragion bona:
“Per grazia de la mia nota soave
reman tu qui con lei,
e del tuo servo ciò che vuoi ragiona;

e s’ella per tuo prego li perdona,
fa che li annunzi un bel sembiante pace”.
Gentil ballata mia, quando ti piace,
movi in quel punto che tu n’aggie onore.

 


 

X

Tutti li miei penser parlan d’Amore;
e hanno in lor sì gran varietate,
ch’altro mi fa voler sua potestate,
altro folle ragiona il suo valore,

altro sperando m’apporta dolzore,
altro pianger mi fa spesse fiate;
e sol s’accordano in cherer pietate,
tremando di paura che è nel core.

Ond’io non so da qual matera prenda;
e vorrei dire, e non so ch’io mi dica:
così mi trovo in amorosa erranza!

E se con tutti voi fare accordanza,
convenemi chiamar la mia nemica,
madonna la Pietà, che mi difenda.

 


 

XII

Ciò che m’incontra, ne la mente more,
quand’i’ vegno a veder voi, bella gioia;
e quand’io vi son presso, i’ sento Amore
che dice: “Fuggi, se ’l perir t’è noia”.

Lo viso mostra lo color del core,
che, tramortendo, ovunque pò s’appoia;
e per la ebrietà del gran tremore
le pietre par che gridin: Moia, moia.

Peccato face chi allora mi vide,
se l’alma sbigottita non conforta,
sol dimostrando che di me li doglia,

per la pietà, che ’l vostro gabbo ancide,
la qual si cria ne la vista morta
de li occhi, c’hanno di lor morte voglia.

 


 

XIII

Spesse fiate vegnomi a la mente
le oscure qualità ch’Amor mi dona,
e venmene pietà, sì che sovente
io dico: “Lasso!, avviene elli a persona?”;

ch’Amor m’assale subitamente,
sì che la vita quasi m’abbandona:
campami un spirto vivo solamente,
e que’ riman perché di voi ragiona.

Poscia mi sforzo, ché mi voglio atare;
e così smorto, d’onne valor voto,
vegno a vedervi, credendo guerire:

e se io levo li occhi per guardare,
nel cor mi si comincia uno tremoto,
che fa de’ polsi l’anima partire.

Selezione di passi in prosa e componimenti poetici tratti da Vita Nova e Rime, versi forse meno celebri della Divina Commedia, ma che a Dante Alighieri appartennero in egual misura, tasselli d’interiorità fondamentali al suo percorso letterario, fino alla stesura dell’universale capolavoro • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Domenico di Michelino (1417-1491)
La Divina Commedia di Dante, 1465

 


 

XIV

Donne ch’avete intelletto d’amore,
i’ vo’ con voi de la mia donna dire,
non perch’io creda sua laude finire,
ma ragionar per isfogar la mente.
Io dico che pensando il suo valore,
Amor sì dolce mi si fa sentire,
che s’io allora non perdessi ardire,
farei parlando innamorar la gente.
E io non vo’ parlar sì altamente,
ch’io divenisse per temenza vile;
ma tratterò del suo stato gentile
a respetto di lei leggeramente,
donne e donzelle amorose, con vui,
ché non è cosa da parlarne altrui.

Angelo clama in divino intelletto
e dice: “Sire, nel mondo si vede
maraviglia ne l’atto che procede
d’un’anima che ’nfin qua su risplende”.
Lo cielo, che non have altro difetto
che d’aver lei, al suo segnor la chiede,
e ciascun santo ne grida merzede.
Sola Pietà nostra parte difende,
che parla Dio, che di madonna intende:
“Diletti miei, or sofferite in pace
che vostra spene sia quanto me piace
là ’v’è alcun che perder lei s’attende,
e che dirà ne lo inferno: O mal nati,
io vidi la speranza de’ beati”.

Madonna è disiata in sommo cielo:
or voi di sua virtù farvi savere.
Dico, qual vuol gentil donna parere
vada con lei, che quando va per via,
gitta nei cor villani Amore un gelo,
per che onne lor pensero agghiaccia e pere;
e qual soffrisse di starla a vedere
diverria nobil cosa, o si morria.
E quando trova alcun che degno sia
di veder lei, quei prova sua vertute,
ché li avvien, ciò che li dona, in salute,
e sì l’umilia, ch’ogni offesa oblia.
Ancor l’ha Dio per maggior grazia dato
che non pò mal finir chi l’ha parlato.

Dice di lei Amor: “Cosa mortale
come esser pò sì adorna e sì pura?”
Poi la reguarda, e fra se stesso giura
che Dio ne ’ntenda di far cosa nova.
Color di perle ha quasi, in forma quale
convene a donna aver, non for misura:
ella è quanto de ben pò far natura;
per essemplo di lei bieltà si prova.
De li occhi suoi, come ch’ella li mova,
escono spirti d’amore inflammati,
che feron li occhi a qual che allor la guati,
e passan sì che ’l cor ciascun retrova:
voi le vedete Amor pinto nel viso,
là ’ve non pote alcun mirarla fiso.

Canzone, io so che tu girai parlando
a donne assai, quand’io t’avrò avanzata.
Or t’ammonisco, perch’io t’ho allevata
per figliuola d’Amor giovane e piana,
che là ’ve giugni tu diche pregando:
“Insegnatemi gir, ch’io son mandata
a quella di cui laude so’ adornata”.
E se non vuoli andar sì come vana,
non restare ove sia gente villana:
ingegnati, se puoi, d’esser palese
solo con donne o con omo cortese,
che ti merrano là per via tostana.
Tu troverai Amor con esso lei;
raccomandami a lui come tu dei.

 


 

XVI

Amore e ’l cor gentil sono una cosa,
sì come il saggio in suo dittare pone,
e così esser l’un sanza l’altro osa
com’alma razional sanza ragione.

Falli natura quand’è amorosa,
Amor per sire e ’l cor per sua magione,
dentro la qual dormendo si riposa
tal volta poca e tal lunga stagione.

Bieltate appare in saggia donna poi,
che piace a li occhi sì, che dentro al core
nasce un disio de la cosa piacente;

e tanto dura talora in costui,
che fa svegliar lo spirito d’Amore.
E simil face in donna omo valente.

 


 

XVII

Ne li occhi porta la mia donna Amore,
per che si fa gentil ciò ch’ella mira;
ov’ella passa, ogn’om ver lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core,

sì che, bassando il viso, tutto smore,
e d’ogni suo difetto allor sospira:
fugge dinanzi a lei superbia ed ira.
Aiutatemi, donne, farle onore.

Ogne dolcezza, ogne pensero umile
nasce nel core a chi parlar la sente,
ond’è laudato chi prima la vide.

Quel ch’ella par quando un poco sorride,
non si pò dicer né tenere a mente,
sì è novo miracolo e gentile.

 


 

XXI

Io mi senti’ svegliar dentro a lo core
un spirito amoroso che dormia:
e poi vidi venir da lungi Amore
allegro sì, che appena il conoscia,

dicendo: “Or pensa pur di farmi onore”;
e ’n ciascuna parola sua ridia.
E poco stando meco il mio segnore,
guardando in quella parte onde venia,

io vidi monna Vanna e monna Bice
venire inver lo loco là ’v’io era,
l’una appresso de l’altra maraviglia;

e sì come la mente mi ridice,
Amor mi disse: “Quell’è Primavera,
e quell’ha nome Amor, sì mi somiglia”.

 


 

XXII

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ’ntender no la può chi no la prova:

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: sospira

 


 

XXIII

Vede perfettamente onne salute
chi la mia donna tra le donne vede;
quelle che vanno con lei son tenute
di bella grazia a Dio render merzede.

E sua bieltate è di tanta vertute,
che nulla invidia a l’altre ne procede,
anzi la face andar seco vestute
di gentilezza, d’amore e di fede.

La vista sua fa onne cosa umile;
e non fa sola sé parer piacente,
ma ciascuna per lei riceve onore.

Ed è ne li atti suoi tanto gentile,
che nessun la si può recare a mente,
che non sospiri in dolcezza d’amore.

 


 

XXV

Li occhi dolenti per pietà del core
hanno di lagrimar sofferta pena,
sì che per vinti son remasi omai.
Ora, s’i’ voglio sfogar lo dolore,
che a poco a poco a la morte mi mena,
convenemi parlar traendo guai.
E perché me ricorda ch’io parlai
de la mia donna, mentre che vivia,
donne gentili, volentier con vui,
non voi parlare altrui,
se non a cor gentil che in donna sia;
e dicerò di lei piangendo, pui
che si n’è gita in ciel subitamente,
e ha lasciato Amor meco dolente.

Ita n’è Beatrice in alto cielo,
nel reame ove li angeli hanno pace,
e sta con loro, e voi, donne, ha lassate:
no la ci tolse qualità di gelo
né di calore, come l’altre face,
ma solo fue sua gran benignitate;
ché luce de la sua umilitate
passò li cieli con tanta vertute,
che fé maravigliar l’etterno sire,
sì che dolce disire
lo giunse di chiamar tanta salute;
e fella di qua giù a sé venire,
perché vedea ch’esta vita noiosa
non era degna di sì gentil cosa.

Partissi de la sua bella persona
piena di grazia l’anima gentile,
ed èssi gloriosa in loco degno.
Chi no la piange, quando ne ragiona,
core ha di pietra sì malvagio e vile,
ch’entrar no i puote spirito benegno.
Non è di cor villan sì alto ingegno,
che possa imaginar di lei alquanto,
e però no li ven di pianger doglia:
ma ven tristizia e voglia
di sospirare e di morir di pianto,
e d’onne consolar l’anima spoglia
chi vede nel pensero alcuna volta
quale ella fue, e com’ella n’è tolta.

Dannomi angoscia li sospiri forte,
quando ’l pensero ne la mente grave
mi reca quella che m’ha ’l cor diviso:
e spesse fiate pensando a la morte,
venemene un disio tanto soave,
che mi tramuta lo color nel viso.
E quando ’l maginar mi ven ben fiso,
giugnemi tanta pena d’ogne parte,
ch’io mi riscuoto per dolor ch’i’ sento;
e sì fatto divento,
che da le genti vergogna mi parte.
Poscia piangendo, sol nel mio lamento
chiamo Beatrice, e dico: “Or se’ tu morta?”;
e mentre ch’io la chiamo, me conforta.

Piange di doglia e sospirar d’angoscia
mi strugge ’l core ovunque sol mi trovo,
sì che ne ’ncrescerebbe a chi m’audesse:
e quale è stata la mia vita, poscia
che la mia donna andò nel secol novo,
lingua non è che dicer lo sapesse:
e però, donne mie, pur ch’io volesse,
non vi saprei io dir ben quel ch’io sono,
sì mi fa travagliar l’acerba vita;
la quale è sì ’nvilita,
che ogn’om par che mi dica: “Io t’abbandono”,
veggendo la mia labbia tramortita.
Ma quel ch’io sia la mia donna il si vede,
e io ne spero ancor da lei merzede.

Pietosa mia canzone, or va piangendo;
e ritrova le donne e le donzelle
a cui le tue sorelle
erano usate di portar letizia;
e tu, che se’ figliuola di tristizia,
vatten disconsolata a star con elle.

Selezione di passi in prosa e componimenti poetici tratti da Vita Nova e Rime, versi forse meno celebri della Divina Commedia, ma che a Dante Alighieri appartennero in egual misura, tasselli d’interiorità fondamentali al suo percorso letterario, fino alla stesura dell’universale capolavoro • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Henry Holiday (1839-1927)
Dante e Beatrice, 1883

 


 

XXXII

Color d’amore e di pietà sembianti
non preser mai così mirabilmente
viso di donna, per veder sovente
occhi gentili o dolorosi pianti,

come lo vostro, qualora davanti
vedetevi la mia labbia dolente;
sì che per voi mi ven cosa a la mente,
ch’io temo forte non lo cor si schianti.

Eo non posso tener li occhi distrutti
che non reguardin voi spesse fiate,
per desiderio di pianger ch’elli hanno:

e voi crescete sì lor volontate,
che de le voglia si consuman tutti;
ma lagrimar dinanzi a voi non sanno.

 


 

Rime del tempo di Vita Nuova

LVIII

Deh, Violetta, che in ombra d’Amore
negli occhi miei sì subito apparisti,
aggi pietà del cor che tu feristi,
che spera in te e disiando more.
Tu, Violetta, in forma più che umana,

foco mettesti dentro in la mia mente
col tuo piacer ch’io vidi;
poi con atto di spirito cocente
creasti speme, che in parte mi sana
là dove tu mi ridi.

Deh non guardare perché a lei mi fidi,
ma drizza gli occhi al gran disio che m’arde,
ché mille donne già per essere tarde
sentiron pena de l’altrui dolore.

 


 

LXV

De gli occhi de la mia donna si move
un lume sì gentil, che dove appare
si veggion cose ch’uom non pò ritrare
per loro altezza e per lor esser nove:

e de’ suoi razzi sovra ’l meo cor piove
tanta paura, che mi fa tremare,
e dicer “Qui non voglio mai tornare”;
ma poscia perdo tutte le mie prove,

e tornomi colà dov’io son vinto,
riconfortando gli occhi paurusi,
che sentier prima questo gran valore.

Quando son giunto, lasso!, ed e’ son chiusi;
lo disio che li mena quivi è stinto:
però proveggia a lo mio stato Amore.

 


 

LXVI

Ne le man vostre, gentil donna mia,
raccomando lo spirito che more:
e’ se ne va sì dolente, ch’Amore
lo mira con pietà, che ’l manda via.

Voi lo legaste a la sua signoria,
sì che non ebbe poi alcun valore
di poter lui chiamar se non: “Signore,
qualunque vuoi di me, quel vo’ che sia”.

Io so che a voi ogni torto dispiace;
però la morte, che non ho servita,
molto più m’entra ne lo core amara.

Gentil mia donna, mentre ho de la vita,
per tal ch’io mora consolato in pace,
vi piaccia agli occhi miei non esser cara.

 


 

LXVII

E’ m’incresce di me sì duramente,
ch’altrettanto di doglia
mi reca la pietà quanto ‘l martirio,
lasso, però che dolorosamente
sento contro mia voglia

raccoglier l’aire del sezza’ sospiro
entro ’n quel cor che i belli occhi feriro
quando li aperse Amor con le sue mani
per conducermi al tempo che mi sface.
Oimè, quanto piani,

soavi e dolci ver me si levaro,
quand’elli incominciaro
la morte mia, che tanto mi dispiace,
dicendo “Nostro lume porta pace”!
“Noi darem pace al core, a voi diletto”

diceano a li occhi miei
quei de la bella donna alcuna volta;
ma poi che sepper di loro intelletto
che per forza di lei
m’era la mente già ben tutta tolta,

con le insegne d’Amor dieder la volta;
sì che la lor vittoriosa vista
poi non si vide pur una fiata:
ond’è rimasa trista
l’anima mia che n’attendea conforto,

e ora quasi morto
vede lo core a cui era sposata,
e partir la convene innamorata.
Innamorata se ne va piangendo
fora di questa vita

la sconsolata, ché la caccia Amore.
Ella si move qinci sì dolendo,
ch’anzi la sua partita
l’ascolta con pietate il suo fattore.
Ristretta s’è entro il mezzo del core

con quella vita che rimane spenta
solo in quel punto ch’ella si va via;
e ivi si lamenta
d’Amor, che fuor d’esto mondo la caccia;
e spessamente abbraccia

li spiriti che piangon tuttavia,
però che perdon la lor compagnia.
L’imagine di questa donna siede
su ne la mente ancora,
là ’ve la pose quei che fu sua guida;

e non le pesa del mal ch’ella vede,
anzi vie più bella ora
che mai e vie più lieta par che rida;
e alza li occhi micidiali, e grida
sopra colei che piange il suo partire:

“Vanne, misera, fuor, vattene omai!”.
Questo grida il desire
che mi combatte così come sole,
avvegna che men dole,
però che ’l mio sentire è meno assai

ed è più presso al terminar de’ guai.
Lo giorno che costei nel mondo venne,
secondo che si trova
nel libro de la mente che vien meno,
la mia persona pargola sostenne

una passion nova,
tal ch’io rimasi di paura pieno;
ch’a tutte mie virtù fu posto un freno
subitamente, sì ch’io caddi in terra,
per una luce che nel cuor percosse:

e se ’l libro non erra,
lo spirito maggior tremò sì forte,
che parve ben che morte
per lui in questo mondo giunta fosse:
ma or ne incresce a quei che questo mosse.

Quando m’apparve poi la gran biltate
che sì mi fa dolere,
donne gentili a cu’ i’ ho parlato,
quella virtù che ha più nobilitate,
mirando nel piacere,

s’accorse ben che ’l suo male era nato;
e conobbe ’l disio ch’era creato
per lo mirare intento ch’ella fece;
sì che piangendo disse a l’altre poi:
“Qui giugnerà, in vece
d’una ch’io vidi, la bella figura,

che già mi fa paura;
che sarà donna sopra tutte noi,
tosto che fia piacer de li occhi suoi”.
Io ho parlato a voi, giovani donne,

che avete li occhi di bellezze ornati
e la mente d’amor vinta e pensosa,
perché raccomandati
vi sian li detti miei ovunque sono;
e ’nnanzi a voi perdono

la morte mia a quella bella cosa
che me n’ha colpa e mai non fu pietosa.

 


 

LXVIII

Lo doloroso amor che mi conduce
a fin di morte per piacer di quella
che lo mio cor solea tener gioioso,
m’ha tolto e toglie ciascun dì la luce
che avean li occhi miei di tale stella,

che non credea di lei mai star doglioso:
e ’l colpo suo c’ho portato nascoso,
omai si scopre per soverchia pena,
la qual nasce del foco
che m’ha tratto di gioco,

sì ch’altro mai che male io non aspetto;
e ’l viver mio (omai esser de’ poco)
fin a la morte mia sospira e dice:
“Per quella moro c’ha nome Beatrice”.
Quel dolce nome, che mi fa il cor agro,

tutte fiate ch’i’ lo vedrò scritto
mi farà nuovo ogni dolor ch’io sento;
e de la doglia diverrò sì magro
de la persona, e ’l viso tanto afflitto,
che qual mi vederà n’avrà pavento.

E allor non trarrà sì poco vento
che non mi meni, sì ch’io cadrò freddo;
e per tal verrò morto,
e ’l dolor sarà scorto
con l’anima che sen girà sì trista;

e sempre mai con lei starà ricolto,
ricordando la gio’ del dolce viso,
a che niente par lo paradiso.
Pensando a quel che d’Amore ho provato,
l’anima mia non chiede altro diletto,

né il penar non cura il quale attende;
ché, poi che ’l corpo sarà consumato,
se n’anderà l’amor che m’ha sì stretto
con lei a quel ch’ogni ragione intende;
e se del suo peccar pace no i rende,

partirassi col tormentar ch’è degna.
sì che non ne paventa;
e starà tanto attenta
d’imaginar colei per cui s’è mossa,
che nulla pena avrà ched ella senta;

sì che se ’n questo mondo io l’ho perduto,
Amor ne l’altro men darà trebuto.
Morte, che fai piacere a questa donna,
per pietà innanzi che tu mi dis[c]igli,
va da lei, fatti dire

perchè m’avvien che la luce di quigli
che mi fan tristo, mi sia così tolta:
se per altrui ella fosse ricolta,
falmi sentire, e trarra’mi d’errore,
e assai finirò con men dolore.

Selezione di passi in prosa e componimenti poetici tratti da Vita Nova e Rime, versi forse meno celebri della Divina Commedia, ma che a Dante Alighieri appartennero in egual misura, tasselli d’interiorità fondamentali al suo percorso letterario, fino alla stesura dell’universale capolavoro • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Dante nel ciclo di affreschi della bottega di Giotto (1267-1337)
Cappella del Podestà, Palazzo del Bargello, Firenze, 1330-1337

 


 

LXIX

Di donne io vidi una gentile schiera
questo Ognissanti prossimo passato,
e una ne venia quasi imprimiera,
veggendosi l’Amor dal destro lato.

De gli occhi suoi gittava una lumera,
la qual parea un spirito infiammato;
e i’ ebbi tanto ardir, ch’in la sua cera
guarda’, [e vidi] un angiol figurato.

A chi era degno donava salute
co gli atti suoi quella benigna e piana,
e ’mpiva ’l core a ciascun di vertute.

Credo che de lo ciel fosse soprana,
e venne in terra per nostra salute:
là ’nd’è beata chi l’è prossimana.

 


 

LXXII

Un dì si venne a me Malinconia
e disse: “Io voglio un poco stare teco”;
e parve a me ch’ella menasse seco
Dolore e Ira per sua compagnia.

E io le dissi: “Partiti, va via”;
ed ella mi rispose come un greco:
e ragionando a grande agio meco,
guardai e vidi Amore, che venia

vestito di novo d’un drappo nero,
e nel suo capo portava un cappello;
e certo lacrimava pur di vero.

Ed eo li dissi: “Che hai, cattivello?”.
Ed el rispose: “Eo ho guai e pensero,
ché nostra donna mor, dolce fratello”.

 


 

Rime allegoriche e dottrinali

LXXX

Voi che savete ragionar d’Amore,
udite la ballata mia pietosa,
che parla d’una donna disdegnosa,
la qual m’ha tolto il cor per suo valore.
Tanto disdegna qualunque la mira,

che fa chinare gli occhi di paura,
però che intorno a’ suoi sempre si gira
d’ogni crudelitate una pintura;
ma dentro portan la dolze figura
ch’a l’anima gentil fa dir: “Merzede!”,

sì vertuosa, che quando si vede,
trae li sospiri altrui fora del core.
Par ch’ella dica: “Io non sarò umile
verso d’alcun che ne li occhi mi guardi,
ch’io ci porto entro quel segnor gentile

che m’ha fatto sentir de li suoi dardi”.
E certo i’ credo che così li guardi
per vederli per sé quando le piace,
a quella guisa retta donna face
quando si mira per volere onore.

Io non ispero che mai per pietate
degnasse di guardare un poco altrui,
così è fera donna in sua bieltate
questa che sente Amor negli occhi sui.
Ma quanto vuol nasconda e guardi lui,

ch’io non veggia talor tanta salute;
però che i miei disiri avran vertute
contra ’l disdegno che mi dà tremore.

 


 

LXXXIII

Poscia ch’Amor del tutto m’ha lasciato,
non per mio grato,
ché stato non avea tanto gioioso,
ma però che pietoso
fu tanto del meo core,
che non sofferse d’ascoltar suo pianto;
i’ canterò così disamorato
contra ’l peccato,
ch’è nato in noi, di chiamare a ritroso
tal ch’è vile e noioso
con nome di valore,
cioè di leggiadria, ch’è bella tanto
che fa degno di manto
imperial colui dov’ella regna:
ell’è verace insegna
la qual dimostra u’ la vertù dimora;
per ch’io son certo, se ben la difendo
nel dir com’io la ’ntendo,
ch’Amor di sé mi farà grazia ancora.

Sono che per gittar via loro avere
credon potere
capere là dove li boni stanno
che dopo morte fanno
riparo ne le mente
a quei contanti c’hanno canoscenza.
Ma lor messione a’ bon non pò piacere,
perché tenere
savere fora, e fuggiriano il danno,
che si aggiugne a lo ’nganno
di loro e de la gente
c’hanno falso iudicio in lor sentenza.
Qual non dirà fallenza
divorar cibo ed a lussuria intendere?
ornarsi, come vendere
si dovesse al mercato di non saggi?
ché ’l saggio non pregia om per vestimenta,
ch’altrui sono ornamenta,
ma pregia il senno e li genti coraggi.

E altri son che, per esser ridenti,
d’intendimenti
correnti voglion esser iudicati
da quei che so’ ingannati
veggendo rider cosa
che lo ’ntelletto cieco non la vede.
E’ parlan con vocaboli eccellenti;
vanno spiacenti,
contenti che da lunga sian mirati;
non sono innamorati
mai di donna amorosa;
ne’ parlamenti lor tengono scede;
non moveriano il piede
per donneare a guisa di leggiadro,
ma come al furto il ladro,
così vanno a pigliar villan diletto;
e non però che ’n donne è sì dispento
leggiadro portamento,
che paiono animai sanza intelletto.

Ancor che ciel con cielo in punto sia,
che leggiadria
disvia cotanto, e più che quant’io conto,
io, che le sono conto
merzé d’una gentile
che la mostrava in tutti gli atti sui,
non tacerò di lei, ché villania
far mi parria
sì ria, ch’a’ suoi nemici sarei giunto:
per che da questo punto
con rima più sottile
tratterò il ver di lei, ma non so cui.
Eo giuro per colui
ch’Amor si chiama ed è pien di salute,
che sanza ovrar vertute
nessun pote acquistar verace loda:
dunque se questa mia matera è bona,
come ciascun ragiona,
sarà vertù o con vertù s’annoda.

Non è pura vertù la disviata,
poi ch’è blasmata,
negata là ’v’è più vertù richesta,
cioè in gente onesta
di vita spiritale
o in abito che di scienza tiene.
Dunque, s’ell’è in cavalier lodata,
sarà mischiata,
causata di più cose; perché questa
conven che di sé vesta
l’un bene e l’altro male,
ma vertù pura in ciascuna sta bene.
Sollazzo è che convene
con esso Amore e l’opera perfetta:
da questo terzo retta
è vera leggiadria e in esser dura,
sì come il sole al cui esser s’adduce
lo calore e la luce
con la perfetta sua bella figura.

Al gran pianeto è tutta simigliante
che, dal levante
avante infino a tanto che s’asconde,
co li bei raggi infonde
vita e vertù qua giuso
ne la matera sì com’è disposta:
e questa, disdegnosa di cotante
persone, quante
sembiante portan d’omo, e non responde
il lor frutto a le fronde
per lo mal c’hanno in uso,
simili beni al cor gentile accosta;
ché ’n donar vita è tosta
co’ bei sembianti e co’ begli atti novi
ch’ognora par che trovi,
e vertù per essemplo a chi lei piglia.
Oh falsi cavalier, malvagi e rei,
nemici di costei,
ch’al prenze de le stelle s’assimiglia!

Dona e riceve l’om cui questa vole,
mai non sen dole;
né ’l sole per donar luce a le stelle,
né per prender da elle
nel suo effetto aiuto;
ma l’uno e l’altro in ciò diletto tragge.
Già non s’induce a ira per parole,
ma quelle sole
ricole che son bone, e sue novelle
sono leggiadre e belle;
per sé caro è tenuto
e disiato da persone sagge,
ché de l’altre selvagge
cotanto laude quanto biasmo prezza;
per nessuna grandezza
monta in orgoglio, ma quando gl’incontra
che sua franchezza li conven mostrare,
quivi si fa laudare.
Color che vivon fanno tutti contra.

 


 

LXXXIV

Parole mie che per lo mondo siete,
voi che nasceste poi ch’io cominciai
a dir per quella donna in cui errai
“Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete”.

andatevene a lei, che la sapete,
chiamando sì ch’ell’oda i vostri guai;
ditele: “Noi siam vostre, ed unquemai
più che noi siamo non ci vederete”.

Con lei non state, ché non v’è Amore;
ma gite a torno in abito dolente
a guisa de le vostre antiche sore.

Quando trovate donna di valore,
gittatelevi a’ piedi umilemente,
dicendo: “A voi dovem noi fare onore”.

Selezione di passi in prosa e componimenti poetici tratti da Vita Nova e Rime, versi forse meno celebri della Divina Commedia, ma che a Dante Alighieri appartennero in egual misura, tasselli d’interiorità fondamentali al suo percorso letterario, fino alla stesura dell’universale capolavoro • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Dante Gabriel Rossetti (1828–1882), Giotto dipinge Dante, 1852
Da sinistra verso destra: Guido Cavalcanti, Dante, Giotto in atto di ritrarre il poeta come nel Palazzo del Bargello,
Cimabue e tra le donne in processione, Beatrice.

 


 

Rime d’amore e di corrispondenza

XC

Amor, che movi tua vertù dal cielo
come ’l sol lo splendore,
ché là s’apprende più lo suo valore
dove più nobiltà suo raggio trova;
e come el fuga oscuritate e gelo,
così, alto segnore,
tu cacci la viltate altrui del core,
né ira contra te fa lunga prova;
da te conven che ciascun ben si mova
per lo qual si travaglia il mondo tutto;
sanza te è distrutto
quanto avemo in potenzia di ben fare,
come pintura in tenebrosa parte,
che non si può mostrare
né dar diletto di color né d’arte.

Feremi ne lo cor sempre tua luce,
come raggio in la stella,
poi che l’anima mia fu fatta ancella
de la tua podestà primeramente;
onde ha vita un disio che mi conduce
con sua dolce favella
in rimirar ciascuna cosa bella
con più diletto quanto è più piacente.
Per questo mio guardar m’è ne la mente
una giovane entrata, che m’ha preso,
e hagli un foco acceso,
com’acqua per chiarezza fiamma accende;
perché nel suo venir li raggi tuoi,
con li quai mi risplende,
saliron tutti su ne gli occhi suoi.

Questo è ne l’esser suo bella, e gentile
ne gli atti ed amorosa,
tanto lo imaginar, che non si posa,
l’adorna ne la mente ov’io la porto;
non che da se medesmo sia sottile
a così alta cosa,
ma da la sua vertute ha quel ch’elli osa
oltre al poder che natura ci ha porto.
E’ sua beltà del suo valor conforto,
in quanto giudicar si puote effetto
sovra degno suggetto,
in guisa ched è ’l sol segno di foco;
lo qual a lui non dà ne to’ virtute,
ma fallo in altro loco
ne l’effetto parer di più salute.

Dunque, segnor di sì gentil natura
che questa nobilitate
che avven qua giuso e tutt’altra bontate
lieva principio de la tua altezza,
guarda la vita mia quanto ella è dura,
e prendine pietate,
ché lo tuo ardor per la costei bieltate
mi fa nel core aver troppa gravezza.
Falle sentire, Amor, per tua dolcezza,
il gran disio ch’i’ ho di veder lei;
non soffrir che costei
per giovanezza mi conduca a morte;
ché non s’accorge ancor com’ella piace,
né quant’io l’amo forte,
né che ne li occhi porta la mia pace.

Onor ti sarà grande se m’aiuti,
e a me ricco dono,
tanto quanto conosco ben ch’io sono
là ’v’io non posso difender mia vita;
ché gli spiriti miei son combattuti
da tal ch’io non ragiono,
se per tua volontà non han perdono,
che posson guari star sanza finita.
Ed ancor tua potenzia fia sentita
da questa bella donna, che n’è degna;
che par che si convegna
di darle d’ogni ben gran compagnia,
com’a colei che fu nel mondo nata
per aver segnoria
sovra la mente d’ogni uom che la guata.

 


 

Rime per la donna Pietra

C

Io son venuto al punto de la rota
che l’orizzonte, quando il sol si corca,
ci partorisce il geminato cielo,
e la stella d’amor ci sta remota
per lo raggio lucente che la ’nforca

sì di traverso, che le si fa velo;
e quel pianeta che conforta il gelo
si mostra tutto a noi per lo grand’arco
nel qual ciascun di sette fa poca ombra:
e però non disgombra

un sol penser d’amore, ond’io son carco,
la mente mia, ch’è più dura che petra
in tener forte imagine di petra.
Levasi de la rena d’Etiopia
lo vento peregrin che l’aere turba,

per la spera del sol ch’ora la scalda;
e passa il mare, onde conduce copia
di nebbia tal, che, s’altro non la sturba,
questo emisperio chiude tutto e salda;
e poi si solve, e cade in bianca falda

di fredda neve ed in noiosa pioggia,
onde l’aere s’attrista tutto e piagne:
e Amor, che sue ragne
ritira in alto pel vento che pioggia,
non m’abbandona; sì è bella donna

questa crudel che m’è data per donna.
Fuggito è ogne augel che ’l caldo segue
del paese d’Europa, che non perde
le sette stelle gelide unquemai;
e li altri han posto a le lor voci triegue

per non sonarle infino al tempo verde,
se ciò non fosse per cagion di guai;
e tutti li animali che son gai
di lor notura, son d’amor disciolti,
però che ’l freddo lor spirito ammorta:

e ’l mio più d’amor porta;
ché li dolzi pensier non mi son tolti
né mi son dati per volta di tempo,
ma donna li mi dà c’ha picciol tempo.
che trasse fuor la vertù d’Ariete

per adornare il mondo, e morta è l’erba;
ramo di foglia verde a noi s’asconde
se non se in lauro, in pino o in abete
o in alcun che sua verdura serba;
e tanto è la stagion forte ed acerba,

c’ha morti li fioretti per le piagge,
li quai non poten tollerare la brina:
e la crudele spina
però Amor di cor non la mi tragge;
per ch’io son fermo di portarla sempre

ch’io sarò in vita, s’io vivesse sempre.
Versan le vene le fummifere acque
per li vapor che la terra ha nel ventre,
che d’abisso li tira suso in alto;
onde cammino al bel giorno mi piacque

che ora è fatto rivo, e sarà mentre
che durerà del verno il grande assalto;
la terra fa un suol che par di smalto,
e l’acqua morta si converte in vetro
per la freddura che di fuor la serra:

e io de la mia guerra
non son però tornato un passo a retro,
né vo’ tornar; ché se ’l martiro è dolce,
la morte de’ passare ogni altro dolce.
Canzone, or che sarà di me ne l’altro

dolce tempo novello, quando piove
amore in terra da tutti li cieli,
quando per questi geli
amore è solo in me, e non altrove?
Saranne quello ch’è d’un uom di marmo,

se in pargoletta fia per core un marmo.

 


 

CI

Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra
son giunto, lasso!, ed al bianchir de’ colli,
quando si perde lo color ne l’erba;
e ’l mio disio però non cangia il verde,
si è barbato ne la dura petra
che parla e sente come fosse donna.

Similemente questa nova donna
si sta gelata come neve a l’ombra;
che non la move, se non come petra,
il dolce tempo che riscalda i colli
e che li fa tornar di bianco in verde
perché li copre di fioretti e d’erba.

Quand’ella ha in testa una ghirlanda d’erba,
trae de la mente nostra ogn’altra donna;
perché si mischia il crespo giallo e ’l verde
sì bel, ch’Amor lì viene a stare a l’ombra,
che m’ha serrato intra piccioli colli
più forte assai che la calcina petra.

La sua bellezza ha più vertù che petra,
e ’l colpo suo non può sanar per erba;
ch’io son fuggito per piani e per colli,
per potere scampar da cotal donna;
e dal suo lume non mi può far ombra
poggio né muro mai né fronda verde.

Io l’ho veduta già vestita a verde
sì fatta, ch’ella avrebbe messo in petra
l’amor ch’io porto pur a la sua ombra;
ond’io l’ho chesta in un bel prato d’erba
innamorata, com’anco fu donna,
e chiuso intorno d’altissimi colli.

Ma ben ritorneranno i fiumi a’ colli
prima che questo legno molle e verde
s’infiammi, come suol far bella donna,
di me; che mi torrei dormire in petra
tutto il mio tempo e gir pascendo l’erba,
sol per veder do’ suoi panni fanno ombra.

Quandunque i colli fanno più nera ombra,
sotto un bel verde la giovane donna
la fa sparer, com’uom petra sott’erba.

Selezione di passi in prosa e componimenti poetici tratti da Vita Nova e Rime, versi forse meno celebri della Divina Commedia, ma che a Dante Alighieri appartennero in egual misura, tasselli d’interiorità fondamentali al suo percorso letterario, fino alla stesura dell’universale capolavoro • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Jean-Léon Gérôme (1824-1904)
Dante medita nei giardini delle Cascine a Firenze, 1964

 


 

CII

Amor, tu vedi ben che questa donna
la tua vertù non cura in alcun tempo
che suol de l’altre belle farsi donna;
e poi s’accorse ch’ell’era mia donna
per lo tuo raggio ch’al volto mi luce,

d’ogne crudelità si fece donna;
sì che non par ch’ell’abbia cor di donna
ma di qual fiera l’ha d’amor più freddo;
ché per lo tempo caldo e per lo freddo
mi fa sembiante pur come una donna

che fosse fatta d’una bella petra
per man di quei che me’ intagliasse in petra.
E io, che son costante più che petra
in ubidirti per bieltà di donna,
porto nascoso il colpo de la petra,

con la qual tu mi desti come a petra
che t’avesse innoiato lungo tempo,
tal che m’andò al core ov’io son petra.
E mai non si scoperse alcuna petra
o da splendor di sole o da sua luce,

che tanta avesse né vertù né luce
che mi potesse atar da questa petra,
sì ch’ella non mi meni col suo freddo
colà dov’io sarò di morte freddo.
Segnor, tu sai che per algente freddo

l’acqua diventa cristallina petra
là sotto tramontana ov’è il gran freddo
e l’aere sempre in elemento freddo
vi si converte, sì che l’acqua è donna
in quella parte per cagion del freddo:

così dinanzi dal sembiante freddo
mi ghiaccia sopra il sangue d’ogne tempo,
e quel pensiero che m’accorcia il tempo
mi si converte tutto in corpo freddo,
che m’esce poi per mezzo de la luce

là ond’entrò la dispietata luce.
In lei s’accoglie d’ogni bieltà luce:
così di tutta crudeltate il freddo
le corre al core, ove non va tua luce:
per che ne li occhi sì bella mi luce

quando la miro, ch’io la veggio in petra,
e po’ in ogni altro ov’io volga mia luce.
Da li occhi suoi mi ven la dolce luce
che mi fa non caler d’ogn’altra donna:
così foss’ella più pietosa donna

ver me, che chiamo di notte e di luce,
solo per lei servire, e luogo e tempo!
Né per altro disio viver gran tempo.
Però, Vertù che se’ prima che tempo,
prima che moto o che sensibil luce,

increscati di me, c’ho sì mal tempo:
entrale in core omai, ché ben n’è tempo,
sì che per te n’esca fuor lo freddo
che non mi lascia aver, com’altri, tempo;
ché se mi giunge lo tuo forte tempo

in tal stato, questa gentil petra
mi vedrà coricare in poca petra
per non levarmi se non dopo il tempo,
quando vedrò se mai fu bella donna
nel mondo come questa acerba donna.

Canzone, io porto ne la mente donna
tal, che con tutto ch’ella mi sia petra,
mi dà baldanza, ond’ogni uom mi par freddo;
sì ch’io ardisco a far per questo freddo
la novità che per tua forma luce,

che non fu mai pensata in alcun tempo.

 
 


 
 

CIII

Così nel mio parlar voglio esser aspro
com’è ne li atti questa bella petra,
la quale ognora impetra
maggior durezza e più natura cruda,
e veste sua persona d’un diaspro

tal, che per lui, o perch’ella s’arretra,
non esce di faretra
saetta che già mai la colga ignuda:
ed ella ancide, e non val ch’om si chiuda
né si dilunghi da’ colpi mortali,

che, com’avesser ali,
giuncono altrui e spezzan ciascun’arme;
sì ch’io non so da lei né posso atarme.
Non trovo scudo ch’ella non mi spezzi
né loco che dal suo viso m’asconda;

ché, come fior di fronda,
così de la mia mente tien la cima:
cotanto del mio mal par che si prezzi,
quanto legno di mar che non lieva onda;
e ’l peso che m’affonda

è tal che non potrebbe adequar rima.
Ahi angosciosa e dispietata lima
che sordamente la mia vita scemi,
perché non ti ritemi
sì di rodermi il core a scorza a scorza,

com’io di dire altrui chi ti dà forza?
Ché più mi triema il cor qualora io penso
di lei in parte ov’altri li occhi induca,
per tema non traluca
lo mio penser di fuor sì che si scopra,

ch’io non fo de la morte, che ogni senso
co li denti d’Amor già mi manduca;
ciò è che ’l pensier bruca
la lor vertù sì che n’allenta l’opra.
E’ m’ha percosso in terra, e stammi sopra

con quella spada ond’elli ancise Dido,
Amore, a cui io grido
merzé chiamando, e umilmente il priego;
ed el d’ogni merzé par messo al niego.
Egli alza ad ora ad or la mano, e sfida

la debole mia vita, esto perverso,
che disteso a riverso
mi tiene in terra d’ogni guizzo stanco:
allor mi surgon ne la mente strida;
e ’l sangue, ch’è per le vene disperso,

fuggendo corre verso
lo cor, che ’l chiama; ond’io rimango bianco.
Elli mi fiede sotto il braccio manco
sì forte, che ’l dolor nel cor rimbalza:
allor dico: “S’elli alza

un’altra volta, Morte m’avrà chiuso
prima che ’l colpo sia disceso giuso”.
Così vedess’io lui fender per mezzo
lo core a la crudele che ’l mio squatra!
poi non mi sarebb’atra

la morte, ov’io per sua bellezza corro:
ché tanto dà nel sol quanto nel rezzo
questa scherana micidiale e latra.
Ohmè, perché non latra
per me, com’io per lei, nel caldo borro?

ché tosto griderei: “Io vi soccorro”.
e fare’l volentier, sì come quelli
che ne’ biondi capelli
ch’Amor per consumarmi increspa e dora
metterei mano, e piacere’le allora.

S’io avessi le belle trecce prese,
che fatte son per me scudiscio e ferza,
pigliandole anzi terza,
con esse passerei vespero e squille:
e non sarei pietoso né cortese,

anzi farei com’orso quando scherza;
e se Amor me ne sferza,
io mi vendicherei di più di mille.
Ancor ne li occhi, ond’escon le faville
che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso,

guarderei presso e fiso,
per vendicar lo fuggir che mi face;
e poi le renderei con amor pace.
Canzon, vattene dritto a quella donna
che m’ha ferito il core e che m’invola

quello ond’io ho più gola,
e dàlle per lo cor d’una saetta;
ché bell’onor s’acquista in far vendetta.
 
 
 
 

Immagine di copertina:
Jean-Léon Gérôme (1824-1904), Dante (He Hath Seen Hell)
Seconda versione dell’opera datata 1964:
Gerald Ackerman, The Life and Work of Jean-Léon Gérôme with a Catalogue Raisonné, 2000