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Di fischi e melodie, poestoria di Claudia Brugna

 
 

Di fischi e melodie

di Claudia Brugna

 
 

Nel triennale percorso delle medie m’accompagnò una bicicletta rossa.

Rosso il telaio, rosso il cestino, vimini decorato in scarlatta sfumatura dal frizzante spruzzo di bomboletta ed in legnoso aggancio al manubrio, vivace complemento alla freddezza delle cromature.

Imparai a fischiare, su quella bicicletta, impiegando un intero mese per capire come pollice ed indice, in punta d’unione, si dovessero inclinare danzando sulla lingua, al fin di riprodursi in acutezza di suono.

Ogni giorno, al rientro da scuola, piedi ai pedali, zaino in spalla e capelli al vento, tentai all’infinito, finché il fischio venne.

Nei giorni a seguire, quasi tenessi spartito fra labbra e palato, ne studiai lunghezze ed intonazioni, dosando fiato e pressione delle dita, cercando equilibrio fra l’un e l’altra ed innamorandomi dell’armonia che consegue al rispettarsi nei tempi, all’attendersi, all’ascoltarsi, all’intersecarsi nel riguardo di personali spazi ed inclinazioni.

Fu per me ulteriore respiro di libertà, il fischio.

Plasmandomi ad esso tra desiderio e gratificazione, fra testardaggine e costanza, ricamai melodioso tassello allo spirito libero che il primo vagito m’aveva gettato in anima e corpo.

Non smisi di più di fischiare, a dita, a fiato, a cuore.

È in me umile convinzione che la vita stia in un fischio cortese, pieno, goliardico, seppur talvolta tedioso ed assordante, qualora chi ne facesse uso non fosse in grado di limitarne ed equilibrarne timbro e volume, abusandone in acuità e rendendone rabbiosi i decibel, con conseguente sfregio all’udito ed all’animo di chi ne udisse l’incauto prodursi.

Ogni cosa è fischio.

Lo è il quotidiano vivere, lo è l’amicizia, lo è l’Amore, nelle sue sonorità.

Cos’altro potrebbero essere, i sentimenti, se non un prolungato fischio colmo di lettere che s’intreccino in un generoso soffio di parole da dedicarsi?

Qual miglior cura, se non il silenzio, ove il disequilibrio d’un fischio giunga a sfibrare nel profondo, usurando i palpiti, nella meschinità del suo sonoro?

Vi è smisurata libertà, dunque, nel silenzio.

Vi è necessaria e ricercata solitudine in cui confidarsi e riconoscersi, sconoscendosi e rizufolandosi in differente nota.

Gratifica e nutre, il nascere liberi, seppur leda nella misura in cui renda terribilmente soli, ma immensamente forti, temprati nell’esperienza e rifischianti nella rinascita. Vi è libero peregrinar di sé nello scrivere, nel musicarsi l’udito, nel rifiuto delle redini e nella brama dell’Amore, nella sua forma più pura.

Ove vi è libertà, vi è fischio.

È nell’accucciarsi su se stessi riscrivendosi pentagrammi nell’osservar il mondo che lo si può udire e scovare nelle moltitudini dei suoi travestimenti.

Lo si trova in camminata a bordo fosso, nelle piccole cascate delle rogge che si donano in briosa schiuma al suo letto o ancor nell’incantevole docilità dell’erba che di fraterna brezza fa pettine e fruscìo.

Lo è nella tortora, nel suo gemente grugar a tre suoni, il secondo amabilmente allungato, con il quale il maschio richiama all’Amore la femmina. Lo fa posandosi, mai in volo, quasi che al richiamar la compagna esso voglia dedicar tutto il rispetto del mondo, così nobile e delicato in confronto al fischio dell’umano che in illusion di virilità abbassi il finestrino fischiando alle femminee chiappe.

Vi è cantar storia e vita nel fischio d’un treno, nella ferrigna simbiosi fra ruote e rotaie, custodi di fatiche denaturanti delle mani operaie nel liberarsi dall’opprimente miseria, così come carrozza che riduca attese fra labbra bramose di baci e mani desiderose di stringersi.

Fischia il propano nella mongolfiera, nel suo elevarla al cielo gonfiandone fisicità e spirito, pallon d’allegria e leggerezza che par il grembo d’una madre nell’ultima carezza prima della venuta al mondo del suo pargolo, il primo distacco, quel miracoloso unirsi nel dividersi, struggente, nostalgia che dal ventral vuoto si fa respiro e poi pianto, a cui seguirà consolatorio fischio di fiabe sussurrate a bordo cuore.

Fischia la pioggia, nel suo tenero lacrimar di cielo che scola rimmel alle donne, così belle, così piene d’immenso, così appagate ed appaganti nel loro esser libere nel passo, nel pensiero, nell’Amare a dismisura.

Fischiano le nuvole, nel loro plasmarsi a candide forme, or dilettevoli, or seriose, or poetiche, leali e sublimi specchi d’animo in ovattato passo di tango sul celeste.

Fischia il sole sui papaveri. Nello schiudere con premura i boccioli par di percepirne i raggi in paterno accudimento di crescita.

Ce ne sono di tre colori, che noi infanti si giocava ad indovinarli, noi, ai quali la tecnologia non aveva ancor rubato il contatto con la terra, con la parola detta guardandosi negli occhi, con l’abbraccio dopo il sacrosanto litigio senza adulti fra i piedi che buttassero legna sul fuoco.

Che a noi bastavano un cazzotto ed una stretta di mano per ritornare felici.

Noi, che si fischiava ch’era una meraviglia…

Passeggiando in campagna ho annusato molti papaveri di questi tempi. Di tanto in tanto mi capita d’aprirne un bocciolo in ricordo dei vecchi giochi di cortile. La maggior parte sono rossi, come la bicicletta sui cui pedali m’elevai fischiando. Poi vengono i boccioli rosa, che, seppur in misura minore, si trovano con relativa frequenza. Infine ci sono i bianchi, una rarità, che se li si trovava valevan triplo.

Il bocciolo bianco va aperto con solerte accuratezza, amandolo al primo tocco.

Vi è rara purezza, in tal bocciolo, diafano aspetto che racchiude sensibilità unica, amabile fragilità e stoica resilienza tessute ad arcaica dignità d’essere, in estrema forza di vivere. Egli fischia flebile ed armonico, munifico nel donarsi e cavalleresco nello stupire ogni senso attraverso suoni d’altri tempi, in sussurro di parole fischiate con amorevolezza a fil di vento.

È un privilegio, ospitar fra le mie mani un fiore ch’è un animo, umano petalo che rende gioia allo sguardo, dolcezza al tatto, giustizia all’esistere.

Stimolante al fischio.

Quello in dita piegate alla giusta angolazione, tutto d’un fiato, a pieni polmoni, pedalando senza freni, inspirando se stessi a suon di plettro ed espirandosi arrangiati negli accordi.

E musica sia..