Arte, Ambiente, Cultura e Informazione

“Di piombo e leggende”, poestoria di Claudia Brugna

Alvaro Conrado

 
 

Di piombo e leggende

di Claudia Brugna

 
 

Almeno per me, sarà una leggenda.

Era un ragazzo, amava l’acqua e l’amava a tal punto da desiderar di farne un lavoro, il pompiere, ma i suoi quindici anni erano troppo pochi per spegnere fuochi salvando vite. Decise così di proteggerle, quelle vite, con l’acqua. Decise di portar loro ristoro e protezione, in piena manifestazione popolare.

Intanto era pacifica.

Se non fosse che dall’interno della pace originino talvolta le prime guerre. E volino i primi proiettili.

Perché la pace fa paura.

Ed un proiettile l’annienta.

Di piombo.

Come quello nel suo collo.

Che gli impedirà di fare il pompiere. Oltre che impedirgli di respirare.

Sicché, impedendogli di vivere.

Ma concedendogli di morire.

Senza pietà.

Senza pensiero alcuno.

Morto.

Punto.

Àlvaro Conrado. 15 anni.

Ammazzato.

Privato della sua stessa vita in Nicaragua, la sua amata patria. Soppresso senza pietà mentre si preoccupava di consegnare bottigliette d’acqua agli studenti in protesta, contro la riforma di Ortega.

Fottutamente e meschinamente deceduto.

Per un pezzo di piombo.

Che nemmeno più meriterebbe di chiamarsi metallo ma sterco, di cui è piena la mano di chi l’ha sparato, questo proiettile, come di sterco si nutrono i neuroni di chi tira le redini di una tragedia umana immane, nascosta ai riflettori e piegata all’ipocrisia di un’aridità d’animo che vorrebbe spacciarsi per sandinismo, nonostante di patriottico e nazionale vi sia rimasto ben poco in esso.

Vi nasce una serpe all’interno, una subdola bestia dal morso velenoso, letale. È una maniera meschina di costringere un popolo ad inginocchiarsi, costretto ad una genuflessione che nulla ha a che vedere con quella religiosa, ove si china il capo al divino in segno di raccoglimento. Si raccolgono cocci d’umanità, invece, in questo triste avvenimento, di una struggenza tale, che verrebbe da chiedere ad ogni uomo di prendersi per mano in segno di remissione e fratellanza. Si tocca l’utopia con mano, quel desiderio di pace mondiale che non serve esser pessimisti per credere irrealizzabile nei millenni ed oltre.

Avrebbe desiderato divenire un poliziotto, Àlvaro.

Con la differenza, rispetto a coloro che l’hanno colpito, di esser di parte opposta, la parte del buon senso, quella parte che non arma la propria mano nichilisticamente, nel tentativo di annullare gesti e parole della popolazione che si vorrebbe far credere tutelata e difesa.

”È il Nicaragua, non spazzatura. Noi siamo nicaraguensi. Noi siamo uno”

Scriveva Àlvaro ad un amico nel suo penultimo giorno di vita.

Prima di venir trattato come un rifiuto, un appendice della società, da tagliare prestotempo per impedirne il grido di giustizia.  Soffocato miseramente insieme alle parole mai dette di Angel Gahona, giornalista ucciso durante il suo tentativo di testimonianza.

Null’altra colpa.

Se non quella, che accomuna entrambi, di voler essere utili all’umanità. Un’umanità, dall’altro lato, al servizio di menti belliche che pacifiche e democratiche vorrebbero apparire.

Vendendo sputi per carezze.

Bistrattando il proprio popolo ed abbandonandosi all’idiozia. Per poi voler fare un passo indietro che sa di arguta buffonata, della quale tutti subiamo il graffiante sbeffeggio.

È una storia che sa di pochezza, questa.

Una vicissitudine, se tal la si può definire, che svela la grottezza d’animo di coloro che pensano di poter dimenticare ciò che hanno provocato, inconsapevoli del fatto che, esalando l’ultimo respiro, la loro anima, purché ne abbiano una, non troverà pace e brucerà dall’interno.

Fa un male cane, guardar negli occhi questo ragazzino.

Ad osservarne il sorriso verrebbe da fargli una carezza. Il suo viso parla di bontà e grandezza. La sua espressione gentile, sapendola sotto terra, pugnala il cuore.

Sanguina il mio pensiero, ora.

Si ammutolisce la mia capacità di parlare, impossibilitata ad esprimere ciò che provo mentre getto sguardo su sguardo, mentre penso a sua madre, a suo padre ed a tutti coloro che ne ebbero una parte di cuore.

Si eleva il mio udito.

Fino a rimpicciolirsi un attimo dopo.

Sconsolato dal silenzio di questa vicenda che dovrebbe rimbalzare sul mondo, passare per ogni bocca ed essere in ogni frase di rammarico, invece che restar circoscritta in una manciata d’articoli in lingua locale, ignorata dalle principali testate giornalistiche e, pertanto, gettata nel baratro nell’indifferenza più ingrata.

Si può morir più d’una volta, quindi.

Si muore per mano di proiettili.

Si muore nei silenzi.

Si muore sapendo di non esser appetibili per nessuna strumentalizzazione e, quindi, candidati ideali all’oblio.

Un oblio che pesa, che dovrebbe divenir macigno per ogni coscienza, per ogni uomo che voglia illudersi di potersi definire tale.

Si muore nelle menti di coloro che classificano le tragedie in base ad ideologie partitiche.

Gli stessi fenomeni che un giorno prima stanno in piazza sbraitando in cagnesco e che, di fronte poi ad una bestialità di tal livello, chiudono cuore ed anima a servizio di sterili ideologismi.

Vivi, si, ma morti dentro da sempre.

Appassiti nel profondo.

Schiavi, aggiungerei.

Incatenati mentalmente a burattinai sornioni privi di ogni scrupolo, accecati e dominati dalla propria sete di potere e morti anch’essi prima del tempo.

ÀLVARO: dal visigoto Alwaro, composto da Ala (molto) e Vajra (difesa, protezione) con il significato di ‘ difensore di molti’.

Difendeva i molti, quindi. Quegli studenti aggrappati ad una possibilità di futuro che si sgretola pian piano.

Ne dissetava le gole, affinché il loro messaggio fosse più forte. Consegnava loro bicarbonato di sodio, come protezione di occhi e menti contro i gas lacrimogeni. Era intermediario tra forza armata e libera opposizione. Sopportando la prima ed incoraggiando la seconda.

Con amore, gentilezza e sorrisi.

Perché un viso del genere non può che appartenere ad animi nobili, seriosi negli intenti e solari nell’attuazione degli stessi.

Garbatezza di modi che spero protegga anche me, che sappia prevalere nella mia immaginazione, sovrapponendo l’immagine del suo viso sorridente a quella del suo corpo reso inerme.

Vorrei esser capace di ricordarne l’immagine di suonator di chitarra.

Ogni pensiero a lui rivolto, sarà per me come piombo al petto. Il suo viso innocente, il suo coraggio, il suo buon cuore, diverranno la mia leggenda.

Di quelle che si dovrebbero raccontare come fiabe.

Dolci, soavi, immortali.

Senza possibilità alcuna di esser dimenticate o fraintese.

Perché troppo importanti.

Loro.

E noi… Troppo minuscoli a confronto.