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“Di equilibri e caffè”, poestoria di Claudia Brugna

Qiang Huang, Frozen Time

 
 

Di equilibri e caffè

di Claudia Brugna

 
 

Estate 2017, primo Luglio, in rientro dalla riviera. Adriatica. Riccione bye bye.

Mamma a fianco e prole in retro seduta, mentre il cd passa Fabri Fibra, ascolto il duetto dei miei figli in ritmica simbiosi. Ok che “a 15 anni tutti youtuber” ma, accidenti, se recitassero con lo stesso fervore la lezione scolastica, potrei toccar con mano il “fenomeno che tutti vogliono”, ma che preferisco non avere. Che poi, se non fosse per una lettera, FIBRA e BRIGA potrebbero anagrammarsi, erroneo scambio di persona da evitare assolutamente con un adolescente, attraversato da una “scossa di quinta magnitudo” sull’ onda della confusione musicale materna. Per quelli della mia generazione, sarebbe come attribuire GENERALE a Vasco e VITA SPERICOLATA a De Gregori. Che, peraltro, se le scambiarono di voce in maniera sublime.

La pseudo incontinenza fatidica, quella che si manifesta improvvisamente nei ragazzi a suon di autogrill, arriva tra STAVO PENSANDO A TE e CRONICO e l’idea dell’estate è quella di fermarsi nei pressi di Bologna. Dodici ore prima del concerto di Vasco Rossi a Modena.

L’universo in un parcheggio.

Un posto auto si libera al mio arrivo. Dicesi tempismo. O gran colpo di chiappa.

Figliolanza alla toilette, la sottoscritta vola in caffetteria. Quattro ragazzi al servizio in alta velocità, perfettamente coordinati fra tazzine, scontrini e chicchi di caffè macinati in loco. La ragazza dei cappucci, bravissima, porta tutto il suo impegno sul rossore delle gote. Che inquadrano un bel sorriso. Due signore accanto a me, sulla settantina, la incalzano boriose agitando lo scontrino per aria. In mezzo al mondo, parlano di minuti come se fossero ore. Le loro gote mi fanno pena. Ed i loro sorrisi non si vedono. Finiti a spasso con i due liocorni.

Mi chiedo cos’avrebbe pensato mio nonno a tal proposito.

Lui, figlio del ventennio e giovanotto sul “treno che portava al sole senza più fermate neanche per pisciare”. Ragazzo del periodo in cui non era permesso chiedersi che senso avesse “venire al mondo come conigli e partire al mondo come soldati”. Uomo dell’equilibrio, sereno nel cantarmi BELLA CIAO sui sentieri di montagna, pur lasciando falce e martello nella cassetta degli attrezzi.

Fermo credente nella democrazia di Cristo.

Mente saggia e forte d’ideali, non ingessata da ideologismi.

Lui, reduce di guerra che si rigirerebbe nella tomba nel sentir d’apologie ad ogni angolo di strada. Mi rammenterebbe che le parole hanno un peso ed i termini un significato. Che utilizzarli a sproposito, acceca le menti e sterilizza i pensieri.

Lui, che zittirebbe le settantenni dalle gote spente con un solo sguardo, quello che a me bastava per capire dove stava il limite. Quel limite necessario a contenersi. Con poche parole e molti esempi. Senza troppi sermoni.

“Forse eravamo stupidi, però adesso siamo cosa?”

Intellettuali dalle filosofie baldanzose, con la storia sottobraccio da rispolverare a comando. Rivoluzionari a senso unico. Idealisti allo stremo.

“Verso la china su un foglio bianco, non faccio questioni di stato”

Ma rimpiango gentilezza e modi garbati. Pacatezza. Il gusto dell’attesa nel rispetto del lavoro. Che vorrei tanto dire alle sciure dai sorrisi inesistenti di berselo a casa loro, il caffè, ma so che il mio saggio avo mi direbbe:

– Non sprecar tempo ad insegnare agli altri un comportamento corretto ma assicurati d’impiegarlo a rendere migliore il tuo –

Prole a seguito e mamma a fianco, mi rimetto in carreggiata e mi chiedo se riuscirò a trasmettere moderazione ai miei pargoli. Se, fra mille discipline, sarò in grado di spiegar loro l’importanza del buonsenso. Della misura.

E se mai un giorno “si trovassero come le Star, a bere del whisky al Roxy Bar”, che le loro idee non cristallizzino, che i loro ideali non s’ideologizzino e, caspiterina, che la gentilezza sia la loro arma migliore.

Nel frattempo, siccome la vecchia, cioè la sottoscritta, detiene per ora l’autorità suprema, li guardo dallo specchietto retrovisore chiedendo loro:

– Cinture di sicurezza allacciate? –

– Siiii! –

– “Bella raga!” –

Poi, democraticamente, mi riapproprio del cd. E ne ascolto i vecchi tempi. Che un po’ per uno non fa male a nessuno!

 
 
 
 

Fonti: (Espressioni virgolettate, tratte dai testi musicali di Fabri Fibra, Briga, Vasco Rossi, Francesco De Gregori)

 
 
 
 

Dipinto di Qiang Huang, “Frozen Time”, 2012