Arte, Ambiente, Cultura e Informazione

Di bambole e dirupi, poestoria di Claudia Brugna

 
 

Di bambole e dirupi

di Claudia Brugna

 
 

Collezionava bottoni come fossero monete.

Ne adorava osservarne forma e colore come tratti somatici, ne sfiorava affascinata i bordi come profili e ne carezzava la superficie come fosse epidermide.

Da grande sognava di gestire una piccola merceria, un incantevole negozio dai profumi di cotone e tessuto, giocavano con i colori in minuscoli cassetti di legno massello. Magari nella bellissima piazza di Trieste che strizzava l’occhiolino al golfo, quell’immenso spazio racchiuso fra palazzi candidi e maestosi. Amava mare e vento con tutta se stessa, erano per lei gli amici più cari, poetico il primo nel rifletterle lo sguardo, birbante il secondo nello scompigliarle le trecce.

Nerina portava nel proprio nome l’amore della madre per la mitologia greca, ninfa marina figlia del Dio Nereo, vecchio saggio che Omero ebbe a definire «vegliardo del mare». Del padre portava la passione per la poesia, che racchiudeva nella grazia d’un viso paffutello impreziosito da un verde d’occhi intenso ed incorniciato da capelli castani intrecciati ad arte, che lei amava chiudere con due fiocchetti di filo di lana rosso argentato. Della nonna materna portava le mani, dita lunghe e sottili che ebbe presto a passar sul cucito, dilettandosi fra aghi e ditali come una piccola donna.

La presentarono al mondo il primo giorno del mese associato ai fiori per eccellenza, ma lei preferiva affermar d’esser nata nel «mese degli asini», essendo Maggio il periodo dell’amore delle amabili creature dagli occhi dolci, durante il quale il lor ragliar s’intensifica a tal punto da infastidire i più, ma non il suo babbo e la sua mamma, che su quel raglio melodico s’innamorarono, scambiandosi la vita sulla panchina d’un terreno dal quale eran soliti osservarne alcuni esemplari in recinto.

Ne originò Amore puro, quello fatto di parole gentili, rispetto, cura, nella voglia di custodirsi con cui si presero per mano intrecciandosi dita e sentire, sogni e pensieri.

L’attesero per molto tempo, finché un giorno di fine estate Nerina decise di germogliare nel grembo materno. Il viso della madre, negli anni dell’attesa e nel timore d’attendere invano, ospitò qualche ruga, che lei amava definire «le strade che ho percorso per raggiungerti e prenderti per mano» ed ogni volta che la figlia le si accoccolava accanto, il passar l’indice sui suoi percorsi di pelle la conduceva nel mondo dei sogni in un battibaleno. Si ripresero per mano ad ogni compleanno e quella sera l’avrebbero fatto per la decima volta. Nerina esplodeva di gioia, mentre il profumo di torta alle mele già nuotava nell’aria della cucina. Alla sesta stretta di mano aveva ricevuto in dono un diario che, unendosi a vento e mare, rendeva un piacevole trio il duetto amichevole. Ci scriveva ogni giorno e quella sera gli avrebbe raccontato le storie più belle.

Indossava una camicetta bianca a bottoni verdini striati che lei stessa aveva cucito.

Giunse il padre con un pacco, un bacio ed un sorriso da acchiappare.

Appassionato di poesie leopardiane e di fotografia, le donò un libro, l’immortalò nel taglio della torta ed insieme alla madre le consegnò il regalo più bello: una bambola di pezza dagli occhi marini e dai capelli ramati raccolti in due fiocchi di raso verde, lo stesso verde del vestito che, miscelato al bianco, pennellava la lana d’un meraviglioso contrasto di tonalità. In più, essendo che di lì ad un mese la madre avrebbe preso per mano un’altra creatura, le regalarono un gomitolo di cotone color giallo canarino con il quale lei stessa avrebbe ricamato un paio di scarpette all’uncinetto. Saltò al collo di entrambi e, trascorsa la magica serata, li baciò dirigendosi con la madre verso la stanza da letto per tuffarsi nei sogni.

Un bussare violento e prepotente scosse buio e silenzio.

Il padre, prima di aprire, fece cenno alla moglie di nascondersi in cantina. Si osservarono e si penetrarono gli occhi come non mai, rinnamorandosi.

Un irrispettoso colpo al viso lo stese all’istante. Urtò il tavolo e rovinò a terra insieme alla torta di mele. Una legnata allo stomaco ne frenò a fatica l’urlo di dolore fra i denti, che si sforzò di contenere pensando alle sue donne. Due calci nel fianco lo spronarono ad uscire, spingendolo nella notte fra sputi, derisioni ed uomini beffardi.

Nerina tremava, non capiva. Da sotto si sentiva un gran trambusto, voci straniere sbraitavano violente. La mamma, carezzandole la testa, le disse di lasciar uscire le lacrime, che avrebbero sciolto lo spavento. Questa cosa del piangere gliel’aveva insegnata fin da piccola, non era da tutti saperlo fare, ma lei diceva ch’era importante imparare a farlo, che le lacrime, sia le tristi che le felici, mai van trattenute, poiché fan calcare sull’anima ed a lungo andare induriscono dentro.

Un uomo alto, possente, dal viso non troppo duro, le scovò in cantina. Nerina avvolse la pancia della madre in istinto di protezione e la madre avvolse lei. Fra di loro, una creatura innocente scalciava all’impazzata. L’uomo, forse colpito dalla scena, risalì senza torcer loro un capello. Nerina si chiese se quell’uomo sapesse piangere. Ne giunse un secondo, dal viso molto più duro ed al quale nessuna scena apparve tenera. Prese la madre per i capelli, zittì con uno schiaffo l’urlo di Nerina e le fece uscire a spintoni e villanie. La madre cadde sulla pancia, l’uomo la sollevò con un calcio e nello sguardo di Nerina il terrore prese il posto della spensieratezza.

Diario, mare e vento, non potevano più nulla. Poteva solo la bambola in quel momento, che lei strinse a sé con tutta la forza delle sue piccole braccia. Ma l’uomo duro gliela levò, pestandole il viso. Non appena si allontanò, l’uomo meno duro gliela ripose, facendole cenno di nasconderla.

Ma come faceva a non piangere quell’uomo? Che avesse già del calcare dentro?

Le rinchiusero in uno stanzone pieno di gente, lasciandole tra fame e sporcizia per una settimana. Nerina guardava la sua bambola costernata. L’uomo duro le aveva tolto ogni tratto dal viso. Ma forse era meglio così, almeno non avrebbe visto quegli orrori, quei poveri uomini scorticati ed appesi a dei pali, non avrebbe udito quelle urla di dolore che non finivano mai e non avrebbe sentito quel fetore che proveniva da quella stanza maledetta. La mamma, vedendola così affranta, le diede un ago ed un pezzo di filo, ne teneva sempre in tasca, ma era davvero molto corto.

«Tesoro, fila un po’ di speranza sulla tua bambola, il filo è molto corto, ma tu sai cucire molto bene, qualcosa t’inventerai»

Le si sbloccò la fantasia, mentre alla madre si bloccò il sentimento, sapendo che sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe vista “quasi” felice.

Nerina si tolse un bottone verdino e glielo cucì come occhio. Due avrebbero portato dolore, la volle proteggere dal veder troppo di quel posto surreale. Ma con uno avrebbero potuto guardarsi loro due. Poi si sciolse una treccia ed usò il filo rosso per farle un bel sorriso, così da renderla felice. Lo fu un poco anche lei, appena appena.

Ogni sera entrava un uomo e leggeva dei nomi. Chi veniva chiamato lo seguiva e non faceva più ritorno. Mormoravano si finisse in un dirupo molto profondo.

Ma qualcuno sostenga fossero solo storie inventate.

Ogni notte Nerina piangeva, ma lo spavento stavolta non se ne andava mai del tutto. Solo le parole e le carezze della sua mamma riuscivano a calmarla. Finché una sera i loro nomi non comparvero nella lista. Ed il terrore tornò.

Misero tutti in fila indiana, due a due, legati con fil di ferro. Sparavano al primo che, cadendo nella foiba, così pareva chiamassero quel burrone di morte, avrebbe trascinato il secondo, vivo. Le tremò l’intero corpo. Ma che razza di uomini erano questi?! Quale Dio poteva averli messi sul mondo? Dov’erano, in loro, tutti quei bei sentimenti di cui le aveva parlato suo padre? E suo padre era forse là sotto? Migliaia di domande le fusero il cervello. A breve sarebbe stato il loro turno e lei avrebbe dovuto abbandonare la bambola, ma non voleva. Si girò e cercò l’uomo dal viso non molto duro, lui la vide e s’avvicinò. Non si parlarono, ma lei gli tese la bambola. Lui si guardò intorno e, senza dar nell’occhio, la prese, nascondendola sotto la giacca. Aveva gli occhi lucidi. Forse il calcare iniziava a sciogliersi.

Le strinsero quel maledetto filo ai polsi e Nerina pianse di nuovo. Non funzionava più nulla. La disperazione aumentava, erano a bordo d’una buca profondissima con un fucile puntato addosso, la mamma non poteva abbracciarla, ma la guardò, con tutto l’amore del mondo dentro agli occhi e con il sorriso più bello, finché un colpo secco non la colpì in fronte e non la fece precipitare senza più vita nel corpo e Nerina, viva, al suo fianco, urlante. Nel volo strinse i pugni e desiderò delle ali, ma in quel posto, i desideri non venivano esauditi. Toccò il fondo la madre e lei addosso, non volle guardarle il viso, accoccolandosi sulla sua pancia dalla quale arrivò un ultimo, debole, piccolo ed impotente calcio. Gettarono anche un cane ferito il cui latrato era insopportabile, così doloroso, così diverso dal poetico raglio degli asini. Nerina non sapeva che fare. Si sentiva sconfinata. Senza lacrime, senza voce, senza nessuno. Si ricordò che la mamma un giorno le aveva detto di cercar sempre la soluzione migliore e, seppur legata, prese coraggio e, guancia su guancia, le levò più sangue che poté e le cercò i percorsi del viso sicura che, se vi si fosse adagiata, avrebbero potuto riprendersi per mano.

E così fece, socchiudendo gli occhi ed aspettando di ritrovarla.

Aspettò tre giorni, fra speranze ed agonie. Poi morì ad occhi aperti sul cielo, afferrando una mano.

In cima alla buca, un uomo dal viso non molto duro, nascose una bambola in una scatola e l’interrò sotto un cespuglio. Gli si crepò qualcosa dentro, ed iniziò a lacrimare come mai in vita sua.

IRENE

Vispa, libera, perspicace, curiosa e maschiaccio nell’indole, Irene pose sé stessa in un piccolo paese a bordo Alpi il primo giorno d’Aprile del 1990. L’esser nata nel giorno in cui i pesci facevano scherzi la dilettava, facendo sì che ne inventasse di tutti i colori. Ed i colori li portava dentro, miscelati ad una bontà d’animo infinita. Innamorata delle sue montagne, soddisfò ogni curiosità facendo continue domande, a scuola, alla gente, a chiunque. Ne voleva conoscere le origini, i percorsi, la flora e la fauna tutta. Caschetto biondo scuro, efelidi danzanti sulle gote e due nocciole come occhi, ebbe fin da piccola un grande desiderio. Avere un’amica che avesse abitato il mare per barattar con lei il suo montuoso sentire a fil d’altitudine. Voleva capire cosa si provasse ad addormentarsi fra ritmi di onde canterine, respirando oro nell’aria ed ascoltando da una conchiglia i racconti più belli.

La madre, donna d’altri tempi, ne nutrì vivacità e sentimenti con passione, assecondando la sua richiesta di visitare i “luoghi della memoria” perch’ella voleva vedere con i propri occhi ciò che stava studiando a scuola, incredula di come la bestialità potesse trovar dimora nel cuore dell’uomo. Era forse ancor piccina per portarla in taluni posti, ma il suo sentire era talmente grande, la sua brama di approfondire così pulsante, da convincere i genitori ad accompagnarla in posti ov’essa si sarebbe fatta migliaia di domande, difficilmente trovando risposte.

Durante la visita alle voragini carsiche, terribilmente affranta e con mille quesiti fra i neuroni, Irene, seduta a a fianco d’un cespuglio, ne volle scavare una piccola buca sottostante per affidare al terreno i propri pensieri scritti, da dedicare alle vittime, chiedendosi come l’uomo possa arrivare a commettere simili atrocità. Appena posati i biglietti, affondando le mani nella terra per ricoprili, toccò qualcosa. Scavò e trovò una scatola. Assieme ai genitori l’aprì ed avvolta in infiniti strati di telo impermeabile trovò una bambola di pezza con un solo occhio ed un sorriso bellissimo. Non ci volle molto ad immaginare che fosse appartenuta ad una bambina sfortunata. Irene desiderò tenerla e, seppur non fosse tipa da bambole, vi si affezionò immediatamente. Prima di andarsene, volle lasciare uno scritto:

“Irene, anni dieci. 10 Febbraio 2001”

Giunti a casa, sua madre la ripulì per bene e le propose d’acquistare dei bottoni in modo da poterle donare un paio d’occhi nuovi.

«No, mamma, se questa bambola ha un solo occhio ci sarà un motivo ben preciso, inoltre, se con quest’unico occhio lei ha visto gli orrori del mondo, levarglielo sarebbe come nascondere ciò che è accaduto, e certe cose è meglio non dimenticarsele mai».

La madre si commosse e comprese che la sua piccola stava crescendo.

Crebbe insieme alla bambola ed a tutte le domande che era solita fare, completando gli studi universitari ed iniziando a scrivere una tesi sulle persecuzioni umane, dandone un taglio storico ed umano, a prescindere da qualsiasi ideologia. Il dolore dell’uomo, non poteva e non doveva avere colore o bandiera. Visitò numerose città a riguardo e, in un giorno di Maggio, visitò Trieste. Aveva appuntamento con una signora la cui nonna aveva raccontato molte cose sulle foibe, ma, prima di raggiungerla volle passeggiare nella Piazza dell’Unità, ove pareva di far l’occhiolino al mare, quel mare che tanto da bambina aveva desiderato sentirsi raccontare da una coetanea, barattandone storie e segreti di montagna, ma che non trovò mai. Chiuse gli occhi, inspirò salsedine e sogni, ascoltò la melodia delle onde e raggiunse la donna con la quale aveva appuntamento. Si sorrisero, si strinsero la mano, si scambiarono vocaboli gentili e poi lei iniziò a raccontare ed Irene l’ascoltò senza mai interromperla, commuovendosi più volte:

«All’indomani della rivolta di piazza per l’indipendenza di Trieste, molti uomini vennero prelevati dalle proprie abitazioni, alcuni fucilati pochi metri più in là, derisi ed umiliati, altri bastonati a morte, altri ancora deportati. Li seguirono a breve donne e bambini, insieme a stupri, sevizie e torture d’ogni genere. Mia nonna e la sua famiglia tentarono un esodo, ma coprifuoco e controlli serrati li costrinsero a rifugiarsi in una delle case che già erano state svuotate delle proprie anime. Pensarono così di essere al sicuro ancora per qualche giorno. E così fu. Durante la prima notte, un uomo venne scaricato da un carro a suon di risate, lo calciarono con forza come fosse un pallone, lasciandolo davanti all’uscio di quella che fu la sua casa ed illudendolo di tornar fra le braccia di moglie e figlia, godendo in maniera meschina del fatto che non le avrebbe trovate, in quanto prelevate il giorno prima dagli stessi. Stremato da una violenza fisica disumana, egli ebbe la forza di bussare fino allo sfinimento e più bussava più le bestie ridevano, insultavano, calciavano e si contorcevano in un divertimento sadico ed incomprensibile, tirando sassi ed abbondando in sputi. Se ne andarono ingordi di disperazione, quella d’un uomo umiliato nel profondo, stuprato nell’anima e reso inerme dalla perdita degli affetti più cari. Dall’interno, rannicchiati nelle cantine, mia nonna e la sua famiglia udirono ogni grido, ogni risata, ogni lamento. Soccorsero la buon’anima al calar della notte, quando furono sicuri di non esser visti. L’attesa dell’apertura di quella porta mi venne descritta negli anni come una costrizione che feriva ogni senso, dilatando un tempo che di ore faceva giorni. Ne trascinarono il corpo morente, adagiandolo su quello che fino a qualche tramonto prima era stato il suo letto d’amore. Il suo volto portava addosso tutto il dolore del mondo, aveva occhi bluastri, denti decimati ed alcune unghie strappate; bruciature su varie parti delle braccia, naso rotto, lividi, vesciche e ferite in più punti. Tagli lievi, appena accennati, di quelli inferti per non esser mortali ma dannatamente dolorosi se riempiti di sale e fango, che mia nonna cercò di lavare via con dell’acqua versata con accortezza, tamponando ogni fuoriuscita di sangue e tentando di restituir dignità ad un’animo che di lì a poco avrebbe spiccato il volo, seppur quel corpo, la propria dignità, non l’avesse mai persa del tutto. Dopo vari impacchi, aprì leggermente gli occhi ed in quello sguardo mia nonna perse tutta la sua fede in Dio. Lui tentava di dirle qualcosa, si sforzava di pronunciare frasi che la fatica rendeva incomprensibili, ma, dopo infiniti tentativi, riuscì a farle capire di guardare sotto il letto, ove stava una scatola di legno che lei prese ed aprì, scorgendovi una macchina fotografica, decine di fotografie, opere di Leopardi ed un diario. Prese la prima foto di famiglia che le capitò fra le mani e gliela pose, lui se la poggiò al petto ed in quella posizione spirò, non prima d’aver tentato un debole sorriso e sussurrato a mia nonna un grazie appena accennato, ma così pieno e commovente a tal punto da lasciarla immobile al suo cospetto per ore. Nei giorni a seguire riuscirono a fuggire da parenti lontani. Fra le pochissime cose che portarono con loro, mia nonna prese quella scatola, lasciando un pezzo di sè sul petto di quell’uomo, ove la foto si era appiccicata fra lacrime e sangue. Mostrò e parlò di quella scatola a mia madre fin da piccina, poi a me, lasciando in eredità ad entrambe l’impegno di raccontarlo al mondo, nonostante per molti anni nessuno ne volle sentir parlare in alcun modo. La mostro ora a lei, che ne potrà osservare il contenuto con estrema cautela, trovando risposte a tutte le sue domande, tranne il motivo per cui una simile barbarie sia potuta avvenire».

Irene la ringraziò, l’abbracciò e chiamò a sé tutta la delicatezza del mondo per posar mano in quella scatola nella maniera più gentile.

Con dita tremanti sfogliò libri ed osservò fotografie che le narrarono d’una famiglia gaia, gioiosa ed unita. Da quelle immagini le arrivò un senso di pace, buonumore ed allegria. Ne respirò onestà, amore infinito e struggente voglia di vivere. L’intensa purezza dei nuclei familiari fatti di discorsi belli, risate, rimproveri, esempi di vita, gesti concreti e parole di pane. Ne ripose con accortezza ogni foto ed ogni libro, posando la propria attenzione su un piccolo diario color carta da zucchero che aprì con titubanza, percependosi invadente, ma sentendo di doverlo fare. Era pieno di belle storie d’infanzia, di sensibilità, di Amore. Ne seguì l’evoluzione della calligrafia a seconda dell’età e ne percepì lo spessore di un sentire toccante, raro, infinito. L’ultima pagina scritta fu straziante, raccontava d’un compleanno, probabilmente l’ultimo, ricamato dal linguaggio candido ed innocente d’una bimba tanto amata.

L’ultima frase scritta scosse ogni emozione.

«È stata una giornata splendida, sono tanto felice, lo sono spesso in realtà, ma oggi credo d’aver capito cosa significhi toccare il cielo con un dito. A domani, caro diario».

E poi più nulla.

Quel nulla che fa incazzare, quel mancato scritto che rende impotenti ed increduli ad ogni pagina lasciata bianca, uno schifo di fronte al quale il mondo intero dovrebbe chinare il capo e stare in silenzio per non aver parlato prima.

Come segnalibro una fotografia in bianco e nero.

Irene l’osservò con tenerezza. Attorno ad un tavolo stavano una madre, un padre ed una bambina intenta a tagliare una fetta di torta con lo sguardo rivolto all’obiettivo.

Tre sorrisi in uno.

Sul tavolo, un gomitolo di cotone ed una bambola, che somigliava a “quella” bambola, ma portava occhi e sorriso differenti, era dunque impossibile fosse la stessa. Quando Irene, ad uno sguardo più attento, pose gli occhi sui bottoni della camicetta della bambina e sui fiocchetti di lana alle trecce, ebbe un sussulto. Ne captò il verdino ed il rosso, fra i bianchi ed i neri, comprendendo all’istante d’aver sempre avuto accanto la bambina del mare che tanto aveva atteso di conoscere.

Girò la foto tremante.

Sul retro, in quell’elegante corsivo riccioluto dei tempi andati, stava scritto:

“Nerina, anni dieci. Primo Maggio Millenovecentoquarantacinque”

Stampati su uno dei libri nella scatola, alcuni versi di Leopardi parevano urlare:

«(…) O Nerina! e di te forse non odo

Questi luoghi parlar? caduta forse

Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,

Che qui sola di te la ricordanza

Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede

Questa Terra natal: quella finestra,

Ond’eri usata favellarmi, ed onde

Mesto riluce delle stelle il raggio,

E’ deserta. Ove sei, che più non odo

La tua voce sonar, siccome un giorno,

Quando soleva ogni lontano accento

Del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto

Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi

Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri

Il passar per la terra oggi è sortito,

E l’abitar questi odorati colli.

Ma rapida passasti; e come un sogno

Fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte

La gioia ti splendea, splendea negli occhi

Quel confidente immaginar, quel lume

Di gioventù, quando spegneali il fato,

E giacevi. Ahi Nerina! (…)»

C’era una conchiglia nella scatola. L’avvicinò all’orecchio e vi percepì lo sciabordio delle acque marine. Pensò a Nerina, al suo diario, al suo vento, al suo mare.

Sentì di volerle bene.

Ritornata alle sue Alpi, Irene prese la bambola e ne accarezzò lieve il sorriso. Lo fece con dolcezza struggente, con rispetto, con un bene talmente profondo che perse lacrime in abbondanza poiché anche lei, di calcare dentro non ne portava.

Come poteva un filo di lana rosso argentato collegare due anime in tal modo, oltre tempo, oltre distanza, oltre dimensione, con cotanta potenza, attraversando montagne e sorvolando mari, lo capì in pochi gesti, sfiorandone la morbidezza, penetrandone lo sguardo, imparandone i tratti.

 
 
 
 

Il presente racconto, seppur riferibile a fatti storici realmente accaduti, è frutto di fantasia; ogni riferimento è pertanto da ritenersi puramente casuale.