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“Di balene e cristalli”, poestoria di Claudia Brugna

 
 

Di balene e cristalli

di Claudia Brugna

 
 

Scese dalle riflessioni comuni, il pensatore.

Posò i piedi sul nero marmo mentale e vi si accovacciò.

Capo fra le mani, dubbi fra le dita.

Si vestì di coraggio e si viaggiò dentro.

Il viaggio più difficile.

Brindisi al cianuro ed applausi di pagliaccio alla sua esibizione.

Nel tendone dei balocchi, fili allentati di burattini senza fate turchine.
Sogghigni di volpi e gatti dagli alberi d’oro, monete ad una sola guancia, null’altro da porre.
Abbecedari senza insegnamenti.
Padri geppetti rugosi, di parole inascoltate.
Pensieri come stomaci di balene, umidi, oscuri, nauseabondi.

Convinzioni in mal di mare, mulinelli di certezze capovolte, tempeste di membra, ossa febbrili in canto di nacchere, tempeste in danza sul cuore in tip tap.

Brutta storia il doversi rileggere, spostarsi il segnalibro, perdersi il segno addosso.

Sulla pagina prediletta poi, quella che si credeva di conoscere a memoria. Dannosa beffa di poesie cantilenate, recitate a getto, sputate a fuoco di drago.

Ustionanti.

Rime scomposte di scolaretta avventata, serva d’impulso e miope d’accortezza.
Ragazzina d’abbraccio oliato, stretto al punto da scivolar cristalli, mille pezzi di meraviglia infranti.

Assordante. Tagliente. Penetrante.

S’abbigliò di pieghe sferzanti, il volto.

Dolore che donava, a quel viso. Ne specchiava serietà restituendo consapevolezza. La giusta compagna.

Sincera. Verace. Necessaria.

Si tuffò a narici tappate, ad occhi chiusi, di pancia.

S’immerse nella coscienza a colpo secco.

Ne rimase il tempo dovuto, in apnea dal suo essere. Sconoscendosi, mortificandosi, reimparandosi.

Si ricamò rimproveri a punto croce, contando ogni filo, scegliendo ogni colore, direzionando l’ago con abilità zelante.

Volle pungersi.

E sanguinare.

Decise di sottostare a rigidità mai assecondate.

Digerendosi.

Centrifugandosi.

Poi ruppe lo schema. Smise di mordersi la coda. Ed imboccò lo sfiatatoio nello spruzzo più violento, gelido, catartico.

E si riespose al sole.

Uscì il volto dalla pece, pelle di ciliegia, guance di neve, petali di rosa. Occhi scuri e parole mute, da rimusicare. Ne diede colpo di plettro.

E si riaccordò.

Levò le mani al cielo e si vestì di passione.

Alzò i talloni e puntò i piedi, a metà fra terra e nuvole.

Lasciò il capo chino, per sussurrarsi ancora un poco fra sé ed i suoi errori.
Si fece pelle da legno. Arricchì l’abbecedario.
Riempì d’oro le rughe dei volti e fece trecce di capelli turchini.
Lanciò monete nel mare ed espresse il desiderio più bello.

Per la persona più cara.

Anima garbata e preziosa.

Poi sfarfallò le dita. Le rivolse al cielo. Attese la sera e si confidò con la luna.

Acchiappò una coda di cometa.

E si riespresse.