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“Di amori e vocaboli”, poestoria di Claudia Brugna

 
 

Di amori e vocaboli

di Claudia Brugna

 
 

Ci si poteva amare anche fra punto e virgola.

Quella breve pausa, non troppo breve, non troppo lunga, nella quale attendere ed attendersi. Quel darsi pian piano, a fil di vocaboli e a suon di poesie.

Troppo precipitoso, amarsi sulla virgola.

Troppo definitivo mettere quel punto che ci si illudeva di poter mettere.

Una tirata di redini iniziale, per una corsa al galoppo indimenticabile.

Una.

Delle tante.

Delle infinite.

Perché cos’era l’Amore, se non infinito?

Amarsi era leggersi e ricamarsi addosso parole.

Era cucirsi una ferita riaprendosene un’altra.

Era sbucciarsi le ginocchia fino a farsele sanguinare, per non morire di rimpianti.

Era disintimidirsi ed arrampicarsi.

Era accarezzarsi di gentilezze e mandarsi affanculo. Ed in quel vaffanculo c’era modo di conoscersi ed affezionarsi.

C’erano spartiti d’ogni tipo per suonare le melodie dell’Amore. Vi erano danze e balli calienti, passi da fare e passi da frenare.

Da lasciar liberi di muoversi, infine.

Chi mai potrebbe pensare che l’amore non abbia gambe?

Solamente allo stolto è dato d’immaginare un amore immobile.

L’Amore.

Lui.

Che viaggia di suo.

Che sa nascere e morire.

Crescere o scemare.

Cambiare pelle perfino. In una sorta di muta esistenziale e sostanziale.

È acqua, l’Amore.

È aria.

È Terra ed è Fuoco.

Disseta quindi.

Nutre anima e polmoni. E fa sospirare.

Toglie la terra da sotto i piedi e brucia dentro.

Fa un male cane ed estasia nello stesso istante.

È camaleontico, se vuole. Sa travestirsi da burattinaio e si burla di coloro che gli pongono i propri fili.

Oh bischero!

Non ci si può sottrarre alle sue manovre sopraffine.

L’Amore guida, delizia, rinsana, rinfertilizza, riassembla i cocci.

Ci si crede in grado di opporgli resistenza.

Pura illusione.

Arriva quando gli pare, l’Amore.

Ti schiaffeggia senza porti l’altra guancia.

Ti scompiglia i capelli e ti butta lo shampoo negli occhi. E poi ti ripianta lì. Che, al massimo, ti puoi fare un selfie dopo la doccia. Di quelli che non manderai mai a nessuno.

Forse.

Acceca l’Amore.

Si può tentar di guardarci dentro senza capirci nulla.

Pone mille domande senza possibilità di risposta. Ti legge la realtà e poi strappa la pagina dov’essa è trascritta.

Rende sordi, l’Amore.

Se non ci si vuole ascoltare.

Rende muti.

Da nodo in gola.

Si può toccare e gustare.

Ma ci vuole coraggio.

Che possa essere irreale l’Amore?

Magari, direbbero alcuni.

Ciò renderebbe semplice al cervello sputarlo come un chewing-gum.

Ma “magari” è l’avverbio del dubbio. Vi è speranza intrinseca.

E poi con il chewing-gum si fanno palloni bellissimi.

Andrebbe sempre decantato, l’Amore.

Andrebbe “poetato”, “prosato”, descritto, letto, cantato, ballato, schiaffeggiato, virgolettato e rispettato. Descritto, anche, per chi sia così impavido da tentar l’impresa.

Andrebbe vissuto, soprattutto.

Fino a consumarsi.

E che se ne parli sempre con garbatezza, dell’Amore.

 
 
 
 

Immagine: Antonio Canova (1757-1822) ‘Amore e Psiche’, 1787-1793, dettaglio.