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La Scala saluta il Maestro Claudio Abbado

 
 
Il 20 gennaio del 2014, all’età di 80 anni se ne andava Claudio Abbado, verrà salutato sette giorni dopo, con l’esecuzione diretta dal Maestro Daniel Barenboim, della Marcia Funebre (Adagio Assai), movimento della Sinfonia n.3 composta fra il 1802 e il 1804 da Ludwig van Beethoven ed il teatro, non poteva che essere la Scala di Milano.

Quello stesso che fu casa sua per 18 anni, prima che nel 1986, congedandosi con un omaggio a Debussy, lasciasse la direzione a Riccardo Muti per poi farvi ritorno solo in quattro occasioni: nel 1993, in due serate nel 2010, quando presentò un repertorio mai eseguito prima al teatro scaligero, ovvero l’ottava sinfonia di Mahler e facendolo solo dietro la promessa che il suo cachet sarebbe stato di 90mila alberi.

Alberi che avrebbero dovuto invadere Milano, ma quel patto non fu mai mantenuto dall’allora sindaca Moratti e dal presidente della Provincia Penati, quel sogno di Abbado s’infranse contro una realtà incapace di quella gioia che era propria del Maestro e che in occasione della sua ultima e applauditissima esibizione del 2012, per nobiltà d’animo, forse anche per amore verso quella città che lo aveva visto nascere il 26 giugno del 1933, preferì sorvolare circa il piccolo grande tradimento, durante le interviste di quei giorni.

Direttore d’orchestra tra i più grandi in assoluto, dopo gli anni alla Scala, Claudio Abbado approdò prima al celebre Staatsoper di Vienna e tre anni più tardi, venne eletto direttore stabile e artistico di una tra le più prestigiose orchestre sinfoniche del mondo, i Berliner Philharmoniker, ereditando quello scettro che prima di lui fu di Maestri come Hans von Bülow, Arthur Nikisch, Wilhelm Furtwängler fino a Herbert von Karajan che ne fu direttore per 35 anni.

Abbado esplodeva di musica, era vita che condivideva con gli strumentisti chiunque essi fossero stati, la sua era musica da camera comunque, interpretazioni vibranti, rivoluzionarie, commoventi, le mani accarezzavano e guidavano il respiro, il tempo, nelle sue esecuzioni non c’è un solo strumento che perda di individualità o non sia riconoscibile, Claudio Abbado rompe con la tradizione e così come alla Scala, anche a Berlino ampliò notevolmente il repertorio includendo opere del XX secolo al tempo eseguite raramente ed esempi ne sono il “Mosè e Aronne” di Schönberg, “Edipo Re” e “La carriera di un libertino” di Igor Stravinskij, fino a “Il paradiso perduto di Krzysztof Penderecki” o “Al gran sole carico d’amore” di Luigi Nono.

Se è vero che il destino musicale era in qualche modo scritto – il padre Michelangelo era violinista e vicedirettore al Conservatorio Verdi di Milano, la madre pianista così come pianista e compositore diventerà il fratello maggiore Marcello – la sensibilità non ha scuola e nel Maestro, l’arte era serbatoio dal quale trarre energia da restituire e donare, nutriva entusiasmo verso la politica, l’impegno sociale, la natura, Claudio Abbado è stato un sorriso visionario capace di incantare le platee di tutto il mondo.