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Mameli e Novaro: storia dei padri del Canto degli Italiani

 
Componimento risorgimentale, Canto degli Italiani, batte melodia da ben oltre un secolo e storica opera, in cuor d’ogni individuo natio della penisola anche custodito come Inno di Mameli e Fratelli d’Italia, vide luce dalla passione di due giovani amici genovesi, essa si levò infatti fra Genova e Torino, nell’ardimento di penna di Goffredo Mameli e amor di note del Maestro Michele Novaro.

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
L’Italia chiamò

 

Goffredo Mameli, il cantore combattente

Scrittore, patriota e poeta genovese, Goffredo Mameli dei Mammelli nacque priomogenito il 5 settembre del 1827 nel capoluogo ligure, allora facente parte del Regno di Sardegna (1297-1861), ed oltre a lui, il padre Giorgio, tenente di vascello della marina militare cagliaritana, e la madre Adelaide Zoagli, animo nazionalistico d’aristocratica famiglia, diedero alla luce altri cinque figli. La nascita di Goffredo avvenne al civico 30 di via San Bernardo, nel cuore della vecchia Genova da lui tanto amata e nella quale la donna che gli donò la vita aveva stretto giovanissima amicizia con Giuseppe Mazzini (1805-1872), con lui condividendo futuri ideali e speranze che, fra genetica ed educazione, avrebbe tramandato all’adorato figlio.
 

Goffredo Mameli e Michele Novaro: ritratto del poeta e del compositore, autori dell'opera, per la prima volta eseguita a Genova il 10 dicembre 1847 e a distanza di 170 anni, benché dall'alba amata e adottata dal popolo, ufficialmente proclamata Inno Nazionale Italiano • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Goffredo Mameli
ritratto nel 1849 da Roberto Bompiani (1821-1908)

 
La stessa donna, in tarda età, dichiarò d’aver vissuto un matrimonio ben lontano dall’idillio, situazione che tuttavia, date le frequenti e prolungate assenze del padre dovute all’attività lavorativa che lo conduceva in giro per il mondo, non ebbe frequentemente a concretizzarsi fra le mura familiari, evitando di conseguenza che l’animo di Goffredo potesse rimanere ferito dagli attriti familiari.

Contrapposizione di vedute fra i genitori vedeva infatti la fede paterna nelle dinastie spodestate allo scopo di restaurare un regime monarchico, decisamente agli antipodi rispetto alle repubblicane convinzioni della madre, arricchite da un’immensa cultura e da frequentazioni di personalità ideologicamente a lei affini, in convinta opposizione alla corona.

Infante di fragilissima salute fisica, Goffredo venne inizialmente istruito dal letterato Michele Giuseppe Canale (1808-1890), giovane storico carbonaro mosso da sanguigno spirito liberale, i cui scritti iniziali furono di convinta ispirazione mazziniana. Politicamente attivo in ambito universitario, le frequenti partecipazioni di Canale alle agitazioni studentesche dell’epoca gli procurarono non poche difficoltà in ambito accademico, in aggiunta agli ostacoli conseguenti al suo costante tentativo di riuscire ad ottenere quelle che lui stesso definì «opere e giornali francesi di cui il governo proibiva l’introduzione», evidentemente ritenute di stampo smodatamente patriottico. Il successivo passaggio dalla Carboneria alla Giovine Italia, ossia l’associazione insurrezionale fondata dallo stesso Mazzini allo scopo di riuscire a fare della penisola una Repubblica democratica unitaria, ampliarono orizzonte alle aspirazioni del Canale che, tuttavia, nel corso degli anni si sarebbe affrancato dall’ideologia mazziniana direzionando le proprie convenzioni tra le file liberali monarchiche.

Ciò non toglie che il periodo in cui egli si dedicò all’istruzione di Mameli, effuse nello stesso importante soffio libertario che, miscelato a quello di derivazione materna, ne cementarono il nascente spirito patrio.

Successiva tappa di formazione scolastica di Goffredo avvenne a partire dal suo tredicesimo anno d’età con ingresso nelle Scuole pie, congregazione riferentesi all’ordine religioso fondato nel 1617 a Roma da Giuseppe Casalanzio (1557-1648), ecclesiastico canonizzato nel 1767 che all’educazione della gioventù dedicò intera vita, tentando acculturazione della parte più debole della società attraverso scuole popolari gratuite gestite dagli scolopi, ovvero i sacerdoti appartenenti alla congregazione il cui fine primo era un’educazione cristiana che, in decisa spinta liberalista rispetto all’istruzione tipica dei gesuiti, s’operò affinché l’individuo venisse spronato alla formazione della propria persona in maniera integrale, dunque stimolandone attività mentale e pratica in affiancamento allo spirito ascetico.

Fra le suddette mura il ragazzo sviluppò innata passione alla lettura classica, latina ed italiana, oltre che ai testi biblici, coltivando nel frattempo nascente interesse per la poesia e sperimentandosi nella stesura di primi versi in totale libertà, data la serena possibilità d’apertura intellettiva nutrita fra le mure domestiche quanto in quelle scolastiche.

Nonostante prosecuzione di studi in ambito filosofico all’ateneo genovese, poi direzionati in campo legislativo, dopo aver ottenuto diploma accademico ecclesiastico di baccelliere, ovvero titolo riferentesi al periodo di noviziato, precedente al dottorato, ardore politico e poetico s’avvinghiarono a tal punto all’animo di Mameli da allontanare definitivamente la laurea dai suoi orizzonti futuri, dedicando se stesso a prime stesure di tragedie, ballate, liriche, negli anni perfezionando abilità scrittorie ed espressive, nonché evolvendo nella maturazione in esse di una sorta d’eco romantico di sottofondo, solo qualche anno prima convintamente denigrato.
 

La Notte

Se è dai venti agitato un ampio lago,
Lo guardo invan con tutto l’occhio intento,
E s’abbia il fondo limaccioso, o vago
Di bianche arene, di veder m’attento.

Tal, mentre al giorno in cento cure io vago,
Il dolor di mia piaga aspra non sento;
E solo il core, del suo duol presago,
Teme, e alla gioia s’abbandona a stento.

Ma il dí fuggissi; e le cure non mie
Sí del giorno fuggir dalla mia mente
E dileguâr, quale dileguossi il die.

Sol propria cura mi rimase amore;
E l’alma mia tutto or comprende e sente
Dell’acerba ferita il reo dolore.

 

L’Amore

Cos’è l’amore? Una memoria, un’ora
Di Ciel, che l’ombre, e i nugoli terreni,
Di luce soavissima ristora.
Misero l’uom, che ne’ suoi giorni pieni
D’affanni si travaglia e s’addolora;
Nè un’imago diletta gli assereni
L’anima mestamente; e scioglie intanto
L’ira in dolore, e la bestemmia in pianto.

Dolce cosa è l’amor: il suo dolore
All’anima dolcissimo ti viene,
Come canto di cigno che si muore.
Dolce cosa è l’amore: per le vene
Egli ti serpe, e di sé inebria il core,
Che si dischiude a quella prima spene,
Come vergine rosa ai primi fiati
D’April dischiude i calici odorati.

Dalle mani di Dio bella fra quante
Fatture son, certo la donna escía;
Ma è pur cosa mortale. E ond’è che tante
Volte a me la tua imagine apparía
Quasi celeste? e da magioni sante
Una figlia del ciel, Fillide mia,
Di bellezza immortale a farmi fede,
Quaggiú discesa il mio pensier ti crede?

Vedi quegli astri in ciel? Sai tu che sia
Che di sí vaga luce risplendenti
Li fa ruotare per l’aerea via
Con veloci ed eterni avvolgimenti?
È un’ingenita forza, un’armonia,
Che tutti unisce, e muove gli elementi:
Egli è il fato, che a te, Fillide, unío
Con legame d’amor lo spirto mio.

Non è la vita un baratro d’ affanni?
Come genio malefico, seguace
La sventura non ti è da’ tuoi prim’anni?
Breve è al core la gioia, e pur fallace.
Mentre in questa di duol valle t’affanni,
Dove trovar potrai, dove, una pace,
Se non in cor che ti comprenda, e mite
Balsamo sparga sulle tue ferite?

 

Ballata

Bella dal sen di neve,
Bella dal crin dorato,
Ridi al poeta: breve
Ora concede il fato
Alle rosate imagini,
Ai palpiti del cor.
Il gelo del dolore
Presto rapisce all’anima
La forza dell’amore,
Qual ne’ suoi gorghi rapidi
L’onda travolge il fior.

Ridi al poeta: blanda,
Fagli obliar la vita
Su questa trista landa,
Se il labbro tuo l’invita,
L’angiol di gioia immemore
Discenderà dal ciel:
Sulla tua fronte i vanni,
Usi d’errar nell’etere
Lungi dal duol degli anni,
Agiterà piú splendidi
E si farà piú bel.

Ridi al poeta: accanto
A lui riposa il fianco,
E dal suo labbro il canto
Evolerà piú franco,
Come se il Dio dei numeri
Gli fecondasse il sen.
Il fior dell’armonia
Solo l’amor solleva:
Egli non era, pria
Che il ciel negli occhi d’Eva
Specchiasse il bel seren.

Ridi al poeta: oh, ch’io
Morda le trecce, il velo,
E crederotti un Dio
Che mi sollevi al cielo,
Che mi ritorni ai facili
Delirii dell’amor.
L’astro del viver mio
Volge al tramonto, pallido:
Diede a te sola Iddio
Far che morente un ultimo
Lampo l’avvivi ancor.

Bella dal sen di neve,
Bella dal crin dorato,
. . . . .

 

Correva l’anno 1944 e la fucilazione dei fratelli Bandiera, patrioti e massoni, Attilio (1810-1844) ed Emilio (1819-1844), giustiziati per aver tentato di spronare il popolo calabrese a ribellione contro il regno di Ferdinando II, sconvolse e scalfì di sofferenza l’animo di Goffredo che, solo due anni dopo, nel 1846, si rinvigorì di speranza all’elezione di Pio IX (1792-1878), pontefice, in carica dal 1846 al 1878, in quello che fu il pontificato più longevo della storia, il cui liberalismo avrebbe messo in atto un piano di riforme dello Stato Pontificio con crescente disponibilità ad accogliere le richieste della cittadinanza, molla sulla quale l’adesione politica di Mameli si concretizzò totalmente affiliandolo all’ideologia mazziniana respirata fin dalla primissima infanzia.

Anello d’aggancio fra lui e il Mazzini fu il politico e generale genovese Gerolamo Bixio (1821-1873) detto Nino, colui che, durante una convalescenza di mesi, trascorsa a Parigi nella casa del fratello, a causa di lunghi episodi febbrili verificatisi in seguito a naufragio nei mari della Malesia, cattura da parte degli indigeni, successiva vendita a mercanti di schiavi ed agognata liberazione, conobbe il patriota Giuseppe e da lui stesso fu delegato a reclutare nuove e giovani forze allo scopo di organizzare un’insurrezione nella città di Genova.

Patriottismo di cuore del Goffredo di quel periodo non tardò a spandersi nella sua penna, esplodendo componimenti in cui fissare ad inchiostro il pensiero mazziniano e sulla diffusione pubblica dei quali divenire sfondo alle frequenti manifestazioni avvenute fra 1847 ed il 1848, periodo in cui il suo inno più famoso, nel cui titolo sarebbe stato fissato per sempre il suo cognome, si produsse fra getti d’inchiostro e una ferma presa di posizione anti monarchica, in virtù della libertà d’un paese, quello natio, sul quale egli avrebbe bramato con tutto se stesso soffiare vento repubblicano.

Sulla scia di un un’aspirazione sempre più pressante su cuore e meningi, la sua adesione alla politica divenne concreta partecipazione attivandosi insieme a Bixio per reclutare centinaia di volontari allorquando, sull’ondata dei moti rivoluzionari del 1848 contro i regimi assolutisti che sconvolsero l’Europa, storicamente conosciuti come Primavera dei popoli, gli attriti con l’Austria divennero esplosivi; contemporanea fu l’attività giornalistica sul Diario del Popolo, testata della quale avrebbe assunto la direzione ed attraverso le cui pagine narrare di storia, allo stesso tempo manifestando e trasmettendo personali convinzioni di radice mazziniana.

A seguito di tali moti, nel 1849 triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, dal patriota e politico Aurelio Saffi (1819-1890) e dal giurista e politico Carlo Armellini (1777-1863), si trovò a presiedere la neonata Repubblica Romana, stato insurrezionale, liberal-democratico, proclamato in piena ribellione il 9 febbraio del 1849, dopo la fuga a Gaeta di Papa Pio IX (che nel frattempo aveva abbandonato da tempo entusiasmi patriottici, dimostrandosi contrario alla guerra contro gli austriaci nel timor che l’unico a beneficiarne sarebbe stato il Regno di Sardegna), e terminato il 4 luglio dello stesso anno sotto intervento delle milizie napoleoniche, a cui seguì il ristabilirsi dell’ordinamento pontificio, con conseguente rientro dello stesso Pio IX.

Seppur di breve durata, nel tragitto verso l’unificazione della penisola la Repubblica Romana ebbe ruolo decisivo, favorendo la conoscenza di personalità di spicco del Risorgimento fra le quali, appunto, Mameli e Giuseppe Garibaldi (1807-1882), nelle cui file militari Goffredo seppe dimostrarsi colmo di valore e coraggio, qualità che purtroppo non gli furono sufficienti a contrastare la malasorte del destino quando, durante il sanguinoso e cruento assedio di Roma da parte dei francesi, venne gravemente ferito ad una gamba e, in seguito all’amputazione della stessa attuata dai medici nel tentativo di salvargli la vita, seria infezione prese il sopravvento procurando morte, dopo due settimane d’agonia, a colui che, a soli 21 anni di vita, il 6 luglio del 1849, chiuse a malincuore le proprie palpebre, sussurrando versi fino all’ultimo istante e lasciando il popolo italiano orfano d’un grande uomo dall’animo poetico e dalla mente d’indiscussa indole innovatrice, strenuamente devota alla libertà.
 

L’Alba

Tempus enim prope est.
Apocalisse

L’alba!… Là, sull’estremo orizzonte,
Vedi un astro novello? Fiammeggia
La sua luce sul piano, sul monte;
Già biancheggia, risplende, dardeggia…
Salve, oh salve, bell’astro di speme!
L’armonia, che nel petto mi freme,
A te voli sull’ali d’amor.
I miei dí, le mie notti vegliai,
Attendendo il parer de’ tuoi rai,
Fra lo sdegno, fra l’ansia, e il dolor.

I codardi diceanmi demente;
Esultavan nel sangue i tiranni;
Sull’Italia, calpesta, dormente,
Dalle infamie contavansi gli anni.
Parea giunta al novissimo giorno…
Ah, diceano, che senza ritorno
La sua gloria al tramonto chinò
Dio confonda colui che dispera,
Che diserta una vinta bandiera,
Che nel fango si assise, e posò.

Nelle vene agli schiavi si desta
Un ardire, una vita novella.
Oh, sorgete, levate la testa,
Che la gloria, la patria v’appella,
E frementi dai Teutoni avelli
L’ombre inulte dei nostri fratelli…
Vile quei che secondo verrà
Trovò il brando, la Donna latina;
Oltre l’Alpe gittò la guaina;
Il suo passo là sol fermerà.

Fuor del feretro armata s’affaccia;
Ha trovato il valore primiero;
Ritrovò la sua lucida traccia
Della gloria nel noto sentiero…
Non ne sperser mill’anni le impronte
L’elmo antico s’adatta alla fronte;
Roma è sorta, davanti ci sta.
Fremean vita le case dei morti,
Esultavano l’ossa dei forti,
Pur nel grembo all’eterna Città.

Si levò dal suo letto di spine;
Dalla croce nefanda si scosse;
Meretricio ornamento del crine
La tïara per sempre rimosse.
Via, l’antica baldracca, che ardío
Dirsi al mondo la sposa di Dio,
Prostituta al Tedesco, ed ai re!
Ove venda un osceno vegliardo
Sangue e Cristi con labbro bugiardo,
Roma eterno mercato non è.

Oltraggiato con preci esecrande,
Invocato su altari non suoi,
Per tanti anni, lo spirto del grande
Crocifisso è disceso su noi:
Benedisse le sante bandiere,
Dei redenti le impavide schiere
Strette insieme in un patto d’ amor.
Ha l’Italia gli antichi peccati,
Col servaggio e nel sangue lavati,
Espiati con lungo dolor.

Se versò su di noi la sventura,
Benedetta la mano di Dio!
Benedetta la nostra sciagura!…
Solo il pianto cosparse l’oblio
Sulle macchie di sangue fraterno;
Cancellò gli odi antichi in eterno,
Che diviser le nostre città.
Un’idea ci risplende nei volti:
Come un uomo, in un giuro raccolti,
Al conflitto fatal si verrà.

Sotto il peso de’ proprii peccati,
Sul suo trono tremante curvato,
Il signor dei bargelli scettrati
Presentí l’appressarsi del fato,
La tempesta che sorge lontana…
E prepara dall’algida tana
Sgherri e forche, palladio dei re.
Delle schiere primiere sull’orme
Nuova schiera di barbare torme
Sui Lombardi dall’Alpe scendé.

Guai a voi! Vi son anni fatali,
Giorni sacri a tremende vendette
Compie il secolo, e furon ferali
Ai vostri avi le Liguri vette.
Noi giurammo; quest’anno di gloria,
Consecrato di un’altra vittoria,
Alle etadi future mandar.
Noi giurammo, a quest’anno di gloria,
Nell’ebbrezza di un’altra vittoria,
Non più udita ecatombe sacrar.

 

Suonò l’Ora

Principes et sacerdotes congregati
sunt contra verbum Dei.
Nolite arbitrari, quoniam veni
inferre pacem.

Suonò l’ora; stringiamoci a schiera!
Dio discese nel grembo alla terra,
E v’infuse il suo Verbo, ch’è un’Era;
D’un dí nuovo ecco l’alba foriera.
Congregati, sacrilega guerra
Preti e re fanno al Verbo di Dio.
Ma è l’arena, che sperde il torrente;
Ma un delirio è dell’empio il desío.
Un pensiero colleghi ogni gente,
Ed infranto ogni giogo cadrà.
Una sola è la bandiera
Di chi crede, di chi spera,
E v’è scritto Umanità.

Ci tradisce chi unirci non tenta,
Chi con noi libertà non sospira,
Chi non odia dei re la sementa,
Chi fra i popoli semina l’ira.
Dio nel petto dell’Itala gente
Ha destata la sacra scintilla;
Nel vicino orizzonte sorgente
L’astro antico di Roma sfavilla.
Roma batte, schiudete le porte,
O potenti; l’Italia partita
Avevate, per darle la morte.
L’unità, pensavate, è la vita.
Ma ora il vostro secreto si sa.
Una sola è la bandiera
Di chi crede, di chi spera,
E v’è scritto l’Unità.

Ma chi unifica è solo l’amore:
Questo fior, che nel campo de’ schiavi,
Ove luce non scende, si muore,
Né germoglia fra i serti e le Chiavi,
Questo fiore è la manna che Dio
Nel viaggio profonde sui forti.
Empio ai vili n’è pure il desio!
Solo a quei che si voller risorti,
Solo ai liberi Iddio lo darà.
Una sola è la bandiera
Di chi crede, di chi spera,
E v’ è scritto Libertà.

 

L’Ultimo Canto

Deh, conforta il mio core, o tu che il puoi!
Deh, ch’io ti vegga anco una volta, e ch’io
Della vita e di me negli occhi tuoi
Beva l’oblío.

Il sospiro dell’anima secreta,
Che a te confido, ascolta: o cara, ascolta
Il sospiro del giovine poeta
L’ultima volta.

Come l’astro morente arde e balena,
Ferve l’anima mia rinvigorita
Nel bacio della morte, e in ogni vena
Freme la vita.

E già il mio spirto questa stanca argilla
Lascia, qual fiamma il tizzo incenerito
Già si confonde la vital scintilla
All’Infinito;

O si dilegui nel gran nulla, o brilli
D’eterna luce nella propria stella,
O in Dio, ai Cherubini si tranquilli
Fatta sorella.

Addio, per sempre addio,
Sogni d’amor, di gloria;
Addio mio suol natío;
Addio, diletta all’anima
Del giovine cantor.

Vedi, nell’ore estreme,
Alla tua cara imagine
Ancor si turba e freme,
E a te gli estremi palpiti
Serba morente il cor.

Alla cadente sera,
Quando la squilla agli uomini
Rammenta la preghiera,
Deh ti rammenti allor l’ultimo canto
Del giovine poeta: ei t’amò tanto!

L’anima di Goffredo ha potuto, salendo, illuminarsi di un raggio di lietezza incontrando l’anime sorelle di Bini, dei Bandiera, di Jacopo Ruffini, dei mille martiri della nazione, e dir loro: consolatevi; la patria è sorta.
Giuseppe Mazzini, Svizzera, Ottobre 1849

Poesie tratte da «Scritti editi e inediti di Goffredo Mameli» di Anton Giulio Barrili, Società ligure di storia patria, Genova, 1902

 

Michele Novaro: animo nobile d’un compositore patriota

Primogenito con quattro fratelli a seguito, Michele Novaro s’aprì alla vita in quel di Genova il 23 dicembre del 1818, padre Girolamo, di professione macchinista al Teatro Carlo Felice, madre al nome di Giuseppina Canzio, colei che respirò appieno l’atmosfera teatrale in quanto, oltre al coniuge impiegato dietro le quinte del palco, fu sorella di Michele Canzio, operante dapprima al teatro Sant’Agostino poi anch’egli nel principale palco del capoluogo ligure, ed il cui figlio Stefano si sarebbe unito in matrimonio con Teresita, la figlia di Garibaldi, arricchendo di liberale sfumatura l’artistico patrimonio familiare.
 

Goffredo Mameli e Michele Novaro: ritratto del poeta e del compositore, autori dell'opera, per la prima volta eseguita a Genova il 10 dicembre 1847 e a distanza di 170 anni, benché dall'alba amata e adottata dal popolo, ufficialmente proclamata Inno Nazionale Italiano • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Michele Novaro
scatto eseguito dal fotografo e pittore Giulio Rossi (1824-1884)

 
Canora ed ispirata voce di Novaro ebbe a fiorire quando, appena terminata la sua prima decade di vita, s’iscrisse alla Scuola Gratuita di Canto ch’era stata fondata nel 1829 allo scopo di procurare coristi per il Teatro Carlo Felice, nel quale padre e zio materno erano attivi, e negli anni a seguire il ragazzo si sperimentò carrieristicamente, partecipando a numerosi eventi musicali.

Fu il Regio di Torino a saggiarne le doti di secondo tenore nelle stagioni artistiche fra il 1841 e il 1845, periodo in cui, al Porta Carinzia di Vienna, apice di carriera ne elogiò le indubbie doti canore consacrandolo ad un successo che, in rientro nel capoluogo piemontese nel 1847, lo vide ampliare le proprie competenze come insegnante dei cori sia, al Regio che al Carignano, nel medesimo arco temporale in cui appassionate parole intrise di liberalismo, scritte dal fraterno amico Mameli, lo colpirono nel profondo a tal punto da suscitargli melodia in cui degnamente adagiarle, composta in una manciata d’ore, verosimilmente le più toccanti della sua esistenza.

Fervore di popolo in massima aspirazione di libertà aveva originato numerosi canti patriottici in quel periodo e cavalcando la medesima speranza Novaro compose il celeberrimo inno, donandosi ad esso nella totalità d’un uomo da sempre fedele ad un ideale unitario da porre a traguardo della sua cara Italia, sentimento che durante tutto il corso della sua esistenza lo spronò a far di teatro mezzo con il quale organizzare concerti e spettacoli benefici a sostegno della causa nazionale.

Genuina passione per la musica e completa assenza d’ambizione a fini di nomea, furono il binomio che lo condussero a vivere la propria arte senza mai cedere alla sterile monetizzazione della stessa, al contrario rendendo disponibile la propria produzione musicale per raccogliere contributi monetari con i quali sostenere l’acquisto di materiale bellico a sostegno delle battaglie garibaldine oppure per essere d’aiuto alle vittime dei conflitti organizzando spettacoli, quale il «pro feriti della guerra d’indipendenza» portato in scena al Teatro Doria nel 1859, poco tempo prima che Novaro divenisse impresario del Carlo Felice nella stagione 1861/1862.

Forte dell’esperienza maturata nel corso degli anni, fra canto e rielaborazione intersecanti le opere di compositori del calibro di Vincenzo Bellini (1801-1835), Alessandro Nini (1805-1880), Gaetano Donizetti (1797-1848), Saverio Mercadante (1795-1870), Gioachino Rossini (1792-1868) ed altri, magnanimità e intensa predisposizione alla didattica lo stimolarono, ritornato a Genova, alla fondazione, fra il 1964 ed il 1965, di una scuola gratuita popolare di canto corale, nella quale condurre amorevolmente gli allievi alle meraviglie della musica sia proponendo loro originali componimenti che riadattando illustri opere, non mancando d’approfondire, tramite un viaggio in Germania, la strutturazione delle scuole musicali tedesche in fede alla propria dedizione all’insegnamento che lo vedrà, negli ultimi anni della sua vita, ricoprire incarico di docente del canto nelle scuole municipali.

Animo filantropico, Michele Novaro seppe dedicarsi totalmente alla nazione italica, mai scemando il suo amore per il prossimo, da manifestare fra musica, fra cui la stesura di vari inni bellicosi, e nobile impegno nei confronti dei propri alunni, a loro magnanimamente ponendosi come possibilità d’apprendimento puro e privo di secondi fini a scopo di guadagno. La moderatezza e l’umiltà che lo contraddistinsero ed il quasi completo disinteresse nei confronti del denaro lo costrinsero a vivere in povertà in alcuni periodi della sua esistenza, nonostante ricezione del conferimento della Croce di Cavaliere della Corona d’Italia, nomina più alta dell’Ordine della Corona d’Italia, prima onorificenza a carattere nazionale decretata nel 1868 da Vittorio Emanuele II di Savoia, conferibile a civili o militari, indistintamente dal loro credo d’appartenenza, che Novaro ricevette nel periodo in cui, con la moglie, la figlia Giuseppina e la suocera Carlotta, ebbe residenza nella genovese piazza Tessadori.

La modestia che ne caratterizzò l’esistenza si percepisce e riaffiora nelle accorate parole del direttore d’orchestra, compositore e pianista, di mirabile soavità e sconvolgente tenacia, scomparso il 15 maggio 2020, Enzo Bosso che, poco prima di esibirsi al Teatro Regio di Parma nella sua personale interpretazione dell’Inno d’Italia, di Novaro narrò: «Dovete sapere che Michele Novaro era un repubblicano convinto, così convinto della giustizia che non voleva mai diritti per la sua musica, difatti, è buffo, anche per l’Inno lui chiede all’editore soltanto qualche stampa per lui, per ricordarselo, e morirà a Genova, poi, povero, in un manicomio…»

In seguito alla sua morte, avvenuta il 20 ottobre 1885 in precarie condizioni di salute psicofisica, riconoscimento dei suoi scolari fu quello di erigere a loro spese un monumento funebre a memoria del loro umile ed immenso maestro, collocato dove riposa, ossia nel cimitero monumentale di Staglieno, accanto alla tomba di Giuseppe Mazzini.

Omaggio cantorio al delicato compositore avvenne quasi un secolo dopo attraverso le romantiche parole del buon animo di Rino Gaetano che, nella canzone Sfiorivano le Viole (1976), canta di un amore estivo sullo sfondo di un testo surreale, tipico del suo stile, nell’attesa dell’amata, fantasticando nel frattempo su coloro che vissero nell’Europa a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo ed accennando alla stura del testo ad opera dei due amici: «Michele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo tuttora in voga mentre io aspettavo…».

Un compositore ed un cantante, un inno ed un brano in aggancio musicale fra due animi visionari. Poco meno di un secolo di mezzo e due attese, l’una dell’unità, l’altra dell’amore che tarda ad arrivare, suscitando nei pensieri di colui che l’attende il ricordo di personalità per le quali il raggiungimento della libertà fu tela su cui dipingere la vita.

La causa della libertà è una sola, qualunque sia il nemico che la combatta,qualunque il popolo che la difende, qualunque sia il colore della bandiera sotto cui si schierano gli eserciti. Quando tutti i popoli abbiano intesa questa verità, che la storia e l’esperienza dovrebbe ormai aver loro insegnata, quando pratichiamo davvero questa santa legge di fratellanza e di comune difesa, il regno del dispotismo sarà finito per sempre sulla terra.
Giuseppe Garibaldi

 

La nascita del Canto degli Italiani

Autografo di Mameli, protetto fra le mura del Museo Nazionale del Risorgimento di Torino, riportante la data del 10 novembre 1847, starebbe ad indicare la prima stesura del testo che, verosimilmente, 12 giorni dopo fu letto coram populo a Genova e, dopo esser stato musicato, cantato in primo esordio pubblico a Torino, il 28 del medesimo mese, precedendo formale consacrazione che sarebbe avvenuta il 10 dicembre dello stesso anno, davanti ad una platea composta da circa trentamila patrioti giunti da ogni parte della penisola in occasione dell’anniversario della cacciata degli austro piemontesi dal territorio genovese, avvenuta nel 1746.
 

Goffredo Mameli e Michele Novaro: ritratto del poeta e del compositore, autori dell'opera, per la prima volta eseguita a Genova il 10 dicembre 1847 e a distanza di 170 anni, benché dall'alba amata e adottata dal popolo, ufficialmente proclamata Inno Nazionale Italiano • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Frontespizio Partitura Canto degli Italiani
©Ricordi & C, Archivio Storico

 
Legati da profonda amicizia, oltre che da spiccato ed avanguardista idealismo repubblicano, Mameli e Novaro si trovarono a collaborare alla nascita dell’inno nazionale quando, avendone Goffredo legato i vocaboli in vibranti e passionali versi, salda e cristallina fiducia in Michele lo spronò a richiederne la composizione melodica sulla quale cantarli al popolo in grido di ribellione.

Il compositore, nel frattempo da Genova provvisoriamente trasferitosi a Torino, in una serata di settembre scorsa in conversazione nell’abitazione dell’amico, scrittore e patriota, Lorenzo Valerio, ricevette dalle mani dell’insigne pittore Ulisse Borzino, il testo fattogli recapitare da Mameli e non appena vi posò lo sguardo, esplose in lacrime, a sentita e devastante commozione da egli ricordata nella primavera del 1875 al politico, patriota e scrittore Anton Giulio Barrili (1836-1908): «Io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che, non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo. Mi posi al cembalo coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all’inno, mettendo giù frasi melodiche, l’una sull’altra, ma lungi le mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ di tempo in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c’era rimedio; presi congedo, e corsi a casa. Là, senza pure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla mente il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e per conseguenza anche sul povero foglio: fu questo l’originale dell’inno “Fratelli d’Italia”. Piacque pei versi ed era cantato con entusiasmo. La polizia rincorreva come tante fiere tutti coloro che lo cantavano: ma già il popolo lo aveva fatto suo; e in ogni moto, in ogni festa, ufficiale o non ufficiale, l’Inno faceva capolino. Fu proibito fino alla dichiarazione di guerra all’Austria; e da quel giorno, poi, tutte le bande militari lo suonarono. I soldati, quando partivano per la Lombardia, lo cantavano, alzando i caschetti sulla punta delle baionette. Un anno dopo, è vero, lo suonarono a scherno le bande militari nemiche, nello entrare in Alessandria. Ma non fece loro buon pro’; anzi… Ma via, lasciamola lì, poiché la pace si è fatta, e noi siamo in casa nostra padroni. Tornando a que’ tempi, io non vidi il Mameli se non a Milano, nell’aprile del 1848. Si discorreva in piazza del Duomo di tutte le cose nostre genovesi, quando ad un tratto la banda Nazionale intuona il « Fratelli d’Italia ». Un urrà generale si levò per la piazza; Goffredo ebbe come un lampo negli occhi, mi gittò le braccia al collo, e mi baciò. Fu l’ultima volta che lo vidi; e fu uno dei pochi baci ond’io serbo memoria.» (Domenico Alaleona, Il Canto Degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro, Tipografia Operaia Romana Cooperativa, 1924).

L’immediato successo dell’Inno, sulla scia del periodo di progressive riforme che, ad opera di Carlo Alberto di Savoia (1798-1849), re di Sardegna dal 1831 al 1849, avevano dato respiro alle liberali aspirazioni della cittadinanza, raggiunse ulteriore fama nell’esser cantato durante le Cinque giornate di Milano, all’epoca dei fatti capitale del Regno Lombardo-Veneto, protagonista delle quali fu violenta insurrezione armata, avvenuta fra il 18 e il 22 marzo del 1848, allo scopo di liberare la città dalla supremazia austriaca ed assunto a simbolo di celebrazione per la nascita della Repubblica Romana di Mazzini.

Frequentemente intonato con intento promulgativo a sostegno dello Statuto Albertino, la sua diffusione fu tale che lo stesso Carlo Alberto, che ne aveva censurato la quinta strofa poiché ritenuta eccessivamente offensiva nei confronti degli austriaci, si vide costretto a revocare veto constatando la moltitudine di volte che lo stesso veniva intonato dalle milizie militari, in particolar modo tra i volontari repubblicani, al pari di quanto sarebbe avvenuto fra i soldati partecipanti alla spedizione dei Mille, in concomitanza alla Canzone Italiana, nota come Inno di Garibaldi, da quest’ultimo commissionata e composta nel 1858 dal direttore di banda Alessio Olivieri (1830-1867) sui versi del poeta Luigi Mercantini (1821-1872).

Protagonista canoro a cavallo fra la prima guerra d’indipendenza (1848-1849), la seconda (1859) e la terza (1866), il canto s’effuse nell’aria respirata da militanti, cuore in mano, audacemente pronti a rischiare la vita per la propria terra, coloro che, insieme all’Inno di Mameli s’unirono in coro a toccanti canti risorgimentali quali, Addio mia bella addio (Carlo Alberto Bosi, 1848), La bella Gigogin, (Palo Giorza, 1858) e Va pensiero (Giuseppe Verdi, 1813-1901), calor di note che, dopo la Marcia su Roma del 1922, ad opera dell’armata fascista, subì forte scoraggiamento dovuto alla proibizione di brani musicali che non esaltassero la figura di Benito Mussolini, e così avvenne durante il secondo conflitto mondiale, dove la diffusione della musica fu biecamente filtrata dalla politica del regime.

Nonostante l’elevatissima popolarità e lo spessore storico, l’inno adottato dopo l’Unità d’Italia fu la Marcia Reale di Casa Savoia, composta nel 1831, rimasto tale fino all’anno seguente la fine della seconda guerra mondiale durante il quale, il 12 ottobre del 1946, l’opera di Mameli e Novaro verrà scelta, seppur transitoriamente, come canto patriottico della Repubblica Italiana su indicazione del ministro della guerra Cipriano Facchinetti (1889-1952) proponendone l’esecuzione in occasione del giuramento delle Forze Armate, sottoponendo le proprie richieste all’Assemblea Costituente, ossia l’organo preposto alla stesura della Costituzione della Repubblica; non trovando unanime accordo fra i vari partiti, l’ufficializzazione del Canto sarà tardiva, giungendo, dopo numerosi tentativi da parte delle differenti legislature, a proclamazione nel 2017 e divenendo Inno Nazionale delle Repubblica Italiana, benché tutt’oggi manchi il decreto attuativo che ne decreti la definitiva adozione.

Repubblica. Un vocabolo che racchiude in sé secoli di sanguinari combattimenti e prevaricazioni, periodi storici in cui il fervore d’ogni animo, marchiato a fuoco dalla sete di libertà, seppe divenire meravigliosa amicizia fra due giovani appassionati di musica e poesia, Michele e Goffredo, coloro il cui idealismo, l’orizzonte mentale senza fine, il coraggio, l’umiltà e la forza d’animo seppero legarsi fra versi e note in un’opera sanguigna, motivata, galoppante, ardente e magnifica nel suo esprimersi attraverso le aspirazioni del popolo. Alla fine creando un imperituro legame dell’uomo con la propria terra, che patria diviene sbaragliando ostacolo ad ogni vincolo che non sia quello di pathos, indi esplodendo il insito significato fatto di volti, gesti, eroismi, timori ed ultimi sospiri esalati sul polveroso suolo di battaglia, quello che un popolare canto oltre tempo seppe accogliere nelle righe e rimusicare all’intero mondo e che intrappolare in reti ideologiche, non riconoscendone il valore umano ed universale, pertanto rendendolo soggetto a deleterie strumentalizzazioni politico-ideologiche, sarebbe come ferire a morte, silenziandolo.

La Patria non è un’opinione. O una bandiera e basta. La Patria è un vincolo fatto di molti vincoli che stanno nella nostra carne e nella nostra anima, nella nostra memoria genetica. È un legame che non si può estirpare come un pelo inopportuno.
Oriana Fallaci

 

Canto degli Italiani
G.Mameli, M.Novaro

 
Intriso d’animoso patriottismo, brama di libertà e battagliero sentimento pronto a tutto per ottenerla, il testo di Mameli ribolle di storico orgoglio e d’impavida dedizione alla causa nazionale, a partire dalla scelta dei vocaboli utilizzati, quel Fratelli d’incipit da cui trapela la concezione degli italiani medesimi figli della stessa Italia, una patria che s’è desta, ovvero risvegliata ormai da tempo dall’intontimento del dominio straniero e che dunque, rimembrando l’eroe Scipione che sottrasse l’Italia dall’assedio d’Annibale, ora è pronta ad indossarne l’elmo per combattere.

Metaforica personificazione della vittoria nella figura della schiava che in periodo romano porgeva la propria capigliatura a dichiarato assoggettamento, sarà, per predestinazione di volere divino, schiava di Roma, città simbolizzate l’unità nazionale.

Quindi il ritornello, che conclude ogni strofa, in cui la coorte si riferisce alla particolare struttura militare del periodo, in particolare alla suddivisione in coorti della Legione Romana, invita ad affrontare battaglia compatti, preferendo la morte al furto della propria libertà.

Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta,
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Il rammarico per la secolarità della divisione alla quale fu soggetta l’Italia, sfregiata da prolungate supremazie di popoli dominanti di differente provenienza, ha reso il suo popolo oggetto di derisione e dolorosa sottomissione, ora risorga e si nutra la speranza di riportarne l’identità sotto un unico stendardo, essendo giunto il momento di riunirsi definitivamente.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Un’unione che si basi sull’amore, via prediletta che da sempre volontà divina indica ai popoli affinché comprendano la retta via da seguire, unendosi in battaglia per Dio e risultando pertanto imbattibili.

Uniamoci, amiamoci,
l’Unione, e l’amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Riferimenti storici significativi nel percorso verso l’unificazone nazionale vengono raccolti nella quarta strofa, partendo dalla Battaglia di Legnano del 1176, tramite la quale la sconfitta di Barbarossa, ad opera dei comuni appartenenti alla Lega lombarda, permise l’estensione dell’autonomia;

proseguendo con la morte del condottiero Francesco Ferrucci, a servizio della Repubblica di Firenze, che perse la vita nel 1530 combattendo contro il Sacro Romano Impero e contro l’Impero spagnolo nella Battaglia di Gavinana, ferito gravemente dal condottiero Fabrizio Maramaldo, che era schierato con i Medici contro la Repubblica fiorentina, durante l’assedio di Firenze, e poi dallo stesso lasciato trucidare dai suoi sottoposti;

quindi il richiamo al Balilla, un giovane patriota genovese che, nell’espressione tipica della lingua ligure precedente all’Ottocento, si levò urlando: “Che l’inse?” (La comincio?), di fatto dando inizio alla rivolta contro le truppe austro-piemontesi, accompagnando il grido al lancio di un sasso contro le stesse;

infine riagganciandosi all’aggressione perpetrata a danno delle truppe francesi angioine, colpevoli di pesanti apprezzamenti, da parte di un soldato, ad una siciliana in procinto d’uscir dalla chiesa dopo la fine dei vespri, con conseguente cacciata delle milizie dal suolo palermitano.

Dall’Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn’uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d’ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Nella concezione bellica di Goffredo, le milizie che si trovino a combattere per guadagno, come nel caso dei mercenari austriaci, e non motivate da sentito trasporto patriottico, sempre soccomberanno come giunchi che piegano, miseramente soggiogate dai combattenti di petto.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Raccogliendo tutto il proprio valore d’uomo e soldato, in aggiunta alla poetica che lo contraddistinse, Mameli lega cinque strofe con il sangue della propria patria natia, partendo da un ricordo storico lanciato a ritroso alle glorie della romanità, quindi legando la seconda strofa con linguaggi risorgimentali e mazziniani, che, nella terza, divengono biblici, nella quarta strofa scorrendo parte delgli episodi in cui la lotta per la libertà fu condotta fino all’ultimo respiro ed infine concludendo con la superiorità spirituale delle motivazioni belliche italiane, rispetto alla povertà di spirito tipica del mercenarismo.

Nell’edizione stampata da Ricordi nel 1860, a chiuder il Canto v’era anche il brano inserito a sostituzione del precedente, inizialmente bandito dal governo piemontese perché ritenuto oltremodo anti-austriaco.

Evviva l’Italia
Dal sonno s’è desta
Dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa
Dov’è la vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.

 


 

Inno di Guerra (Suona la Tromba / Inno Militare)
G.Mameli, M.Novaro

 

Suona la tromba — ondeggiano
Le insegne gialle e nere.
Fuoco per Dio sui barbari,
Sulle vendute schiere.
Già ferve la battaglia
al Dio dei forti, osanna:
È l’ora del pugnar.

Non deporrem la spada
Finché sia schiavo un angolo
dell’Itala contrada:
Finché non sia l’Italia
una dall’Alpi al Mar.

Avanti! — Viva Italia,
Viva la gran Risorta;
Se mille Forti muojono,
Dite che è ciò? Che importa
Se a mille a mille cadono
Trafitti i suoi campioni?
Siam ventisei milioni
E tutti lo giurar.

Non deporrem la spada

Finché rimanga un braccio
dispiegherassi altera,
segno ai redenti popoli,
La tricolor bandiera.
Che nata fra i patiboli,
Terribile discende
Fra le guerresche tende
Dei prodi che giurar.

Non deporrem la spada

Sarà l’Italia — Edifica
Sulla vagante arena
Chi tenta opporsi — misero,
Sui sogni lor la piena
Dio verserà del popolo:
Curvate il capo, o genti:
La speme dei redenti
La nuova Roma appar.

Non deporrem la spada

Noi lo giuriam pei martiri,
Uccisi dai tiranni,
Pei sacrosanti palpiti,
Compressi in cor tant’anni,
E questo suol che sanguina
Sangue dei nostri santi
Al mondo, a Dio d’innanti
Ei sia solenne altar.

Non deporrem la spada

 
Testo tratto dalla partitura N°.990 «Inno di Guerra, Ultimo Canto di G. Mameli, musica del Maestro M. Novaro», stampato intorno al 1850 da Euterpe Ligure Subalpina di Giuseppe Poma.
 


 

Roma e Venezia (Gran Polka Nazionale)
M.Novaro