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Jeff Buckley, l’eterno lampo di un poeta e visionario musicista

I contemporanei poco mi interessano, poiché molto derivativi. L’ ultimo ad avermi dato emozione, è stato Jeff Buckley.
Guido Harari

JeffreyJeffScott Buckley nacque il 17 novembre 1966 nella statunitense Anaheim — città della californiana Contea di Orange e situata ad una quarantina di chilometri da Los Angeles — dall’unione, suggellata il 25 ottobre 1965, del cantautore irlandese TimothyTimCharles (1947-1975) con l’allora venticinquenne violoncellista e pianista di origini panamensi, Mary Guibert, egli però infrangendo promesse matrimoniali, un triennio più tardi separandosi dalla famiglia e traslocando a New York nella speranza di realizzarsi professionalmente, nelle vene dell’unico figlio — dall’abbandono del tetto coniugale sporadicamente frequentato — plausibilmente infondendo impronta artistica, seppur in concreta compartecipazione materna, inevitabilmente personale concertista alle cui esecuzioni, precoce talento del fanciullo si manifestò verso i cinque anni, germogliando attorno alla rosa d’una chitarra acustica scovata nell’armadio della nonna, anche esortato dal profondo sentire musicale di Ron Moorhead — uomo col quale Guibert convolò a nozze a dicembre 1969, poi la coppia divorziando nel 1973 — incontro il cui valore si tradusse per di più nella grazia d’un fratellastro, Corey, intesa instaurandosi tanto che il piccolo Scottie — come in famiglia veniva affettuosamente chiamato — all’ufficioso attribuirsi loro cognome, perlomeno finché anagrafe riprese sopravvento a seguito della dipartita del padre naturale, appena ventottenne, ucciso dall’eroina.
 
Ritratto di Jeffrey Scott Buckley, compositore e polistrumentista che, a dispetto di fuggevole esistenza, scrisse indelebile capitolo nella storia della musica • TerzoPianeta.info • https://terzopianeta.info
 
Ritratto di Jeffrey Scott Buckley, compositore e polistrumentista che, a dispetto di fuggevole esistenza, scrisse indelebile capitolo nella storia della musica • TerzoPianeta.info • https://terzopianeta.info
 
Con Ron e Corey, Jeff Buckley condivise viaggi e note, dondolando ai ritmi di Jimi Hendrix, Pink Floyd, Queen, The Who, Dylan, Joni Mitchell, Judy Garland, Thelonious Monk o Led Zeppelin, di quest’ultimi ricevendo in dono dal patrigno il primo vinile, ossia Physical Graffiti, LP del 1975, annoverato nella lista del periodico statunitense Rolling Stone tra i cinquecento migliori album, sulle cui quindici tracce — testi e musiche, quasi totalmente ad opera dei compositori britannici Robert Anthony Plant e James ‘Jimmy’ Patrick Page — un giovane Jeff Buckley, affinò ascolto, in lui gradualmente  affiorando desiderio di lavorare come musicista e sentita inclinazione venendo assecondata con apprezzatissimo regalo consistente in una chitarra elettrica nera riprodotta sulla linea della celebre Gibson Les Paul e sulle cui corde Jeff Buckley pizzicò ardenti sogni, parallelamente applicandosi nello studio fino al conseguimento del diploma, nel 1984, presso la locale Loara High School — istituto multietnico superiore, pubblico e quadriennale, incluso nell’Anaheim Union High School District (AUHSD), fondato nel 1962 e frequentato da studenti prevalentemente con famiglie a basso reddito — all’interno del quale Jeff Buckley ad apprendimento affiancò diletto nell’esibirsi come membro del gruppo Jazz scolastico e contemporaneamente avvincendone interesse il Rock progressivo, genere stilisticamente diramatosi dal Rock psichedelico britannico degli anni Sessanta, nello smanioso intento d’elevarne impatto culturale e prestigio, sebben controverse interpretazioni considerandolo un’evoluzione del Blues statunitense, arricchita a livello di composizione e melodia.
 

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Jeff Buckley con il fratello Corey e la zia materna Peggy Guibert Hagberg, 1980

 
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Jeff Buckley e la madre, Mary Guibert

 
Orientandosi al Prog Rock, ascolto di Buckley si estese ad ulteriori complessi britannici come Yes, Genesis o i canadesi Rush, appassionandosi inoltre alla Fusion, ammaliato dalla tecnica e dagli accenti latini del chitarrista americano, Albert Laurence Di Meola ed amore per la sei corde, giunto a maggiore età, lo condusse ad Hollywood, dove intraprese e concluse corso di studi presso il Musician Institute, struttura inaugurata sotto denominazione Guitar Institute of Technology, il 7 marzo 1977, in volontà dell’imprenditore, Pat Highs, e dallo stesso gestita mediante filosofia educativa imprescindibilmente legata alla visione dell’educatore e chitarrista Jazz, Howard Mancel Roberts (1929-1992), il quale, sul finire del 1960, cominciò a dedicarsi ad attività d’insegnamento, scrivendo testi didattici, tenendo una rubrica mensile sul noto magazine, Guitar Player e conducendo seminari di chitarra in giro per gli Stati Uniti, proponendo metodologie d’apprendimento rapido — che sarebbero poi divenute concezione base del GIT — oltre che, nel 1970 — co-fondando il Playback Music Co. al fine di modernizzare la letteratura chitarristica contemporanea.

Nel quinquennio successivo Jeff Buckley alternò giornate fra l’impiegarsi presso un hotel e l’esibirsi in zona, con la propria chitarra sperimentandosi anche in nuovi generi, ad esempio nell’aggressiva potenza dell’Heavy metal, condividendo note Reggae in una tournée con il cantante e rapper britannico Edmund Carl Aiken — nome d’arte Shinehead — o ancora, tramite una collaborazione con il compositore, produttore discografico e cantautore americano Michael J. Clouse, sperimentandosi in veste d’accompagnatore vocale in sessioni di R&B e Funk, medesimamente a New York — in cui a febbraio 1990 si era trasferito nell’auspicio d’accrescere volume lavorativo — entrando in contatto con lo stimato cantante e musicista pakistano, Nusrat Fateh Ali Khan (1948-1997), sull’istante lasciandosi piacevolmente sedurre dalla musica sacra surfista Qawwali, poliedrica e ricettiva vitalità mentale di Jeff Buckley costantemente permettendogli d’allargare orizzonti conoscitivi, dunque egli spaziando dall’assaporare con intenso trasporto l’opera del leggendario bluesman Robert Leroy Johnson (1911-1938), al rivolgere attenzione alle impetuose, acute e alterate sonorità hardcore dei Bad Brains, fra un ascolto e l’altro proposta di registrazione conducendolo a Los Angeles su richiamo del personal manager, editore musicale e dirigente di casa discografica americano Herbert Cohen (1932-2010) — agente del padre Tim e di notevoli personalità del calibro di George Duke (1946-2013), Thomas Alan ‘Tom’ Waits, Linda Maria Ronstand, Judith A. ‘Judy’ Henske (1936-2022), Frank Vincent Zappa (1940-1993), Odetta Holmes (1930-2008) e tanti altri — e prima demo concretizzandosi in Babylon Dungeon Sessions, composta dai brani originali: Eternal Life (base musicale), Radio (strumento e voce), Strawberry Street (strumento e voce) e due mix di Unforgiven — in seguito ribattezzata Last Goodbye — a prima sessione in studio seguendo, il 26 aprile dell’anno successivo, Greetings from Tim Buckley, concerto pubblico d’esordio dedicato alla figura paterna e svoltosi — ad accompagnarlo con la chitarra il compositore, produttore discografico e docente Gary Lucas — all’interno della cattedrale St. Ann di Brooklyn, i cui muri riecheggiarono brani del compianto genitore dal quale Jeff Buckley s’accomiatò nell’ultimo saluto non dato, nostalgicamente struggendosi del tempo che sciagurata sorte non gli concesse di poter con lui condividere, nell’eternità restando in sospeso quella moltitudine di parole non dette, che rimbalzano ferendo il cuore ad ogni ripensarci, in equilibrio fra rabbiosa irrequietezza e incontenibile dolore, rimbombante arcaico affetto in solitaria rassegnazione.
 
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Jeff Buckley e Nusrat Fateh Ali Khan
New York, 1995

 

Quando qualcuno accenna a lui, mi allontano. Non l’ho conosciuto davvero e non frequento quelli che l’hanno conosciuto. Siamo diversi. Per quanto mi riguarda, è un pensiero claustrofobico che mi accompagna da tutta la vita, sebbene abbia trascorso con lui un totale di nove giorni. Non mi ha mai scritto, né telefonato.
Jeff Buckley

 

Jeff Buckley, l’eterno istante dell’incanto 

Dopo il tributo, a partire dal 1991, Jeff Buckley proseguì avventura da Manhattan — dimorando nel quartiere di Lower East Side — e nel giro di pochi mesi entrando a far parte dei Gods and Monsters, gruppo psichedelico fondato dal succitato Gary Lucas, nel quale tuttavia, Buckley rimase per breve tempo, difatti desiderio di carriera solista affrancandolo dalla band a marzo 1992 e confermandosi come significativa presenza al Sin-é, locale irlandese gradatamente divenuto ritrovo di scrittori, fotografi, designer, ovviamente musicisti — sovente protagonisti di sessioni all’insegna della creatività — e Jeff Buckley lasciandovi indelebile orma con l’ampio repertorio nel tempo interiorizzato, timbro e corda benevolmente impressionando più discografici, nel giro di un semestre siglando contratto con la Columbia Records e nell’estate del 1993 vedendo la luce Live at Sin-é, primo extended play (EP) di quattro tracce — promosso tour da solista tanto in nell’America del Nord quanto in Europa — fra queste spiccando una meravigliosa cover di The Way Young Lovers Do, brano del polistrumentista, cantautore e paroliere nordirlandese, George Ivan ‘Van’ Morrison, ma ufficiale e clamoroso debutto essendo legato a Grace, album in studio, pubblicato il 23 agosto 1994, la cui registrazione prese il via nel Bearsville Recording Studio di Woodstock, inglobando fra le dieci tracce — di cui sette inediti e tre cover — anche brani composti anni prima, a Jeff Buckley venendo accordata piena autonomia dei propri collaboratori e scelta ricadendo — in co-produzione con Andy Wallace — sul batterista Matt Johnson e sul bassista danese-americano Mick Grondal, improvvisazione fra i tre sfociando in un capolavoro, al trio aggiungendosi il chitarrista Michael Tighe, l’arrangiatore e pianista jazz Karl Hans Berger e lo stesso Lucas — che oltre ad imbracciare chitarra firmò un paio di testi — la lunga e complessa lavorazione — scevra delle pressioni solitamente imposte dalle case discografiche, viceversa la Columbia rivelandosi comprensibilmente tollerante e, col senno di poi, virtuosamente lungimirante — ricevendo immane plauso di critica e il disco gloriosamente rimbalzando fra vette di classifica e pagine di riviste e influenzando molteplici musicisti.
 
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Gary Lucas e Jeff Buckley

 
L’emotività fu tematica centrale in Grace, sondando fra argomenti esistenziali e amorosi, Jeff Buckley riversando tutto se stesso in canzoni fra le cui righe è spesso palese il riferimento a Rebecca Moore, musicista, attrice e attivista per i diritti degli animali con la quale egli visse una tormentata e passionale relazione fra il 1991 e il 1993 — nel biennio successivo legandosi invece a Elizabeth Fraser, soave voce britannica degli scozzesi Cocteau Twins — la Moore rimanendo comunque musa dell’animo infuocato che l’onorò di struggenti versi melodici, nella title-track a lei manifestamente parlando e in Last Goodbye, esplodendo l’affranta ugola nel cantare l’avvenuta separazione dall’adorata donna.

…This is our last goodbye
I hate to feel the love between us die
but it’s over
just hear this and then i’ll go
you gave me more to live for
more than you’ll ever know…

Delle cover presenti — Lilac Wine, Corpus Christi Carol e Hallelujah, rispettivamente firmate dall’americano James H. Shelton, dal britannico Edward Benjamin Britten (1913-1976) e dal canadese Leonard Norman Cohen (1934-2016) — fu la personale interpretazione del già capolavoro concepito dal compositore nativo di Montréal, ad esaltare critica e pubblico, l’album nel complesso risultando ispirato d’estro cristallino e la di Jeff Buckley, libera e autentica voce, d’incanto s’elevò sul mondo in policrome e poetiche sfumature, profondendo soave romanticismo, eterea spiritualità e pura concretezza, arricchendone il nucleo il convergere di molteplici ed eterogenee suggestioni, dall’artista raccolte ed amalgamate in sorprendente fluire stilistico, peraltro impreziosito dal saper suonare anche basso, mandolino, dobro, armonica, pianoforte, dulcimer, organo, esraj e tabla.

…Well, maybe there’s a God above
but all I’ve ever learned from love
was how to shoot somebody who outdrew ya
it’s not a cry that you hear at night
it’s not somebody who’s seen the light
it’s a cold and it’s a broken Hallelujah…

 
Ritratto di Jeffrey Scott Buckley, compositore e polistrumentista che, a dispetto di fuggevole esistenza, scrisse indelebile capitolo nella storia della musica • TerzoPianeta.info • https://terzopianeta.info
 
Sull’onda del successo riscosso da Grace, Jeff Buckley intraprese una serie di acclamati tour intercontinentali, ad accoglierne esibizione anche storici palchi di teatro parigini come il Bataclan e l’Olympia, a quest’ultimo egli affezionato in quanto calcato dalla cantautrice francese Édith Giovanna Gassion (1915-1963) — ossia Édith Piaf, della quale fu grande estimatore e nell’occasione, replicando poi esperienza, suonando assieme in accoppiata al musicista azerbaigiano — principale cantante Mugham del proprio Paese, nel 1999 fregiato dell’International Music Council (IMC) — Alim Hamza oghlu Qasimov, fra un concerto e l’altro nascendo prime incomprensioni con Matt Johnson, fuoriuscita del batterista dalla band nel marzo 1996 e spossatezza conseguente al serrato ritmo lavorativo di quel periodo, essendo per Jeff Buckley motivo di lunga astensione dal palco, a fine annata collezionando esibizioni in piccoli locali del New England e al pubblico presentandosi con diversificati nomi di fantasia, strizzando l’occhio a un passato artistico in cui non ancora raggiunta fama, gli era garanzia di maggiore libertà e divertimento: «There was a time in my life not too long ago when I could show up in a cafe and simply do what I do, make music, learn from performing my music, explore what it means to me, i.e., have fun while I irritate and/or entertain an audience who don’t know me or what I am about. In this situation I have that precious and irreplaceable luxury of failure, of risk, of surrender. I worked very hard to get this kind of thing together, this work forum. I loved it and then I missed it when it disappeared. All I am doing is reclaiming it».
 

Jeff Buckley e Ali Qasimov, nel backstage del Saint Florent le Vieil Festival, 1995

 
Ad occupare posto vacante di batterista fu per tre sessioni Eric Eidel — poi sostituito da Parker Kindred — a circa un trimestre dall’abbandono di Johnson il gruppo riattivandosi in collaborazione al compositore, cantante e chitarrista Thomas Miller ‘Tom Verlaine’ (che nel 1998 ne co-produrrà l’album postumo Sketches for My Sweetheart The Drunk, insieme a Nicolas Hill) ulteriori conoscenze e cooperazioni avviandosi dapprima con Lori Ann Wening ‘Inger Lorre’ — cantante dei The Nymphs — e con il cantautore, chitarrista e poeta Lewis ‘Lou’ Allan Reed (1942-2013), nel febbraio 1997 Jeff Buckley decidendo di trasferirsi a Memphis e avvicendandosi in registrazioni all’Easley McCain Recording, ma non esaudendosi aspettative immaginate, liquidando Verlaine da ruolo di produttore, riagganciando Wallace e infine, a propositi raggiunti, spronando i componenti del proprio gruppo a partire e presentarsi alle sessioni del 29 maggio, fatidica giornata durante la quale inaspettato e tragico evento mise tristemente fine alla sua vita, egli difatti, in viaggio sul tragitto per lo studio di registrazione, chiedendo all’amico, collaboratore e conducente Keith Foti, di fermarsi quel poco di tempo che gli sarebbe bastato per trovare piacevole ristoro nel Wolf River, il musicista immergendovisi vestito e nuotando sotto la monorotaia sospesa Memphis Suspension Railway, sfortunatamente incrociandone rotta un rimorchiatore il cui vortice verosimilmente creatosi lo inghiottì cogliendolo alla sprovvista e incontrastabile potenza delle onde inabissando un inconsapevole Jeff Buckley, solo pochi istanti prima beatamente sulle strofe di Whole Lotta Love, sul famoso riff degli amati Led Zeppelin l’uomo scomparendo in disperati attimi e a nulla servendo l’immediato allarme di Keith, che altro non poté fare se non assistere affranto alle ricerche di subacquei e polizia, protrattesi senza alcun risultato fino quando le alluvionali acque d’affluente del Mississippi non restituirono l’inerme corpo, fatalmente invischiato tra arboree fronde all’ombra del ponte di Beale Street e notato da un passeggero del battello fluviale American Queen e poi riconosciuto dal suo tour manager, Eugene ‘Gene’ Bowen, grazie al piercing ombelicale e alla maglietta che aveva ancora indosso, essendosi Buckley appunto immerso senza levare abiti né stivali.

Subitanea notizia di scomparsa venne comunicata da Keith a Joan ‘as Police Woman’ Wasser — chitarrista, cantautrice e violinista, ai tempi compagna dell’autore e alla quale si narra, avesse appena avanzato proposta di matrimonio, l’allora ventiseienne — incredula e imperterrita all’udire le esagitate parole a lei giunte via telefono al civico 91 di North Rembert Street nella prima serata di quel maledetto giorno — riattaccando cornetta in preda al peggiore degli incubi, al drammatico ritrovamento svanendo ogni speranza, plausibilmente balenando in chissà quante menti interrogativi senza risposta riguardo all’accaduto, in seguito esami autoptici escludendo suicidio, assunzione di droghe o bevande alcoliche, dramma trovando quindi perché nell’imponderabile, annegamento accidentale, come con delicata amorevolezza asserì la madre, offrendo realtà e rispetto al figlio che fato le rapì, uomo ed eclettico musicista, compositore, le cui ferite del vivere e parimenti scomparsa, non ebbero potere di scalfirne l’arte ed espressività, in ogni canzone visionaria espressività permanendo tra poetica, spontanei virtuosismi strumentali e maestria vocale, Jeff Buckley incidendo intramontabile e incantevole pagina di storia.

…There’s the moon asking to stay
long enough for the clouds to fly me away
well it’s my time coming,
I’m not afraid, afraid to die…
Grace

 
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Jeff Buckley & Elizabeth Fraser – All flowers in time

 

Jeff Buckley – Just like a woman

 

Jeff Buckley – The sky is a landfill

 

Jeff Buckley – Everybody here wants you

 

Jeff Buckley – Forget her

 
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Jeff Buckley – Everyday people

 

Jeff Buckley – I Know it’s over

 

Jeff Buckley – So real

 

Jeff Buckley – Sky blue skin

 

Jeff Buckley – Lilac wine

 

Jeff Buckley – Peace offering

 

Jeff Buckley – That’s all I ask

 
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Jeff Buckley – Hallelujah

 

Jeff Buckley – Grace

 

Jeff Buckley – If you knew
Sin-é, New York, 1993

 

Jeff Buckley – Lover, you should’ve come over
Cabaret Metro, Chicago, 1995

 

Jeff Buckley – Last Goodbye
MTV studios, New York, 1995

 

Jeff Buckley – Eternal Life
Gleneagles Hotel, Scozia, 1994

 

Jeff Buckley
Club Logo, Amburgo, 1995

 

Jeff Buckley
Südbahnhof, Francoforte, 1995

 
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