René ‘Rainer’ Maria Rilke, biografia e poesie

Rainer Maria Rilke, 1905

Nasciamo, per così dire provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente.
Rainer Maria Rilke

Al civico 19 dell’Heinrichgasse — in Praga — il 4 dicembre 1875 nacque, suddito dell’Impero autro-ungarico (1867-1918), René Karl Wilhelm Johann Josef Maria Rilke, lieto evento rendendo per la seconda volta genitori — dopo Sophia, nata nel 1874 e malauguratamente deceduta in tempi brevissimi — Josef Karl (1838-1906) e la moglie Sophie ‘Phia’ Entz (1851-1931), quest’ultima proveniente da una facoltosa famiglia praghese ed unica figlia dell’industriale e consigliere imperiale Carl Joseph (1820-1895).

Il padre di Rilke tentò carriera militare, ma non ottenendo il successo sperato, decise di congedarsi dall’esercito nel 1865 e — oltre al prestare servizio presso i conti Haring — grazie all’intervento del fratello Jaroslaw Alois (1833-1892) riuscì a divenire funzionario della Turnau-Kralup-Prager Eisenbahn (TKPE), compagnia ferroviaria inaugurata il quindici ottobre di quell’anno e collegante parte della Germania alla città boema di Buštěhrad, con relativa diramazione — attivata il ventotto ottobre 1871 — da Neratovice, distretto di Mělník, verso la capitale ceca, di lì a tredici anni al capolinea arrivando il matrimonio di Josef, nel 1884 infatti egli divorziando da Sophie, alla quale venne affidato il piccolo René, la cui infanzia — in larga parte trascorsa dai nonni paterni al numero 8 di medesima via — non fu prettamente spensierata, a dissapori genitoriali affiancandosi comportamenti materni dettati dall’inconsolabile afflizione di una donna ferocemente straziata dalla devastante perdita per la primogenita, logorante tormento che fu plausibilmente alla base dell’ossessivo ricercarne presenza nel figlioletto, abbigliandolo in maniera elegantemente femminile e prendendosene cura come fosse «un giocattolo […] una grande bambola», tuttavia, tanto in lei quanto in Josef — in cui smacco del mancato raggiungimento del grado di ufficiale probabilmente ancor pulsava nel petto — prevalendo l’idea, perfettamente in linea con le tendenze dell’epoca, di avviamento futuro del bimbo alla leva e così — dopo aver frequentato, a partire dal 1882 e per un quadriennio, la scuola primaria cittadina con discreto profitto, nonostante le numerose assenze per episodi di cagionevole salute — nel 1886 a Rilke, che già da un biennio tratteggiava timidi versetti poetici, s’aprirono le porte della scuola militare di Sankt Pölten.
 

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Rainer Maria Rilke alla Scuola Militare di Sankt Pölten

 
Nel capoluogo della Stato federato austriaco, Rilke subì un quinquennio di frequenza nell’affranta e nitida consapevolezza di non essersi incamminato in fede a sentite inclinazioni attitudinali, fortunatamente — una volta passato al grado successivo d’istruzione superiore nelle aule della rinomata accademia militare di Hranice na Moravě, regione di Olomouc — trovando rincuorante consenso paterno alla speranzosa richiesta, avanzata anche a causa d’improvviso malanno, di poterla abbandonare ad un anno circa dall’inizio, sui banchi del passato l’imberbe scrittore annotando un diario, saggiandosi nella stesura di un libro e il 10 settembre 1891, il magazine viennese Das Interessante Blatt siglandone esordio con Die Schleppe ist nun Mode, pochi giorni prima dell’iscrizione del ventiquattrenne ad un corso triennale — non portato a termine — a Linz, in Alta Austria.
 
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Das Interessante Blatt
10 settembre 1891

 
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Das Interessante Blatt
Al centro la poesia di Rilke, “Die Schleppe ist nun Mode”.
10 settembre 1891

 
Nel 1892 in rientro a Praga, giovò dell’amorevole generosità di zio Jaroslaw — alla sua morte raccolta e protratta delle figlie — che lo sostenne economicamente allo scopo di proseguire gli studi, l’anno successivo l’opera in prosa Feder und Schwert. Ein Dialog apparendo sulle pagine della rivista Deutsches Abendblatt, in quei mesi nell’ispirato René Maria Rilke esponenzialmente ribollendo incontenibile e prolifico ardore poetico, immortalato in prima silloge — nel 1894 — al titolo Leben und Lieder. Bilder und Tagebuchblätter, mano a mano i lettori scoprendone e stimandone l’essenza dell’infuocata penna che da lì a quel momento avrebbe fittamente cavalcato prosa e poesia per un abbondante trentennio.

Diploma a lungo atteso venne conseguito — con tanto di lode — nel 1895 al Graben-Gymnasium di Praga, Rilke, in quell’anno, all’interno di salotti letterari intessendo stimolanti amicizie con svariati autori di lingua tedesca e, parallelamente, dedicandosi sia alla scrittura che — tramite lezioni alla Karl-Ferdinands-Universität Prag — ad un piacevole apprendimento artistico, filosofico e letterario, nonché balzando dalla facoltà di Giurisprudenza nell’Università locale, a quella di Filosofia in Monaco di Baviera, sul cui suolo mantenne assidua frequentazione di circoli culturali, un paio d’anni più tardi emozionali sussulti esplodendogli il cuore all’innamorarlo perdutamente — nel maggio 1897 — della scrittrice e psicoanalista tedesca, di origine russa, LouiseLouGustavovna von Salomé (1861-1937), ai tempi unita in matrimonio al Prof. Dr. Friedrich Carl Andreas (1846-1930), l’affascinante donna persuadendolo ad adottar nome Rainer, poiché ravvisandolo maggiormente germanico, meno femmineo e più incisivo.
 

A Lou Andreas-Salomé
trad. Giacomo Cacciapaglia

I

Tutto tenevo aperto di me, dimenticavo
che fuori non ci sono solo cose ed animali
sempre in sé intenti, il cui occhio sporge
dal cerchio della loro vita appena
come fa un quadro dalla sua cornice;
che da ogni parte in me lasciavo irrompere
sguardi, curiosità, pensieri senza posa.
Forse si formano occhi nello spazio
e vedono. Ah, solo in te gettandosi
non è esposto il mio viso a sguardi estranei,
in te concresce e oscuro all’infinito
nel tuo cuore protetto si prolunga.

II

Come si preme un fazzoletto sulla bocca affannosa,
anzi: su una ferita da cui tutta
la vita in un sol getto vuole erompere,
io ti stringevo a me e del mio sangue
tutta ti coloravi. Chi dirà ciò che ci accadde?
Tutto ricuperammo per cui sempre
il tempo era mancato. Io stranamente maturai
ogni slancio di mai vissuta gioventù,
e tu vivesti, Amata, sul mio cuore
non so quale impetuosa fanciullezza.

III

Allora non basta ricordare. Il puro esistere
di quegli istanti duri sul mio fondo,
deposito di una soluzione
immensamente satura. Perché
io non ti ricordo, ciò che sono
per amor tuo mi commuove. Io non t’invento
in luoghi tristi che perdettero calore
quando tu te ne andasti. Ed anche il tuo non esserci
caldo è di te ed è più vero, è più
del tuo mancarmi. La nostalgia sfuma
troppo spesso nel vago. Perché slanciarmi fuori
mentre il tuo influsso forse è su me lieve
come raggio di luna al davanzale.

 
Rainer Maria Rilke e Lou von Salomé si amarono appassionatamente fino al 1900, al diradare dei loro incontri, mantenendosi salda corrispondenza epistolare fino a dipartita dell’uomo, all’adorata musa egli dedicando molteplici poesie — purtroppo rimaste inedite — e in quel triennio perseverando nello stuzzicare intelletto studiando, scrivendo e viaggiando sull’onda d’indomabile curiosità e brama di nuovi orizzonti, che in corso d’esistenza lo gratificarono nella conoscenza delle più notevoli personalità d’Europa, fra le tante, nel lussureggiante giardino di Boboli piacevolmente interagendo con il poeta, Stefan Anton George (1868-1933) e, sempre in territorio fiorentino, con l’architetto e pittore, anch’egli poeta, Heinrich Vogeler (1872-1942), nomade passo conducendolo a Berlino — al cui Ateneo fece tappa di studio alla facoltà di Storia dell’arte — nella metropoli tedesca l’editore e libraio, Johann Heinrich Meyer (1812-1863) onorandolo, nel 1899, con la pubblicazione di Miz zur Fier, raccolta in cui le tematiche virano potentemente all’interiorità del poeta, in un soggettivo misticismo che ne rappresenta un decisa svolta, al contempo interesse per popolazioni e culture mai scemando, a conferma di ciò durante un paio di viaggi nella Russia zarista — il primo in compagnia di Lou Salomé e Friedrich Carl Andreas, il secondo solamente con l’amata — Rainer Maria Rilke venendo rapito dalle infinite distese del continente, oltre che dalla devota e radicata religiosità di un paese — a cui dedicherà un saggio — da lui definito «confinante con Dio», sulle cui terre conobbe lo scultore e pittore intrese, Paolo Troubetzkoy (1866-1938), lo scrittore, attivista sociale, educatore e filosofo russo, Lev Nikolàevič Tolstòj (1828-1910), infine il pittore ruteno, Leonid Osipovič Pasternak (1862-1945).
 

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Leonid Pasternak (1862-1945), Rainer Maria Rilke, 1928

 
Vagabondo istinto infuso a Rainer Maria Rilke, lo portò in Spagna, Francia, Belgio, Olanda, Italia, Scandinavia e Sud Africa, girovagando per il pianeta alla stregua di una spugna vivente pronta ad assorbire lo sprone dell’arte sulla poesia e simmetricamente — fra un’edizione e l’altra — leggendo pubblicamente i propri scritti, componendo con zelante assiduità e inoltre dedicandosi a traduzioni, diari, drammi teatrali, partecipando a conferenze, collaborando con periodici e mantenendosi attivo sul fronte dell’apprendimento, il ventotto aprile abbandonando celibato a Brema nel convolare a nozze con la scultrice tedesca, Clara Henriette Sophie Westhoff (1878-1954) — insieme alla quale donò vita a Ruth (1901-1972), che in futuro sarebbe a sua volta stata madre di Christine (1923-1948), Josepha (1927-2004) e Christoph (1933-?), avuti dal marito Dr. Jur. Carl Sieber (1897-1945).
 
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Rainer Maria Rilke e Clara Westhoff, 1901

 
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Rainer Maria Rilke e Clara Westhoff, 1904

 
Dai numerosi viaggi Rainer Maria Rilke carpì l’ascendente influsso di svariate arti sulla poesia, dapprincipio volgendosi alla pittura e nel 1903 pubblicando un libro sugli artisti di Worpswede gruppo originatosi nel 1889 nell’omonimo comune della Bassa Sassonia — sulla falsariga della scuola di Barbizon, o Barbisonniers, corrente pittorica paesaggistico-realistica inglobante una schiera d’artisti provenienti dalla suddetta cittadina, situata a poca distanza dalla foresta di Fontainebleau — con principale esponente nella pittrice tedesca, Paula Modersohn-Becker (1876-1907), nel 1901 frequentemente ospitata da Rainer Maria Rilke ed autrice di un suo ritratto, datato 1906.

Negli anni a venire Rainer Maria Rilke venne inesorabilmente sedotto dalla scultura, poiché ritenuta «più libera da ogni dipendenza dell’ambiente e dello sfondo» e — dopo essersi occupato per alcune settimane di sistemare documentazione del principe di Schönaich-Carolath (1852-1908) ed averne corretto una lirica, dimorando nel suo castello di Haseldorf — sorgente passione egli coltivò nella duratura ed amichevole collaborazione con lo scultore e pittore francese, François-Auguste-René Rodin (1840-1917), sulla cui opera iniziò stesura di una monografia nel 1902, lavoro che lo portò a ripetute soste in Parigi fino al 1903, l’anno che seguì stabilendosi a Roma per nove mesi, quindi trasferendosi in Svezia, poi in Danimarca, in ultimo, rientrando nella patria natia dove, toccando varie località, fortuita occasione — nel giugno 1905 — permise ai suoi occhi di rituffarsi in quelli dalla cara Lou Salomé, che non vedeva da un quadriennio, a distanza di circa un trimestre dall’emozionante incontro Rainer Maria Rilke accettando proposta — pervenuta da telegramma firmato Rodin — di traslocare a Meudon, divenendone segretario, perlomeno fino a quando lite non ne interruppe rapporto a
maggio — due mesi dopo aver dato, in Praga, ultimo e sofferto saluto al padre deceduto il quattordici marzo — dunque il poeta domiciliandosi in Rue Cassette.

In seguito a vacanza attraverso le meraviglie delle Fiandre occidentali con Clara e Ruth nel 1906, Rainer Maria Rilke visse per un semestre a Capri e nel maggio 1907 condivise le bellezze di Napoli con la consorte, a fine mese traslocando per la terza volta a Parigi, riappacificandosi con August Rodin ed aprendo anima ai dipinti di Paul Cézanne (1839-1906), dalla sua setola lasciandosi permeare fino a evolvere nella derivata cognizione della ricchezza “delle cose povere”, interrogandosi sulle celebri nature morte del pittore provenzale, al fine d’afferrare il senso primo del riflettere e sull’imminente concludersi dell’Impressionismo Rainer Maria Rilke percependo la fugacità del tempo, indi votandosi al sensoriale ascetismo della letteratura contemporanea, nell’emergente divario fra “parole e cose” — ciò nonostante il poeta celebrando la propria poesia senza mai distaccarsi totalmente dal mondo esterno, specialmente nella prosa, a metà strada fra il ripiegarsi e lo schiudersi.

Nel far poesia si è sempre aiutati dal ritmo delle cose esterne perché la cadenza lirica è quella delle cose esterne, l’acqua, il vento, la notte. Ma per ritmare la prosa bisogna sprofondare in se stessi e trovare il ritmo anonimo e multiplo del sangue. La prosa deve essere costruita come una cattedrale, qui si è veramente soli sulle impalcature.
(Rainer Maria Rilke, lettera ad August Rodin)

 

Rainer Maria Rilke:
«Lascia che tutto accada: meraviglia e orrore»

Prima parte del 1908 vide Rainer Maria Rilke nuovamente in Italia e poi in Francia, da fine agosto e per un triennio stazionando nel lussuoso Hôtel Biron, in rue de Varenne, tra le cui stanze patì un quadrimestre di spossante malattia, che lo obbligò a provvisoriamente sospendere Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge, romanzo — in prima edizione originale nel 1910 ed in cui si delinea la storia di un poeta danese, di aristocratica famiglia decaduta, piombato nel parigino Quartiere Latino — incentrato su temi esistenziali dall’autore sviscerati accorpando in espressivo inchiostro tutti gli influssi assorbiti dalle persone incontrate, al proprio alter ego affidando inquietudini, ricordi, sensazioni e vissuti, cantati al di fuori della tradizionale trama letteraria, libro concludendosi con la parabola del figliol prodigo che Rainer Maria Rilke immagina allontanarsi dal mondo esclusivamente per il timore d’essere amato, unito al desiderio di amare soltanto: «Essere amati vuol dire consumarsi. Amare, invece, è splendere con olio inesauribile. Essere amati è svanire. Amare è durare».

Al termine di una lunga navigazione sul Nilo e contemplata la grandiosa magnificenza delle antiche architetture egizie, nel 1911 unione coniugale di Rainer Maria Rilke ebbe a dissolversi, giungendo a definitiva e consensuale separazione, di comune accordo Ruth restando a vivere a Monaco di Baviera con Clara e qualche mese più avanti il vate dando forma alle Duineser Elegien, celebre antologia lirica della quale la prima delle dieci venne completata, nel 1912, a Duino, nell’imponente rocca della principessa Marie Thurn und Taxis (1855-1934), nata Marie zu Hohenlohe-Waldenburg-Schillingsfürst, collezionista d’arte e pittrice di lodevole cultura, convinta mecenate del verseggiatore in cui credette fin dal primo istante e grazie alla cui fiducia in Rainer Maria Rilke — instillato dal sibilante canto di una raffica di bora — si riaccese l’inventiva ch’egli tanto temeva d’aver perduto, in quel periodo il trentasettenne intrecciando effimera relazione — in Venezia — con Eleonora Giulia Amalia Duse (1858-1924), del suo sorriso affermando «che non necessita di spazio, che non mente, che non nasconde, cristallino come un canto», sennonché il fuggevole rapporto concludendosi nel giro di un mese, con ritrovata serenità d’entrambi, verosimilmente incompatibili.

A settembre Rainer Maria Rilke e Lou Salomé si ritrovarono, la donna in quel frangente presentandogli l’insigne fondatore della psicoanalisi SigismundSigmundSchlomo Freud (1856-1939) e nel quinquennio a seguire egli girovagando, in piena crisi creativa, tra Parigi, Duino, Venezia, Assisi, Gottinga, Lipsia, Monaco di Baviera e Berlino, fra il 1914 e il 1916 intrattenendo burrascoso legame con la pittrice espressionista francese, Lou Albert-Lasard (1885-1969), stagione autunnale del 1915 corrispondendo all’ultima incontro con la madre Sophia e in pieno conflitto mondiale l’uomo isolandosi in una villa a Keferstraße, tuttavia eremitaggio venendo temporaneamente interrotto il ventiquattro novembre, giorno in cui all’esonero della visita di leva — effettuata nell’ormai lontano quattro giugno 1897 — si sostituì certificazione d’idoneità all’arruolamento che lo sottopose ad una formazione di base in una caserma di Vienna e grazie ad intercessione d’autorevoli amicizie riuscendo ad essere spostato all’Archivio di Guerra della capitale austriaca, fino al nove giugno 1916, data di congedo.
 

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Rainer Maria Rilke, 1913

 
L’esperienza militare fu talmente traumatica per Rilke, da sprofondarlo in molteplici crisi depressive che ne silenziarono transitoriamente voce poetica, malessere d’animo acuendosi, il diciassette novembre, alla tragica perdita del carissimo amico, Émile Verhaeren (1855-1916), poeta belga di lingua francese — tra i fondatori della scuola simbolista — che tentando di salire su un treno in movimento alla stazione di Rouen, ne venne fatalmente travolto e amareggiante tristezza montandogli in corpo alla morte di Auguste Rodin, verificatasi a distanza di un anno, solamente a partire dalla primavera del 1918 l’addolorato Rainer Maria Rilke riprendendo maggiore contatto con il mondo e — dopo aver rivisto Ruth e Lou Salomé nel 1919 — a giungo partendo definitivamente per Zurigo, in Svizzera muovendosi fra Nyon, Berna, Soglio, Locarno, Schönenberg, Ginevra, Berg am Irchel.

Traducendo le opere dello scrittore e filosofo francese, Ambroise Paul Toussaint Jules Valéry (1871-1945) — che lo contatterà direttamente tramite missiva nel dicembre 1921 — Rainer Maria Rilke se ne appassionò smisuratamente, prendendone spunto, nel 1922 riguadagnando ritmo scrittorio e ributtandosi sulle Elegie Duinesi, pubblicate nel 1923, stesso anno in cui ad essere divulgati furono i famosi Die Sonette an Orpheus, cinquantacinque componimenti scritti in poco più di due settimane, dei quali musa fu Vera Ouckama Knopp (1900-1919), amica della figlia — precocemente scomparsa — alla quale vi sono riferimenti sia diretti che indiretti, in questo caso metaforizzandola con la ninfa Euridice, nei sonetti comparendo altri personaggi della mitologia greca, tra i quali Orfeo — emblema di dualità fra immortalità dell’anima e mortalità del corpo — e varie allusioni bibliche, oltre ad accenni riguardanti angeli, popoli, animali e caducità della vita.

In quel periodo Rainer Maria Rilke scrisse in preda a vorticante ispirazione e sotto armonica suggestione sia della musica che dell’astrattismo di Ernst Paul Klee (1879-1940) e Vasilij Vasil’evič Kandinskij (1866-1944), nel geniale ed estroso intento di trasfigurare il suono in versi, eclettismo a lui connaturato facendo tappa sull’ennesima forma d’arte da scandagliare, far propria e rielaborare in parole che si possano ascoltare, purtroppo innovativa percezione increspandosi per effetto di malesseri fisici sempre più accentuati, in un susseguirsi di affezioni progressivamente sfibranti che lo abissarono in un solitario ed angoscioso stato psicofisico di cui informò alcuni amici e la moglie Clara, l’otto maggio 1926, in un tripudio di garbata dolcezza Rilke inviando una missiva alla scrittrice e poetessa russa, Marina Ivanovna Cvetaeva (1892-1941) — da qualche tempo sua corrispondente che mai riuscì ad esaudire il desiderio di conoscerlo — dedicandole una poesia ed in barba al crescere del dolore fisico con tenacia Rainer Maria Rilke continuando a comporre — principalmente in francese — fino a che penna non fu costretto a posare, irrimediabilmente consumato da patologia leucemica acuta e il ventinove dicembre 1926 abbandonando la vita, sorretto dalle braccia del medico che l’aveva in cura, nel sanatorio di Valmont.

Ad omaggiare chetate spoglie — riposanti nel cimitero di Raron — è un epitaffio da lui precedentemente scelto, la rosa per il poeta rappresentando il sonno e i petali palpebre che si chiudono:
 

Rose, oh reiner Widerspruch,
Lust, Niemandes Schlaf zu sein unter soviel Lidern.

 
Per l’intero percorso vitale concessogli, il poliglotta Rainer Maria Rilke assimilò quanto più possibile dalla realtà a lui circostante, istruendosi meticolosamente e perfezionando idioma nella lettura del Deutsches Wörterbuch (DWB), anche detto, Der Grimm — il più corposo vocabolario tedesco, costituito da trentatré volumi — e la memorabile Bibbia tradotta, fra il 1522 e il 1534, dal teologo protestante, predicatore ed accademico, Martin Lutero (1483-1546), ritenuta di fondamentale importanza nello sviluppo della moderna lingua tedesca, a livello sintattico il versificatore non deragliando dai canoni tradizionali, tuttavia saggiandosi in personalissimi neologismi — non facilmente abbordabili da tentativi di traduzioni fedeli — versatilità e inarrestabile spinta verso l’acquisire nuove esperienze confermandolo stupefacente rimatore anche in francese e uno dei poeti di linguaggio germanico più considerevoli del ventesimo secolo, sfrenatamente proiettato a perpetua ricerca della verità attraverso la concretezza del reale amalgamato allo spirito, in una visione di Dio — che tutto permea — valicante le frontiere del cattolicesimo recepito fra le mura domestiche, in quanto mutatosi sull’onda d’arricchenti confronti intellettivi — fra i quali determinante fu quello con Lev Nikolàevič Tolstòj — e sulle orme della filosofia di Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900) tangibilmente plasmando concetti esistenziali.

Profetico, ermeneutico, ineffabile, Rainer Maria Rilke si pose fra autori tradizionali e moderni, da quello spazio vago d’aperta transizione di fine Ottocento egli attingendo immagini poetiche in costante fluire, alle quali affidare il grido dell’uomo alienato dall’incessante progresso scientifico, reificandone turbamenti e perplessità con il potere delle parole, parimenti definendo in sé ontologiche opinioni ben precise, seppure non impermeabili ad alternative comprensioni, nel capolavoro delle Elegie Duinesi disperata malinconia e glorioso positivismo splendidamente accorpandosi e a esploderne le vibrazioni ricorrenti sono degli angeli — presenti anche nei Sonetti a Orfeo e invocati nell’incipit della Prima Elegia — concepiti al di fuori del Cristianesimo occidentale e testimoni della ripetuta investigazione rilkiana.
 

Wer,
wenn ich schriee, hörte mich
denn aus der Engel Ordnungen?

 
Ambiguità caratteriale di Rainer Maria Rilke ne fu indispensabile necessità di solitudine, a tratti vivacizzata dall’amore che lo legò alle donne succitate — oltreché ad Elisabeth von der Haydt ( 1864-1961), Adelmina ‘Mimì’ Romanelli (1877-1970), Magda von Hattingberg (1833-1959), Elisabeth Dorothea Spiro ‘Baladine’ Klossowska (1886-1969) — e sovvenuta da nutrite amicizie ed infiniti carteggi ramificati in ciascuna persona a lui particolarmente cara, il visionario di Boemia, spesso bistrattato e incompreso, lasciando in eredità un’incantevole scrittura incastonata fra la costruzione del pensiero e l’involontario getto dello stesso, rara e sopraffina evoluzione poetologica la cui componente essenziale si aggancia ad un individualismo che sottopone la realtà all’interpretazione soggettiva della stessa, Rainer Maria Rilke chiudendo il proprio cerchio collocando rinata fiducia nell’uomo e nella sua capacità di modificarla in leale e benefica simmetria alla propria interiorità, nella riscoperta di un’eufonica liricità spirituale, intimamente e unicamente devota all’Altissimo ed al Creato.

La natura, le cose del nostro ambiente e uso, sono provvisorie, caduche; ma esse sono, finché noi siamo qui, nostro possesso e nostra amicizia, partecipi della nostra miseria e allegrezza, come sono già state le confidenti dei nostri antenati. Così si deve non solo non calunniare e avvilire tutto quanto qui esiste, ma appunto per la sua provvisorietà, che esso divide con noi, devono queste apparizioni e cose esser afferrate da noi in un’intima comprensione e trasformate. Trasformate? Sì, perché il nostro compito è di imprimerci questa precaria caduca terra così profondamente così dolorosamente e appassionatamente, che la sua essenza in noi risorga «invisibile». Noi siamo le api dell’Invisibile.

 

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Rainer Maria Rilke ritratto da Helmut Westhoff (1891-1977)

 

Rainer Maria Rilke, raccolta di poesie tradotte

 


 

Risveglio del vento
In festa di me stesso, 1899
trad. Vincenzo Errante (1890-1951)

Nel colmo della notte, a volte, accade
che si risvegli, come un bimbo, il vento.
Solo, pian piano, vien per il sentiero,
penetra nel villaggio addormentato .
Striscia, guardingo, sino alla fontana;
poi, si sofferma, tacito, in ascolto .
Pallide stan tutte le case intorno;
tutte le querce – mute.
 
 

La sera è il mio libro
In festa di me stesso, 1899
trad. Vincenzo Errante (1890-1951)

La sera è il mio libro. Risplende,
legato in damasco purpureo.
Su gli aurei fermagli m’indugio,
li schiudon le fresche mie dita.
E leggo la pagina prima:
la fida sua voce mi allieta.
Sussurro quell’altra, più piano…
La terza? La terza, già sogno.

 
 

Suburbio
In festa di me stesso, 1899
trad. Vincenzo Errante (1890-1951)

Là dove sorgon gli ultimi cantieri,
e dalla morsa delle impalcature
le case nuove svincolano il petto,
anele di scrutare onde si parta
la distesa dei campi, – ivi non giunge,
pallida ed egra, Primavera al colmo;
ivi, l’Estate fàbrica maligna,
avvizziscono i bimbi ed i ciliegi.
Solo l’Autunno, ha suasivi fascini,
come di lontananze. I dolci vespri
son di un tenero smalto. In pelli chiuso,
su l’armento che a tratti ribalugina,
il pastore s’appoggia – oscuro, enorme –
all’ultimo fanale.

 
 

Temo la parola degli uomini
In festa di me stesso, 1899
trad. Giuliano L. Landini

Molto io temo la parola degli uomini.
Qualsivoglia concetto lo esprimono così chiaramente:
questo si chiama cane e quello casa,
e qui v’è il principio e là l’epilogo.

E temo persin il come, la giocosa ironia,
sanno ciò che fu e sarà;
non una montagna li meraviglia;
le loro terre e giardini confinano con Dio.

Vorrei ammonirli, reagire: state lontani.
A me aggrada del tutto sentir canto.
Voi toccate: nulla escluso raggelate, ammutolite.
Voi uccidete.

 
 

La «buona notte» delle cose
In festa di me stesso, 1899
trad. Vincenzo Errante (1890-1951)

L’hai vissuta anche tu, lo so, quest’ora:
quest’ora in cui nei vicoli spossato
s’abbatte il giorno, e, disilluso, spegne
il proprio ardore.
Sembra che, allora,
prendano commiato
l’una dall’altra
tutte le case intorno.
Nel caldo e chiaro lampeggiar dei vetri,
i muri stanchi scambiano l’estremo
trepido sguardo di saluto,
fin che le cose tutte si confondono,
sospiran tra loro,
quasi di già sognando:
«Oh, come ci trasmutiamo,
di seriche tuniche grigie
vestendoci entrambe!
Chi, di noi due,
adesso, sei tu?»

 
 

Non attender che Dio su te discenda
In festa di me stesso, 1899
trad. Vincenzo Errante (1890-1951)

Non attender che Dio su te discenda
e che ti dica: Sono.
Senso alcuno non ha quel Dio che afferma
l’onnipotenza sua.
Sentilo tu, nel soffio ond’Ei ti ha colmo
da che respiri e sei.
Quando – non sai perché – ti avvampa il cuore,
è Lui che in te si esprime.

 
 

La mia vita
Libro delle ore, 1905
trad. Giuliano L. Landini

La mia vita non è quest’erta ora
che mi trovi a scalare.
Son albero innanzi all’orizzonte,
Son soltanto una delle tante mie bocche,
e la prima a tacere.

Sono l’intervallo tra due suoni
che mal s’accordano,
poiché il suono morte tenta prevalere –

All’oscurità però del silente istante,
all’unisono trepidando, s’uniscono.
E meraviglia resta il canto.
 
 

Siamo artigiani: scudieri, discepoli, maestri…
Libro delle ore, 1905
trad. Giuliano L. Landini

Siamo artigiani: scudieri, discepoli, maestri
ed alta navata erigiamo.
A volte mesto arriva uno straniero,
e mediante i nostri cento spirti,
risplende, tremando mostra inedito piglio.
Sul vacillante ponteggio saliamo,
e pesanti magli maneggiamo,
finché l’istante giunge a baciare la fronte nostra,
fulgente e come intrisa di sapienza
s’avvicina come brezza marina.
Così colpi di magli echeggiano
e le montagne attraversano, colpo dopo dosso
e soltanto quando, notte discende, lasciamoti andare:
E l’aura tua albeggia.
 
 

Dio, come posso concepire l’ora, la tua…
Libro delle ore, 1905
trad. Giuliano L. Landini

Dio, come posso comprendere l’ora tua
quando al fin che avesse armonia,
frapponesti parola?
Il vuoto sentivi ferita
e lenimento le donasti, creando il mondo.
Ora tra noi va lentamente rimarginandosi.
E dacché ha il tempo accolto
i tanti tormenti dell’infermo
già sentiamo dolcemente ondeggiando
il mite battito dell’origine.
Sul nulla giacciamo, le crepe confortandone
mentre nell’ignoto effondi
all’ombra del volto tuo.
 


 

Ansietà
Libro delle immagini, 1902-1906
trad. Vincenzo Errante (1890-1951)

Nel bosco inaridito, un improvviso
trillo di rosignolo. Non esprime,
fra tanta aridità, senso veruno.
Pure, s’inarca e posa – in quel fugace
attimo che lo crea-limpido, il trillo
sovra l’arida selva, come un cielo.

Docile si trasfonde entro il gorghéggio
ogni cosa, d’intorno; e par che tutta
vi s’adagi la terra, afona e brulla.
S’accoglie in esso l’impeto dei venti.
L’Attimo, anelo alla veloce corsa,
pallido e muto sta, quasi partecipe
d’un mistero che in sé rechi la morte.

 
 

Solitudine
Libro delle immagini, 1902-1906
trad. Giuliano L. Landini

Come pioggia è la solitudine.
Al crepuscolo s’eleva dal mare,
dalle distese lontane, distanti,
ascende al cielo a cui da sempre appartiene.
E da lassù soltanto, sulla città ridiscende.

Quaggiù pioggia cade tra le penombre,
quand’i viali ad accoglier giorno s’apprestano
e i corpi, dal nulla trovato,
disillusi ed affranti, si dividono;
e coloro dall’odio pervasi,
costretti, giaciglio condividono:
è quando coi fiumi, scorre la solitudine.

 
 

Autunno
Libro delle immagini, 1902-1906
trad. Vincenzo Errante (1890-1951)

Cadon le foglie, cadono da lungi
come fioccando da remote selve
che avvizziscan pei cieli. Ed è, nell’atto,
quasi una volontà d’annientamento.

Lungo le notti, la terra, pesante,
cade, dagli astri, nella solitudine.
Tutti, cadiamo. Questa mano, cade.
Guàrdati intorno. E tutto, intorno, cade.

Ma uno Spirito v’è, che questo immenso
universo cadere, entro le mani,
con insonne pietà, regge ed eterna.

 
 

Su le soglie della notte
Libro delle immagini, 1902-1906
trad. Vincenzo Errante (1890-1951)

La mia stanza e la grigia immensità
desta su la campagna che s’abbuja
sono un’unica cosa. Ed io ne vibro
come una corda vigile distesa
sovra un vasto cantar di risonanze.

Le cose, intorno, violini sono,
ricolmi d’una tenebra canora.
Un piangere di donna, entro, vi sogna;
vi s’agita, assopita, la rampogna
di progenie remote.

Rabbrividir d’un brivido d’argento,
ecco, repente, io debbo; ed ogni cosa,
sotto, mi tremerà. L’anima errante
in ogni forma, anelerà fremendo
verso la luce, che dal Ritmo ond’io
m’agito in danza, e a cui consuona il cielo,
per angusti crepacci paurosi
in antiche voragini profonde
infinita precipita – e si spegne.

 
 

Fluendo
Libro delle immagini, 1902-1906
trad. Vincenzo Errante (1890-1951)

Io fluisco, fluisco
come sabbia che scorra fra le dita.
Ho sensi innumerevoli,

diversamente sitibondo ognuno.
Ogni fibra di me s’enfia e dolora;
ma, sovra tutto, al centro
sento gonfiarsi e dolorarmi il cuore.

Vorrei morire. Va’! Lasciami solo.
Io credo che saprò, se mi ci ponga,
esasperar questa mortale anela
trepida angoscia mia,
fin che ai polsi mi schiantino le vene.

 
 

Annunciazione (Le parole dell’Angelo)
Libro delle immagini, 1902-1906
trad. Giaime Pintor (1919-1943)

Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani
tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.
Sono stanco ora, la strada è lunga,
perdonami, ho scordato
quello che il Grande alto sul sole
e sul trono gemmato,
manda a te, meditante
(mi ha vinto la vertigine).
Vedi: io sono l’origine, ma tu, tu sei la pianta.
Ho steso ora le ali, sono
nella casa modesta
immenso; quasi manca lo spazio
alla mia grande veste.
Pur non mai fosti tanto sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono un mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.
Gli angeli tutti sono presi
da un nuovo turbamento:
certo non fu mai così intenso
e vago il desiderio.
Forse qualcosa ora s’annunzia
che in sogno tu comprendi.
Salute a te, l’anima vede:
ora sei pronta e attendi.
Tu sei la grande, eccelsa porta,
verranno a aprirti presto.
Tu che il mio canto intendi sola:
in te si perde la mia parola
come nella foresta.
Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina…
Ma tu, tu sei la pianta.

 
 

Giorno d’autunno
Libro delle immagini, 1902-1906
trad. Giaime Pintor (1919-1943)

Signore: è tempo. Grande era l’arsura.
Deponi l’ombra sulle meridiane,
libera il vento sopra la pianura.
Fa’ che sia colmo ancora il frutto estremo;
concedi ancora un giorno di tepore,
che il frutto giunga a maturare, e spremi
nel grave vino l’ultimo sapore.
Chi non ha casa adesso, non l’avrà.
Chi è solo a lungo solo dovrà stare,
leggere nelle veglie, e lunghi fogli
scrivere, e incerto sulle vie tornare
dove nell’aria fluttuano le foglie.

 
 

Tempesta
Libro delle immagini, 1902-1906
trad. Vincenzo Errante (1890-1951)

Allor che le nubi
battute dall’uragano
si rincorron precipiti in furore,
ed è sovra l’unico giorno
un trasvolar di mille cieli,
ben io da lungi in me sento anelare
la tua velocità, .hetman guerriero,
che scagli al cielo stormi di cosacchi;
e aderiscono avvinti al tuo cavallo
gli òmeni miei, Mazeppa.

Allora, anch’io mi sento indissolubile
da una fumida groppa, in folle corsa.
Sparvero attorno a me le cose tutte,
e non mi avveggo più se non dei cieli.

Mi sdrajo immoto sotto i firmamenti
siccome le pianure;
ed or m’abbujo, ed ora ribaleno
allo svariar di quelli:
e gli occhi miei son come vasti laghi,
nel cui specchio rifugge, e via precipita,
lo stesso trasvolar di nubi in corsa.

 
 

Sera
Libro delle immagini, 1902-1906
trad. Vincenzo Errante (1890-1951)

Lenta cangia la Sera i vestimenti,
che le porgono, in fila, alberi annosi.
T u guardi; ed ogni cosa ti distacca:
una al cielo risale, una sprofonda.

E ti lasciano. E tu non appartieni,
compiuto, a nulla.Non sei così fosco
siccome quella casa che si tace:
né dell’Eternità così sicuro
come ciò che ogni notte si fa stella
e risale, brillando, alto nei cieli.

E ti lascian – silenzio inestricabile –
la Vita: enorme palpito in fermento,
che or prigioniero, ora imprigiona il mondo,
ora in te si fa pietra; ora, pianeta.

 


 

Apollo primitivo
Nuove poesie, 1907
trad. Giaime Pintor (1919-1943)

Come talvolta in mezzo ai rami
ancora spogli un mattino sorge, e in quel momento
è primavera: così nulla affiora
dal suo capo, che il subito portento
della poesia non ci ferisca; il muro
d’ombra è lontano dal suo sguardo incauto
troppo fresca è la fronte per il lauro,
e solo tardi all’arco delle pure
sue sopracciglia sorgerà il rosaio,
da cui foglie cadute e sparse il lieve
tremito della bocca veleranno,
quella che tace adesso e accenna solo
a un sorriso da cui nitida beve
il canto come un’acqua nella gola.

 
 

Canto d’amore
Nuove poesie, 1907
trad. Giuliano L. Landini

Come posso trattener l’anima mia,
perché la tua non sfiori;
come elevarla oltre te, all’infinito?
Potessi condurla in un luogo
sperduto delle tenebre;
in un dove ignoto e quieto
affinché non più frema
al palpitar dell’essenza tua.
Però fra noi, fra te e me,
un colpo d’arco risuona,
due corde toccando e un’unica nota effondendo.
A quale strumento dobbiam legame
e qual musicista unisce le mani nostre?

O dolce melodia.

 
 

L’angelo
Nuove poesie, 1907
trad. Giuliano L. Landini

Con un cenno della fronte
ricusa vincoli e limiti;
dacché attraverso il cuor passa,
sommo ed immenso
il cerchio perpetuo degli eventi.

Nelle profondità della celeste volta,
schiere d’invocanti figure scorge: giungi, riconosci —.
Alle mani sue lievi,
fardello non affidar perché sia sostenuto.

Piomberebbero di notte
per provarti in maggior lotta
e tra le mura della dimora tua,
compirebbero infuriate scorrerie
afferrandoti, come spinti da volontà di lederti
e alle tue forme strapparti.

 
 

Infanzia
Nuove poesie, 1907
trad. Giuliano L. Landini

Profondamente dovremmo riflettere
prima di parlar di quant’andò perduto,
come dell’infanzia i pomeriggi infiniti
che mai tornano — perchè?
Permane memoria — : forse un temporale,
tuttavia il significato non è dato ritrovarne;
eppur mai egual ad allora esistenza fu tanto viva
d’incontri, arrivederci, movimento

quando soltanto accadeva quanto capita ad un oggetto, un animale:
concepivamo la loro, umana sorte,
e traboccanti immagini eravamo.
Pastori dibattuti fra distanza e solitudine,
da lontano chiamati e sfiorati
e lentamente fummo, un lungo e nuovo filo,
immersi in quella sequenza d’immagini,
in cui perduriamo e adesso durare, ci confonde.

 
 

Alcesti
Nuove poesie, 1907
trad. Giaime Pintor (1919-1943)

A un tratto il messo era comparso, come
un nuovo giunto, immerso nel tumulto
della festa di nozze, fra la gente.
Ed essi, i bevitori, non sentirono
il dio dal chiuso andare, che portava
la sua divinità come un mantello
umido, e parve loro uno dei tanti
mentre passava. Ma improvvisamente
vide in mezzo ai discorsi uno degli ospiti
a capo della tavola lo sposo
come non più giacente, ma rapito
in alto, rispecchiare dal profondo
un’ombra estranea che paurosamente
gli si volgeva… E subito fu chiaro,
fu calma, solo con un resto
a terra di torbido rumore, un gorgogliare
di balbettii cadenti, già corrotti,
di sorde risa trattenute. Allora
riconobbero il dio, l’agile dio,
che stava, pieno della sua missione,
implacabile, – e quasi si comprese.
Pure, quando fu detto, parve più
d’ogni scienza, non cosa da comprendere.
Deve morire Admeto. Quando? Adesso.
Ma egli ruppe la scorza del dolore
in pezzi e ne distese alte le mani,
come per trattenere il dio fuggente.
Anni chiedeva, solo un anno ancora
di giovinezza, mesi, pochi giorni,
ah, non giorni, ma notti, una soltanto,
solo una notte, questa notte: questa.
Il dio negava. Gridò allora Admeto,
gridò vani richiami a lui, gridò,
come gridò sua madre al nascimento.
Ed ella venne a lui, la vecchia donna,
ed anche il padre venne, il vecchio padre,
e stettero invecchiati, incerti, presso
lui che gridava e a un tratto fissò in loro
lo sguardo, s’interruppe, inghiotti, disse:
«Padre,
importa molto a te di questo avanzo
di vita che ti vieta ormai l’amplesso?
Su, gettalo. E anche tu, tu, vecchia donna,
Matrona,
perché vivi tu ancora? Hai partorito».
E li teneva vittime all’altare
in una presa. A un tratto lasciò i vecchi,
li spinse via da sé, mentre chiamava
anelante, ispirato: Kreon, Kreon!
E solo questo, solo questo nome.
Ma sul suo viso quello che non disse
era impresso in attesa senza nome;
e ansante verso il giovane, il diletto
amico, oltre la tavola sconvolta
si protendeva: i vecchi, vedi, sono
consunti – misero riscatto – e poco
valgono, mentre tu nella pienezza…
Ma l’amico era come dileguato.
Allora tacque, e chi venne fu lei,
esile forse più di prima, e lieve
e mesta nella sua veste nuziale.
Gli altri non sono che la strada a lei
che viene, viene… (e subito sarà
tra le braccia che s’aprono al dolore).
Ma Admeto attende ed ella non a lui
si volge. Parla al dio che la comprende,
e tutti la comprendono nel dio.
Nessuno è a lui compenso. Io solamente.
Io lo sono. Perché nessuno è al fine
come me. Cosa resta a me di quello
ch’ero qui, cosa resta oltre il morire?
Lei non ti ha detto nel mandarti a noi
che quel giaciglio che di là ci aspetta
è d’oltretomba? Io già presi commiato,
io presi ogni commiato.
Nessun morente più di me, che vengo
perché tutto, sepolto sotto quello
che è il mio sposo, svanisca, si dissolva.
Prendimi dunque: prendimi per lui.
Come la brezza che si leva al largo,
il dio s’avvicinò, quasi a una morta
e fu lontano subito dall’uomo
a cui in un breve gesto egli donava
tutte le cento vite della terra.
Admeto, vacillante, li rincorse
per aggrapparsi, come in sogno. E loro
erano già dove le donne in pianto
gremivano l’uscita. Ma una volta
ancora egli le vide il viso, indietro
rivolto, in un sorriso chiaro come
una speranza, una promessa: a lui
tornare adulta dalla cupa morte,
a lui vivente…
Allora egli le mani
premette sulla fronte, inginocchiato,
per non vedere più che quel sorriso.

 
 

Orfeo Euridice Hermes
Nuove poesie, 1907
trad. Giaime Pintor (1919-1943)

Era l’ardua miniera delle anime.
Correvano nel buio come vene
d’argento, silenziose. Tra radici
sgorgava il sangue che poi sale ai vivi
nella tenebra duro come porfido.
Poi null’altro era rosso.
V’erano rocce
e boschi informi. Ponti sopra il vuoto
e quell’immenso grigio, cieco stagno
che premeva sul fondo come un cielo
di pioggia sui paesaggi della terra.
Fra i prati tenue e piena di promesse
correva come un lungo segno bianco
l’incerta traccia della sola strada.
E quell’unica strada era la loro.
Avanti l’uomo nel mantello azzurro
agile, con lo sguardo volto innanzi
muto e impaziente. Il passo divorava
la strada a grandi morsi. Gravi, rigide
cadevano le mani dalla veste
e ignoravano ormai la lieve lira
cresciuta alla sinistra come un cespo
di rose in mezzo ai rami dell’ulivo.
E i suoi sensi rompevano discordi:
lo sguardo andava innanzi, si aggirava
come un cane, era accanto e poi di nuovo
lontano, fermo sulla prima curva
– l’udito indietro come resta un’ombra.
Talvolta egli credeva di tornare
ai due che indietro sulla stessa via
dovevano seguirlo. Poi di nuovo
alle spalle restava appena l’eco
dei suoi passi e il mantello alto nel vento.
Ma diceva a se stesso: Essi verranno –
ad alta voce, e si sentiva spegnere.
E tuttavia venivano ma due
dal lentissimo passo. Se egli avesse
potuto volgersi un istante (e volgersi
era annullare tutta quell’impresa
che si compiva ormai) li avrebbe visti,
i due che taciturni lo seguivano.
Il dio dei viaggi e del lontano annunzio
che innanzi a sé reggeva la sottile
verga, e aveva sugli occhi il breve casco
e alle caviglie un palpitare d’ali;
e affidata alla sua sinistra: lei.
Lei così amata che più pianto trasse
da una lira che mai da donne in lutto;
così che un mondo fu lamento in cui
tutto ancora appariva: bosco e valle,
villaggio e strada, campo e fiume e belva;
e sul mondo di pianto ardeva un sole
come sopra la terra, e si volgeva
coi suoi pianeti un silenzioso cielo,
un cielo in pianto di deformi stelle –:
lei così amata.
Ma ora seguiva il gesto di quel dio,
turbato il passo dalle bende funebri,
malcerta, mite nella sua pazienza.
Era in se stessa come un alto augurio
e non pensava all’uomo che era innanzi,
non al cammino che saliva ai vivi.
Era in se stessa, e il suo dono di morte
le dava una pienezza.
Come un frutto di dolce oscurità
ella era piena della grande morte
e così nuova da non più comprendere.
Era entrata a una nuova adolescenza
e intoccabile: il suo sesso era chiuso
come i fiori di sera, le sue mani
così schive del gesto delle nozze
che anche il contatto stranamente tenue
della mano del dio, sua lieve guida,
la turbava per troppa intimità.
Ormai non era più la donna bionda
che altre volte nei canti del poeta
era apparsa, non più profumo e isola
dell’ampio letto e proprietà dell’uomo.
Ora era sciolta come un’alta chioma,
diffusa come pioggia sulla terra,
divisa come un’ultima ricchezza.
Era radice ormai.
E quando a un tratto il dio
la trattenne e con voce di dolore
pronunciò le parole: si è voltato –
lei non comprese e disse piano: Chi?
Ma avanti, scuro sulla chiara porta,
stava qualcuno il cui viso non era
da distinguere. Immobile guardava
come sull’orma di un sentiero erboso
il dio delle ambasciate mestamente
si volgesse in silenzio per seguire
lei che tornava sulla stessa via,
turbato il passo dalle bende funebri,
malcerta, mite nella sua pazienza.

 


 

Il gatto nero
Le nuove poesie, altra parte, 1908
trad. Giuliano L. Landini

Egualmente ad un luogo,
un fantasma lo sguardo può intravedere,
nell’incontro risuonando.
Ma tal nero drappo ottunde,
per quanto intensa, l’abilità degli occhi d’indagare:
al pari d’ovattate mura che,
spezzan ed annichiliscon le folli urla
d’un uomo delirante.
Par custodisca ogni sguardo,
che su di sé abbia colto indugiar
e con essi riposando,
arcigno e indolente.
Qualor d’improvviso però si desti,
il muso dritto sul volto volgendo
e fermamente fissando,
il lampo delle proprie pupille,
nell’imperscrutabili e dorate sue gemme,
incastonato si ritrova,
ma com’un ormai insetto estinto.

 
 

Morte dell’amata
Le nuove poesie, altra parte, 1908
trad. Giuliano L. Landini

Sapeva della morte quanto a ciascuno è noto:
afferra e getta nel silenzio muto.
Ma quando lei, non strappatagli,
no, lentamente dallo sguardo allontanata,
scivolò fra ombre ignote,
e in esse egli ravvisò,
simili ad una luna;
fanciullesco sorriso e far delicato;

familiari sentì divenir i defunti,
a di lei merito,
quasi fossero dei congiunti; lasciò gli altri parlare
e non credette e chiamò tal lieve terra,
eterna dolcezza. E scrutandone i sentieri
dell’amata, impronta andò cercando.

 


 

Lamento di una monaca
Poesie, 1906-1910
trad. Giaime Pintor (1919-1943)

Gesù Signore – piegati
a un uomo come tanti.
Tu sei ricco e possiedi
i più splendidi ammanti
del cielo su di te.

Le donne che ti sei scelte
un giorno, a te sono rese:
puoi leggere con loro
e giocare, e a Teresa
mostrare le tue stanze.

Tua madre in cielo ora
è una dama e fiorisce
il suo nome regale
dalle nostre preghiere,

qui, da questi giardini
d’inverno, dove a volte
tu guardi, e strani cespi
trai dalle nostre voci.

Gesù Signore – hai tutte
le donne che tu ami.
Il mio grido che importa
se si perda o ti chiami?

Si perde in un lamento
e lo spazio lo strema.
Altre voci tu senti;
non t’ingannare: appena

dal mio cuore mi accosto
al mio viso che canta.
E vorrei farti male,
Signore, ma mi manca

l’animo: se sollevo
verso te la mia pena
subito ricade mite
e fredda come neve.

Fuori fossi rimasta
dove ho cominciato,
il giorno sarebbe angoscia
e la notte peccato.

Forse mi avrebbe presa
un uomo, e sarei sola,
e un altro sarebbe venuto
e la mia bocca ancora

soffrirebbe dei baci.
E un terzo a piedi l’avrei
seguito, ma, Signore,
per averne pietà;

e per stanchezza e paura
a un quarto mi sarei data
per non giacere più sola
e abbracciare una creatura.

Ma se nessuno ha dormito
accanto a me, tu mi salvi?
Dov’ero quando cantavo?
Chi chiamo nei nostri salmi?

La mia vita è lontana –
Gesù, dimmi: è con te?
L’hai tu vista venire?
E sono in te, Signore?
E sono in te, Gesù?

Pensa: così finisce
nel rumore del giorno.
Ciascuno la rinnega,
nessuno più conosce
la mia vita, Gesù.

Ed era la mia vita,
Gesù Signore, sei certo?
Non un’altra in cui pure
nessun morso abbia aperto
un suo segno, Gesù?

O la mia vita forse
non è con te, ma langue
spezzata, e intanto piove,
piove e l’acqua la bagna,
e gela dentro, Gesù?

 
 

Sulla via assolata
Poesie, 1906-1910
trad. Giaime Pintor (1919-1943)

Sulla via assolata, dentro al vecchio
tronco cavo che da lungo tempo
serve a bere e piano in sé rinnova
uno specchio d’acqua, la mia sete
calmo: l’acqua limpida e il suo flusso
prendo in me nel cavo della mano.
Bere è troppo, è un atto che tradisce,
mentre questo gesto in cui m’indugio
porta un’acqua chiara alla coscienza.

E così potrebbe riposarmi
se tu fossi qui, posare piano
la mia mano sulla fresca curva
della spalla o al limite del seno.

 
 

Eros
Poesie, 1906-1910
trad. Giaime Pintor (1919-1943)

Eros! Eros! Maschere, accecate
Eros. Chi sostiene il suo fiammante
viso? Come il soffio dell’estate
alla primavera spegne i canti

di preludio. E nelle voci ascolta
ora l’ombra, e si fa cupo… Un grido…
Egli getta il brivido indicibile
su di loro come un’ampia volta.

O perduto, o subito perduto!
Breve il bacio degli dèi ci sfiora.
Altro è il tempo, e il destino è cresciuto.
Ma una fonte piange e ti accora.

 
 

Che questo non sia più dinanzi a me
Poesie, 1906-1910
trad. Giaime Pintor (1919-1943)

Che questo non sia più dinanzi a me
da cui distante oso volgere il viso:
strade aperte, cielo, terre – e il sorriso
di nessun volto caro che le confonda.

Tutta la pena dei possibili amori
giorno e notte ho sentito tornare:
confusi un tempo e remoti, ma uguali
nel rifiutarmi una gioia serena.

Nessuna notte futura più dolce
sarà di quella notte lontana,
quando allo sguardo di noi rassegnati
ogni discordia di nuovo fu piana.

Accanto a lei innamorata nel sonno
forse il distacco sembrava più lieve.
Il male per questo dolce volere
dell’amica che dorme, una donna.

Quando ogni cosa che soli ci ha avuti
stupiva come di un tradimento, –
ora tu sai che la candela brucia
se per angoscia il tuo lume si è spento

Sempre di nuovo, benché sappiamo il paesaggio d’amore
e il breve cimitero con i suoi tristi nomi
e il pauroso abisso silente, dove per gli altri
è la fine: torniamo a coppie tuttavia
di nuovo tra gli antichi alberi, ci posiamo
sempre, di nuovo, tra i fiori contro il cielo.

 


 

Sonetti a Orfeo, 1923
trad. Giaime Pintor (1919-1943)

I,2

E quasi una fanciulla era.
Da questa felicità di canto e lira nacque,
rifulse nella trasparente veste
primaverile e nel mio udito giacque.
E in me dormì. Tutto fu il suo dormire:
gli alberi che ammiravo, le distese
sensibili, le grandi praterie
presenti e lo stupore che mi prese.
Dormiva il mondo. O dio del canto, come
l’hai tu compiuta senza ch’ella prima
volesse essere desta? È nata e dorme.
E la sua morte? Non cadrà nel nulla
questo tuo canto, troverà una rima?
Ma da me dove inclina… ? Una fanciulla…

I, 3

Un dio lo può. Ma un uomo, dimmi, come
potrà seguirlo sulla lira impari?
Discorde è il senso. Apollo non ha altari
all’incrociarsi di due vie del cuore.
Il canto che tu insegni non è brama,
non è speranza che conduci a segno.
Cantare è per te esistere. Un impegno
facile al dio. Ma noi, noi quando siamo?
Quando astri e terra il nostro essere tocca?
O giovane, non basta, se la bocca
anche ti trema di parole, ardire
nell’impeto d’amore. Ecco, si è spento.
In verità cantare è altro respiro.
È un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento.

I, 6

Egli è terreno? No, dai reami
diversi prese la vasta natura.
più esperto piega del salice i rami
chi le radici del salice cura.
Quando fa buio sul desco non resti
pane né latte: attirano i morti –.
Ma egli, evocatore, li desti
e nello sguardo mite li esorti
a mescolarsi a ogni cosa veduta;
a lui l’incanto di erica e ruta
sia vero come il rapporto più chiaro.
Niente l’immagine salda cancella;
sia della casa, sia della bara,
celebri l’urna, il fermaglio o l’anello.

I, 7

Ecco, esaltare! A esaltare egli venne,
sgorgò così come sgorga dal muto
sasso il metallo. Il suo cuore è il caduco
filtro d’un vino agli umani perenne.
Non mai la polvere spegne la pura
voce se l’eco del dio la trascina.
Tutto diventa grappolo e vigna
che il suo sensibile agosto matura.
Non il marcire dei re nella tomba
muta in menzogna il suo canto, non l’ombra
che da figure divine si posa.
Perché egli è uno dei messi più forti
che ancora oltre le soglie dei morti
levano coppe di frutti gloriosi.

I, 10

Voi dal mio animo non mai lontani
saluto antichi sarcofaghi, tersa
voi l’acqua gaia dei giorni romani
come un mutevole canto traversa.
O quelli aperti come d’un lieto
pastore gli occhi al mattino, di lamio
pieni nel cavo del marmo e quieti,
da cui si levano rapiti sciami.
Voi tutti al dubbio sottratti saluto,
bocche di nuovo dischiuse, che un tempo
sapeste il senso d’essere muti.
Noi lo sappiamo, non lo sappiamo?
Le due parole l’ora esitante
traccia confuse sul viso umano.

I, 14

Tu pensi fiori, grappoli, tralci…
Certo non parlano questa più timida
lingua dei mesi. Dal buio una varia
ricchezza sorge, e ha il colore d’invidia
dei morti: ai morti si nutre la zolla.
Noi che sappiamo di tante fila?
Da molto tempo certo la molle
creta sopporta un’impronta sottile.
Ora ti chiedo: dànno di cuore?
È questo il frutto di un’opera lenta
di schiavi a noi che restiamo i signori?
O sono loro i padroni: chi giace
alle radici e a noi manda in silenzio
un suo superfluo vigore di baci?

I, 25

Te voglio ancora ricordare una volta
fiore, il cui nome non so, voglio ancora
mostrarti a loro, compagna a noi tolta,
bella compagna all’invitto clamore.
Danza: ma a un tratto in perplessa movenza
trattiene il corpo, in metallo gettato,
triste a spiare. Da un’alta potenza
musica cade al suo cuore mutato.
Prossimo il male. Già da tenebra stretto
cupo urge il sangue: dopo breve sospetto
sboccia nel suo naturale rigoglio.
Sempre travolto in cupo orrore risplende
terreno. Giunto con note tremende
varca l’estrema, tragica soglia.

II, 2

Come il maestro nell’impeto a un foglio
qualunque affida la linea perfetta:
così talvolta lo specchio raccoglie
l’unico riso di giovinetta.
Quando al mattino da sola si ammira
o nel chiarore del lume sommesso…
Cadrà più tardi nel puro respiro
dei veri volti solo un riflesso.
Quel che tra braci fu un giorno veduto
nel lento spegnersi fuliginose:
sguardi di vita per sempre perduti.
Oh, della terra chi sa gli smarriti
beni? Chi solo con note gloriose
celebri il cuore cui tutto dà vita.

II, 3

Specchi: nessuno cosciente ha descritto
cosa nasconda la vostra essenza.
Come crivelli di fori fitti
siete voi specchi, intervalli del tempo.
Voi che la sala deserta occupate –
ampi al crepuscolo come selve…
Il lampadario, splendido cervo,
si aggira oltre la soglia vietata.
Talvolta grandi pitture siete.
Sembrano donne in voi trasfuse –
altre sdegnosi non accogliete.
Ma la più bella resta, il suo viso
penetrerà nelle guance dischiuse
un giorno il chiaro dissolto Narciso.

II, 15

Bocca di fonte, tu che dài, tu bocca
che hai solo una parola, e sgorga pura –
tu maschera di marmo alla figura
mutevole dell’acqua. Gli acquedotti
corrono da lontano. Dai riposi
dell’Appennino, a fiore delle tombe,
portano la tua voce, e si confonde
appena lungo i vecchi orli corrosi
del mento: giú una vasca la raccoglie.
Un orecchio che dorme; tu gli parli
ininterrotta e il marmo ascolta i suoni.
Orecchio della terra. Con sé sola
parla così. Se un’anfora si posa,
sembra alla terra che tu l’abbandoni.

II, 26

Come ci prende il grido dei voli…
Forse un qualsiasi grido pensato.
Pure i bambini che giocano soli
sanno gridare passandoci a lato.
Gridano il caso. Nei vaghi interregni
di questo spazio del mondo (in cui puro
entra lo strido d’uccello, e s’insinua
l’uomo nel sogno) essi piantano acuto
il grido. – A noi che rimane? Tremanti
di risa agli orli, aquiloni strappati
sempre la vuota tempesta ci attira,
stracci nell’aria. – Ma tu, dio del canto,
ordina i gridi! Che a un segno destati
alto trasportino il capo e la lira.

II, 28

O vieni e va’. Quasi bambina avanza
per un momento la figura al gesto
di quelle immagini astrali di danza
in cui talvolta la natura arresta
il suo sordo lavoro. Solo un tempo
la ridestò la musica d’Orfeo.
Tu aprivi allora le docili membra
turbata appena se al tuo fianco un vero
albero si muoveva ad ascoltare.
Sapevi il luogo dove coi suoi canti
la lira si levò –: l’orma terrena.
Per quello osasti i bei passi tentare
sperando un giorno dell’amico il viso
volgere, e il piede, a una festa serena.

 


 

Elegie Duinesi
trad. Michele Ranchetti

Prima elegia
Duino, 1912

Chi se io gridassi mi udirebbe mai
dalle schiere degli angeli ed anche
se uno di loro al cuore
mi prendesse, io verrei meno per la sua più forte
presenza. Perché il bello è solo
l’inizio del tremendo, che sopportiamo appena,
e il bello lo ammiriamo così perché incurante
disdegna di distruggerci. Ogni angelo è tremendo.
E così mi trattengo e il mio grido reprimo
di oscuro singhiozzo. Ah, da chi mai
siamo capaci di aver aiuto? Non d’angeli,
non da uomini, e gli astuti animali s’avvedono
che noi non siamo propriamente di casa
nel mondo interpretato. Rimane a noi forse
un qualche albero là sul versante,
per rivederlo ogni giorno, rimane la strada di ieri
e la viziata fedeltà ad una consuetudine che amava
stare con noi, così rimase e non se ne andò.
Oh, e la notte, la notte, quando il vento
pieno di spazio celeste il viso ci rode –, a chi
non rimarrebbe l’agognata mite delusiva,
che il singolo cuore attende a fatica.
È per gli amanti più lieve? Ah, essi
si coprono solo l’un l’altro la sorte.
Non lo sai ancora? Getta il vuoto
dalle braccia agli spazi che respiriamo;
ah, forse gli uccelli sentiranno l’aria slargata con più intimo volo.

Sì, forse le primavere ti volevano.
Non poche stelle si attendevano che
tu le avvertissi. Un’onda sorgeva
nel tempo trascorso, oppure
quando passavi alla finestra aperta
un violino si dava. Tutto questo era compito.
Ma sei riuscito? Non eri tu sempre
distratto ancora dall’attesa, come se tutto
ti annunciasse un’amata? (Dove
vuoi tu ospitarla se i grandi
pensieri estranei vengono e vanno
da te e spesso rimangono di notte.)
Ma se ti strugge, canta allora quelli che amano;
il loro lodato affetto di gran lunga
non è ancora abbastanza immortale.
Coloro, quasi le invidi, le abbandonate, per te
tanto più ricche d’amore delle esaudite. Inizia
sempre di nuovo l’irraggiungibile canto di gloria;
pensa: l’eroe si tiene, persino la sua rovina
era per lui solo un pretesto a essere: la sua
ultima nascita. Ma quelli che amano
l’esausta natura in sé li riprende,
come se non ci fosse due volte la forza.
Hai pensato abbastanza la Gaspara Stampa,
così che una ragazza, lasciata dall’amato,
all’esaltato esempio di una tale amante
desiderasse: ah, se divenissi come lei?

Non possono più fertili diventare per noi
questi remoti dolori? Non è tempo che noi
amando ci liberiamo dell’amato e tremando
perduriamo: come la freccia perdura nella corda
per essere, concentrata nel lancio,
più di se stessa? Perché restare non ha dove.

Voci, voci. Ascolta, mio cuore, come prima
ascoltavano soltanto i santi: sì che l’enorme richiamo
li sollevasse da terra; ma loro, gli inconcepibili,
restavano sempre in ginocchio, senza curarsene:
così udivano. Non che tu possa di Dio
sopportare la voce, per nulla. Ma il soffio
ascolta, l’ininterrotta notizia, che da silenzio si
forma.
Ora ti mormora di quei giovani morti.
Dovunque entravi, nelle chiese di Roma e di Napoli,
non si rivolgeva a te, calmo, il loro destino?
Oppure un’epigrafe si rilevava a te compito
come allora la lapide in Santa Maria Formosa.
Cosa mi vogliono? Cauto io dovrei togliere
l’ombra di torto che talvolta oscura
di poco il puro moto dei loro spiriti.

È certo strano non abitar più la terra,
usanze appena apprese non più praticare,
non dare alle rose e alla particolare
promessa di altre cose il senso
di un futuro umano; non essere
più ciò che si era in mani di ansia infinita,
e lasciar via persino il proprio nome
come un giocattolo spezzato. Strano
non più desiderare i desideri. Strano
vedere sbattere sfuso nell’aria tutto
ciò che aveva un legame. E l’essere morto
è faticoso e tanto vi è da riprendere
per avvertire gradualmente un senso
di eternità. – Ma i vivi fanno tutti
l’errore di troppo distinguere.
Gli angeli (si dice) spesso non sanno
se vanno tra vivi o tra morti. L’eterna corrente
trascina sempre con sé per i due regni
tutte le età e le copre col suono.

Infine non han più bisogno di noi
i trapassati da giovani; lievemente si perde
il senso della terra come ci si svezza
dai seni della madre. Ma noi, che abbiam bisogno
di sì grandi misteri, dal cui lutto sboccia
spesso un progresso felice –: potremmo
essere senza di loro? È invano la saga,
che una volta nel lamento per Lino
la prima osante musica penetrò l’arida
rigidità; che solo nello spazio atterrito
da cui un adolescente quasi divino
uscì d’un tratto per sempre, il vuoto cadde
in quel vibrare, che ora
ci trascina e consola e soccorre.

 
 

Seconda elegia
Duino, 1912

Ogni angelo è tremendo. E tuttavia,
ahimè, io canto a voi, quasi mortiferi
uccelli dell’anima, di voi sapendo. Dove
mai sono i giorni di Tobia, quand’uno
dei più splendenti stava al semplice uscio,
la veste un po’ mutata per il viaggio, e già
non più terribile; (giovane al giovane
allo sguardo curioso). Se l’arcangelo adesso,
il pericoloso, da dietro le stelle
si sporgesse all’ingiù verso di noi
solo di un passo, con innalzato battito
ci abbatterebbe il nostro stesso cuore. Chi siete?

Voi riusciti per primi, voi del creato
viziati, catene di montagne, creste aurorali
d’ogni creazione, – polline del dio fiorente,
giunti di luce, corsie, scale, troni,
spazi di essere, scudi di gioia, tumulti
d’entusiasta burrascosa emozione,
e specchi, d’improvviso, singoli: che la propria
defluita bellezza nel proprio volto riattingono.

Perché noi, ove affetto ci prende, dileguiamo; ah, noi
espiriamo noi stessi, e via; di brace in brace
manda il legno di noi sempre più debole odore.
Uno potrebbe dirci: sì, tu mi vieni nel sangue,
questa stanza, la primavera, si riempie di te…
Che serve, non ci può trattenere, noi scompariamo
in lui e attorno a lui. E loro, le belle, oh,
chi le trattiene? Senza cessare s’alza quella luce
sul loro volto e va via. Come rugiada
dall’erba di mattina si leva il Nostro da noi,
come il calore da un cibo bollente. Oh sorriso, verso
dove?
Oh sguardo verso l’alto: nuovo, caldo, sfuggente
flutto del cuore –; ahimè: eppure
è l’esser noi. Ha forse di noi sapore
il cosmo in cui ci dissolviamo? Afferrano
gli angeli veramente soltanto il loro, da loro
defluito, oppur talvolta, come per svista, vi è
un po’ del nostro essere? Siamo nei loro tratti
mischiati appena come quel vago nei volti
delle donne in attesa? Non se ne avvedono nel vortice
del ritorno a se stessi. (Come avvertirlo?)

Chi ama potrebbe, se capisse, nell’aria della notte
parlare stravagante. Perché sembra che tutto
fa segreto di noi. Guarda, gli alberi sono; le case,
che noi abitiamo, rimangono. Solo noi tutto
trapassiamo, come aria leggiera che si muta.
E tutto è unanime, nel silenzio su noi,
metà vergogna, forse, e metà speranza ineffabile.
Amanti, voi l’un nell’altro contenti,
io vi chiedo di noi. Voi vi prendete. Avete prove?
Guardate, mi accade che le mani l’un l’altra
si riconoscono, oppure che il mio usato
volto in esse si protegga. Questo
un po’ mi commuove. Però chi mai oserebbe
solo per questo essere? Ma voi che nell’incanto
l’uno dell’altro vi accrescete, finché l’altro
sopraffatto vi implora: non più –; voi che sotto le
mani
vi divenite più turgidi come vendemmie feconde;
che talvolta svanite sol perché l’altro prevale
del tutto: a voi chiedo di noi. Io so,
voi vi sfiorate beati, perché la carezza trattiene,
perché quel dove non sparisce che voi,
teneri, coprite: perché là sotto sentite
il puro perdurare. Così vi promettete
quasi l’eterno dall’amplesso. E tuttavia,
voi, vinti i primi sguardi d’orrore e la struggente
attesa alla finestra e il primo
camminare congiunti, una volta, in giardino:
amanti, lo siete ancora? Se voi uno alla bocca
dell’altro vi sollevate ed accostate –: bevanda
a bevanda: oh come poi all’atto
sfugge stranamente chi beve.
Non vi ha sorpreso sulle attiche stele
la cautela del gesto umano? Non era
amore e congedo così leggiero
sulle spalle posato come fatto
d’altra sostanza che da noi? Rammentate
le mani, come senza peso riposano
sebbene nei torsi è la forza. Così
quegli artefici sapevano: fin qui
siamo noi, è nostro questo, di così sfiorarci;
più forte battono gli Dei su di noi, ma questo
è cosa degli Dei.

Oh, se trovassimo anche noi un qualcosa di umano
discreto, esile, una nostra
striscia di fertile terra, tra fiume e roccia.
Perché il nostro cuore ci valica
ancora sempre come loro. E più
non possiamo seguirlo con lo sguardo
in immagini volte a placarlo, neppure
in corpi divini nei quali, più grande, si modera.

 
 

Terza elegia
Duino, 1912-Parigi, 1913

Altro è cantare l’amata. Altro, ahi,
quel nascosto colpevole dio-fiume del sangue.
Da lei riconosciuto da lontano, quel suo giovane,
che mai lui stesso sa del signore della voglia,
che spesso dal solitario, prima ancora
che la fanciulla lo calmi, spesso anche
come se lei non fosse, ah, da qual mai
inconoscibile grondando, alzava la testa di dio,
esortando la notte a rivolta infinita.
Oh del sangue Nettuno, oh suo tremendo tridente.
Oh il vento scuro del suo petto da ritorta conchiglia.
Senti come la notte si induna e si affossa. Voi stelle,
non deriva da voi all’amante la voglia
del viso dell’amata? Non viene dal puro stellato
l’intimo sguardo nel puro volto di lei?

Non tu gli hai stretto, ah, non sua madre,
così in attesa l’arco dei sopraccigli. Non a te,
fanciulla sensitiva di lui, non a te il suo labbro,
si arcuò in forma più fertile. Pensi davvero
che il tuo passo leggiero l’avrebbe
così sconvolto, tu che incedi come vento al mattino?
Certo, tu il cuore gli spaventavi; però più antichi
spaventi sono precipitati in lui al tuo urto toccante.
Chiamalo… non lo richiami del tutto dalle cerchie
oscure.
Sì, lui vuole, scappa; rilassato si abitua
nel tuo intimo cuore e si prende e si comincia.
Ma, si è cominciato mai?
Madre, tu piccolo lo facevi, eri tu a iniziarlo;
a te era nuovo, tu sopra i nuovi occhi
chinavi il mondo amico e respingevi l’estraneo.
Ah, dove mai sono gli anni, quando tu soltanto
con la snella figura gli sbarravi il ribollente caos?
Molto così gli nascondevi, la stanza, di notte
sospetta,
facevi inoffensiva, dal tuo cuore pieno di asilo
mischiavi spazio più umano al suo spazio notturno.
Non nella tenebra, no, nel tuo stare più accanto
hai posto il lume di notte, ed esso splendeva come
amico.
Non v’era scricchiolio che tu sorridendo non chiarivi,
come sapessi da tempo quando il legno si assesta…
E lui ascoltava e si calmava. Così tanto poteva
il tuo tenero alzarti; dietro l’armadio, alto nel
mantello,
si ritraeva il suo destino, e nelle pieghe della tenda,
di poco spostandosi, stava il suo inquieto futuro.
E lui stesso, come giaceva, risollevato, sotto
le palpebre assonnate, sciogliendo dolcezza
della tua forma leggiera nel gustato presonno –:
sembrava un custodito… Ma dentro: chi respingeva,
entro di lui impediva, i flutti dell’origine?
Ahimè, non c’era cautela nel dormiente; dormendo,
ma sognando, ma tra le febbri: e quanto accettava.
Lui, il nuovo, rifuggente, quanto era intricato
con più irrompenti viticci dell’interno accadere,
già contorti a motivi, a conati di crescita, a forme
animali sfrenate. Quanto si abbandonava. – Amava.
Amava il suo intimo, di esso il selvaggio,
questa foresta vergine in lui, sul cui tacito crollo
stava il suo cuore verde chiaro. Amava. Lo lasciò,
andò oltre le proprie radici, nella violenta origine,
dove la sua piccola nascita era già oltre vissuta.
Amando, scese nel sangue più antico, nelle voragini,
dove giaceva l’orrendo, sazio ancora dei padri. Ed
ogni
tremendo lo conosceva, ammiccava, era come
avvertito.
Sì, l’orribile sorrideva… Di rado,
tu madre, hai sorriso così teneramente. Come
non amarlo, se a lui sorrideva. Prima di te
lo ha amato, perché, quando già lo portavi,
era sciolto nell’acqua, che fa il germe leggiero.

Vedi, noi non amiamo, come i fiori, da un anno
solo; a noi, dove amiamo, sale nelle braccia
immemorabile linfa. Oh fanciulla,
questo: che in noi amavamo, non un solo, un
venturo,
ma il fermentare innumerevole; non un singolo figlio,
ma i padri, che come macerie di monte
ci restano sul fondo; ma il greto asciutto
delle madri di un tempo –; ma l’intero
muto paesaggio sotto la nuvolosa o
pura sventura –: questo, fanciulla, ti preveniva.
E tu stessa, cosa sai tu –, tu nell’amante
suscitavi tempo prima del tempo. Quali
sentimenti sgorgarono da esseri sbandati. Quali
donne allora ti odiarono. Quali sinistri uomini
eccitavi nelle vene del giovane? Morti
bambini anelavano a te… Oh piano, piano,
mostragli un bene, un buon lavoro di un giorno,
guidalo vicino al giardino, dagli il prevalere
sulle notti…
Trattienilo…

 


 

Casa della Cultura: la grande poesia europea del Novecento

 
 
 
 
 

da Lettere a un giovane poeta, , 1903-1908
a Franz Xaver Kappus (1883-1966)

trad. Giuliano L. Landini

…pazienza verso quanto il cuor sente ancor irrisolto,
e tenta di aver care
quelle domande
simili a serrate pareti e libri scritti
in un idioma sconosciuto.
Non cercare adesso risposte che
non possono esserti offerte,
poiché viverle non riusciresti.
Ed essenziale, è vivere ogni istante.
Pertanto adesso vivi le domande.
Forse, senza consapevolezza,
ti sarà permesso proseguir cammino
sin al giorno lontano in cui
avrai le risposte.
Forse, in animo possiedi facoltà di creare
e forgiare, concependo il tal senso
esistenza particolarmente lieta e pura;
educati a simil compito, –
ma accogli con sincera fiducia quanto
ti accade, e s’è conseguenza della tua volontà,
d’una sorta d’intima necessità,
a maggior ragione accogli, non odiare…

 
 
 
 

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