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Dylan Thomas, vita e poesie di un gallese, romantico e ribelle

 
Drammaturgo, scrittore e fulgente poeta, Dylan Thomas percorse la sua esistenza come nave in burrasca, facendo della musa da cui fu scelto in tenera età, l’orizzonte a cui dirigersi, l’emozione da esternare, il dolore da prorompere.

La poesia non è un modo di liberare l’emozione, ma una fuga dall’emozione; non è un’espressione della propria personalità, ma una fuga dalla personalità. Ma, naturalmente, solo coloro che hanno personalità ed emozioni sanno cosa significa voler fuggire da queste cose.
Thomas Stearns Eliot

Nella cittadina costiera di Swansea, contea del Galles meridionale, il vescovo anglicano delle irlandesi cittadine di Waterford e Lismore, Hugh Gore (1613-1691), istituì, il 14 settembre 1682, la Swansea Grammar School allo scopo di sostenere gratuitamente l’istruzione di una ventina di ragazzi in condizione di difficoltà economica.
 

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Swansea

 
Allo stato odierno, nel Regno Unito la locuzione “grammar school” indica un percorso di studi secondario e preparatorio all’università, con particolare predilezione per il lessico e la storia e dell’antichità classica, mentre in epoca medievale tale espressione designava a livello generale le varie scuole nelle quali, essendo le stesse attigue a monasteri o cattedrali, l’insegnamento del latino era comunque centrale in quanto linguaggio della Chiesa da tramandare ai seminaristi, futuri monaci e sacerdoti, senza per questo precludere il contemporaneo apprendimento di materie aggiuntive.

Al sorgere delle università sul finire del XII secolo, tale definizione venne ad essere attribuita a corsi, da frequentare fino al quattordicesimo anno d’età, di preparazione alle stesse, continuando a ritenere la conoscenza della lingua latina funzionale all’acquisizione di nozioni grammaticali, dialettiche e retoriche, allora raggruppate sotto il nome di trivium, lasciando in capo al quadrivium l’aritmetica, la geometria, la musica e l’astronomia, nel complesso le sette Arti liberali propedeutiche al futuro tragitto accademico e diffondendosi gradatamente le grammar school a tappeto in tutto il territorio inglese e soprattutto gallese.

Nel corso dei secoli a cavallo della riforma protestante ed in seguito allo scisma anglicano, ossia la separazione della Chiesa d’Inghilterra da quella cattolica romana, avvenuta ramificazione delle stesse, a partir dal XVI secolo, le vide contrapposte alle private school, accessibili a quella ristretta ed elitaria fascia societaria che poteva permettersi d’accederne previo versamento della retta prevista, ulteriormente suddividendosi in seguito le grammar school in istituti loro stessi a pagamento, rinominati pubblic school, in quanto sovvenzionati dallo stato, riservando la denominazione “grammar” esclusivamente a quelli la cui frequentazione non prevedesse compenso alcuno.

Complice la richiesta d’inserimento di lingue moderne e materie commerciali da parte della nuova classe mercantile, a cavallo fra il Settecento e l’Ottocento seguirono numerose ristrutturazioni dei programmi scolastici, ben accolti dagli amministratori, in lungimirante gestione economica delle rette, al contrario avversi ai presidi, maggiormente fedeli all’originario statuto fondativo, in deciso spirito conservatore, diversità di vedute che fu alla base d’innumerevoli diatribe a livello legislativo, anticipando quella che fu l’iniziale decadenza delle grammar school per com’erano state inizialmente concepite.

Percorso inevitabilmente in declino sulla scia del nascente progresso, che tuttavia non fu trasversale a tutti gli stati, originandosi per tutto il corso del XIX secolo una serie di riforme ristrutturanti, fino all’istituzione dell’Education Act del 1944, primo organismo nazionale rivolto alle scuole secondarie, sovvenzionato dallo stato inglese, stipulato nel Tripartite System, il sistema tripartito che regolò l’istruzione secondaria, dal 1945 fino agli anni settanta in Inghilterra e in Galles, dal 1947 al 2009 nell’Irlanda del Nord, organizzato in una struttura frammentata in tre tipologie di scuola, fra le quali appunto la grammar school al primo livello, frazionata in elementare, tecnica secondaria e secondaria moderna, alle quali gli studenti venivano assegnati in virtù delle loro prestazioni ad un determinato esame, detto “11-plus”, una sorta di licenza al termine del percorso primario.

Al presente solo in alcune zone ci si riferisce ancora a tale sistema, nonostante ciò permanendo alcune grammar school tenacemente competitive e garanti d’una preparazione eccellente con derivata preparazione scolastica di tutto rispetto.

Quella che fu la rinomata Swansea Grammar School, che attualmente porta il nome di Bishop Gore School, appunto in onore all’episcopo, successivamente ad un periodo di decadimento, ricostruzioni e nuove devastazioni conseguenti ai bombardamenti del secondo conflitto mondiale, venne definitivamente riedificata e aperta nel 1952 nel distretto suburbano di Sketty, a circa due miglia dal centro di Swansea, nel 2013 ufficialmente catalogata dal governo gallese come una fra le più encomiabili e valide su più livelli di giudizio.
 

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Bishop Gore School

 
Poco più di due secoli dopo la sua creazione, la scuola ospitò professione lavorativa di David John Thomas (1876-1952), rispettabile insegnante d’inglese, laureatosi con lode all’Università di Aberystwyth, oltretutto meritevole d’aver condotto fra le mura del collegio il figlio Dylan ed averlo spronato ad attività poetica che ne avrebbe consacrato la fama qualche anno più tardi.
 

L’alba della poesia

Dylan Marlais Thomas nacque ad Uplands, sobborgo di Swansea, il 27 ottobre 1914, dall’unione di David John Thomas e Florence Hannah Williams (1882-1958), di professione sarta; secondo nome “Marlais” gli venne dato in memoria del prozio Williams Thomas (1834-1879), ministro e poeta gallese noto con lo pseudonimo Gwilym Marles.
 

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Gwilym Marles, ca.1870

 
Secondogenito alla sorella Nancy Marles (1906-1953), ad accoglierne la venuta al mondo fu una casa bifamiliare situata al numero 5 di Cwmdonkin Drive, nella quale Dylan rimase fino al suo ventitreesimo anno d’età, trascorrendo un infanzia di cagionevole salute, in quanto affetto da bronchite ed asma in forma cronica che lo avrebbero disturbato durante l’intero corso della sua esistenza, patologie che la madre, colma di tenerezza nei suoi confronti, rese maggiormente sopportabili saturando il suo animo di puro e premuroso affetto.

Prima tappa di studi del fanciullo prese forma in una dame school, come venivano appellate le ristrette scuole femminili condotte da donne della classe operaia bisognose d’un reddito aggiuntivo, che garantivano un percorso d’istruzione elementare a livello privato, spesso fra le proprie mura domestiche e talvolta, anche se raramente, con personalità maschili nel ruolo d’insegnanti.

La sua precocissima indole poetica non passò inosservata agli occhi del padre il quale, sostenendone le inclinazioni personali e l’ardente passione per la lettura, ne seguì maturazione scolastica, a partire dal 1925, all’interno della Swansea Grammar School, sul giornalino della quale s’impressero i suoi primi tentativi scrittori, quando era appena undicenne, un quinquennio prima che lo stesso, appena sedicenne, abbandonasse gli studi per dedicarsi ad attività giornalistica presso il tabloid South Wales Daily Post, un anno e mezzo dopo interrompendo collaborazione e proseguendo come giornalista freelance per un lungo periodo e nel frattempo continuando la propria attività poetica, ricamando in versi circa duecento poemi in pochi anni e deliziando il tempo libero nella frequentazione d’artisti di vario genere, inserito negli ambienti teatrali dalla sorella Nancy.
 

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Dylan Thomas, 1926

 
Nove anni dopo essere apparso nella rivista della scuola, Thomas si espose in una prima pubblicazione intitolata 18 Poems, di cui la poesia più celebre, And death shall have no dominion, venne fissata e diffusa dalle pagine de The New England Weekly Journal, il giornale letterario fondato nel 1727 dal teologico statunitense, storico e studioso Thomas Prince (1687-1758) in fede alla personale visione del divino come principale conduttore degli avvenimenti umani in strettissima correlazione alle leggi naturali, pertanto fortemente conformato ai vertici ecclesiastici del luogo.

Modelli di riferimento del The New England Weekly Journal furono il quotidiano londinese The Spectator, ritenuto uno dei primi prototipi di giornalismo moderno d’estremo successo, con tiratura oltre le 10.000 copie nonostante la brevissima durata, da marzo 1711 a dicembre 1712, incentrato su argomentazioni sociali, piuttosto che sulle diatribe dalla politica, e il New England Courant di Boston, periodico in attività dal 1721 al 1726, cartaceo pioniere di letteratura e saggi a sfondo umoristico, nondimeno restando il The New England Weekly Journal maggiormente attento ai risvolti religiosi d’ogni questione analizzata.

Lirico exploit di Dylan Thomas esplose dunque fra le sue pagine, redigendo il giovane un tipo di poesia la cui tematica incentrata sull’universo nelle sue mille sfaccettature, sulla morte e sull’amore, sconvolse istantaneamente i signorili salotti letterari, a partire dal componimento più noto della primordiale antologia, dove il visionario poeta, su stimolo di un amico a scrivere d’immortalità, cavalcò con straboccante impeto e veritiero sentore il nascere e il morire, sagacemente ed intimamente intrisi della sensuale passione e follia che attraversano le esistenze in decisa opposizione alla stessa morte che nulla può nei confronti dell’amore, sebbene nessuna interpretazione delle simboliche rime possa ritenersi certa, nella consapevolezza di dover restare un umile tentativo di lettura d’un boato in tre strofe recitato dallo stesso autore con quella sua tipica cadenza gallese, ritmata quasi fosse un canto, che lo contraddistinse in ogni sua lettura:

And death shall have no dominion.
Dead men naked they shall be one
With the man in the wind and the west moon;
When their bones are picked clean and the clean bones gone,
They shall have stars at elbow and foot;
Though they go mad they shall be sane,
Though they sink through the sea they shall rise again;
Though lovers be lost love shall not;
And death shall have no dominion.
And death shall have no dominion.
Under the windings of the sea
They lying long shall not die windily;
Twisting on racks when sinews give way,
Strapped to a wheel, yet they shall not break;
Faith in their hands shall snap in two,
And the unicorn evils run them through;
Split all ends up they shan’t crack;
And death shall have no dominion.
And death shall have no dominion.
No more may gulls cry at their ears
Or waves break loud on the seashores;
Where blew a flower may a flower no more
Lift its head to the blows of the rain;
Though they be mad and dead as nails,
Heads of the characters hammer through daisies;
Break in the sun till the sun breaks down,
And death shall have no dominion.

A prima divulgazione corrispose vasto plauso di critica, a partire dall’incontenibile entusiasmo dell’editore, autore e personalità radiofonica Desmond Hawkins (1908-1999), che descrisse Dylan come «the kind of bomb that goes off no more than once in three years», il tipo di bomba che esplode non più di una volta in tre anni, ed effettivamente Dylan deflagrò il suo lirico ordigno a colpi di più raccolte nel giro di pochi anni, susseguendosi difatti 25-poems nel 1936, The world I breathe e The male of love entrambe nel 1939.

Il 1936, fu il medesimo anno nel quale convolò a nozze nel comune di Penzance, in Cornovaglia, con la ballerina Caitlin Macnamara (1913-1994), nel 1938 i coniugi traslocando nella contea di Carmarthenshire, a Laugharne, dove avrebbero allevato i loro tre figli, il primogenito Llewelyn Edouard (1939-2000), seguito dalla sorella Aeronwy (1943-2009) e dal fratello Colm Garan Hart (1949-2012), in una casa sul mare che per Thomas si fece culla di penna, in essa partorendo alcuni dei suoi componimenti più famosi, inoltre sperimentandosi nella stesura di racconti di stampo autobiografico, pubblicati nel 1940 al titolo di Portrait of the Artist as a Young Dog, di sei anni anticipando Death and entrances, volume che ne proclamò definitiva nomea, fra le pagine del quale molte poesie argomentavano degli effetti susseguenti alla seconda guerra mondiale.
 

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Dylan Thomas & Caitlin Macnamara

 
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Carmarthenshire

 
Nonostante la notevole e crescente popolarità, i mediocri introiti economici derivati dalle modeste vendite (qui cheri toglierei la virgola) non furono sufficienti ad un discreto mantenimento, motivo per il quale poeta contrasse cospicui prestiti in ambito d’amicizie ed in seguito, trovandosi impossibilitato ad estinguerli ed assillato dai creditori, si vide costretto a trasferirsi con la famiglia nel Gloucestershire, a Marshfield, presso la residenza del critico e revisore di testi John Lancelot Agard Bramhall (1908-1966), con lui lavorando alla satira The Death of the King’s Canary (1976), nel mentre crescendo in lui il timore d’essere reclutato nel mondiale scontro bellico in corso, nonostante i suoi polmoni malmessi lo costringessero spesso a rimanere allettato. A tal riguardo, dopo aver tentato invano di trovare occupazione in quei servizi considerati essenziali al paese, la cui lista venne stilata nel 1938 in territorio britannico come Programma di occupazioni riservate, che lo avrebbero automaticamente reso esente dal servizio militare, il massimo che Dylan Thomas riuscì ad ottenere fu una classificazione di terzo grado che non prevedeva un esonero, ma un inserimento nel gruppo di coloro che sarebbero stati chiamati per ultimi.

Parallelamente s’impiegò in trasmissioni radiofoniche per la British Broadcasting Corporation (BBC), l’antica emittente pubblica britannica fondata nel 1922, attraverso la quale la sua voce divenne piacevolmente familiare alla sterminata mole di pubblico raggiunta alla fine degli anni quaranta, periodo durante il quale, seppur enormemente scosso dai bombardamenti che rasero al suolo la sua Swansea, lavorò ad una commedia radiofonica e nascente speranza d’inserirsi a pieno ritmo nel settore cinematografico fu alla base del trasferimento dei coniugi Thomas, dopo aver affidato il figlio Llewelyn alle cure della nonna, a Londra, dove fra il 1942 e il 1945 Dylan si dedicò a una sequenza di documentari sull’amor di patria in tempi bellici e sulla pianificazione urbana, a lui richiesti dal Ministry of Information (MOI), dipartimento del governo del Regno Unito realizzato provvisoriamente durante i due conflitti mondiali, a fini di comunicazione usata per condizionare l’opinione pubblica.
 
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Assunto con regolare impiego dalla società di produzione Strand Film, Thomas si saggiò in attività di sceneggiatura e pezzi radiofonici, riprendendo inoltre la lettura poetica che tanto rese cara la sua cadenza a livello nazionale, nella decade successiva varcando i confini americani quando il poeta, dopo essere diventato padre per la terza volta, iniziò a viaggiare negli Stati Uniti, aprendo ulteriore varco al suo ardente poetare da effondere sul mondo, integrandone bellezza.

Una bella poesia è un contributo alla realtà. Il mondo non è più lo stesso quando gli si è aggiunta una bella poesia. Una bella poesia aiuta a cambiare la forma e il significato dell’universo, aiuta ad estendere la conoscenza di tutti del proprio io e del mondo che lo circonda.
Dylan Thomas

 

Dylan Thomas, maledetto romantico

Fu su invito del biografo, critico e poeta americano John Malcolm Brinnin (1916-1998) che Dylan Thomas si lasciò condurre per un trimestrale tour negli Usa, irrinunciabile occasione per diffondere la propria poesia, ch’egli ebbe a recitare in numerose apparizioni evidentemente sotto l’effetto di alcolici, abitudine maturata nel corso degli anni e condivisa con la moglie Caitlin, colei che ormai da tempo al corrente dell’infedeltà del marito, decise di seguirlo nel suo secondo tour statunitense, intrapreso nel 1952, il più corposo dei quattro effettuati, con 46 appuntamenti previsti, 6 in più rispetto al precedente, e durante il quale i consorti s’abbandonarono a continue e prolungate bevute di coppia, inoltre riacutizzandosi in Thomas le connaturate patologie polmonari, in aggiunta ad un’insorgente gotta, infiammatoria e dolorosa forma d’artrite martellante sulle articolazioni.
 

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John Malcolm Brinnin e Dylan Thomas, 1952

 
Comunque attivo nel suo perseguire sia la scrittura in versi che la sceneggiatura, nel primo triennio degli anni cinquanta Dylan, in costante difficoltà economica, adagiò la sua prima poesia su vinile nel 1952, nello stesso anno dando vita alla registrazione di quello che sarebbe stato il suo brano in prosa maggiormente conosciuto al pubblico americano, A Child’s Christmas in Wales, il cui contenuto decanta una rievocazione natalizia vissuta tramite gli occhi di un ragazzino, evocando emozioni nel sagace utilizzo di una struttura narrativa teneramente e fluentemente romanzata in aggancio autobiografico sullo sfondo di molteplici descrizioni di ricordi infantili, reinterpretati in età adulta. Alle varie edizioni si susseguirono xilografi ed illustratori differenti, ma l’originale stampa del 1959 venne impreziosita da cinquecento incisioni su legno dell’insegnante ed artista Fritz Eichenberg (1901-1990), la cui produzione pose principale accento sulla religione, le giustizia sociale e la non-violenza.

Gli ultimi due tour del poeta, stavolta in partenza senza la sua sposa, avvennero nella primavera e nell’autunno del 1953, rispettivamente ad aprile e ottobre, intersecando il suo ultimo suo anno di vita.

Al penultimo giro, un Thomas indaffarato nel concludere una sceneggiatura intraprese piacevole conoscenza con il compositore e direttore d’orchestra russo Igor’ Fëdorovič Stravinskij (1882-1971), recente estimatore del poeta con il quale avviò fidente e stimante cooperazione, incaricandolo di un libretto per un’opera lirica, traguardo purtroppo mai raggiunto a causa dell’imminente e prematura scomparsa che di lì a pochi mesi avrebbe stoppato la corsa dello scrittore, lasciando al musicista l’unica alternativa possibile, vale a dire il comporne in suo ricordo In Memoriam Dylan Thomas, messa in scena a Los Angeles l’anno seguente.
 

Igor’ Fëdorovič Stravinskij • In memoriam Dylan Thomas, 1954

 
Rientrati in Galles, Dylan si dedicò alla stesura di Under Milk Wood, dramma radiofonico di cui ricevette incarico dalla BBC, con successivo adattamento a rappresentazione di palcoscenico, protagonista del cui contenuto è lo stimolo all’ascolto dei propri sogni e sentimenti, rivolto agli abitanti di un irreale e minuscolo villaggio gallese popolato da pescatori, in un secondo momento risvegliatisi nella convinzione di dover affrontare la quotidianità in maniera più emotiva.
 
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Conclusiva tappa negli States ne accolse arrivo nella metropoli newyorkese, nella quale erano previste numerose conferenze e registrazioni che Thomas riuscì ad affrontare nonostante l’aggravarsi del suo stato di salute, peraltro aggravato dal consueto consumo di alcol.

Organizzazione del programma spettava a Brinnin, ai tempi direttore al Poetry Center, il Centro di poesia dell’Associazione ebraica dei giovani e delle giovani donne, oggigiorno centro culturale di New York al nome di 92nd Street Y, in cui Dylan Thomas si presentò per provare Under Milk Wood in condizioni preoccupanti, specialmente agli occhi dell’Assistente di Direzione, Liz Reitell, con la quale Thomas aveva iniziato una relazione nel corso del precedente tour.

Sopportata l’esibizione serale di un paio di giorni dopo grazie a somministrazione di farmaci, Dylan trascinò i suoi impegni lavorativi fino al 2 novembre, data in cui la sua condizione respiratoria peggiorò, anche a causa dell’inquinamento atmosferico oltre soglia che in quel mese aveva provocato numerosi decessi nella città.

Navigando tra somministrazioni farmacologiche ed assunzioni spropositate di alcolici, i suoi ultimi giorni trascorsero appannati e soffocati da una malinconia opprimente, conclusasi con uno stato di coma nella notte fra il 5 ed il 6 novembre, poi evolutasi in precoce dipartita, il 9 dello stesso mese, nell’ospedale di Greenwich Village, le sue spoglie sepolte nel cimitero di St Martin’s, a Laugharne.
 
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Nonostante i maldicenti luoghi comuni vogliano i “poeti maledetti” — così com’erano definiti quegli autori ispirati, avversi alla società e sregolati nello stile di vita — vittime dei loro stessi eccessi, l’autopsia del tormentato Thomas rivelò un fegato ingrossato, ma privo d’importanti segni di cirrosi, imputando la sua morte ad un’importante polmonite e ad un conseguente edema cerebrale.

Il destino ebbe il potere di silenziare la sua voce biologica, rimanendo intatta quella da lui posata nelle registrazioni effettuate, oltre che aleggiando in maniera trasversale l’eco delle sue rime, emblematici versi in cui preziosamente è custodito l’animo d’un uomo che sferzò nel suo cielo vitale con la velocità di una cometa, tuttavia lasciando frammenti di sé sul mondo.
 
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Nel breve quarantennio in cui fu ospite sul pianeta, Dylan Thomas marchiò a fuoco nella sua interiorità la sopraffazione del cronicizzarsi di un malanno, due conflitti bellici ed una personalità vulcanica difficile da contenere, donandone spiraglio attraverso un cupo, genuino e denso inchiostro che firmò l’innovazione nel panorama poetico britannico e gallese, toccando argomenti ben lontani dal classico intellettualismo, bensì virando su note scomode a dirsi, come la morte, oppure danzando i propri vocaboli al creato ed all’animo umano, contemporaneamente rivoluzionando la sintassi comune dei testi.

Adorato oppure odiato, colui che da taluni venne considerato il pioniere del Nuovo Romanticismo, seppe inconsciamente farsi personalità indelebile a cavallo delle sue locuzioni, a cui redini non erano concesse, galoppando per tutto il corso della sua esistenza in assiduo ascolto alle proprie eccentricità, filtrate dal genio poetico a lui innato.

Dylan visse secondo una personale e radicata concezione — sottilmente affine a quella di Thomas Prince, agganciato nel suo precedente esistere sulle pagine del The New England Weekly Journal — della natura come unico palcoscenico possibile sul quale tentar di recitare la vita, imprescindibilmente attenendosi alle leggi della stessa e considerandosi provvisori errabondi in marcia sul suo ciclico e perenne rinascere, essendo la stessa l’unico mezzo a disposizione dell’umanità per percepirsi viventi in una transitorietà connessa a passato e futuro, come anelli di congiunzione su terreno comune.

Medesimo approccio egli riservò alla sua poetica, nell’incessante svenarsi d’inchiostro in leale rapporto al suo tumultuoso inconscio, trasponendolo tale e quale, incurante dei canoni linguistici dell’epoca, certamente subendo l’influenza delle tradizioni letterarie gallesi del XVII secolo, che le grammar school tanto si sforzarono di mantenere tizzone ardente sotto l’offuscante cenere del progresso che si fece polvere negli occhi della classicità linguistica, ovviamente soggiogata alle nuove richieste formative dettate dalle nuove leggi di mercato.

A non soggiogarsi a nessuno fu invece Dylan Thomas, fenomenale equilibrista fra la propria sofferenza e la maniera da lui ritenuta migliore per sgolarla, ossia letteralmente spaccando ogni schema con la naturalezza d’un bambino che trituri caramelle, quel fanciullo portandolo sempre con sé e spesso trascrivendolo in ricordi più volte riportati a scritto, uno su tutti la campagna nella quale, a casa della zia materna, trascorse le estati più belle, nella saga familiare che fu ovattante infanzia tutta da vivere e narrare, seppur fra le crepe delle sue afflizioni più recondite.

Colmato d’amore materno e spronato in continuazione dall’affetto del padre sul filo delle attitudini saggiamente e generosamente riconosciute nel figlio, è a lui che Thomas dedicò commovente poesia in sussurrato supplicargli, Do not go gentle into that good night:

Do not go gentle into that good night
Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.
Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lighting they
Do not go gentle into that good night.
Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.
Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it in its way,
Do not go gentle into that good night.
Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.
And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless, me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

L’adorato genitore morì, a nemmeno un anno di stanza da Thomas, per un cancro alla gola, lasciandolo in un vortice di problemi che il vuoto dell’assenza rese ancor più insopportabili e levandogli, nel tempo d’un sospiro, il suo baricentro poetico, riferimento primo d’ogni libertà acquisita e persona speciale da compiacere in ogni scritto, caro a tal punto da impattare in maniera decisa sulla suo stile poetico a partir dal 1933, anno in cui, a visita effettuata per un ulcera sublinguale, nefasta diagnosi tumorale s’abbatté sul destino del padre che, nonostante iniziali miglioramenti, dovette interrompere la sua amata professione d’insegnante.

Ulteriore lama lacerante il cuore di Thomas, fu il non potergli leggere direttamente i versetti a lui dedicati, in quanto peggioramento delle sue condizioni lo portarono ad un progressivo stato di cecità, ma, al di là di questo, ne seppe onorare l’amore per la letteratura e la poesia lasciandola germinare nel suo animo bambino per poi farla schizzare strizzandola nelle sue viscere di uomo selvaggio e romantico, rabbioso e sensibile, depresso e motivato, oscuro e fantasioso, inerte e vitale, caleidoscopico scrigno capace di donare tramite penna emozionanti e mirabili estratti di vissuti, lemmi perforanti e contemporaneamente ermetici, resi impermeabili ad interpretazioni che abbiano la pretesa di svelarli nella loro interezza concettuale, in quanto portati in gioco fra assonanze, ritmi, similitudini ed acute accortezze morfologiche scaturenti da un automatismo poetico inimitabile ed irreperibile, come si confà a coloro che poeti nascono, senza doverlo divenire, ma semplicemente dando voce ad un subbuglio interiore non altrimenti palesabile.

Mi piacciono le cose difficili a scriversi e difficili a capirsi; mi piace ‘controbilanciare i contrari’ con immagini segrete; mi piace contraddire le mie immagini dicendo due cose alla volta con una sola parola, quattro con due e una con sei. Ma quel che mi piace non è una teoria, anche se do stabilità con il dogma alle mie preferenze personali.

La poesia, pesante nella tara anche se agile, dovrebbe essere orgiastica e organica come una copulazione, dividendo e unificando, personale ma non privata, propagando l’individuo nella massa e la massa nell’individuo. Secondo me dovrebbe agire dalle parole, dalla sostanza delle parole e dal ritmo delle parole sostanziali messe insieme, e non verso le parole.

La poesia un mezzo, non una stigmate sulla carta.

Gli uomini dovrebbero essere forniti di due arnesi e la gamba di mezzo di un poeta è la sua matita. Se la sua fallica matita si trasforma in un trapano elettrico, spezzando il catrame e il cemento del linguaggio sono assottigliato dalle gomme del triciclo dei poeti della natura e dalle pesanti sei ruote de Sir accademici, tanto meglio; ed è il lavoro che conta, il genio essendo così spesso una capacità di dolorose sofferenze.
Dylan Thomas

 
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Il manoscritto ritrovato

Una volta quindicenne, il poeta in erba ch’era in Dylan fuoriuscì attraverso le sue mani per posarsi su uno dei taccuini dove il ragazzo iniziò ad annotare le sue poesie, scrivendole a mano.

Del quinto libretto di appunti, comprendente il periodo dal 1934 al 1935, non si ebbe più traccia, in quanto ad essere conservati alla biblioteca dell’Università di Buffalo, a New York, erano solamente i primi quattro, comprendenti il periodo temporale fra il 1930 e il 1934, alla stessa venduti da Thomas, nel 1941, nell’intento di racimolare denaro destinato al mantenimento della propria famiglia.

Il quartetto di quaderni scolastici conobbe pubblicazione, nel 1967, intitolata Poet in the making: The Notebooks of Dylan Thomas, mentre al ritrovamento del quinto, appunti rinvenuti insieme allo stesso hanno permesso di stabilirne appartenenza a Thomas fino all’anno 1938, quando causa trasferimento insieme alla moglie Caitlin, il cartaceo libretto venne lasciato alla donna di servizio, abbandonato in mezzo alla carta da bruciare, ma la stessa decise di conservarlo ed altrettanto fecero i suoi discendenti, conservandolo fino al 2014, anno in cui il remoto manoscritto venne alla ribalta passando in proprietà della casa d’aste londinese Sotheby’s, poi acquisito dalla Swansea University ed infine delicatamente affidato alle entusiaste mani di due studenti, per valutarne l’evoluzione stilistica dell’autore.

La realizzazione del progetto prevedeva tre step ben precisi: una prima trascrizione dei testi, la relativa interpretazione delle originarie correzioni ed infine un confronto con le opere già pubblicate per evidenziare un’eventuale crescita linguistica, resa complicata dal fatto che nella quinta raccolta, a differenza delle altre quattro, le rettifiche erano nettamente maggiori, stimolo ad analizzarne nel concreto il significato a riprova d’un continuo riesame del poeta, a dimostrazione di un suo nascente e creativo sviluppo personale e formale.

Dopo certosina applicazione, con estrema attenzione all’importanza della punteggiatura, i due laureandi sono giunti ad una traduzione completa, nella quale rimanevano insoluti solamente cinque termini, riportando alla luce la bellezza di strofe inedite e peculiari, testimoni dell’immane capacità innata a Dylan di progredire all’interno della sua stessa arte, mutando con essa e manifestando in rima il coraggio del cambiamento mai temendolo, viceversa rinascendo cavalcandolo in continuo miglioramento, facendo del quinto fascicolo il perno centrale della sua metrica, in tenace ascesa verso toni più arditi e provocatori.
 
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Questo pane che spezzo

Questo pane che spezzo
Questo pane che spezzo un tempo fu frumento,
Questo vino su un albero straniero
Nel suo frutto fu immerso;
L’uomo di giorno o il vento nella notte
Gettò a terra le messi, la gioia dell’uva infranse.

Un tempo, in questo vino, il sangue dell’estate
Pulsò nella carne che vestì la vite;
Un tempo, in questo pane
Il frumento fu allegro in mezzo al vento;
L’uomo spezzò allora il sole, abbatté allora il vento.

Questa carne che spezzate, il sangue a cui lasciate
devastare per le vene, furono
Frumento ed uva, nati
Da radice e da linfa sensuali; voi
Bevete del mio vino, spezzate del mio pane.

 


 

Lasciatemi fuggire

Lasciatemi fuggire, essere libero
(Vento per il mio albero, acqua per il mio fiore),
Vivere per me stesso
E soffocare dentro di me gli dei
O schiacciare sotto il piede le loro teste di vipera.
Nessuno spazio, voi dite, nessuno spazio;
Ma non mi ci terrete,
Anche se è forte la vostra gabbia.
La mia forza minerà la vostra,
Perforerò la vostra nuvola oscura
Per vedermelo il sole,
Pallido e marcio, una brutta escrescenza.

 


 

Cabaret

Io, povero romantico, sollevai il suo calcagno
Sull’isola del mio palmo,
E vidi in quell’istante i suoi polpacci lucenti
Salire verso il minuscolo viso.
C’era un proposito nel suo piede puntato;
La biancheria e le cosce profumavano
E obbligavano la spirale del mio fiato
A circumambulare per pudore
Il loro aureo e il loro altro colore.
Sul palco l’orchestra suonava.
Si alzò una mano femminile,
Ma lei non gridò « lo vedo,
Lo vedo che è pazzo d’amore».

Il suo ventaglio esplose in un milione di luci
Mentre il calcagno si levò,
Saltando dal mio palmo che rimase marcato
Da una specie di cuore.

Ora torna a danzare sulle punte
Facendo sfavillare un corpo con dodici gambe
E molte braccia da sollevare
Sul suo calcagno e su di me.
Io, povero romantico, contemplo
L’insetto su quest’albero dipinto.
Qual è l’ala di metallo
E qual è quella vera?

 


 

Conosco l’ora di quest’attimo rabbioso

Conosco l’ora di quest’attimo rabbioso,
È un moto aspro nel sangue
Che, come un albero, ha radici
E gemme in te.
Ogni momento argenteo
scampana in gradini di suono,
E io, preso a mezz’aria forse,
Odo e sono tuttora l’uccellino.

Tu hai peccato, cuore periodico;
Ti affogherò irragionevolmente,
Ti lascerò in me perché ti trovino
Più cupo che mai,
Troppo colmo di sangue
perché vi scorra il mio amore.

Fermarsi è illusorio,
E io voglio la realtà
sul palmo della mano,
Non come un simbolo, pietra
parlante o no,
Ma lei, la realtà, la cui voce
Io so che è il cerchio
non la scala del suono.

Andarmene è il mio desiderio;
E dunque andrò,
Ma nella luce dell’andare
Gli attimi sono miei,
Ad altro potrei dedicarli.
La sosta non ha attimi,
ma io o vado o muoio.

 


 

Fa’ entrare il sole

Fa’ entrare il sole nel tuo alto nido
Dove l’aquila è un uccello forte
E la luce arriva guardinga
Per sorprendere e poi colpire;
Lascia che il gelo indurisca
E che la pioggia scintillante
Cada sulle tue ali
Ammaccando le penne stremate.

Costruisco una fortezza con un mucchio di fiori;
La Saggezza è conservata col chiodo di garofano
E la capsula del lucente papavero.
Seppellisco, viaggio in cerca d’orgoglio
Nell’età di Lady Incenso
Che innalza il suo profumo sui fabbricati cittadini.

Dov’è amore più grande
Per il muscoloso e il vittorioso
Che nel gabbiano e nell’aquila feroce
Che non si domano?
Guardati dalla forza!
È un’arma che può,
Scagliata dalla mano ben fatta,
Rimbalzare dall’aria che colpisce.

 


 

E morte non avrà dominio

E morte non avrà dominio.
E i morti nudi saranno uno
Con l’uomo nel vento e la luna occidentale;
Quando le loro ossa saranno scarnificate e dissolte,
Avranno stelle ai gomiti e ai piedi;
Per quanto impazziti saranno savi,
Per quanto affondino nel mare torneranno a risorgere;
Per quanto gli amanti si perdano amore resterà;
E morte non avrà dominio.

E morte non avrà dominio.
Sotto i gorghi del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Torcendosi ai tormenti al cedere dei tendini,
Legati a una ruota, pur non si romperanno;
Si spaccherà la fede in quelle mani,
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Strappati da ogni lato non si spaccheranno
E morte non avrà dominio.

E morte non avrà dominio.
Mai più possano i gabbiani gridargli agli orecchi
Né onde frangersi furiose sulle rive;
Dove fiore sbocciò possa fiore mai più
Sollevare il capo agli scrosci della pioggia;
Per quanto impazzite e morte come chiodi,
Le teste di quei tali martellano fra le margherite;
Irromperanno nel sole fin che il sole cadrà,
E morte non avrà dominio.

 


 

A un esile vento

Crisolito il tuo passo,
E su gemmato stagno
Pallido strale di lunaria su una stillata cadenza,
Simile a pioggia frammentaria
Scossa sericamente da rami con squame di stella.
Ogni nota del tuo canto oscuro
È un petalo dal fiato delicato
Ed è azzurra;
Ed è più bella dello scorrere
delle foglie che cadono.

 


 

Quando il tuo moto frenetico

Quando il tuo moto frenetico
sarà stabilizzato,
E il tuo clamore spento,
E quando la lucida ruota
della tua voce roteante sarà ferma,
Il tuo passo resterà in procinto di cadere.
Così vibrerà la tua voce
E la sua punta inciderà la superficie,
Così l’oscuro panno dei capelli
Ricadrà inquieto alle tue spalle.

Questo fiore ponderoso
Che pende da una parte,
Pesava stranamente su di te
Fino a che non potevi più sopportarlo
E ti curvavi,
Mentre il suo guscio viola si apriva e divideva.
Quando te ne sarai andata
L’odore del grande fiore resterà,
Rischiarando il suo dolce sentiero più di prima.

Premi, premi, e stringi saldamente;
Non lascerai la presa;
Incatena la voce impetuosa
E afferra il canto inesorabile,
Oppure scaglialo, sasso dopo sasso,
Nel cielo.

 


 

Non andartene docile in quella buona notte

Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
Perchè dalle loro parole non diramarono fulmini
Non se ne vanno docili in quella buona notte,

I probi, con l’ultima onda, gridando quanto splendide
Le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
Troppo tardi imparando d’averne afflitto il cammino,
Non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
Che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
Benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

 


 

La colonna si spezza

La colonna si spezza e l’albero è spaccato
Ora che il trombettiere del tempio
Ha smesso di suonare (angelo, sei superbo),
E valorosamente (acqua, sei forte:
Sbatti indietro i miei piedi),
La barca non può avanzare.

Il corvo è caduto e immobile è la gazza.

Sciocco mettere in gabbia e poi liberare,
Tu sciolto, delizioso volere
Che mi insegna ad attendere,
Il cui minuto ravviva più della saggia ora.

Il tempio non avrebbe dovuto mai riempirsi
Di corvi scalpiccianti sul tetto:
Un giorno dovevano volare,
E, lì, che ali avevano,
Povere tele sfilacciate per battere il cielo!

Fu la gazza, in seguito,
L’uccello sull’albero (ci rifletté)
Che volò via perché la barca restava
Immobile in un mare che dava spallate,
Volò per poco, vanamente, per cadere alla fine
Incontro all’onda che s’alzava.

La pietà non basta:
Il tempio è in pezzi; morto, il povero corvo.
Ricostruite dalle ceneri!
Anche la barca è sfasciata,
e immobile è la gazza:
Ricostruite, ricostruite ancora!

 


 

Sognai la mia genesi

Nel sudore del sonno sognai la mia genesi, erompendo
Per la rotante conchiglia, forte
Come nel trapano muscolo di motore,
Nella visione e nel nervo di ferro.

Dalle membra che avevano la misura del verme, respinte
Dalla carne increspata, limate
Da tutti i ferri che sono nell’erba, metallo
Di soli nella notte che liquefa gli uomini.

Erede a vene ardenti che contengono la goccia dell’amore, preziosa
Una creatura nelle mie ossa,
Girai il mio globo d’eredità, viaggio
Attraverso l’uomo, in prima marcia, che ha la notte a guida.

Sognai la mia genesi e nuovamente morii, shrapnel
Piantato nel cuore in marcia, strappo
Nella ferita ricucita e nel vento che si aggruma, morte
Con museruola sulla bocca che il gas inghiottì.

Nella seconda mia morte nitidamente segnai le colline, raccolto
Di cicuta e di stoppie, ruggine
Il sangue mio sui morti raddolciti, a forza
Dall’erba liberandomi per la seconda volta.

E alla mia nascita fu contagioso il potere, seconda
Resurrezione dello scheletro e
Secondo vestimento del nudo fantasma. Virilità
Sprizzò da dal ravvivato dolore.

In sudore di morte sognai la mia genesi, caduto
Due volte nel mare che si nutre divenuto
Del mare di Adamo stantio finché, visione
Di nuova forza umana, cerco il sole

 


 

Elegia

Troppo orgoglioso per morire, morì debole e cieco
Nel più oscuro dei modi, e non indietreggiò,
Un uomo freddo e gentile, coraggioso nel suo intimo orgoglio.

Nel più oscuro dei giorni. Oh, possa egli per sempre
Riposare sereno, finalmente, sull’ultima collina
di croci, sotto l’erba, in amore, e qui tra il lungo

Giovane fra grandi greggi, e mai giacere smarrito
O attendi gli innumerevoli giorni della sua morte, benché
Sopra ogni cosa desiderasse il seno materno

Che era polvere e sonno, e nella terra docile
La nera giustizia della morte, cieca e sconsacrata.
Che non trovi mai riposo, ma sia concepito e trovato,

Pregai nella stanza accogliente, presso il suo cieco letto,
Nella casa muta, qualche attimo prima
Di mezzogiorno, e di notte, e alla luce, i fiumi dei morti

Gli stretto la povera mano venosa, mentre osservavo
Attraverso i suoi occhi non vendenti le radici del mare.
(Un vecchio tormentato, per tre-quarti cieco,

Non sono così orgoglioso per piangere, e lui
Non abbandonerà mai la mia mente.
Ogni suo osso piange, e povero, ma non di dolore

Essendo innocente, temeva di morire
Odiando il suo Dio, ed era semplice:
Un vecchio gentile e impavido, d’ardente orgoglio.

I bastoni in casa gli appartenevano; i libri
Non aveva mai pianto da bambino;
né piangeva adesso, salvo per l’intima ferita.

Dai suoi occhi vidi l’ultima luce spirare.
Qui, alla luce dominante del cielo
Un vecchio è con me, dove sto andando

Camminando sulle praterie degli occhi di suo figlio
Su cui i mali del mondo erano scesi come neve.
Piangeva come moriva, temendo del resto

L’ultimo suono di campana, il mondo si spegneva senza respiro;
Troppo orgoglioso per piangere, troppo fragile per trattenere le lacrime,
E colto fra due notti, cecità e morte.

Oh ferita profonda, più di tutto ciò che dovrebbe morire
In quel giorno così buio, oh, potrebbe nascondersi
Sgorgano lacrime dai suoi occhi, troppo orgoglioso per piangere.

Finché non morirò, non lascerà il mio fianco).

 


 

Nessun pensiero può turbare le mie pose malsane

Nessun pensiero può turbare le mie pose malsane
Né smuovere l’austero guscio del mio spirito.
Non mi ferisci, la tua mano non può
Indurmi a ricordare e a esser triste.

Io ti prendo con me, dolce pena
E ti rendo più aspra col mio gelo,
La mia rete che prende a rompere
Le fibre, o il filo dei sensi.

Nessun amore può forare
La spessa corazza di cuoio,
La dura crosta irrovesciabile
Che nasconde il fiore al profumo
E non mostra il frutto al sapore;
Nessuna onda può pettinare il mare
E incanalarsi in saldo sentiero.

Ecco l’idea che viene
Come un uccello nella sua leggerezza
Sulle vele delle esili ali
Bianche per l’acqua sollevata.
Vieni, stai per perdere la tua freschezza.
Vuoi scivolare da te nella rete,
O devo io trascinarti
Nella mia esotica compostezza?

 


 

Saremo coscienti della nostra santità

Saremo coscienti della nostra santità
Che matura mentre sviluppiamo
Le nostre verghe e i centri essenziali,
I nostri rami e le foglie benedette
Sul margine oltre la vostra portata;
Commenteremo la grossezza
Delle nostre radici,
Radici stupende
Perché nascoste sotto la corteccia
Del nostro charme.

Dateci il gusto del rimpianto.
Le nostre lacrime sembrano più assennate
Che le nostre risate all’aria
O al giallo fanello che non le merita.

Saremo coscienti della nostra
Divinità, quando sarà l’ora:
Senza vergogna ma senza esultare,
Rendendo saldi i nostri affetti;
Vi legheremo
A un solo senso di finalità
Come una caverna con un unico filo.

Sotto quest’ombra
Accorre il martinpescatore
E l’uccello d’acqua dolce
Dal becco roseo,
Ma noi non gli badiamo,
Aspettando, aspettando,
Aspettando l’uccello che dirà
«Sono venuto a sollevarvi,
A segare le vostre radici
Per farvi librare».

Allora ci alzeremo
Su larghe ali
Ed entreremo nell’aria
Scavando verso l’alto nell’azzurro del cielo.
Quest’ombra
Ha la libellula e il pescespada
Fendenti ciascuno i propri càrici,
E la lontra
Che striscia felina sott’acqua
Dando la mano alla sirena.
Saremo coscienti
Della nuova regione che si schiude
Nella nuvola cieca sopra le nostre teste:
Saremo coscienti d’una gran divinità
E di un’immensa sanità.

 


 

Sono venuto a prender la tua voce

Sono venuto a prender la tua voce,
Le tue note costruite che escono dalla gola
Con aridi, meccanici gesti,
A catturare il raggio,
Anche se è così dritto e inflessibile;
Quando aprirò la bocca
La luce vi entrerà senza ondeggiare.
Sono venuto a prendere la notte,
Che guada su ali feroci nella nera caverna.

Oh, bocca d’aquila,
Sono venuto a spennarti,
A strapparti l’esotico piumaggio,
Benché sia forte la tua collera:
A portarti da me,
Dove il gelo non può mai scendere
Ne i petali di alcun fiore cadere.

 


 

La pioggia incide il luogo dove camminiamo

La pioggia incide il luogo dove camminiamo,
Una fontana scintillante per noi
Senza statua nel mezzo, ma me
A bilanciare sulle palme
L’acqua che cade da una strada di nuvole.

Salpiamo una barca sul vialetto,
Remiamo con foglie
Lungo un’estatica linea di luce,
Osservando, non tanto consapevoli
Da caricare troppo i nostri sensi,
Le onde srotolate
Costellate di ghiaia,
I vivi vascelli del giardino
Andare placidamente alla deriva;
E, mentre guardiamo, il piede dell’arcobaleno
Pesta il suolo,
Leggendario cavallo con zoccoli
e penne Impaziente di andarsene.

Vola attraverso il cielo
E quando è fuori di vista
La scia della sua coda svolazzante
Si dirama in un milione di tinte,
Sfarzosa parabola
Al disopra di una barca di foglie e di erbe.

Proviamo a manovrare;
La corrente è vigorosa,
Troppo densa per agitarla con foglie,
Intreccio di steli e di gusci spezzati.

È un canale di piante di ferro:
Toccando un fiore con i nostri remi
Lo colpiamo senza che si muova.
La nostra barca è librata
Su onde che sollevano ancora
La loro altezza melodiosa,
Nel timido abbraccio dell’arcobaleno.

Rabbrividiamo senza dolercene,
E sulle labbra assaporiamo,
quest’attimo,
Il bacio verde smeraldo
E il fiato a fiato di indaco.

 


 

Tempo bastevole a marcire

Tempo bastevole a marcire
Scaglia alta
La tua palla di sangue dorata;
Respira contro aria,
Facendo vacillare la fiamma della luce,
Senza ritrarre il tuo bacio succhiante.

La fine polvere della tua bocca
Troverà tale amore controvoglia
E s’aprirà un varco nel buio.
C’è odore acre nelle strade:
Una strega di carta sulla scopa zolfata
Vola dalla grondaia.

Chi è immobile corre veloce,
Chi è mobile fruttifica;
La mela del passante è nera come il peccato;
Le acque della sua mente si ritraggono.
Dunque galleggi la tua testa,
Perché hai un mare in cui giacere.

 


 

Non nella sofferenza, ma nell’oblio

Non nella sofferenza, ma nell’oblio,
Non verticalmente in un empito di gioia
Urlando primavera
Per tutto il vecchio inverno,
Che egli giacerà, e il nostro fiato
Farà gelare la rotondità delle sue guance
E avrà dimora nella sua bocca spalancata.

Poiché dobbiamo bisbigliare giù per l’imbuto
L’amore che avevamo e gloriarci del suo sangue
Che scorreva nei condotti
Finché fu secco il getto
Che sgorgava dal suolo
Ogni stagione con lo stesso meticoloso vigore;
Ma le vene devono svuotarsi.

Egli non si avvede della tomba
Anche se gridiamo giù per l’imbuto,
Spezzando un pensiero in quegli orrendi momenti
Che soffocano, così spesso, questa febbre.

Egli è morto, sepolto, non ha chi lo ami,
Ma il nostro parlare non prospera
Nel petto, o nei vuoti condotti.
Il male, quando lo respireremo,
Di dissoluzione e della vuota caduta,
Non danneggerà la tenda intorno a lui,
Intatta e che non può esser squarciata
Da noi nel peccato o da noi nella gioia.

E chi dirà al seduttore
Che l’oblio è così privo di amanti.

 


 

Un piccolo problema

Piede, testa, o tracce
Sul suolo sabbioso sono la loro livella;
La loro livella è l’estensione
Del piede sulla testa che passeremo il tempo
A tracciare
Per uno scopo (capo a piede è capo e piede,
Niente affatto: è tutt’uno),
Che ci sarà – è fragile – diaframma
Per il senso (non fa male, non si sente).
Piede testa compressi
È facile tracciare ciò che l’uno dà all’altro
Con dito o capello per il bene comune
(Bene perché può correre
E sapere perché corre),
Benché, dopo che è fatto, io
Capisca il motivo di sdoppiare non raddoppia:
Eccetto che in poesia, la quale, se mi chiede
Spirito, può
Correre e sapere perché
E sapere perché sa, niente affatto,
Può sempre di più,
Benché nessun domandare lo procuri
Per un pigro scopo che non creerà
Ma potrà solo scandagliare quelle profondità
Che tu, Originale, ricavi.

 


 

Benché nel mio modo confuso

Benché nel mio modo confuso
Di ricusare questo male informe,
Sia morte al magico quando tutto è compiuto,
Gli anni vengono a te – tu sei lucente e inutile,
Presto per la mia sollecitudine, amor mio,
Ma presto per morire
In tempo, come tutto, attraverso la mia irragione,
Nella falsità d’un istante gioioso –
Non c’è bisogno di sperar di sperare,
Tu mi condurrai il luogo
Dove tutto è bene,
Nobile in mezzo a una folla di luci.
Allora i tuoi sensi, per la gioia,
Trasaliranno sui miei;
Tu sei la perversa su cui giacere,
Lontano dal cuore per me,
Pallido, brutto e malandato,
Sicché tutta l’azione è da ridere,
Lo sciocco legame frantumato
In una pioggia di pezzi ricadenti
Su testa e piedi che corrono,
Perché se potessi, fuggirei,
Perché se potessi, fuggirei,
Prima che l’ultima luce si spenga
Di nuovo nel vuoto di questa confusione e di quella follia.

 


 

La forza che attraverso il verde càlamo sospinge il fiore

La forza che attraverso il verde càlamo sospinge il fiore
È quella che sospinge la mia verde età;
Quella che spacca le radici agli alberi
È la mia distruttrice.

E io non ho parole per dire alla rosa incurvata
Che la mia giovinezza è piegata
da identica febbre invernale.
La forza che spinge le acque attraverso le rocce
Spinge il mio rosso sangue;
Quella che le correnti prosciuga alla foce
Le mie trasforma in cera.

E io non ho parole per gridare alle mie vene
Che alla sorgente montana la stessa bocca sugge.
La mano che mùlina l’acqua sul fondo dello stagno
Agita sabbie mobili;
Quella che allaccia il soffiare del vento.

Tende la vela del mio sudario.
E io non ho parole per dire all’impiccato
Che la mia creta è fatta con la calce del carnefice.

Al getto della fonte le labbra del tempo sorseggiano;
L’amore stilla a gocce e si condensa,
ma il sangue versato
Addolcirà le piaghe di colei che amo.
E io non ho parole
per dire a tutto l’impeto del vento
Come attorno alle stelle
il tempo ha scandito un suo cielo.

E sono muto per dire alla tomba di colei che amo
Come lo stesso verme tortuoso si avvia al mio sudario.
Come attorno alle stelle
il tempo ha scandito un suo cielo.
E sono muto per dire alla tomba di colei che amo
Come lo stesso verme tortuoso si avvia al mio sudario.

 


 

Quando avrai macinato quella bellezza in polvere

Quando avrai macinato quella bellezza in polvere
Che fugge davanti al respiro
E, al tatto, trema di febbre d’amante,
O l’avrai sezionata per guardarla più a fondo,
Ingrandita e resa smisurata
A detrimento d’una parte,
Rovescia, e accorgiti a un’occhiata,
Che saggezza è follia, l’amore no,
Il senso non può che mutilarlo, saggezza lo sfigura,
Follia lo purifica e fa vero.
Perché follia esisteva
Quando saggezza non albergava nell’anima
Ma nel corpo degli alberi e dei sassi,
Esisteva, quando il senso arrivò fino ad essi
Che crescevano sulle colline o brillavano sott’acqua.
Vieni savio nella stoltezza,
Va stolto e sii il buon fratello di Cristo,
Che chi lo amava era saggio e cosciente
Quando follia sorgeva, calda nel cuore insensato.

 


 

L’estate è vicina

L’estate è vicina, e il diavolo
Viene ancora a trovare i suoi parenti poveri,
Se non di persona manda il suo eterno maleficio
Da messaggeri, gli stormi di uccelli
Che attraversano il cielo
sillabando la sua gazzetta diavolo,
Le grida delle stagioni, piene dei suoi annunzi.

Tutto il campo è ora suo, gli dèi lontani
Non possono contare i semi che sparge,
La legge consente
Le sue sfrenate gozzoviglie, e le sue labbra
Sospese a sussurrare, quando vuole,
All’orecchio disposto, la guerra dei sensi,
O a dissipare le dicerie dei sensi.

Il diavolo arriva ospite benvenuto,
Arraffa il meglio – lo splendore del corpo –
Stupra, abbandona per perso (il seduttore!),
Conta sulla mano
Tutto ciò che ha mietuto in meraviglia.
Benvenuto, il diavolo arriva invitato,
Con diffidenza, ma quella passa presto.
Essi gridano per essere presi, e il diavolo spezza
Quanto non è già spezzato
E lo lascia tra le cicche e i bicchieri.

 


 

C’è molto nel mondo

C’è molto nel mondo che non muore
E molto che vive per perire,
Che sorge e poi cade, sboccia per appassire.
Il sole della stagione, che dovrebbe sapere il suo tramonto
Fino al secondo della buia venuta
La morte avvista e vede con terrore
Una costola di cancro sul cielo che fluisce.

Ma noi, rinchiusi nelle case del cervello,
Rimuginiamo su ogni pianta di serra
Che sputi intorno le sue foglie senza linfa,
E sorvegliamo la mano del tempo che in eterno
Scandisce il mondo,
Chiusi nel manicomio
imploriamo aria fresca da respirare.

C’è molto nel mondo che muore;
Il tempo non guarisce né risuscita;
Eppure, pazzi di sangue giovane o macchiati dagli anni,
Siamo ancora restii a rinunciare a ciò che resta,
Sentendo il vento sul capo che non rinfresca
E sulle labbra l’arida bocca della pioggia.

 


 

Mai raggiungere l’immemore buio

Mai raggiungere l’immemore buio
E non conoscere
I propri guai né quelli di nessuno –
I negativi imprimono negazione,
Vuoto di luce e trovano il buio illuminato –
Mai è un incubo,
Mai scorre dalla ferita del sonno
Macchiando il cervello sconnesso
Di conoscenza che non serve e non val nulla,
Ma è inutile discutere di morte;
Non serve sbattere il capo contro il muro
Per scoprire una dolce vacuità nel sangue e nel guscio,
Questa infezione scorre profonda.

C’è del veleno nel tuo vino rosso, bevitore,
Che si propaga sino alla feccia
Lasciando una traccia di colore corrotto,
Segatura sotto i bordi.
Da ogni parte il male è sicuro
Per i vivi e per i morti,
Schiuma, o movimento d’un momento,
Tutti ritengono la somma, nulla diventa nulla,
Anche le parole sono nulla
Laddove il sole è trasformato in sale,
Può esserci solo vanità, vecchio lamento,
Nulla mai, nulla più vecchio,
Anche se siamo consumati da amori e da dubbi.

Io amo e dubito, ed è vano, è vano,
Amare e dubitare come uno che debba morire
Pianificando ciò che è bene, benché non sia che inverno,
Quando la primavera sarà giunta,
La giunchiglia e il narciso selvatico.

 


 

Scritto per il proprio epitaffio

Nutrendo il verme
Chi accuso Perché deposto
Dal tempo
Qui sottoterra con la ragazza e il ladro.

Chi accuso?

Mia madre accuso
Il cui amoroso crimine
Modellò la mia forma Dentro il suo ventre,
Che mi diede la vita e poi la tomba,
Mia madre accuso.
È qui la mèta delle sue doglie;
Morte le membra e la mente,
Tutto l’amore e il sudore
Sono ora a marcire.
Io sono la risposta dell’uomo a ogni domanda,
La sua mira, la sua destinazione.

 


 

Da troppo tempo, scheletro

Da troppo tempo, scheletro,
la morte è risorta
Dalla terra e dal seme nel viale,
Gesso rinfrescato dalle foglie nella calda stagione;
Da troppo tempo, scheletro, la morte è tutta viva
Dalla collottola all’alluce, pezzo da sanatorio
Furbo come un aspide, liberato dalle pulci.

Ora contento, smettendo di posare
Da stuprato e mietuto, prendi l’emblema finale.
Il tuo posto è occupato, le ossa messe all’asta,
Il prisma dell’occhio succhiato e svuotato,
Uomo nuovo migliore dal sangue denso,
Invece che ossario come simbolo
Dell’istante e dell’ora morta.

 


 

Non essendo che uomini

Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi
Spauriti, pronunciando sillabe sommesse
Per timore di svegliare le cornacchie,
Per timore di entrare
Senza rumore in un mondo di ali e di stridi.

Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
Sorprendere nel sonno le cornacchie,
senza spezzare un rametto,
E, dopo l’agile ascesa,
Cacciare la testa al disopra dei rami
Per ammirare stupiti le immancabili stelle.

Dalla confusione, come al solito,
E dallo stupore che l’uomo conosce,
Dal caos verrebbe la beatitudine.
Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
Bambini che osservano con stupore le stelle,
È lo scopo e la conclusione.
Non essendo che uomini,
camminavamo tra gli alberi.

 


 

Con i mulini a vento che girano a rovescio

Con i mulini a vento che girano a rovescio,
E i segnali indicanti in alto e in basso,
Rovina e redenzione,
Non c’è dubbio che il vento in cui precipitano,
Non volano, le cornacchie, sia un vento d’inganni:
Gioca tiri ribaldi con valori e intenzioni,
Guida e soffia maligno, perché le allodole
Trovano arduo sfrecciare sulle nuvole;
Verso Londra è girato, e turbe assetate
Di uomini con camicie di flanella
E ragazze con cappelli infiorati
Intenti a visitare i luoghi famosi,
Viaggiano nei loro torpedoni su strade
Che conducono a sordide città
Sudicie di garage e d’insegne di tè a buon mercato.
La fede nel divino risolverebbe molte cose,
Perché allora il vento fallace sarebbe con certezza
Vento del diavolo, e l’alta trinità
Sarebbe incolpevole dei misfatti ventosi.

Ma le vie sono cambiate, e molte vie conducono
In luoghi diversi da quelli indicati
Da chi progettò gli ovvii percorsi
E ora, sbagliando direzione,
Su miglia di pietre miliari orizzontali,
Perplessi oltre la perplessità,
Torcono le loro povere budella.
Il vento è mutato, ha rovesciato
Il manto del buio e della luce,
Reso insignificante il significato.

Il vento dell’errore
S’agita, gonfio, vecchio di veleno,
da una bocca crostosa.
Il vento nuovo soffia, e c’è una scelta di segnali
Girati verso il Cielo, e pie turbe
Di neofiti che imboccano strade cambiate.

 


 

Uscendo da una guerra d’ingegni

Uscendo da una guerra d’ingegni,
quando la follia delle parole
Era per me quella del mondo, e le sillabe
Si abbattevano dure come staffili
su una vecchia ferita,
Il mio cervello entrò urlando dentro la fresca luce
Chiedendo un confessore, ma non c’era nessuno
Che mi assolvesse dopo quella battaglia,
E fui ammutolito dal sole.
Sia lode al cielo che il mio corpo è integro,
ho membra, non moncherini, dopo il momento della mischia,
Perché il corpo è fragile e la pelle è bianca.
Sia lode, che solo il senno è toccato
dopo la guerra d’ingegni.

Sopraffatto dal sole, sto col cervello straziato
Sotto il confessionale delle nuvole,
Ma i raggi ardenti mi privano della parola.
Dopo i pericoli dei discorsi degli amici
Levo le braccia imploranti al cielo lattiginoso,
Dopo la raffica di domande e risposte,
sollevo il capo toccato nel senno
per chiedere al sole compassione,
E il sole mi guarisce, chiudendomi gli occhi che bruciano.

È bello che il sole splenda,
E, dopo il suo tramonto, la savia luna,
Perché da una casa di tavole e di pietra
Dove ognuno discuterebbe finché le stelle diventino verdi,
È bello uscire sulla terra, soli,
E restare ammutoliti, anche se solo un momento.

 


 

I loro volti splendevano sotto il misto chiarore

I loro volti splendevano sotto il misto chiarore
Della luce lunare e del lampione
Che dava un senso ai loro vuoti baci,
E trasformava l’isola di quell’amore da due soldi
In un paese sontuoso, le tombe
Che li attorniavano
in pozzi di calore (e negli scheletri scorreva la linfa).
Per un istante
I loro volti splendettero;
la pioggia di mezzanotte
Pendeva aguzza nel vento,
Prima che la luna si spostasse e la linfa si esaurisse,
Lei, col suo vestito dozzinale, dicendo cose dozzinali,
Lui rispondendo,
Senza sapere che il chiarore era venuto e andato via.
I suicidi sfilano ancora, ora maturi per morire.

 


 

Dramma greco in un giardino

Una donna tra gli alberi lamenta i suoi morti,
Attrista i vivi sotto il verde tetto;
Il sole vivo geme per i cieli morenti,
E gemendo tramonta.
Pietà per Elettra che ama
Tutto il continente di fierezza d’Oreste
Polvere nel piccolo paese dell’urna,
Agamennone e il sangue regale
Che grida lungo le sue vene.
Né sole né luna
Farà lume alle tenebre corvine del suo volto,
Né vento egeo darà sollievo al suo cuore schiantato;
Non c’è grotta marina più fonda dei suoi occhi;
Il giorno incede negli alberi, lei nella notte cavernosa.
In mezzo agli alberi la lingua dei morti
Suona ricca di vita da una maschera dipinta;
La regina è trucidata; le mani d’Oreste grondano sangue;
E donne parlano d’orrore al crepuscolo.
Poche lacrime restano: Elettra pianse le lacrime
D’un intero paese e disse l’angoscia d’un mondo
Per la carne che muore e il sangue che è versato
E l’amore che vien meno come un fiore.
Pietà per i vivi, che sono soli e smarriti;
Nell’Ade i morti hanno schiere d’amici;
La morta regina passeggia con il re di Micene
Per i boschi dell’Ade e le Eterne Contrade.
Pietà per Elettra senza amore, il cui dolore
Annega ed è annegato, per lei che offre alle stelle
Le sue sillabe, e agli dei il proprio amore;
Pietà per chi non ne ha ed è estraneo alle lacrime.
Tra gli alberi del giardino un piccione fa il suo verso,
E nulla sa del dolore che i tristi attori declamano
D’oracoli di male e di funerei danni.
Un piccione fa il verso e donne parlano di morte.

 


 

Solleva il viso

Solleva il viso, fa
Giorno, fissa il cielo
Che si consola del buio con la luce,
Che scaccia i fantasmi degli alberi
E i fantasmi della mente, rinfrescando
Quanto era stantio
Nella ridesta pagliacciata
Di uomini e animali
Che fissano con orrore pareti di pietra.

Solleva il capo, lascia venire
Ilconforto attraverso le nuvole del diavolo,
Le nebbie dell’incubo
Sospese sul precipizio del diavolo,
Lascialo venire lentamente,
Alza la mano a carezzare la luce,
La sua guancia di miele,
la bocca dolce-parlante
Solleva le cortine sugli occhi accecati.
Da ridesti pensieri,
Quando lo scheletro della guerra
E col cadavere della pace
( Note non in armonia, discordia, molestia)
Unico ospite,
Deve venire la gioia.
Perciò sollevati, guarda, accarezza la luce.
La gioia verrà dopo una notte contorta
Anche se verrà solo con la luce del sole.

 
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