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Dante Alighieri: verso i 700 anni della Divina Commedia

Dante Alighieri con Divina Commedia (Agnolo Bronzino, 1530, olio su tavola)

 

Oh pensiero fatti suono, 
giungi all’ugola dal petto,
l’umide labbra sfiorando,
abbandona carnal suolo,
il fiato abbraccia stretto,
in parola te librando.
Fuoriesci melodioso, 
delle menti sii delizia,
dei vocaboli la gloria, 
sii d’origini orgoglioso,
mai ti leda la pigrizia, 
obliando la tua storia

Amorevole e materna culla dell’italiana lingua fu la splendida Toscana, immensa terra il cui suolo divenne grembo accogliente le radici d’un conversare e scrivere che si fece soavità di linguaggio partoriente prosaici e poetici inchiostri d’indimenticabili autori e filo rosso da custodire gelosamente a limbica memoria, rifuggendone il deleterio ed ingrato oblìo.

Tre secoli abbondanti prima che il principe germanico Odoacre, generale e re degli Herŭli, deponesse Romolo Augusto decretando, convenzionalmente nel 476 d.C., la caduta dell’Impero romano d’Occidente e divenendo, su nomina del Senato, patrizio dei romani, Roma era al suo massimo splendore e l’Impero romano aveva raggiunto l’apice della potenza sotto le regnanti redini degl’imperatori Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio, ovvero fra il 98 d.C. ed il 180 d.C.

Unificato politicamente e giuridicamente, l’Impero romano si pregiò d’uniformazione linguistica in capo al latino, lingua anticamente suddivisa in una forma letteraria o scritta, tipica dell’alte estrazioni sociali, ed una forma volgare o parlata utilizzata dal popolo e da coloro le cui lacune conoscitive non concedevano alternative. Per l’appunto, la tal forma ebbe a diffondersi maggiormente per trasmissione, da parte di soldati e coloni, alle popolazioni soggiogate, con ineludibile mescidanza all’originarie parlate e conseguente circoscrizione, trasversale a tutto l’Impero, del latino letterario ad ambiti cultural-politici.

Contemporanea alla decadenza di Roma e sotto pressanti invasioni barbariche, l’estrema mutevolezza di linguaggio originò in seguito numerose e differenti lingue, denominate neolatine o romanze, che nel corso del tempo meglio si definirono secondo i territoriali confini politici d’appartenenza; risolutezza vernacolare mantenne tuttavia vitale il latino nell’intera penisola italica, nonostante lo stesso andò ramificandosi in variegati dialetti definiti volgari, poiché appartenenti al volgo, limitando la forma scritta ad una cerchia sempre più ristretta di persone.

Sarà nel quarto secolo che il volgare toscano, nello specifico il fiorentino, prevarrà sull’idiomatica totalità, ponendosi a caposaldo in grammatical struttura.

Lo destabilizzante periodo di decadenza economico-sociale che, fra il 476 d.C. e l’anno Mille, aprì le porte all’Alto Medioevo, portò a riferimento primo del popolo la Chiesa di Roma, concentrando le attività culturali fra le mura dei monasteri e seguendo specificamente lo stile di vita religioso tipico del Monachesimo, diffuso in Occidente dal monaco Benedetto da Norcia come invito alla rinuncia della mondanità a favor della crescita spirituale, seguendo la di lui stessa Regola secondo la quale una buona disciplina fosse necessaria, ma con intrinseco rispetto nei confronti dell’individualità, miscelando rigore e comprensione al fine d’uno stimolante invito degli animi ad un’esistenzial percorso al servizio divino, in buona condotta morale, pietà reciproca ed obbedienza all’abate.

Successiva riorganizzazione avvenne sotto il Regno dei Franchi ad opera di Carlo Magno il quale, interrotto il dominio longobardo con la conquista di Pavia nel 774 d.C. ed incoronato imperatore del Sacro Romano Impero nella natalizia notte dell’800 d.C., portò a rinascita l’occidentale Impero romano e fu nel gettar le basi del feudalesimo che s’assicurò, in cambio della donazione del feudo, lealtà e dedizione dei vassalli, garantendo loro rassicurante protezione. Ubertoso e pacifico periodo storico che, dopo la morte dello stesso Magno, ricapitombolò in frammentarietà di regno (divisione dell’Impero Carolingio, 843 d.C.) e fu soggetto a nuove invasioni; parallela fu la trasformazione del piramidale sistema feudale, riconcepito dagli stessi feudatari in autonomia di possedimento con inesorabile e graduale debilitazione dell’autorità monarchica, suddivisione del potere ed indebolimento dello Stato.

Nel 955 d.C., l’imperatore Ottone I tentò di scalfire la potenza feudale con la nomina di numerosi prelati, nell’intento d’impedire la trasmissione dei feudi alla prole, considerato l’obbligo al celibato di costoro. Mossa su scacchiera che non condusse ai traguardi agognati ma che innescò, causa il tentativo del clero d’intromettersi nelle gestioni imperiali, uno storico e lungo scontro fra Papato ed Impero che influenzerà i secoli successivi.

Normanne, ungare e saracene incursioni alle spalle, fu nel Basso Medioevo (1000-1492) che la tanto sperata ricrescita economica ed agricola, con derivato aumento demografico, riprese il giusto passo, con epicentro cittadino delle attività socio-politiche, commerciali ed artigianali, in concomitanza alle quali si definì un nuovo ceto sociale, la borghesia, dalla cui intolleranza alle redini feudatarie si costituirono associazioni originanti i primi Comuni, con decisionalità politica degli stessi e simultaneo svincolo delle corporazioni universitarie dalla supremazia religiosa.

Le organizzazioni comunali, alle quali nel 1183, con la pace di Costanza, verrà accreditata completa autonomia economico-politica, furono ulteriore elemento sgretolante l’autorevolezza imperiale, nonché la papale, all’epoca fortemente minate dalla dura contrapposizione fra i sostenitori dell’imperatore, i Ghibellini, acerrimi nemici dei papali paladini, i Guelfi.

Nei decenni a seguire, rabbioso, feroce ed irrefrenabile strumento di prevaricazione venne turpemente adoperato dalla Chiesa tramite il Tribunale dell’Inquisizione e per mezzo di crociate con le quali crudelmente perseguitare, processare e giustiziare presunti eretici avversi al pentimento. Efferato accanimento in nome divino a cui incommensurabile garbatezza temporalmente s’affiancò nel gentil animo d’un diacono d’Assisi il quale, svincolatosi dalle catene della materialità, in totalità si pose nelle mani dello stesso Dio da altri impietosamente strumentalizzato a fini vessatori. Francesco, colui che nella sfera celeste e lunare percepì ammaliante rapporto fraterno, nel 1210 avrebbe fondato un nuovo Ordine, quello francescano dei Frati minori, a cui riferire e consolidare a colpi d’umiltà un’esistenza votata all’accudimento dei diseredati, degli oppressi, degli ammalati e di tutti coloro la cui debolezza fu per lui germoglio di forza e speranza.

Incantevole empatia fra cuore e natura dal cui palpito s’originò il Cantico delle creature, inno alla vita in lode al Signore il cui creato ammirare, a sua immagine e somiglianza, librandosi dalle lusinghe terrene a favor d’una spirituale fraternità alla quale votarsi in toto. La tal lauda fu pietra miliare in campo linguistico, essendo fra le prime opere letterarie scritte nella forma volgare del latino gradualmente fattasi strada, accanto al letterario, su documenti scritti, sulla scia della ripresa economica ed in conseguenza all’affermazione della classe mercantile, nonché in fede allo spirito d’indipendenza proprio ai Comuni. Sulla contrapposizione di fondo tra Impero e Papato, il sentito slancio alla diffusione del cristianesimo ad opera di Francesco fu tentato riaggancio dei fedeli all’essenza prima della religione, considerato che lo stesso clero, dopo l’inserimento dei papi in faccende politiche, aveva incrementato di corruzione il proprio operato.

La territoriale ramificazione dialettale traslò inevitabilmente negli scritti del periodo, caratterizzando di frammentarietà l’intera produzione letteraria in volgare. In cronologica successione all’incipit della poesia religiosa in terra umbra, fu in siculi confini che si riunirono sotto il nome di Scuola Siciliana poeti provenienti da più parti dell’Italia per decantare, in fine eleganza di forma, l’amore in senso lato attraverso liriche e sonetti, concependo il sentimento amoroso come dedizione dell’uomo nei confronti della donna quasi fosse un rapporto di tipo feudale tra il vassallo ed il suo signore. Il notaio siciliano Jacopo da Lentini ne fu il principale rappresentante, oltre che il precursore.

Di bolognesi origini ed iniziata da Guido Guinizelli, con particolare sviluppo in Toscana, specialmente a Firenze, fu il Dolce Stil Novo a cavalcare il passaggio di secolo con originale approccio stilistico e tematico, reinterpretando la figura femminile come angelica destinataria d’un amore spirituale, pulito, grato ed elevato, nobiltà di sentimento che, dall’union di penna d’oca ed inchiostro scuro, si ricamò in estrema dolcezza, galanteria, musicalità ed armonia di vocaboli.

Di provenienza senese la poesia comico-realistica che, nella seconda metà del Duecento, intrise di concreto realismo la propria visione dell’amore, vissuto fra le righe d’un’ardente poetica sviluppata sulla sensuale concezione della figura femminile decisamente contrapposta all’eterea donna stilnovista, imprecato sull’ingiustizie della vita ed esaltato nel piacere del divertimento tramite il denaro, tematica ben distante dalle precedenti e sarcasticamente dissacrata nella comicità ed aggressività di linguaggio a lei caratteristiche, della quale Cecco Angiolieri fu il principale esponente.

Maggiormente difficoltosa fu la divulgazione della prosa volgare in quanto, rispetto alla poesia spesso recitata o cantata, pertanto di più ampia e semplice acquisizione da parte del popolo, testi prosaici necessitavano di acculturati lettori che avessero dimestichezza con la lettura del latino.

Fra poesia, prosa e frammentazione linguistica, la lingua italiana inizierà lentamente a confluire in quel che sarà la di lei sfumatura predominante, ovvero il volgare fiorentino, forte del suo non eccessivo distacco dal latino letterario, potente nei territoriali confini d’una Firenze ormai consolidata dal punto di vista economico-commerciale (oltre che uno dei principali centri culturali del periodo) ed agevolmente veicolabile attraverso le immortali opere di sommi poeti dell’epoca quali Petrarca, Boccaccio e colui sottopelle all’animo del quale, fra l’appenniniche vedute, spirito poetico si fece seme nascente: Dante Alighieri.

 

Dante Alighieri: il sommo poeta e la Commedia, Divina

Alle porte del settecentenario della morte di Dante Alighieri, una biografia per aprire percorso all’analisi della Divina Commedia, il cui anno di conclusione corrispose alla scomparsa del vate: Proemio e 99 canti in settimanale parafrasi, così giungendo al termine di dicembre del 2021. (https://terzopianeta.info)
In primo piano da sinistra: Francesco Petrarca e Dante Alighieri.
Dietro: Guittone d’Arezzo, Cino da Pistoia, Giovanni Boccaccio, Guido Cavalcanti. (Giorgio Vasari, “Ritratto di sei poeti toscani”, olio su tela, 1544)

Supremo esponente del Dolce Stil Novo insieme al Guinizelli ed allo storico amico Guido Cavalcanti, D(ur)ante Alighieri nacque a Firenze nel 1265, verosimilmente a fine maggio, da Aleghiero o Alaghiero di Bellincione, figlio di Bellincione ed omonimo del di lui padre, Alaghiero di Cacciaguida, bisavolo di Dante vissuto nel dodicesimo secolo ed a sua volta figliolo di Cacciaguida degli Elisei, trisavolo del poeta, vissuto tra l’undicesimo ed il dodicesimo secolo.

Presumibilmente nato nell’ultima decade del dodicesimo secolo, Bellincione, nonno di Dante, parrebbe in vita essersi dedicato all’arte dei cambiatori, occupandosi di finanziamenti e vendite di abitazioni e terreni, poi esiliato in seguito a cacciata ghibellina, essendo lo stesso d’indole guelfa, nonostante il risiedere del figlio Alaghiero di Bellincione entro mura fiorentine ed il battesimo del nipote Dante in quel di Firenze, portino ad ipotizzare ch’egli non si fosse esposto nella lotta fra le parti a tal punto da originarne conseguenze sugli eredi dopo la battaglia di Montaperti, combattuta nel 1260 tra le senesi truppe ghibelline, vincitrici, e le guelfe fiorentine, dominate e costrette alla fuga.  Dopo aver seguito la famiglia nell’esule percorso, Alaghiero rientrò infatti nella natìa città toscana ed ivi, nel 1262, si maritò con Gabriella degli Abati, meglio conosciuta come Donna Bella degli Abati, colei il cui grembo, tre anni dopo, avrebbe custodito il formarsi alla vita del superlativo verseggiatore dantesco, lasciandolo orfano ad appena un lustro (o poco più) dal suo primo vagito.

Il nome del di lei padre, Durante, sarebbe stato traslato nell’abbreviatura in capo al primogenito, mentre di patronimica derivazione fu il cognome, nei documenti ufficiali trascritto in Alagherii oppure nel signorile de Alagheriis, in definitiva variante Alighieri con la venuta di Boccaccio. Seppur non vi siano notizie certificate in tal senso, Bella sembrerebbe essere appartenuta al casato degli Abati, ipotesi poi non tanto infondata se, oltre al nome del nonno materno, si considera un atto di fideiussione, datato 23 dicembre 1297, per un mutuo a favor di Dante ove i garanti furono, per l’appunto, il giudice fiorentino Durante degli Abati ed il suocero Messer Manetto Donati, appartenente ad una delle più importanti famiglie fiorentine e la cui figlia, Gemma, fu promessa in sposa a Dante nel 1277, i futuri coniugi non ancora dodicenni.

Saetta di cupido che trafisse il cuore dell’Alighieri in giovinezza fu però l’adorata Beatrice che, nonostante il parere degli studiosi a riguardo non raggiunga l’unanimità, storicamente sembrerebbe coincidere con la nobildonna fiorentina Bice, appartenente alla famiglia dei Portinari di Portico di Romagna e figlia di Folco, priore di Firenze nonché prestigioso banchiere che la volle unita in sposa, ancora adolescente, a Simone de’ Bardi, discendente della nota e potente casata fiorentina di banchieri e mercanti con la quale, tramite union di prole, il Portinari accrebbe ulteriormente il gentilizio spessore del proprio nucleo familiare. Ritrovamento, da parte dello studioso Domenico Savini, d’un atto notarile, datato 1280, in cui risulta la cessione di terreni da parte di Simone de Bardi al fratello, in cui è agli atti il benestare della moglie Bice, starebbe ad ulteriore conferma che la stessa, all’età di quindici anni circa, fosse già maritata.

In base a quanto si evince da ciò che Dante scrisse nella Vita Nova, raccolta di prose e poesie in volgare fiorentino ch’egli compose in seguito alla dipartita dell’amata Beatrice, il primo incontro fra i due avvenne mentre l’esistenze d’entrambi percorrevano il nono anno d’età, nell’istantaneo turbinio dei sensi che scosse l’animo del poeta a tal punto da fissarsi in esso, fra palpito e pensiero, in ammaliante carezza di sguardi, perenne all’emotiva memoria. La donna apparve alla sua vista in casto e purpureo abito cinto in vita, nel sobrio stile confacente alla giovanissima età della stessa e gettando con la sua presenza il poeta nel tremolio tipico che coglie l’innamorato alla percezione dell’anima gemella, un brivido in cui egli s’adagiò consapevole della struggente dominazione emozionale che Beatrice avrebbe esercitato sul suo essere, filando meraviglia e germinando un senso di beatitudine intimamente insinuatesi fra pelle, mente e spirito.

«Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo de la luce a uno medesimo punto, quanto a la sua propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapeano che si chiamare. Ella era in questa vita già stata tanto, che ne lo suo tempo lo cielo stellato era mosso verso la parte d’oriente de le dodici parti l’una d’un grado, sì che quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono. Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si convenia. In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia ne li menimi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole: «Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi». In quello punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l’alta camera ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li spiriti del viso, sì disse queste parole: “Apparuit iam beatitudo vestra”».

Il secondo incontro avvenne nove anni dopo, incontrando Beatrice, di candide vesti abbigliata, che passeggiava per Firenze in compagnia di due nobildonne più anziane e che verso di lui si voltò salutandolo, evento d’estremo valore in quell’epoca dove le donne, fossero nubili o meno, non concedevano facilmente il proprio saluto ed avvenimento suggellante l’amore di Dante che in quell’occasione comprese la gentilissima essere l’unica possibile destinataria del suo sentimento amoroso. La grazia della voce che per la prima volta giunse all’udito del poeta e la dolcezza con cui le parole presero il volo dalle di lei labbra, concessero all’Alighieri la percettiva esperienza d’un’esplosiva felicità, accogliendo in corpo la tangibilità della quale egli sentì l’istantaneo bisogno d’allontanarsi dalla folla e rifugiarsi nella sua camera in recondito accovacciamento sulle proprie emozioni.

«Poi che furono passati tanti die, che appunto erano compiuti li nove anni appresso l’apparimento soprascritto di questa gentilissima, ne l’ultimo di questi die avvenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo a due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via, volse li occhi verso quella parte ov’io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutoe molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine. L’ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quello giorno, e però che quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire a li miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partio da le genti, e ricorsi a lo solingo luogo d’una mia camera, e puosimi a pensare di questa cortesissima».

Essendo tipico nello scrittore medievale individuare significati simbolici negli accadimenti, il numero nove (ricorrente nell’intera opera) che contraddistinse, a detta del poeta, entrambi gli incontri, sia in riferimento all’età, a nove anni il primo («dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono») e nove anni dopo il secondo («erano compiuti li nove anni appresso l’apparimento soprascritto»), che all’orario («era fermamente nona di quello giorno»), sarà per lui ulteriore coincidenza a cui attribuire paradigmatico significato connesso al divino, essendo inoltre il tal numero multiplo di tre e pertanto riferibile alla Santissima Trinità.

Il terzo incontro avverrà fra le mura d’una chiesa dove il poeta, estasiato in contemplazione di Beatrice, si trovò a sua volta osservato da una donna posizionata fra di loro e, sull’orma dell’equivoco che portò le genti a crederlo interessato a quest’ultima, gli nacque l’istinto di fingere attenzioni per la stessa, con il solo ed amabile intento di tutelare Beatrice dalle malelingue che sarebbero nate sapendola oggetto di sguardi, in quanto sposata. Alla donna-schermo egli fingerà di dedicar delle rime, ma all’allontanamento della stessa da Firenze, svanendo l’oggetto della finzione, gli stessi versi ricavalcheranno il malinteso trasferendosi a seconda figura femminile di segreta identità, decisione fraintesa da Beatrice la quale, indispettita ed ignara del dantesco e protettivo proposito di sottofondo, levò lui quello che nell’ideale dell’amor cortese era il cardine per antonomasia, ovvero il saluto. Ad un primo stadio di destrutturante disperazione, s’aggiunsero devastante scoramento e prostrante disillusione allorché, in occasion d’un banchetto nuziale (episodio del gabbo, cap.XIV) in cui Dante apparve visibilmente sconvolto fino allo svenimento, a causa dell’emozione provata nel riveder Beatrice, la stessa lo derise insieme ad altre donne.

Sfibrato nel profondo, lancinante sciabolata al già provato cuor fu la morte di Beatrice che nel 1290, a soli ventiquattro anni, passò a miglior vita gettando il poeta in un devastante stato d’afflizione; momento cruciale che indelebilmente rivoluzionò le sfumature esistenziali e poetiche di colui che, vorticosamente rimescolato nell’interiorità, ebbe l’immane forza di rinascere in prosimetro sul di lei afflato poetico ispirante oltre dimensione.

Composta attorno al 1293, la Vita Nova raggruppa le rime ch’egli dedicò all’amata collegando versi e prosa al fine di narrare, fra realtà ed invenzione, la storia del suo amore per la serafica femminil figura. Significante itinerario poetico le cui liriche densamente delineano un percorso in ascesa originatosi nell’amor cortese, ove il saluto assumeva significato salvifico, procedendo ad una riformulazione dell’amare riconcepito in conseguenza al di lei rifiuto e virato all’elogiar l’amata in una forma d’amore immune al desiderio di corrispondenza, infine un’elevazione in purezza dove Dante, attraverso l’estrema lode a Beatrice ed alla di lei albedine, rinasce ad esperienza mistica come fenice sulle proprie macerie d’anima.

Il mirabile intreccio che si delinea, sapientemente dosato fra allegorica narrativa, in cui il vago aspetto autobiografico si fa coinvolgente pizzico sul desiderio di conoscenza, la gentile terminologia di stampo stilnovista, il danzante aggancio prosaico all’elegia dei versi e l’impatto emozionale dell’insieme, regalano il privilegio d’addentrarsi nell’animo dell’accorato poeta il cui biancicóre di fondo, l’ardente veemenza, l’inconfutabile bontà d’animo e le strazianti dolenze ai cui vocaboli è intrinseco il pathos, rivivono nell’unicità d’un capolavoro il cui magma di fondo esplode nell’aver saputo plasmare ad idilliaca forma poetica il proprio visceral turbamento, in confidente impeto verso l’ascetica universalità dell’amore.

Il capolavoro letterario è un libro eccezionale che crea il suo proprio criterio
e che non si può giudicare se non tramite se stesso.
Espressione la più audace possibile di una personalità, ogni capolavoro è unico.
Niente attiene al capolavoro se non la forma di quel capolavoro.
Il capolavoro è la creazione più esaltante dell’umanità.
Charles Dantzig

 

La famiglia, l’esilio, le opere

Fra il 1283 ed il 1285 (nonostante l’assenza di riscontri documentari supportanti la tal data, che alcuni posticipano d’un decennio) nubilato e celibato di Dante e Gemma Donati si sciolsero nel di lor matrimonio, all’interno del quale vita fu donata ai quattro figli: Jacopo, Antonia, Pietro ed il recentemente riscoperto Giovanni, primogenito la cui nascita fu attestata da un notaio fiorentino nel 1314 ed il cui documento, conservato nell’Archivio di stato di Firenze, fu ritrovato nel 1972 dal paleografo e diplomatista (curatore del primo Codice Diplomatico Dantesco del 1940) Renato Piattoli, ma non pubblicato causa la prematura morte dello stesso due anni dopo. Lo storico attestato è stato inserito nella nuova edizione del Codice Diplomatico Dantesco (Salerno Editrice, 2016) a cura della scrittrice e professoressa Teresa De Robertis, dell’insegnante e scrittore Giuliano Milani, della ricercatrice paleografica e codicologica, nonché catalogatrice e scrittrice Laura Regnicoli ed del professore e scrittore Stefano Zamponi.

Dopo la morte di Beatrice, Dante si consacrò a studi teologici e filosofici, accrescendo la cultura che il padre, nonostante moderati ricavati economici provenienti dal mestiere di cambiavalute, riuscì ad assicurargli, sotto sapiente insegnamento del poeta, scrittore, notaio e politico Brunetto Latini, di nobile famiglia toscana. Parallelamente, sviluppò appassionato impegno politico e militare, rendendosi attivamente partecipe alla vita cittadina nell’intensa convinzione che cultura e sapienza giovassero al ruolo che l’intellettualità avrebbe dovuto assumere all’interno della società, ponendosi a guida delle ragionevoli menti attraverso la retorica e conducendo il popolo alla riscoperta di valori morali e civili che fossero alla base d’una convivenza pacifica, in dichiarata difesa del latino volgare, in quanto largamente più accessibile.

Di cuore fedelmente guelfo, il misticismo medievale di Alighieri riconosceva la Provvidenza come manipolatrice delle vicende umane a fine redentivo, ben definendo, a tal proposito, la differenza fra papa ed imperatore, rispettivamente trascendentale guida e politico timoniere, ruoli ben precisi da non confondere o, nella peggior delle ipotesi, sovrapporre. Ideal visione universalistica alquanto illusoria, nel chimerico auspicio d’un assetto sociale non insudiciato da episodi corruttivi in brama di potere ed arricchimento, ma nella realtà dei fatti spossato e svigorito dalle belliche ostilità che solcarono infiammati decenni storici.

Durante il regno di Federico II e del figlio Manfredi, costui a capo dell’italiana frangia ghibellina, Firenze stava a guida della lega guelfa e nettamente s’opponeva ai ghibellini, a loro volta capeggiati da Pisa e Arezzo, i quali, trionfanti nella vittoria di Montaperti, avevano preso le redini della città, ma che, solo sei anni dopo, dalla stessa furono espulsi a conseguenza del perir di Manfredi nella battaglia di Benevento del 1966. Alighieri nacque dunque al principio d’un ventennio politicamente travagliato, con graduale passaggio del potere dalla nobiltà alla borghesia tramite la creazione, nel 1282, d’un Priorato delle Arti Maggiori e Medie*, nuovo organo di natura politico-amministrativa, in cima all’organizzazione comunale, reso esclusivo ai membri delle stesse ed i cui rappresentanti, per l’appunto, appartenevano all’alta e medio borghesia. Per lo più che dopo ulteriore sconfitta dei ghibellini nella battaglia di Campaldino del 1289 contro Arezzo, a cui seguì l’espugnazione del Castello di Caprona a Pisa nel 1291 (azioni militari alle quali prese parte lo stesso Alighieri), una gran parte delle personalità rappresentative della nobiltà feudale e terriera, usualmente d’appartenenza ghibellina, aderirono alla causa guelfa per meri interessi personali; fra questi, il politico Giano della Bella, fautore dell’emendamento che condizionava l’adesione alle più importanti cariche comunali esclusivamente a coloro che fossero iscritti ad una corporazione, motivo per cui Dante, su passional fervore politico, nel 1295 s’iscrisse all’Arte dei Medici e degli Speziali, entrando a far parte, l’anno successivo, del Consiglio dei Cento (che s’occupava della gestione di denaro pubblico) e nominato priore di Firenze nel 1300.

Gli stessi Guelfi s’erano nel frattempo suddivisi in due correnti che, alla fine del XIII secolo, battagliarono oltremisura per l’egemonia politica della città: i Guelfi neri, capitanati da Corso Donati ed appartenenti alle famiglie più facoltose, pertanto strettamente legati al papa, che pressarono affinch’egli espandesse la supremazia pontificia nell’intera Toscana, con presa di controllo nei fiorentini affari ed intenti prettamente economici a loro favore ed i Guelfi bianchi (con i quali si schierò Alighieri), capeggiati da Vieri de’ Cerchi e sostenitori della signoria, di maggior benevolenza nei confronti delle forze popolari ed auspicanti una politica cittadina che s’affrancasse dal controllo del pontefice sulle faccende economico-governative, seppur riconosciuto e rispettato nel suo ruolo religioso di guida spirituale.

Tra il 1296 ed il 1299, periodo in cui i Bianchi predominarono sulla città, numerosi furono i conflitti fra le due frange ideologiche, pertanto Dante, in qualità di priore e nella speranza d’appianare i dissidi, nel 1300 decise d’esiliare i capi delle due fazioni i quali, dopo breve tempo, rivarcarono gl’impediti confini; scoperta nuova congiura nera, nel 1301 Corso Donati fu esiliato per la seconda volta e Papa Bonifacio VIII, alla richiesta d’aiuto da parte dello stesso, offrì il proprio appoggio per annientare la preminenza dei Bianchi, furbescamente proponendo come paciaro il conte Carlo di Valois, fratello dell’allora re di Francia Filippo IV il Bello, che al suo comando affidò l’esercito con il quale, ufficiosamente, Carlo avrebbe dovuto recarsi a Firenze per appianar le divergenze, giungendovi invece in piena alleanza con Donati ed ivi puntellando il colpo di stato dei Neri, nuovamente imperanti in terra fiorentina.

All’epoca del sovvertimento Dante era assente, essendo uno fra i tre ambasciatori inviati a Roma al fine d’impedire l’intromissione politica di Bonifacio VIII e dall’approssimato vortice processuale che seguì per tutti i capi dei Bianchi, lo stesso fu raggiunto da una prima sentenza, nel gennaio 1302, in accusa di baratteria ed antitesi papale, obbligato al pagamento d’un ammenda, esonerato definitivamente da cariche politiche e punito con due anni d’esilio. Trovandosi a Siena e non presenziando al giudizio, due mesi dopo venne condannato a morte in contumacia; seguirono la confisca dei beni, doloso incendio della di lui abitazione ed esilio forzato insieme ai figli.

Negli anni che seguirono, ospitato da varie corti e famiglie d’Italia, Alighieri non perse i contatti con i fuoriusciti Bianchi, tentando più d’una volta di sovvertire il governo di Firenze, fino all’abbandono definitivo della causa, fra rassegnazione e disinganno, in autorevole biasimo alla scelta degli stessi di proseguire le azioni militari. Due saranno le amnistie presentate: la prima nel 1311, dalla quale Dante venne esplicitamente escluso; la seconda nel 1315, che lo stesso rifiutò, profondamente indignato dalla richiesta d’ammissione di colpe ch’egli non sentiva proprie, da confessare pubblicamente abbigliato come un penitente.

Amor proprio volle che l’ultima occasione di riveder la sua Firenze sfumasse fra orgoglio e senso del decoro. Un sessennio abbondante dopo, fiato poetico s’elevò nel suo ultimo respiro, effondendosi nell’aria di Ravenna fra il 13 ed il 14 settembre del 1321.


Opere in volgare:

-Le Rime (1283-1307)
-Vita Nova (1293-1294)
-Convivio (1304 ca.-1307)
-Commedia (1306 ca.-1321)

Opere in latino:
-De vulgari eloquentia (1304 ca.-1308)
-Epistole (1306-1317 ca.)
-Monarchia (1313-1318)
-Ecloge (1319-1321)
-Quaestio de aqua et terra (1320)

 

*Le Arti fiorentine, in essere fino al 1770,  furono antiche corporazioni alle quali appartenevano professionisti, artigiani, commercianti e lavoratori in genere che, nelle grandi città s’erano suddivise in Arti Maggiori ed Arti Minori (una parte di quest’ultime poi divenute Arti Medie) a seconda del mestiere d’appartenenza** e che, fra il tredicesimo ed il quindicesimo secolo, presenziarono istituzionalmente introducendosi con decisivo spessore a livello governativo, politico ed amministrativo.

**Arti Maggiori:
Arte dei Giudici e Notai
Arte dei Mercatanti (o di Calimala)
Arte del Cambio
Arte della Lana
Arte della Seta (o di Por Santa Maria)
Arte dei Medici e Speziali
Arte dei Vaiai e Pellicciai

**Arti Minori:
Arte dei Beccai
Arte dei Calzolai
Arte dei Fabbri
Arte dei Maestri di Pietra e Legname
Arte dei Linaioli e Rigattieri
Arte dei Vinattieri
Arte degli Albergatori
Arte degli Oliandoli e Pizzicagnoli
Arte dei Cuoiai e Galigai
Arte dei Corazzai e Spadai
Arte dei Correggiai
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Opere in volgare

Raccolta di testi scritti durante un abbondante ventennio (ad esclusione degli elaborati contenuti nella Vita Nova e nel Convivio) le Rime includono ottanta testi, di cui ventisei di non certa attribuzione, più sedici sonetti di poeti in epistolare scambio con il poeta. Il variegato spessore dell’opera scaturisce dalla lunga cronografia della composizione srotolata su due abbondanti secoli sullo sfondo della perenne sperimentazione e crescita stilistica dantesca, raggruppante variabilità di temi e stili che il critico letterario Gianfranco Contini ha cronologicamente suddiviso in:
rime giovanili, riferibili alla poesia siciliana, alla cortese lirica toscana ed al poeta Guittone d’Arezzo, verso il quale Dante si riferì con iniziale apprezzamento poi transitato allo Stilnovo;
tenzone con Forese Donati, poesia comico-realistica con ironico scambio d’ invettive, riferibile la triennio fra il 1293 ed il 1296;
rime allegoriche e dottrinali;
rime d’amore e corrispondenza, non legate a Beatrice;
rime petrose, quattro canzoni, del periodo fra il 1296 ed il 1298, la cui durezza del linguaggio schiettamente voleva riferirsi ad una donna insensibile e non corrispondente l’amore di Dante;
rime del tempo dell’esilio;
rime di dubbia attribuzione;

La mutevolezza stilistica di Alighieri all’interno delle Rime, oltre a confermar la di lui costante evoluzione scrittoria e spirituale, ne dimostra la padronanza di svariate predisposizioni tecnico-linguistiche che, ingegnosamente, lo stesso seppe navigare dalla dolcezza stilnovista all’asprezza delle rime petrose, così come dall’eminenza valoriale delle canzoni civili al tratto comico-realistico del tenzone, a dimostrazione d’una superiorità retorico-formale plasmata ad indubbia unicità.

La Vita Nova, succitata, rappresenta la sublimazione dell’amore di Dante nei confronti di Beatrice, ricamato ad inchiostro in allegoria di vocaboli e delineato su più fasi dalle quali s’arguisce il graduale evolversi del sentimento a lei rivolto, nell’eterea trasformazione dell’amare che universalistica concezione dantesca intese come mezzo d’elevazione morale ed ascetica.

Dal terreno tormento interiore conseguito alla negazione del saluto della stessa e dal successivo episodio di scherno, la sofferenza del poeta, inizialmente raggomitolante le viscere nel desiderio d’attesa e corrispondenza, si tramuta in limpida affezione verso colei che sarà considerata, specialmente dopo la precoce dipartita, celestiale e miracolosa creatura alla cui anima riferirsi per tutta la vita.

Enciclopedica enunciazione del medievale sapere s’alterna, fra prosa e poesia, nel Convivio, opera incompiuta di commento a canzoni dottrinarie, moralità e civiltà i temi di fondo, spazianti fra teologia, scienza e filosofia, con benigna intenzione dantesca di diffusione dei contenuti disciplinari oltre i muri clerical-accademici, al fine d’istruire una larga fascia di popolo la cui coscienza condurre ad etica ed ispirata rettitudine. Questo il motivo, primo ed assoluto, per cui il linguaggio che dante scelse d’utilizzare nell’esposizione fu il volgare, in una sorta di banchetto della sapienza (convivium in latino significa appunto «pranzo») i cui invitati non siano esclusivamente gli eruditi, bensì anche coloro ai quali non fu concessa in dono possibilità d’istruzione, i cosiddetti illetterati.

Secondo l’originario proposito, quindici trattati avrebbero dovuto comporre l’opera, ma solamente quattro furono portati a termine: il primo, introduttivo, i cui tredici capitoli presentano l’intera opera con accento sul ruolo dell’intellettuale nella società; il secondo, che racchiude un commento alla canzone Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete, composta nel 1294 ed interpretata in senso letterale, allegorico, morale ed anagogico (teologico), partendo dunque da una prima lettura, svelandone i metaforici significati che si celano nel senso letterale, rimandone morale dottrina ed infine agganciandone il significato spirituale, definito dal poeta sovrasenso; il terzo, esegesi della canzone Amor che nella mente mi ragiona, sempre del 1294, in estremo elogio della filosofia in amor di sapienza; infine il quarto trattato, esplicazione della canzone, scritta nel 1295, Le dolci rime d’amor ch’io solìa, incentrata sulla nobiltà d’animo e sul proposito della felicità universale, a cui calamitare ogni virtù, in costante ricerca della verità.

 

Opere in latino

Incompiuto rimase anche il De vulgari eloquentia, che fu scritto in latino poiché destinato ai letterati disprezzanti il volgare ed entusiasta resoconto dantesco dei numerosi dialetti italiani, acciocché fosse comprensibile anche agli stessi intellettuali quanto il volgare avrebbe potuto essere utilizzato come lingua degna di rispetto culturale e letterario, in opinionistico rovesciamento rispetto alla maggiore nobiltà che Dante aveva attribuito al latino nel Convivio.

Due i libri: nel primo, una preliminare suddivisione della lingua in naturale, la natìa, priva d’universalità, e l’artificiale, quella che si apprende studiando ed imparandone la grammatica di fondo, Alighieri traccia una breve storia del linguaggio a partire da Adamo, giungendo poi ai dialetti ed alle quattro caratteristiche che, a suo parere, avrebbe dovuto avere il volgare perfetto, ovvero essere:
illustre, quindi raffinato, per elevarsi sopra la rozzezza degli altri volgari;
cardinale, per porsi a riferimento di tutti i volgari italiani;

  • regale, perché raggiungesse le regali regge con dignità;
  • curiale, quindi soggetto a regole ben precise stabilite dagli intellettuali e condivise da baroni e prelati.

Nel secondo libro, in aperta dichiarazione della superiorità della poesia sulla prosa, Dante delinea una propria teoria stilistica, successivamente concretizzata nella Commedia, che preveda uno stile tragico, tipico del volgare illustre, per gli argomenti più nobili; uno stile comico, a cui ben s’adatta un volgare or umile or mediocre; uno stile elegiaco, a cui abbinare il volgare nella sua forma più umile.

La Monarchia, trattato in tre libri contenente le convinzioni politiche di Dante, fra le quali la necessità d’un impero universale che districasse in maniera precisa i rapporti fra papi ed imperatori, perseguendo la pace dei popoli. Il testo fu composto in seguito al fallito tentativo di riappacificazione fra Bianchi e Neri, da parte d’Arrigo VII di Lussemburgo, re di Germania.

Ai sedici capitoli del primo libro appartiene filosofica argomentazione sulla considerazione dell’Impero come unica possibile istituzione generatrice di pace e giustizia; negli 11 capitoli del secondo libro Dante, attraverso collegamenti storici, tenta di dimostrare la concessione divina dell’autorità imperiale; infine, nei 15 capitoli del terzo libro viene affrontato il rapporto che dovrebbe sussister fra Chiesa ed Impero, entrambi scelti da Dio e non subordinati l’uno all’altro, a patto d’una completa e precisa adesione al ruolo previsto per ognuno, rispettivamente di guida spirituale e terrena, senza soprusi o prevaricazioni deleterie sullo scopo supremo comune, ossia la felicità umana.

Le Epistole comprendono tredici lettere a tema politico, civile, letterario e filosofico, alcune personali; delle politiche le più rilevanti riguardano la venuta in Italia d’Arrigo VIII; la più conosciuta e completa, di varie tematiche, non politiche, è l’inviata al signore di Verona Cangrande della Scala, al quale egli spiegò il titolo della Commedia ed il significato della stessa.

Frequenti sono le metafore presenti tutta l’opera, permeata di citazioni ed allo stesso tempo sostenuta da tonalità trepide e palpitanti, in accalorato trasporto oratorio.

Entrambe composte in esametri, le Ecloge vennero scritte in risposta a due epistole di Giovanni del Virgilio, docente all’università di Bologna, che spronò l’Alighieri a non macchiare la propria arte con il volgare, senza però riuscire nell’intento esortante.

Nel 1320 Dante parrebbe aver tenuto una relazione orale, nella veronese chiesa di Sant’Elena, su rapporto fra terre emerse ed acqua, ch’egli trascrisse in Quaestio de aqua et terra.

Fra le opere in volgare la Commedia, che Boccaccio onorò (nel Trattarello in laude di Dante) dell’aggettivo Divina. Intrigante, peculiare, inconsueto, incomparabile e maiestatico poema la cui mirabile composizione superò i tre lustri, magnificamente originandosi, in umiltà di stile, fra cantiche e canti in rigorosità endecasillabica e rimante, sullo sfondo d’un immaginario viaggio che alla sol mente dantesca fu dato di concepire, nel portentoso incanto letterario alla cui ambizione di proposito levar plaudente ed esaltante ovazione, in sfavillante tripudio.

L’eccessiva ambizione dei propositi può essere rimproverabile in molti campi d’attività, non in letteratura. La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là d’ogni possibilità di realizzazione: solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una funzione.
Italo Calvino