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Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXXII

Hendrik Christian Andersen (1872-1940), Beatrice e Dante, Abbazia di Vallombrosa, 1921

 
Dante irrompe nella scena iniziale interamente rapito dalla vista di Beatrice, colei la cui assenza, protrattasi per dieci anni, si materializza in una visione che al pellegrino sottrae ogni senso, al punto da venir ripreso dalle sette ninfe che lo incalzano, affinché egli volga il suo sguardo sul sacro corteo che, davanti a lui, Matelda e Stazio, inverte il proprio senso di marcia, direzionandosi ad oriente, sulle note di una celestiale melodia.

La ballerine ritornano ai lati del carro e l’intera processione prosegue per la deserta valle dell’Eden, privata d’armonioso popolamento come conseguenza della passata disobbedienza d’Adamo ed Eva, l’uomo nominato dai membri della sfilata, in biasimevole e corale mormorio.

Il santo drappello giunge nei pressi d’un albero, disadorno sia di frutti che di fogliame, circondandolo, ed in quell’istante Beatrice scende dal trionfale carroccio, frattanto il grifone trascinandolo e legandolo ai piedi della pianta e nell’immediato del gesto la stessa rifiorendo lussureggiante in rosate tonalità.

Il discepolo viene colto da un improvviso sonno del quale non riesce a descrivere il repentino sopraggiungere, tuttavia spiegando come, al suo ridestarsi su esortazione di Matelda, egli di nuovo adagi le proprie iridi sulla sua Beatrice, seduta sulle radici dell’albero in tutta solitudine e la quale, in una sorta di dolce e caritatevole misericordia ritrovata, si rivolge al poeta anticipandogli la breve durata della sua permanenza nel Paradiso Terrestre, data la sua imminente risalita, insieme a lei, al regno dei Cieli, ma prima esortando lo stesso ad osservare ciò che sta per accadere.

In fervente successione, sei sono le scene che si presentano agli occhi dell’Alighieri, ovvero un’aquila che, piombando dal cielo, squarcia ogni ramo, foglia e fiore, poi la sacrale carrozza; un’ossuta e raccapricciante volpe che sulla stessa si getta, subitamente cacciata da Beatrice; una seconda volta il rapace, che riempie il carretto di tutte le sue piume; dunque un feroce drago, che con l’acuminata coda ne strappa una parte del legno; la metamorfosi del barroccio in un terrificante mostro dalle sette teste cornute; infine una gigantesca creatura maschile che si sbaciucchia con una prostituta, non facendosi remore nel frustarla da capo a piedi quando la stessa posa il suo sguardo su Dante, poi fuggendo con carretto e meretrice appresso e scomparendo all’orizzonte.

Canto soggetto a molteplici interpretazioni di chiosatori, dato il suo intenso contenuto storico-allegorico in cui protagonista è il complicato rapporto tra la Chiesa e l’Impero, tanto caro all’Alighieri quanto, in quell’epoca, tema politico di spicco, la più lunga sequela di terzine del Purgatorio non può malgrado tutto non unire diversificati pareri discorrendone dal punto di vista dell’amore, quello che l’autore della Commedia riesce a gettare nell’animo del suo personaggio, or palesandone la trascendenza, or la corporeità, quest’ultima sussurrata fra parentesi in quel “con l’antica rete!” che rende al sentire una passionalità splendidamente vulcanica, eppur contemporaneamente delicata e dignitosa, propria agli animi inclini donarsi in un sentimento puro e infinito, ideale e pragmatico, soavemente oscillatorio fra desiderio, devozione, riguardo e dedizione, nella compiutezza dell’amare onorando l’amata fra carne e spirito, fra mente e cuore.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXXII • Federico Zuccari (1539-1609), Dante Historiato, ca. 1586-88 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Federico Zuccari (1539-1609), Dante Historiato, ca. 1586-88

 

Tant’eran li occhi miei fissi e attenti
a disbramarsi la decenne sete,
3 che li altri sensi m’eran tutti spenti.

Tanto son gli occhi di Dante (Tant’eran li occhi miei) puntati e assorti (fissi e attenti) come a saziar (disbramarsi) la decennale astinenza (decenne sete) da Beatrice, da annullarglisi completamente ogni altra attività sensoriale (che li altri sensi m’eran tutti spenti).

La “decenne sete” si riferisce alla decade trascorsa dalla triste dipartita della donna amata.

Ed essi quinci e quindi avien parete
di non caler – così lo santo riso
6 a sé traéli con l’antica rete! -;

Ed essi, da ambedue i lati (quinci e quindi) è come se portassero (avien) una parete d’indifferenza (di non caler) — dal tanto (così) il (lo) santo sorriso (riso) di Beatrice li attrae (traéli) a sé nella rete dei tempi andati (con l’antica rete!) -;

L’estasiato Alighieri perde ogni senso di percezione al di fuori della sua bella, capace d’irretirlo a sé in una sorta di seduzione dalla sfumatura deliziosamente terrena.

quando per forza mi fu vòlto il viso
ver’ la sinistra mia da quelle dee,
9 perch’io udi’ da loro un «Troppo fiso!»

quando forzatamente (per forza) gli vien girato il viso (mi fu vòlto) verso (ver’) la sua (mia) sinistra da quelle dee, affinché egli apprenda (perch’io udi’a) da loro che sta osservando in maniera troppo insistente fisso (fiso!).

Le tre ninfe ballerine richiamano l’infatuato pellegrino, costringendolo a spostare l’attenzione anche sul sacro carro e non esclusivamente su Beatrice.

e la disposizion ch’a veder èe
ne li occhi pur testé dal sol percossi,
12 sanza la vista alquanto esser mi fée.

e la predisposizione visiva (disposizion ch’a veder) propria agli (ne li) occhi appena travolti dai raggi solari (pur testé dal sol percossi), gli diminuisce la vista fin quasi a renderlo cieco (sanza la vista alquanto esser mi fée).

Dante è rimasto abbagliato a tal punto dalla femminea beltà visivamente riassaporata, dal restarne momentaneamente offuscato come chi abbia appena osservato il sole.

Ma poi ch’al poco il viso riformossi
(e dico ‘al poco’ per rispetto al molto
15 sensibile onde a forza mi rimossi),
vidi ’n sul braccio destro esser rivolto
lo glorïoso essercito, e tornarsi
18 col sole e con le sette fiamme al volto.

Ma dopo il graduale riattivarsi delle facoltà visive (poi ch’al poco il viso riformossi), e l’Alighieri afferma ‘al poco’ al confronto con l’eccessiva fonte luminosa (per rispetto al molto sensibile) dalla quale è stato forzatamente rimosso delle tre danzatrici, egli vede il celeste corteo (lo glorïoso essercito) effettuare un’inversione a destra (vidi ’n sul braccio destro esser rivolto), invertendo il senso di marcia (e tornarsi) col sole e con le sette fiamme davanti (al volto).

Il bagliore proveniente dalla divina processione è facilmente sostenibile dagli occhi del discepolo, in quanto nulla al confronto del sublime scintillio di quelli nei quali s’è compiutamente smarrito d’amore un attimo prima ed ora egli si trova ad osservare i sette candelabri (fiamme) che, riprendendo tragitto controsole, sono in procinto di proseguire verso oriente.

Come sotto li scudi per salvarsi
volgesi schiera, e sé gira col segno,
21 prima che possa tutta in sé mutarsi;

Il drappello (schiera) arretra (volgesi) come fosse un compartimento che si protegge (per salvarsi) attraverso gli (sotto li) scudi, invertendo la propria direzione (e sé gira) con i portainsegna (col segno), prima di rimettersi in marcia contraria nella sua totalità (che possa tutta in sé mutarsi);

quella milizia del celeste regno
che procedeva, tutta trapassonne
24 pria che piegasse il carro il primo legno.

la schiera divina (milizia del celeste regno), procede (procedeva) e tutta quanta passa, davanti al Sommo, Matelda e Stazio (trapassonne), prima (pria) che il carrozzone abbia piegato (piegasse) il timone (primo legno).

Il movimento viene descritto come una minuziosa operazione militare, con la prima fila, costituita dai sette candelabri e dai ventiquattro vecchi, che batte in ritirata, mentre l’eletto calesse rimane immobile fino al concludersi dell’inversione, per poi seguire a ruota.

Indi a le rote si tornar le donne,
e ’l grifon mosse il benedetto carco
27 sì, che però nulla penna crollonne.

Indi, di fianco alle ruote (a le rote) ritornano a posizionarsi (si tornar) le donne, il grifone trainando il consacrato carico (e ’l grifon mosse il benedetto carco) in modo che nessuna (sì, che però nulla) penna gli si sposti (crollonne).

La “donne” sono le sette danzatrici a rappresentazione delle virtù Teologali e Cardinali, che vanno a riposizionarsi come descritto in quarantunesima (Tre donne in giro da la destra rota venian danzando; l’una tanto rossa ch’a pena fora dentro al foco nota) e quarantaquattresima (Da la sinistra quattro facean festa, in porpore vestite, dietro al modo d’una di lor ch’avea tre occhi in testa) terzina di tre Canti fa.

La bella donna che mi trasse al varco
e Stazio e io seguitavam la rota
30 che fé l’orbita sua con minore arco.

La bella donna che scortò l’Alighieri nel guado (mi trasse al varco) del Letè e Stazio, seguono (seguitavam) la ruota che ha tracciato l’arcata più breve (fé l’orbita sua con minore arco).

La “bella donna” è Matelda, che insieme all’antico poeta romano s’incammina verso destra, ch’essendo la direzione di svolta della sfilata, non può che essere il giro più stretto (minore arco).

Sì passeggiando l’alta selva vòta,
colpa di quella ch’al serpente crese,
33 temprava i passi un’angelica nota.

Durante il peregrinare per l’elevata distesa deserta (Sì passeggiando l’alta selva vòta), a causa (colpa) di colei che credette alla serpe (ch’al serpente crese), un angelico canto (un’angelica nota) accompagna il cammino (temprava i passi).

Colei “ch’al serpente crese” fu Eva, colpevole, a conseguenza del suo irriverente atto, del fatto che quella zona di pianura sia disabitata.

Il passo viene tenuto al ritmo d’una melodia intonata dagli angeli.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXXII • Maestro degli Antifonari di Padova, Manoscritto Egerton MS 943, XVI secolo, Al canto degli Angeli, Dante, Stazio e Matelda seguono il Carro • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Maestro degli Antifonari di Padova
Al canto degli Angeli, Dante, Stazio e Matelda seguono il Carro
Manoscritto Egerton, XVI secolo

 

Forse in tre voli tanto spazio prese
disfrenata saetta, quanto eramo
36 rimossi, quando Bëatrice scese.

Forse in tre lanci (voli) copre (prese) egual (tanto) spazio, di quello generalmente percorso (quanto eramo rimossi), una freccia scoccata (disfrenata), quando Beatrice scende (scese) dal carro.

Il tratto di strada percorsa corrisponde al massimo a quello coperto da un triplo getto di di dardo.

Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;
poi cerchiaro una pianta dispogliata
39 di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.

Dante sente (Io senti’) mormorare da (a) tutti “Adamo”; poi circondare (cerchiaro) una pianta priva (dispogliata) di fogliame (foglie), e di qualsiasi altra gemma su (d’altra fronda), in ciascuno dei suoi rami (ciascun ramo).

Trattasi del celeberrimo ‘lignum scientiae boni et mali’ — ‘albero della conoscenza del bene e del male’, come riportato nella Genesi, dal quale Adamo ed Eva colsero il frutto proibito, violando decreto divino e, plausibilmente, il tono del mormorio con cui il nome dello stesso viene pronunciato, è riprovevole.

La coma sua, che tanto si dilata
più quanto più è sù, fora da l’Indi
42 ne’ boschi lor per altezza ammirata.

La sua chioma (coma), che s’allarga gradatamente e spropositatamente verso l’alto (su dilata più quanto più è sù), sarebbe (fora) ammirata, per la sua altezza, dagli indiani nei loro (da l’Indi ne’ lor) boschi.

È nelle Georgiche di Virgilio e in Naturalis Historia del filosofo, naturalista, scrittore, comandante militare e governatore romano Caio Plinio Secondo (23-79), alias Plinio il Vecchio, che fu riportata la presenza, in India, di piante dalle esorbitanti altezze.

«Beato se’, grifon, che non discindi
col becco d’esto legno dolce al gusto,
45 poscia che mal si torce il ventre quindi».

“Beato sei tu (se’), grifone (grifon), che non rompi (discindi) col becco il frutto di questa pianta (d’esto legno) dolce al gusto, essendo che poi’ (poscia) ti si torcerebbe (torce) il ventre dal dolore (mal)”.

Il sottinteso frutto, in alternativa interpretazione viene decodificato come la corteccia dell’albero.

Così dintorno a l’albero robusto
gridaron li altri; e l’animal binato:
48 «Sì si conserva il seme d’ogne giusto».

Così gridarono (gridaron) intorno al robusto albero tutti i (li) membri della fila ; e l’animale di duplice sembianza, dichiara: “Così si sta guadagnando (Sì si conserva) il seme d’ogni giustizia (si conserva il seme d’ogne giusto”.

L’animale “binato” è il grifone, che rievoca le parole, secondo Vangelo di Matteo, dette da gesù a Giovanni Battista: “Sic enim decet nos implere omnem iustitiam” — “Così è appropriato per noi adempiere ad ogni giustizia”.

E vòlto al temo ch’elli avea tirato,
trasselo al piè de la vedova frasca,
51 e quel di lei a lei lasciò legato.

E voltosi (vòlto) al timone (temo) del carroccio ch’egli aveva trainato (elli avea tirato), lo strascica ai piedi della defraudata pianta (trasselo al piè de la vedova frasca), a lei lasciandolo (e lasciò) legato per mezzo di un ramo della stessa (quel di lei).

Allegoricamente si potrebbe supporre che il grifone vincoli la Chiesa, simbolizzata dal carro, all’incondizionato obbedire a decreti divini, rappresentati dall’albero sebbene anche in questo caso vi siano state, nel corso del tempo, differenti letture da parte di vari dantisti.

Come le nostre piante, quando casca
giù la gran luce mischiata con quella
54 che raggia dietro a la celeste lasca,
turgide fansi, e poi si rinovella
di suo color ciascuna, pria che ’l sole
57 giunga li suoi corsier sotto altra stella;

Come le piante che si trovano sul mondo (nostre) — quando scende (casca giù) la luminosità solare (gran luce) miscelata (mischiata) a (con) quella che sta raggiante (raggia) dietro alla (a la) celeste carpa (lasca) — divengon (fansi) turgide, in seguito rinnovandosi (e poi si rinovella) ognuna nella propria tonalità (di suo color ciascuna), prima che il (’l) sole colleghi (giunga) i (li) suoi cavalli (corsier) alla costellazione successiva (sotto altra stella);

Costellazione dell’Ariete è “quella che raggia dietro a la celeste lasca”, ove “lasca” richiama i Pesci, mentre “altra stella” si riferisce al Toro.

men che di rose e più che di vïole
colore aprendo, s’innovò la pianta,
60 che prima avea le ramora sì sole.

così si rinnova (s’innovò) la pianta che prima aveva i rami tanto spogli (avea le ramora sì sole), manifestandosi in sfumature (colore aprendo) meno intense delle (men che di) rose e più delle (che di) di vïole.

Con “men che di rose e più che di vïole” si rappresenta una nuance meno rossa delle prime e più vivida delle seconde.

Io non lo ’ntesi, né qui non si canta
l’inno che quella gente allor cantaro,
63 né la nota soffersi tutta quanta.

L’Alighieri (Io) non comprende appieno (lo ’ntesi), tantomeno sulla terra viene cantato (né qui non si canta), l’inno che quelle persone in quel momento intonano (quella gente allor cantaro), e nemmeno gli riesce d’ascoltare fino in fondo quel componimento (né la nota soffersi tutta quanta).

S’io potessi ritrar come assonnaro
li occhi spietati udendo di Siringa,
66 li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;

Se Dante fosse in grado di narrare (S’io potessi ritrar) come s’assopirono gli (assonnaro li) spietati occhi all’ascoltar (udendo) la favella di Siringa, i (li) medesimi occhi ai quali (a cui) costò tanto (sì) caro il costante vegliare (pur vegghiar);

Gli “occhi spietati” sono quelli di Argo, il mitologico pastore con ruolo di controllo sulla ninfa Io, descritto nel ventinovesimo Canto di Purgatorio, ai versi novantacinque e novantasei, con relativa vicenda: “e li occhi d’Argo, se fosser vivi, sarebber cotali”.

come pintor che con essempro pinga,
disegnerei com’io m’addormentai;
69 ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.

come un pittore (pintor) che stia dipingendo (pinga) con il modello (essempro) innanzi, Dante riporterebbe l’atto del suo addormentarsi (disegnerei com’io m’addormentai); d’altronde (ma), chiunque ne abbia desiderio (qual vuol sia) racconti con precisione come ci si abbandona al sonno (che l’assonnar ben finga).

La descrizione a cui s’accenna è talmente ostica, da portare l’autore della Commedia ad incalzare chiunque se ne voglia saggiare.

Però trascorro a quando mi svegliai,
e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo
72 del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».

Pertanto l’Alighieri passa a descrivere il momento del suo ridestarsi (Però trascorro a quando mi svegliai), raccontando di come uno splendore gli squarci il (ch’un splendor mi squarciò ’l) velo del sonno, e un richiamo (chiamar) gli intima: “Alzati: che sti facendo (fai)?”.

Quali a veder de’ fioretti del melo
che del suo pome li angeli fa ghiotti
75 e perpetüe nozze fa nel cielo,
Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
e vinti, ritornaro a la parola
78 da la qual furon maggior sonni rotti,
e videro scemata loro scuola
così di Moïsè come d’Elia,
81 e al maestro suo cangiata stola;

Come (Quali) a veder i germogli (de’ fioretti) del melo, che dei suoi frutti (del suo pome) ingolosisce gli (fa ghiotti li) angeli, nel cielo allestendo un perenne banchetto nuziale (e perpetüe nozze fa), vennero condotti gli apostoli Pietro e Giovanni e Iacopo che, storditi (e vinti), si ridestarono (ritornaro) all’udir quella (a la) parola dalla quale vennero interrotti (da la qual furon rotti) sonni ben più profondi (maggior) e notando esser la loro compagnia (scuola) scemata della presenza tanto (così) di Mosè (Moïsè) quanto (come) d’Elia, nonché Gesù aver cambiato vesti (e al maestro suo cangiata stola);

La locuzione “Surgi: che fai?” è parafrasi evangelica, secondo Matteo, dell’ammonimento fatto da Gesù agli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo, accompagnati sul monte Tabor a gustare le primizie della beatitudine (veder de’ fioretti del melo che del suo pome li angeli fa ghiotti), poi intontiti dallo sfolgorio della trasfigurazione del Cristo: “Sorgite et nolite timere” — “Alzatevi e non temete”.

La parola “da la qual furon maggior sonni rotti” è quella con la quale il figlio di Dio riportò alla vita persone ormai defunte, sottraendole al sonno eterno.

Al loro risveglio, i tre apostoli notarono l’assenza dei profeti Mosè ed Elia, che poco prima conversavano con Gesù, nel frattempo abbigliatosi con altra stola.

tal torna’ io, e vidi quella pia
sovra me starsi che conducitrice
84 fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.

nelle medesime condizioni si risveglia Dante (tal torna’ io), vedendosi sopra (e vidi sovra me) quella pia donna che poco prima (pria) gli era stata guida (conducitrice fu) nel suo guadare il Letè (de’ miei passi lungo ’l fiume).

La donna “pia” è sempre Matelda.

E tutto in dubbio dissi: «Ov’è Beatrice?».
Ond’ella: «Vedi lei sotto la fronda
87 nova sedere, in su la sua radice.

E completamente sbigottito (tutto in dubbio) le chiede (dissi) dove sia (Ov’è) Beatrice. Ond’ella risponde ch’egli la può vedere (Vedi lei) seduta (sedere) sotto l’albero rifiorito (la fronda nova), sulle sue radici (in su la sua radice).

Vedi la compagnia che la circonda:
li altri dopo ’l grifon sen vanno suso
90 con più dolce canzone e più profonda».

Matelda consiglia all’Alighieri d’osservare il codazzo che l’attornia (la compagnia che la circonda): tutti gli (li) altri s’elevano al cielo (sen vanno in suso) stando dietro al grifone (dopo ’l grifon) e cantando in maniera soave ed intensa come mai (con più dolce canzone e più profonda).

La “compagnia” sono le sette ballerine, mentre gli “altri” che risalgono sono rispettivamente, i ventiquattro vecchi, i sette in appendice e i quattro animali.

E se più fu lo suo parlar diffuso,
non so, però che già ne li occhi m’era
93 quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.

E se Matelda abbia aggiunto altro al suo discorso (più fu lo suo parlar diffuso), Dante non sa (so), essendo che nel suo sguardo s’è ormai stanziata (però che già ne li occhi m’era) colei che a qualsivoglia alternativa percezione l’aveva interdetto (quella ch’ad altro intender m’avea chiuso).

La sola presenza di Beatrice nell’iridi dell’Alighieri ne rapisce ogni facoltà.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXXII • Odilon Redon (1840-1916), Beatrice, 1897 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Odilon Redon (1840-1916), Beatrice, 1897

 

Sola sedeasi in su la terra vera,
come guardia lasciata lì del plaustro
96 che legar vidi a la biforme fera.

In tutta solitudine siede sopra quella vergine (Sola sedeasi in su la vera) terra, come fosse deputata (lasciata lì) a guardia della trionfale carrozza (plaustro) che Dante aveva visto esser stata legata (legar vidi) alla pianta dalla duplice belva (a la biforme fera).

La “biforme vera” è il grifone.

In cerchio le facevan di sé claustro
le sette ninfe, con quei lumi in mano
99 che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.

In cerchio la facevan chiostro (claustro) di sé le sette ninfe, tenendo fra le mani (con in mano) quei lumi che né il vento del nord, tantomeno quello del sud, riuscirebbero a smorzare (son sicuri d’Aquilone e d’Austro).

Quei lumi “sicuri d’Aquilone e d’Austro” sono i sette candelabri, indi i sette doni dello Spirito Santo, ora abbrancati dalle sette Virtù.

«Qui sarai tu poco tempo silvano;
e sarai meco sanza fine cive
102 di quella Roma onde Cristo è romano.

“In questa selva rimarrai brevemente (Qui sarai tu poco tempo silvano); e resterai con me (sarai meco) cittadino (cive) eterno (sanza fine) di quella Roma in cui (onde) Cristo è romano.

Con “romano” il Cristo viene indicato come primo cittadino di Roma, ovvero del Paradiso.

Però, in pro del mondo che mal vive,
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
105 ritornato di là, fa che tu scrive.»

Pertanto (Però), in favore (pro) dell’umanità fuorviata (del mondo che mal vive), mantieni ora lo sguardo fisso (tieni or li occhi) al carro, e di ciò (quel) che vedrai (vedi), una volta ritornato sulla terra (di là), fai in modo di scriverne (fa che tu scrive)”.

Beatrice raccomanda al suo prediletto di ben recepire quanto sta per vedere, al fin di poterne riferirne, tramite scrittura, sul mondo terrestre.

Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
d’i suoi comandamenti era divoto,
108 la mente e li occhi ov’ella volle diedi.

Così parla Beatrice; e l’Alighieri (io), ch’è totalmente prostrato in devozione alle sue volontà (che tutto ai piedi d’i suoi comandamenti era divoto), concentra (diedi) intelletto (la mente) e vista (li occhi) ov’ella ha richiesto (volle).

Non scese mai con sì veloce moto
foco di spessa nube, quando piove
111 da quel confine che più va remoto,
com’io vidi calar l’uccel di Giove
per l’alber giù, rompendo de la scorza,
114 non che d’i fiori e de le foglie nove;

Mai avvenne che una saetta (foco) scendesse (scesa) con tal celerità (sì veloce moto) da una spessa nube, al suo piombar (quando cade) dalle più lontane zone dell’atmosfera (da quel confine che più va remoto), al pari di quanto Dante vede precipitare l’uccello (com’io vidi calar l’uccel) di Giove giù dall’albero (per l’alber), rompendone la corteccia (rompendo de la scorza), oltre (non) che i (d’i) fiori e le (de le) foglie novelle (nove);

L’uccello “di Giove” è un’aquila, la qual storicamente, nella sue metaforiche sembianze imperiali, s’è sempre accanita in opposizione alle leggi divine.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXXII • La Comedia di Dante Alighieri con la noua espositione di Alessandro Vellutello, 1544 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
La Comedia di Dante Alighieri
con la noua espositione di Alessandro Vellutello, 1544

 

e ferì ’l carro di tutta sua forza;
ond’el piegò come nave in fortuna,
117 vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.

e il fulmine colpisce il (ferì ’l) carro con (di) tutta la sua potenza (forza); di conseguenza lo stesso oscillando (ond’el piegò) come una nave nella tempesta (in fortuna), sballottata dalle onde (vinta da l’onda), or sottovento (da pioggia), or sopravvento (da orza).

L’espressione “or da poggia, or da orza” è gergo marinaresco.

Poscia vidi avventarsi ne la cunaì
del trïunfal veiculo una volpe
120 che d’ogne pasto buon parea digiuna;

Poi l’Alighieri vede (vidi) ficcarsi nella cavità del carro trionfale (avventarsi ne la cunaì del trïunfal veiculo) una volpe che pare esser (parea) digiuna di qualsiasi (d’ogne) buon pasto;

Nella “cunaì”, inteso come incavo, viene qui utilizzato per designare la parte sottostante del glorioso carretto.

ma, riprendendo lei di laide colpe,
la donna mia la volse in tanta futa
123 quanto sofferser l’ossa sanza polpe.

ma, reguardendola d’indecorose infamie (riprendendo lei di laide colpe), Beatrice la spinge ad una fuga tanto celere (la donna mia la volse in tanta futa) per quanto glielo possano consentire le sue (sofferser l’) ossa spolpate (sanza polpe).

La volpe che “d’ogne pasto buon parea digiuna”, appare come se nella sua esistenza si sia nutrita unicamente di sozzerie e la stessa, magra fino all’osso, sarebbe l’eresia, perentoriamente sfatata e allontanata dalla Scienza della rivelazione, qui impersonata da Beatrice.

Poscia per indi ond’era pria venuta,
l’aguglia vidi scender giù ne l’arca
126 del carro e lasciar lei di sé pennuta;

Poi Dante vede (vidi) di nuovo l’aquila (l’aguglia), da dov’era scesa precedentemente (per indi ond’era pria venuta), planare (scender giù) sotto il carro (ne l’arca), lasciando al suo interno tutte le sue penne (lasciar lei di sé pennuta);

e qual esce di cuor che si rammarca,
tal voce uscì del cielo e cotal disse:
129 «O navicella mia, com’ mal se’ carca!».

e, come fuoriuscente da un cuore disperato (qual esce di cuor che si rammarca), simil (tal) voce giunge dal (uscì del) cielo, così affermando (cotal disse): “O navicella mia, che orribile carico porti in te (com’ mal se’ carca)!”

Nell’epoca costantiniana, alla Chiesa vennero ceduti beni materiali ch’esulavano dalle sue competenze, simbolicamente l’aquila imperiale caricandola d’un infausto peso, in contrasto a quella che avrebbe dovuto essere la sua indole pura e spirituale, priva di qualsiasi attaccamento tangibile, “mal” carico su cui si strugge, rammaricandosene, una voce che giunge dal cielo, plausibilmente quella di san Pietro, profondamente addolorato per la sua “navicella”, di patrimoni terreni inquinata.

Poi parve a me che la terra s’aprisse
tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
132 che per lo carro sù la coda fisse;

Poi all’Alighieri par che la terra s’apra (s’aprisse tr’ambo) nel mezzo delle due ruote, vedendovi uscire (e vidi uscirne) un drago che ficca (che fisse) la coda sotto il (sù per lo) carro;

e come vespa che ritragge l’ago,
a sé traendo la coda maligna,
135 trasse del fondo, e gissen vago vago.

ritraendo (traendo) poi a sé la malvagia (maliogna) coda, al pari della (e come) vespa che ritragga il pungiglione (che ritragge l’ago), strappando (trasse) un pezzo di base (del fondo), poi andandosene (gissen) procedendo tortuosamente (vago vago).

Il drago/vespa è satanica figurazione e in codesto frangente rimanderebbe alla depauperazione della Chiesa a seguito degli scismi.

Il volar “vago vago” potrebbe altresì rievocare un’andatura appagata o solitaria.

Quel che rimase, come da gramigna
vivace terra, da la piuma, offerta
138 forse con intenzion sana e benigna,
si ricoperse, e funne ricoperta
e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto
141 che più tiene un sospir la bocca aperta.

Quel poco rimasto (che rimase), si ricopre (ricoperse) di piume (da la piuma), forse offerte in pura e benevola intenzione (offerta con intenzion sana e benigna), e ne vengono completamente ricoperte (funne ricoperta) tanto entrambe le ruote quanto il timone (e l’una e l’altra rota e ’l temo), come dalla (da) gramigna viene cosparso il terreno (terra) fertile (vivace), in un lasso di tempo talmente breve (in tanto) che un sospiro ne impiegherebbe di più ad uscir dalle labbra (più tiene un sospir la bocca aperta).

Trasformato così ’l dificio santo
mise fuor teste per le parti sue,
144 tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.

Così tramutato (trasformato) il sacro macchinario (’l dificio santo) butta fuori (mise fuor) teste da ogni sua parte (per le parti sue), tre sopra il timone (sovra ’l temo) e una per ogni angolo (in ciascun canto).

Le prime eran cornute come bue,
ma le quattro un sol corno avean per fronte:
147 simile mostro visto ancor non fue.

Le prime tre hanno un paio di corna (eran cornuite), come i buoi (bue), mentre (ma) le altre quattro hanno (avean) un sol corno frontale (per fronte): una simile mostruosità (simile mostro) non fu (fue) mai vista (visto).

A riguardo le parafrasi sono tuttora ampiamente aperte, ma le sette teste dovrebbero essere a simbolo dei sette peccati capitali, in piena antitesi ai sette doni dello Spirito Santo, nefastamente snaturatisi.

Un “simile mostro” venne a dire il vero già delineato, dall’evangelista Giovanni, nell’Apocalisse, come una “bestia coccinea habens capita septem et cornua decem” – “belva scarlatta che ha sette teste e dieci corna”.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXXII • Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1912-1941 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1912-1941

 

Sicura, quasi rocca in alto monte,
seder sovresso una puttana sciolta
150 m’apparve con le ciglia intorno pronte;

Ben stabile (Sicura), come un fortilizio arroccato sulla vetta d’una montagna (quasi rocca in alto monte), alla vista di Dante appare (m’apparve), seduta sul carro (seder sovresso), una prostituta libertina (puttana sciolta), nell’atto di occhieggiare tutt’intorno (con le ciglia intorno pronte);

e come perché non li fosse tolta,
vidi di costa a lei dritto un gigante;
153 e basciavansi insieme alcuna volta.

e come a voler evitare che le venga sottratta (perché non li fosse tolta), l’Alighieri vede impettito al suo fianco (vidi dritto di costa a lei) un gigante; e i due, di tanto in tanto (alcuna volta), si scambiano baci (basciavansi insieme).

Ma perché l’occhio cupido e vagante
a me rivolse, quel feroce drudo
156 la flagellò dal capo infin le piante;

ma non appena il (l’) lussurioso (cupido) ed errante (vagante) sguardo (occhio) della donna si direziona verso Dante (a me rivolse), quel brutale amante (feroce drudo) la frusta dalla testa ai piedi (flagellò dal capo infin le piante);

poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,
disciolse il mostro, e trassel per la selva,
149 tanto che sol di lei mi fece scudo
160 a la puttana e a la nova belva.

poi, sopraffatto dalla gelosia ed imbestialito dalla rabbia (di sospetto vinto e d’ira crudo), slega (disciolse) il carro, reso come un mostro, dall’albero, trascinandolo (e trassel) per la boscaglia (selva), al punto da nascondere all’Alighieri, dietro a una barriera di piante (tanto che sol di lei mi fece scudo), sia la prostituta che l’insolita (a la puttana e a la nova) belva.

La sesta vicenda figurerebbe la Chiesa, cavalcata dalla Curia in mortificante prostituzione al sovrano di Francia, ovverosia il famigerato Filippo IV (1268-1314), detto ‘il Bello’, del quale il ventesimo Canto di codesta Cantica, in ventinovesima e trentesima terzina, ha tratteggiato vicissitudini e morale umiliazione di Bonifacio VIII (1230-1303) seguita allo ‘schiaffo d’Agnani’: “Perché men paia il mal futuro e ‘l fatto, veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, e nel vicario suo Cristo esser catto. Veggiolo un’altra volta esser deriso; veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele, e tra vivi ladroni esser anciso”.

Repentino cambio di registro avverrà sull’intonazione del ‘Deus, venerunt gentes’, alternando or tre or quattro dolce salmodia, le donne incominciaro, e lagrimando”…