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Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXX

William Blake (1757-1827), Apparizione di Beatrice, Illustrations to Dante’s Divine Comedy, 1826-27

 
Dopo essersi improvvisamente arrestati, tutti i componenti del sacro corteo rivolgono la propria attenzione al carro nei pressi del quale, con aria di festa, una vasta moltitudine d’angeli lancia fiori in aria, nel mentre sfiatando religiosi canti e anticipando la presenza di una donna che si rivelerà esser Beatrice.

Seppur non vedendola chiaramente, in quanto velata, Dante la riconosce avvertendola sul filo delle indelebili sensazioni con lei vissute in passato, esplodendosi il cuore e subitamente pronto a condividere la propria gioia con il suo adorato Virgilio, purtroppo concretizzando consapevolezza della sua assenza nel girarsi e non vedendolo, un tonfo all’animo suggellando il momento della definitiva separazione da colui che, prima d’essergli guida, gli fu dolce padre durante l’intero tragitto, a partir dai primi incerti e timorosi passi lasciati in remote orme nella selva oscura.

A trafiggere ulteriormente il suo gioioso entusiasmo una Beatrice inaspettatamente austera e tassativamente intransigente, che con tono deciso sprona l’impacciato e affranto peregrino, simbolicamente genuflesso sulla sua stessa immagine impedita e riflessa nel Letè, egli poi ristorandosi l’animo nel tastare ampia comprensione nei messaggeri celesti, caritatevoli e inclusivi il suo momentaneo e profondo impasse emotivo.

Beatrice riprende dunque la parola rivolgendosi agli angeli, con certosina precisione dichiarando di voler esser ascoltata in particolar modo, al fine di redimerlo, dall’Alighieri, di cui inizia a narrare un’esistenza condotta nell’iniziale privilegio d’aver ricevuto in dote eccezionali virtù, tramite le quali l’uomo avrebbe potuto realizzare mirabili imprese, tuttavia, dopo la di lei morte, dimenticandola e inselvatichendosi nel dedicarsi ad interessi non integerrimi, completamente immune agli svariati tentativi della donna di ricondurlo a probo percorso, tuttavia invano, indi la stessa decidendo di raggiungere il savio Virgilio per chiedergli di mostrare a Dante l’oltremondo, allo scopo di carpirne salvifico insegnamento e riscattarsi per tempo.

In ultima terzina Beatrice, il cui atteggiamento ricalca quello d’una madre severa per il bene del proprio figlio, accenna alla necessità di contrizione e susseguente pianto, da parte dell’Alighieri, prima di poter attraversare il fiume e dissetarsene, mondando la sua anima.

È un Alighieri che suscita quasi tenerezza, il personaggio ch’egli interpreta in questo Canto, un poeta quasi smarrito fra le sue rime, al contempo ben consapevole della strada da intraprendere, doppiamente rivestendo il ruolo di figlio, dapprima d’un paterno maestro la cui comprensione ed amorevolezza fissate ad imperitura memoria, ora d’una donna che lo riprende senza remora alcuna, nell’esclusivo e benevolo interesse di condurlo alla beatitudine celeste, salvandolo da un triste destino che sembrava già scritto, or sacralmente rimaneggiato.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXX • Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921

 

Quando il settentrïon del primo cielo,
che né occaso mai seppe né orto
3 né d’altra nebbia che di colpa velo,
e che faceva lì ciascuno accorto
di suo dover, come ’l più basso face
6 qual temon gira per venire a porto,
fermo s’affisse: la gente verace,
venuta prima tra ’l grifone ed esso,
9 al carro volse sé come a sua pace;

Quando la costellazione di sette stelle dell’Empireo (il settentrïon del primo cielo) — che mai conobbe (seppe) né tramonto (occaso) né alba (orto) né altra patina di foschia salvo quella del peccato (né d’altra nebbia che di colpa velo), e che nella parata (lì) fornisce indicazioni ad ognuno sul da farsi (faceva ciascuno accorto), similmente a come fa l’Orsa Minore (come ’l più basso face) guidando il timoniere che si appresti a ruotare le leve di comando al fin di giungere in (qual temon gira per venire a) porto — s’arresta (fermo s’affisse): i veraci vecchi (la gente verace), collocati tra il grifone e i sette candelabri (venuta prima tra ’l grifone ed esso), si girano verso il (volse sé al) carro come sorgente della propria (a sua) pace;

Il “settentrïon” indica i sette candelabri a capo del corteo, paragonati alle sette stelle dell’Orsa Minore ed allegoricamente lanciando similitudine fra i primi, che stanno a guida della sacra processione, e i sette astri che si fanno conducenti nei Cieli, rispetto al “primo cielo” in posizione inferiore, “’l più basso”, dato il lor esser situate, insieme alle altre costellazioni, nel sottostante cielo delle Stelle Fisse.

La “gente verace” sono i ventiquattro e veritieri anziani in fila per due, descritti nel precedente Canto.

e un di loro, quasi da ciel messo,
‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando
12 gridò tre volte, e tutti li altri appresso.

e uno fra (un di) loro, come fosse un inviato celeste (quasi da ciel messo), grida (gridò) per tre volte, cantando, ‘Veni, sponsa, de Libano’, e tutti gli (li) altri lo seguono (appresso).

‘Veni, sponsa, de Libano’ è un versetto del Cantico dei Cantici, testo contenuto nella Bibbia ebraica e cristiana, attribuito al re Salomone (1011 a.C. circa – 931 a.C. circa), secondo bibliche narrazioni terzo re d’Israele, successore e figlio di Davide: “Veni de Libano, sponsa, veni de Libano, veni, coronaberis” – “Vieni dal Libano, sposa, vieni dal Libano, vieni, sarai coronata” e nella trdizione cattolica la “sponsa” rappresenta la Chiesa, in quanto sposa di Cristo, mentre in codesto frangente è glorioso richiamo a Beatrice.

Quali i beati al novissimo bando
surgeran presti ognun di sua caverna,
15 la revestita voce alleluiando,
cotali in su la divina basterna
si levar cento, ad vocem tanti senis,
18 ministri e messagger di vita etterna.

Come (Quali) i beati, nel giorno del Giudizio universale (al novissimo bando), risorgeranno lesti (surgeran presti) ognuno dalla propria tomba (ognun di sua caverna), cantando alleluia (alleluiando) con la voce reinserita nel corpo (revestita), così sopra il sacro carro (cotali in su la divina basterna) si levano (levar) centinaia (cento) di ministri e messaggeri (messagger) di vita eterna (etterna).

I “ministri e messagger di vita etterna” sono gli angeli.

Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,
e fior gittando e di sopra e dintorno,
21 ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.

Tutti esclamano (dicean) ‘Benedictus qui venis!’, e, gettando fiori (e fior gittando) sia (e) sopra che (e) tutt’intorno (dintorno), dicendo ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.

‘Benedictus qui venis!’ – ‘Benedetto tu che vieni!’, è plauso intonato dal popolo di Gerusalemme a gesù, nella Domenica delle Palme, nei Vangeli integrante l’Osanna citata un Canto fa; ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’ – ‘Oh, spargete gigli a piene mani’ è implorazione ad opera del mitologico Anchise, personaggio dell’Eneide, in cordoglio all’anima del politico e militare romano Marco Claudio Marcello (270 a.C.- 208 a.C.), da lui celebrato.

Il giglio è fiore che rappresenta l’illibatezza della fede.

Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte orïental tutta rosata,
24 e l’altro ciel di bel sereno addorno;

Dante afferma d’aver già visto (Io vidi), nel sorger (cominciar) del giorno, la zona orientale (parte orïental) completamente (tutta) rosata, e l’altra parte di cielo (e l’altro ciel) adornato (addorno) d’una gradevole (di bel) sfumatura di sereno;

L’Alighieri tira un parallelismo fra quanto visto nell’oltremondo, con quanto visionato sulla terra, quasi a voler maggiormente coinvolgere i lettori nella sua esperienza celeste.

e la faccia del sol nascere ombrata,
sì che per temperanza di vapori
27 l’occhio la sostenea lunga fïata:

e il disco solare sorgere ombreggiato (la faccia del sol nascere ombrata), per modo (sì) che gli occhi riescano a sopportarne a lungo la luce (l’occhio la sostenea lunga fïata) grazie alla moderazione dei (per temperanza di) vapori:

così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
30 e ricadeva in giù dentro e di fori,
sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
33 vestita di color di fiamma viva.

così, dall’interno d’una nube (dentro una nuvola) di fiori che dalle mani degli angeli (da le mani angeliche) volano in alto (saliva), ricadendo (e ricadeva in giù) dentro e intorno (di fori) al carro, a Dante appare (m’apparve) una donna la quale, sopra il suo bianco velo (sovra candido vel) porta una ghirlanda di ulivo (cinta d’uliva) e sotto un verde mantello (manto) abbigliata con una veste dalla tonalità rosso fiammante (vestita di color di fiamma viva).

L’ulivo ha intrinseco il significato di pace e sapienza e il color scarlatto dell’abito richiama il giovanile vestiario di Beatrice, il medesimo dalla stessa indossato durante il suo primo incontro con il giovanissimo poeta.

E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato ch’a la sua presenza
36 non era di stupor, tremando, affranto,
sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
39 d’antico amor sentì la gran potenza.

E in cuor suo Dante (spirito mio), sente d’esser rimasto così a lungo (contanto tempo) desolato di trepidante e stremante meraviglia (non era di stupor, tremando, affranto) provata al cospetto d’ella (ch’a la sua presenza), che senza nemmen la necessità di guardarla (sanza de li occhi), ma solo percependone l’arcana virtuosità (occulta virtù che da lei mosse), l’ardor d’amore passato lo pervade (d’antico amor sentì la gran potenza).

L’amore dell’Alighieri per la sua Beatrice fu talmente intenso dal percepirla, pur non vedendola in viso, sul filo di vibrazioni sottopelle, a bordo cuore.
 

Andrea Pierini (1798-1858), Dante incontra Beatrice in Purgatorio, 1853
Andrea Pierini (1798-1858), Dante incontra Beatrice in Purgatorio, 1853

 

Tosto che ne la vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
42 prima ch’io fuor di püerizia fosse,
volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
45 quando ha paura o quand’elli è afflitto,
per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
48 conosco i segni de l’antica fiamma’.

Non appena (Tosto) Dante viene colpito (mi percosse) nella (ne la) vista dalla profonda virtù amorosa che già l’aveva (m’avea) trafitto nel periodo precedente l’adolescenza (prima ch’io fuor di püerizia fosse), si volge verso (volsimi a la) sinistra, con il medesimo affanno con cui (col respitto col quale) il bambino (fantolin) corre dalla madre (a la mamma) quando ha paura o quand’egli prova un senso d’afflizione (elli è afflitto), per dire (dicere) a Virgilio: “Nemmeno un grammo (Men che dramma) di sangue m’è rimasto (rimaso) che non tremi: riconosco (conosco) i segni dell’(de l’)antica fiamma”.

Riporta testualmente passo del virgiliano poema, la locuzione ‘conosco i segni de l’antica fiamma’, traduzione letterale di ‘adgnosco veteris vestigia fiammae’, (Eneide, IV, 23) in ossequioso omaggio allo stimato maestro.

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
51 Virgilio a cui per mia salute die’mi;

Ma Virgilio ha lasciato tutti privi della sua presenza (n’avea lasciati scemi di sé), Virgilio dolcissimo padre (patre), Virgilio al quale (a cui) l’Alighieri, per la sua stessa salvezza (mia salute) s’era affidato (die’mi);

In quel sussurrato “dolcissimo patre” si racchiude l’infinita e malinconica nostalgia del pellegrino sopraggiunta all’assenza del vate.

né quantunque perdeo l’antica matre,
valse a le guance nette di rugiada
54 che, lagrimando, non tornasser atre.

né tutto quanto perso da Eva (quantunque perdeo l’antica matre), è sufficiente a far sì che sulle (valse a le) guance, pulite della (nette di) rugiada, di non ritornare a imbrattarsi di lacrime (non tornasse atre), piangendo (lagrimando).

Nemmeno le meraviglie del paradiso terrestre riescono a frenare la tristezza del discepolo, sgorgante dal suo animo in meste e copiose lacrime che gli inondano occhi e volto.

«Dante, perché Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non piangere ancora;
57 ché pianger ti conven per altra spada.»

“Dante, non pianger oltremodo (anco) per il fatto che (perché) Virgilio se ne sia andato (vada), non piangere ancora; dato che (ché) ti toccherà (conven) pianger per altre ragioni (altra spada).”

Beatrice irrompe perentoria ed inflessibile, nominando confidenzialmente l’Alighieri per nome, tuttavia ben distante dall’idilliaco incontro che riunisce due persone da molto tempo distanti.

Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
viene a veder la gente che ministra
60 per li altri legni, e a ben far l’incora;

Come (quasi) un ammiraglio che da (in) poppa a prua (in prora) passi in rassegna (vien a veder) la ciurma (la gente) che conduce le altre imbarcazioni (ministra li altri legni) della flotta, spronandola ai propri doveri (e a ben far l’incora);

in su la sponda del carro sinistra,
quando mi volsi al suon del nome mio,
63 che di necessità qui si registra,
vidi la donna che pria m’appario
velata sotto l’angelica festa,
66 drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.

sulla (in su la) sponda sinistra del carro, quando Dante si volge al sentir pronunciar (mi volsi al suon) il proprio nome (del nome mio), che qui vien trascritto (si registra) per (di) necessità, vede (vidi) la donna che poco prima gli era apparsa (pria m’appario) velata sotto la festosa pioggia di fiori lanciati dagli angeli (l’angelica festa), fissar gli (li) occhi verso di lui dall’altra parte del Letè (ver’ me di qua dal rio).

L’autore della Commedia sembra quasi scusarsi per aver riportato ad inchiostro il proprio nominativo fra le pagine della sua opera.

Tutto che ’l vel che le scendea di testa,
cerchiato de le fronde di Minerva,
69 non la lasciasse parer manifesta,
regalmente ne l’atto ancor proterva
continüò come colui che dice
72 e ’l più caldo parlar dietro reserva:

Nonostante (Tutto che) il velo (’l vel) che le scende dal capo (scendea di testa), coronato dalla ghirlanda d’ulivo (cerchiato de le fronde di Minerva), non permetta di vederla in maniera precisa (non la lasciasse parer manifesta), ancor regalmente fiera (proterva) nell’atteggiamento (ne l’atto) Beatrice persiste (continüò) come colui che instradi un discorso (dice) riserbando per la parte finale le parole più ferventi (e ’l più caldo parlar dietro reserva):

L’ulivo è votato a Minerva, in virtù del suo esser dea della saggezza e della sapienza.

«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d’accedere al monte?
75 non sapei tu che qui è l’uom felice?».

“Guarda bene qui (Guardaci ben)! Sono proprio io, sono proprio (Ben son, ben son) Beatrice. Come hai potuto percepirti degno (degnasti) d’accedere al Purgatorio (monte)? tu non sapevi che quassù (qui) l’uomo trova la felicità (è l’uom felice)?”.

Alternativa interpretazione del versetto 74 così vorrebbe: “Insomma ti sei degnato d’accedere al Purgatorio?”.

Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
78 tanta vergogna mi gravò la fronte.

Lo sguardo dell’Alighieri precipita fra le acque del limpido fiumicello (Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte); ma riflettendosi (veggendomi) in esso, egli lo devia sull’(i trassi a l’)erba, facendogli abbassare il capo (mi gravò la fronte) l’immensa (tanta)vergogna.

Dante, ripreso da Beatrice, prova infinito imbarazzo ed abbassa la testa, sennonché, osservando il suo impaccio nello specchio delle acque, repentinamente guarda altrove.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXX • Carl Wilhelm Friedrich Oesterley (1805–1891), Dante e Beatrice, 1845 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Carl Wilhelm Friedrich Oesterley (1805–1891), Dante e Beatrice, 1845

 

Così la madre al figlio par superba,
com’ella parve a me; perché d’amaro
81 sente il sapor de la pietade acerba.

Come la madre appare severa (par superba) al figlio, nel rimproverarlo, così Beatrice è apparsa (ella parve) all’Alighieri (me); perché d’amaro sente l’amor di madre irritato (il sapor de la pietade acerba).

Il rimprovero di Beatrice racchiude in sé materna rigidità, sfumandosi di protezione nei confronti dell’uomo che vorrebbe accompagnare alla grazia.

Ella si tacque; e li angeli cantaro
di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;
84 ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.

La donna (Ella) si silenzia (tacque); e gli (li) angeli cantano (cantaro) nell’immediato (di sùbito) ‘In te, Domine, speravi’; ma senza oltrepassare (oltre non passaro) le parole ‘pedes meos’.

‘In te, Domine, speravi’ – ‘In te, o Signore, ho riposto la mia speranza’ è il trentesimo Salmo dlla Vulgata, in cui si canta il totale adagiarsi del penitente nella divina misericordia; ‘pedes meos’ – ‘i miei piedi’ è la chiusura del nono verso.

Sì come neve tra le vive travi
per lo dosso d’Italia si congela,
87 soffiata e stretta da li venti schiavi,
poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
pur che la terra che perde ombra spiri,
90 sì che par foco fonder la candela;

Così (Sì) come la neve tra i viventi alberi (le vive travi) si (ghiaccia) congela sugli Appennini (per lo dosso d’Italia), soffiata e compressa dai (da li) venti della Schiavonia (schiavi), poi, disciolta (liquefatta), si sgela al suo interno (in sé stessa trapela), appena (pur che) la terra che perde l’ombra soffia (spira), per modo da farla sembrar (sì che par) una candela che si fonde (fonder) sott’effetto del fuoco (par foco);

I “venti schiavi” so quelli provenienti dalla Croazia, ai tempi Schiavonia o Slavonia; la “terra che perde ombra spiri” è l’Africa, dato il suo annullare ombre nei pressi dell’equatore.

così fui sanza lagrime e sospiri
anzi ’l cantar di quei che notan sempre
93 dietro a le note de li etterni giri;

così Dante si ritrova senza lacrime (fui sanza lagrime) e sospiri, prima del canto di coloro (anzi ’l cantar di quei) che cantan (notan) sempre in riferimento alle (dietro a le) note delle rotazoni celesti (de li etterni giri);

Probabilmente, in seguito alla riprovazione di Beatrice l’Alighieri ha smesso tanto di piangere quanto di sospirare.

ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre
lor compartire a me, par che se detto
96 avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,

ma dopo aver compreso (che ’ntesi) nelle soavi intonazioni (ne le dolci tempre) degli angeli la loro compartecipazione al suo stato d’animo (lor compartire a me), come (par che) se avesser detto: ‘Donna, perché lo mortifichi (stempre) in tal maniera (sì)?’

lo gel che m’era intorno al cor ristretto,
spirito e acqua fessi, e con angoscia
99 de la bocca e de li occhi uscì del petto.

Il gelo (lo gel) che s’era avvinghiato al cuore di Dante (m’era intorno al cor ristretto), si tramuta in (fessi) acqua e fiato (sospiro), e con afflizione fuoriuscendo dal (del) suo petto tramite (de la) bocca e gli (li) occhi.

Percependo le angeliche essenze in empatia al suo patema, Dante si rilassa risciogliendosi in lacrime ed aneliti in pieno sfogo, come i ghiacci del dorsale appenninico quando, soggetti a vento africano, iniziano a squagliarsi.

Ella, pur ferma in su la detta coscia
del carro stando, a le sustanze pie
102 volse le sue parole così poscia:

Beatrice (Ella), rimanendo (stando) costantemente (pur) fissa sulla soprannominata parte (pur ferma in su la detta coscia) del carro, così rivolge poi (volse poscia) la sue parole alle pie creature (sustanze):

«Voi vigilate ne l’etterno die,
sì che notte né sonno a voi non fura
105 passo che faccia il secol per sue vie;

“Voi vegliate nella luce del giorno eterno (vigilate ne l’etterno die), per modo (sì) che né la notte né il sonno non possano celarvi (a voi non fura) nessun evento che si verifica nella storia terrestre (passo che faccia il secol per sue vie);

onde la mia risposta è con più cura
che m’intenda colui che di là piagne,
108 perché sia colpa e duol d’una misura.

pertanto (onde) ho maggior premura (è con più cura) che la mia risposta venga intesa da (che m’intenda) colui che sta piangendo (piagne) al di là del fiume, affinché le sue colpe siano commisurate al suo dolore (perché sia colpa e duol d’una misura).

Non pur per ovra de le rote magne,
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
111 secondo che le stelle son compagne,
ma per larghezza di grazie divine,
che sì alti vapori hanno a lor piova,
114 che nostre viste là non van vicine,
questi fu tal ne la sua vita nova
virtüalmente, ch’ogne abito destro
117 fatto averebbe in lui mirabil prova.

Non solamente (pur) per opera dell’influenza celeste (ovra de le rote magne), che orienta (drizzan) ciascun essere (seme) ad un determinato (alcun) fine in base al favore delle costellazioni (secondo che le stelle son compagne), ma per eccesso (larghezza) di grazie divine, che piovono da nubi talmente elevate (sì alti vapori hanno a lor piova), dal non esser la nostra vista nemmeno in grado d’avvicinarsi (nostre viste là non van vicine), quest’uomo (questi) fu potenzialmente dotato di virtù in tal modo, nella prima parte della sua vita (fu tal ne la sua vita nova virtüalmente), che un qualsiasi comportamento adeguato (ch’ogne abito destro) avrebbe generato (fatto averebbe) in lui risultati encomiabili (mirabil prova).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXX • Simeon Solomon (1840-1905), Il primo incontro di Dante e Beatrice, 1859-63 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Simeon Solomon (1840-1905), Il primo incontro di Dante e Beatrice, 1859-63

 

Ma tanto più maligno e più silvestro
si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
120 quant’elli ha più di buon vigor terrestro.

Ma tanto più insidioso (maligno) e più selvaggio (silvestro) divien il terreno qualora mal seminato e incolto (si fa ’l terren col mal seme e non cólto), in misura direttamente proporzionale alla sua buona fecondità (quant’elli ha più di buon vigor terrestro).

In piena allegoria, beatrice sostiene quanto un animo virtuoso si possa devastare in maniera corrispondente alle qualità ad esso proprie.

Alcun tempo il sostenni col mio volto:
mostrando li occhi giovanetti a lui,
123 meco il menava in dritta parte vòlto.

Per un certo periodo l’ho supportato con la mia presenza (Alcun tempo il sostenni col mio volto): mostrandogli (mostrando a lui) i (li) giovani (giovanetti) occhi, in mia compagnia direzionandolo sulla retta via (meco il menava in dritta parte vòlto).

Sì tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
126 questi si tolse a me, e diessi altrui.

Ma non appena mi trovai sulla (Sì tosto come fui in su la) soglia della gioventù (di mia seconda etade) e passai alla vita eterna (mutai vita), costui mi si sottrasse (questi si tolse a me), ad altro dedicandosi (e diessi altrui).

Quando di carne a spirto era salita,
e bellezza e virtù cresciuta m’era,
129 fu’ io a lui men cara e men gradita;

Quando trasmutai da carne a spirito (di carne a spirto era salita), elevandomi (cresciuta m’era) in bellezza e integrità (virtù), gli (a lui) fui (fu’ io) men cara e men gradita;

e volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false,
132 che nulla promession rendono intera.

lui stesso deviando il suo passo per un tragitto ingannevole (e volse i passi suoi per via non vera), inseguendo illusorie manifestazioni di felicità (imagini di ben seguendo false), che non mantengono appieno alcuna promessa fatta (che nulla promession rendono intera).

Né l’impetrare ispirazion mi valse,
con le quali e in sogno e altrimenti
135 lo rivocai: sì poco a lui ne calse!

Tantomeno mi servì implorare visitazioni celesti (Né l’impetrare ispirazion mi valse), attraverso (con) le quali sia (e) in sogno che tramite visione (e altrimenti) lo richiamai (rivocai): tanto (sì) poco a lui importandogliene (ne calse)!

Tanto giù cadde, che tutti argomenti
a la salute sua eran già corti,
138 fuor che mostrarli le perdute genti.

Sprofondò in un baratro talmente fondo (Tanto giù cadde), che qualsiasi strumento (tutti argomenti) deputato alla (a la) sua salvezza (salute) risultava ormai inadatto (eran già corti), salvo (fuor) che mostrargli i dannati (le perdute genti).

Per questo visitai l’uscio d’i morti,
e a colui che l’ha qua sù condotto,
141 li preghi miei, piangendo, furon porti.

Per questa ragione (questo) visitai l’anticamera del regno infernale (l’uscio d’i morti), portando (e fuor porti) le mie preghiere (li prieghi miei), in lacrime (piangendo), a colui che fin quassù (qua su) l’ha condotto.

L’ “uscio d’i morti” è il Limbo nel quale beatrice si recò supplicando Virgilio, “colui che l’ha qua sù condotto” di scortare l’Alighieri nell’oltretoba al fine di redimerlo tramite diretta osservazione della dannazione eterna, conseguente ad un’esistenza condotta in maniera fallace.

Alto fato di Dio sarebbe rotto,
se Letè si passasse e tal vivanda
144 fosse gustata sanza alcuno scotto
145 di pentimento che lagrime spanda».

Supremo decreto divino verrebbe violato (Alto fato di Dio sarebbe rotto), se il Letè venisse oltrepassato (si passasse) e se le sue acque venissero sorseggiate (tal vivanda fosse gustata) senza (sanza) aver pagato alcuno scotto di pentimento che pianto (lagrime) spanda.

A Dante non è concesso guadare il Letè o berne l’acqua, prima d’essersi pentito e pagato fio a riguardo.

Di Canto in Canto, Beatrice incalzerà Dante esordendo con un: “O tu che se’ di là dal fiume sacro”…