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Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXVII

Eugène Delacroix (1798-1863), Omero nell’Eliseo, insieme ad Ovidio, Orazio e Lucano, riceve Dante accompagnato da Virgilio, 1840-46

 
I tre poeti itineranti seguitano tragitto, sul far del tramonto, all’interno della settima Cornice e l’angelo della Castità, improvvisamente apparso, raggela il sangue nelle vene dell’Alighieri, al suo comunicar al terzetto la necessità d’oltrepassare la parete di fuoco, ultimo rito purificatorio per poter proseguire.

Stranamente, le solerti ed affettuose rassicurazioni di Virgilio nulla possono, inizialmente, sulla volontà del pellegrino, alle parole del messo celeste pietrificatosi dallo sgomento, come se la vita l’avesse temporaneamente abbandonato.

Solamente l’accennar a Beatrice da parte del maestro, riesce a scuotere l’infatuato cuore di Dante che, alla fine, seppur con manifesta titubanza, si decide a tuffarsi in quell’onde infuocate, fra insostenibile calura riuscendo ad approdare dalla parte opposta seguendo la voce dell’angelo a custodia dell’Eden.

La risalita per l’ultima scalinata s’interrompe per sopraggiunta oscurità, dunque i tre peregrini ne approfittano per una rifocillante sosta notturna, sdraiandosi su un gradino ciascuno ed è proprio sul far dell’alba che al discepolo appaiono in sogno due sorelle, Lia e Rachele, protagoniste di vicende bibliche che l’autore delle Commedia cita in virtù della contrapposizione fra uno stile di vita operoso, pertanto prolifico, contrapposto ad un’esistenza puramente contemplativa, di conseguenza infruttuosa.

Al risveglio dell’Alighieri sul crepuscolare riverbero, la marcia riprende e il posar piede nel paradiso terrestre corrisponde ad imminente abbandono, vale a dire alla conclusione del compito affidato a Virgilio d’accompagnare Dante per l’Oltretomba.

Senza che il suo protetto proferisca parola, la savia guida gli comunica, con una verbale amalgama d’autoritaria clemenza e imperiosa dolcezza, d’esser giunto al capolinea, confortando eventuale scoraggiamento da parte di Dante, nell’immediato trasmettendogli compiaciuto orgoglio nel suo esser finalmente in grado di procedere in fede ad un libero arbitrio risanato, puro e consapevole, indi anticipando il suo futuro silenzio, lasciando l’Alighieri rivolto anima e corpo ad un nuovo itinerario, tuttavia forse anche lanciando malinconiche gemme di nostalgia nel cuore di qualche lettore, al calar del sipario sulla sua tanto significativa e rasserenante presenza.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXVII • Leonardo da Vinci ( 1452-1519), Dante Alighieri, ca. 1493 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Leonardo da Vinci ( 1452-1519), Dante Alighieri, ca. 1493

 

Sì come quando i primi raggi vibra
là dove il suo fattor lo sangue sparse,
3 cadendo Ibero sotto l’alta Libra,
e l’onde in Gange da nona rïarse,
sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
6 come l’angel di Dio lieto ci apparse.

Così come quando scaglia (vibra) i primi raggi in quel luogo (là) dove il suo creatore (fattor) sparse sangue, rimanendo il fiume Ebro (cadendo Ibero) sotto la costellazione della Bilancia (l’alta Libra), mentre le acque del (e l’onde in) Gange sono rese bollenti dal mezzodì (da nona rïarse), in egual maniera (sì stava) il sole; quindi la giornata sta per finire (onde ’l giorno sen giva) nel momento in cui (quando) l’angelo (angel) celeste appare con lietezza a Dante, Virgilio e Stazio (come l’angel di Dio lieto ci apparse).

Il luogo in cui l’Altissimo venne ucciso è ovviamente Gerusalemme, che si trova agli antipodi del Purgatorio, di conseguenza, se nella città santa sta albeggiando, sul promontorio purgatoriale il tramonto s’avvia a concludere il giorno; oltre ai due punti cardinali succitati, vengono presi in considerazione la penisola iberica, rappresentata dal fiume Ebro, che si trova sotto la costellazione della Bilancia, quest’ultima diametralmente opposta a quella dell’Ariete, sotto cui sta in quel determinato frangente la sfera solare. In base alle numerose citazioni astronomiche dei precedenti Canti, se ne deduce che siano le sei di mattina a Gerusalemme, le sei di pomeriggio in Purgatorio, in Spagna le dodici e in India mezzanotte.

Come esplicato nel quindicesimo Canto di codesta Cantica, in periodo medievale l’ora “nona” era convenzione liturgica indicativa del mezzogiorno.

L’angelo in questione è quello della Castità.

Fuor de la fiamma stava in su la riva,
e cantava ‘Beati mundo corde!’
9 in voce assai più che la nostra viva.

Al di fuori della barriera di fuoco (Fuor de la fiamma), l’angelo è posizionato sul bordo della Cornice (stava in su la riva), frattanto cantando (e cantava) ‘Beati mundo corde!’ con (in) voce più vitale rispetto a quella dei tre poeti (in voce assai più che la nostra viva).

“Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt” — “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” è la sesta delle otto beatitudini contenute nel ‘Discorso della montagna’, per Vangelo secondo Matteo, ovvero il sermone rivolto da Gesù ai suoi discepoli, davanti ad un’immensa folla.

Poscia «Più non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
12 e al cantar di là non siate sorde»,
ci disse come noi li fummo presso;
per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
15 qual è colui che ne la fossa è messo.

Poi dicendo al trio, una volta appressatolo (Poscia ci disse come noi li fummo presso): “È impossibile procedere oltre (Più non si va) – anime sante – se prima non ci si sottopone all’ardere del fuoco (pria non morde il foco): entrate (intrate) in esso, avendo cura di rivolgere ascolto al canto proveniente dall’altra parte (e al cantar di là non siate sorde); per cui l’Alighieri (per ch’io), al sentir le sue parole (quando lo ’ntesi), si raggela dal terrore come se fosse già corpo esanime (divenni tal qual è colui che ne la fossa è messo).

Dante, per il fatto di possedere un corpo in carne ed ossa, è letteralmente terrificato alla sola idea di dover avvicinare le fiamme e oltrepassarle.

In su le man commesse mi protesi,
guardando il foco e imaginando forte
18 umani corpi già veduti accesi.

Egli si protende in avanti con le mani giunte (In su le man commesse mi protesi), scrutando (guardando) il fuoco (foco) e intensamente visualizzando (imaginando forte) i corpi umani bruciati (accesi), precedentemente visti (già veduti).

Volsersi verso me le buone scorte;
e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
21 qui può esser tormento, ma non morte.

Le due amorevoli guide gli rivolgono sguardo (Volsersi verso me le buone scorte); e Virgilio gli dice (mi disse): “Figliolo (Figliuol) mio, qui vi può esser sofferenza (tormento), ma non la morte”.

Premurosamente viene rimembrato all’Alighieri come sia impossibile morire in Purgatorio, in quanto regno di passaggio deputato all’espiazione delle proprie colpe, allo scopo di redimersi.

Ricorditi, ricorditi! E se io
sovresso Gerïon ti guidai salvo,
24 che farò ora presso più a Dio?

Ricordati, ricordati (Ricorditi, ricorditi)! E se io seppi condurti sano e salvo sulla groppa di Gerione (sovresso Gerïon ti guidai salvo), che farò ora che mi trovo più vicino (presso) a Dio?

Il vete intende dire che se fu in grado, come narrato nel diciassettesimo Canto infernale, di proteggere Dante e di fargli da degno conduttore in quella spaventosa planata sulla schiena di una bestia volante, come potrebbe non riuscirci ora, che si trova prossimo all’Onnipotente, inoltre avendo intrapreso viaggio per sua concessione?

Credi per certo che se dentro a l’alvo
di questa fiamma stessi ben mille anni,
27 non ti potrebbe far d’un capel calvo.

Sta pur (Credi per) certo che se anche tu stessi un migliaio di (ben mille) anni in seno (dentro a l’alvo) a queste fiamme, le stesse non ti potrebbero torcere un capello (far d’un capel calvo).

E se tu forse credi ch’io t’inganni,
fatti ver’ lei, e fatti far credenza
30 con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.

E se fosse che tu creda (forse credi) ch’io ti stia ingannando (t’inganni), avvicinati alla vampata (fatti ver’ lei), e accertatene di persona (fatti far credenza), accostandoci tu stesso un lembo delle tue vesti (con le tue mani al lembo d’i tuoi panni).

Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
33 E io pur fermo e contra coscïenza.

Deponi dunque, deponi ogni timore (Pon giù omai, pon giù ogne temenza); rivolgiti da questa parte e qui dirigiti (volgiti in qua e vieni: entra sicuro), entra senza remora alcuna (sicuro)!” Ma l’Alighieri, inconsciamente (e contra coscïenza), persevera nel non muoversi (E io pur fermo).

È forse la prima volta che Dante tentenna a scemar paure senza modificare il proprio atteggiamento, nonostante il paterno e repentino intervento di Virgilio.

Quando mi vide star pur fermo e duro,
turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
36 tra Bëatrice e te è questo muro».

Quando il duca le vede rimanere immobile ed irremovibile (mi vide star pur fermo e duro), un poco turbato gli dice: “Adesso ragiona (Or vedi), figlio: fra te e Beatrice è solamente questo muro”.

Beatrice è l’immagine sulla quale far leva come sprone ad un Alighieri in completo stato d’inerzia.

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla,
39 allor che ’l gelso diventò vermiglio;

Come Piramo, al sentir nominar (al nome di) Tisbe, aprì gli occhi (aperse il ciglio) in punto di (su) morte, per riguardarla (e riguardandola), quando il (allor che ’l) gelso divenne purpureo (vermiglio);

così, la mia durezza fatta solla,
mi volsi al savio duca, udendo il nome
42 che ne la mente sempre mi rampolla.

così, una volta scioltasi la sua inflessibilità (la mia durezza fatta solla), Dante si gira verso (mi volsi al) savio conduttore, al sol udir (udendo) il nome che nella (ne la) mente da sempre gli zampilla (mi rampolla).

Appartiene al quarto libro delle ovidiane Metamorfosi la favella, poi ripresa da più autori, di Piramo e Tisbe, due innamorati babilonesi che si sussurravano un prorompente sentimento, celato alle rispettive famiglie, parlandosi tramite un piccolo foro presente in una parete che divideva le loro dimore, perlomeno fin al momento in cui, esplodendo il loro amore in petto in maniera incontenibile, si diedero appuntamento, al chiaror di luna, sotto un gelso.

Giunta sul luogo, la donna si trova a fuggire da una leonessa, durante la corsa perdendo la sua mantella, in seguito dilaniata dalla belva; l’inconsapevole Piramo, una volta arrivato, al veder quella veste smembrata, ed erroneamente credendo che la sua amata sia stata sbranata, sentendosi terribilmente in colpa per aver ritardato e in preda a penetrante sofferenza, si toglie la vita con una spada, il suo sangue macchiando i frutti del gelso. Non ancora esalato l’ultimo respiro, gli si affianca una disperata Tisbe e al sol sentir il suo nome, da lei pronunciato, il giovane apre a stento gli occhi, per vederla un’ultima volta prima di spirare. Logorata da un’insanabile angoscia, anche la donna si suicida sull’istante.

L’attimo in cui l’Alighieri sente pronunciare il nome di Beatrice, lo rianima in tutta similitudine.

Ond’ei crollò la fronte e disse: «Come!
volenci star di qua?”; indi sorrise
45 come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.

A questo punto Virgilio scuote il capo (Ond’ei crollò la fronte), dicendo (e disse): “Allora (Come)! vogliamo starcene di qua?”; indi sorride (sorrise) come si suol fare (fa) di fronte ad un fanciullo (al fanciul) conquistato dalla promessa d’un frutto (ch’è vinto al pome).

Nonostante un primo accenno a ripigliarsi, Dante sembra ancor in estrema difficoltà, ciò nondimeno apparendo nell’aspetto come colui al quale l’instillar alla mente un lieto evento futuro, sia stato da sprone al suo desistere, e ciò fa sorridere il suo bonario e intuitivo maestro.

Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
pregando Stazio che venisse retro,
48 che pria per lunga strada ci divise.

Poi Virgilio entra nel fuoco mettendosi davanti al suo protetto (dentro al foco innanzi mi si mise), pregando Stazio, che prima (pria), per un lungo tratto (lunga strada), li aveva divisi (ci divise), di marciare restando alle spalle dell’Alighieri (che venisse retro).

Fino ad ora il trio ha infatti camminato con il sommo poeta a capo della fila, Stazio in mezzo e Dante in coda, ma in questo delicato momento Virgilio esprime a pelle il bisogno d’essere accanto al suo affezionato ed intimorito discepolo.

Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro
gittato mi sarei per rinfrescarmi,
51 tant’era ivi lo ’ncendio sanza metro.

E non appena l’Alighieri si trova all’interno del rogo (Sì com’ fui dentro), prova il desiderio di gettarsi (gittato mi sarei) nel (in un) vetro rovente (bogliente) per rinfrescarsi (rinfrescarmi), dal quant’è spropositata la temperatura delle fiamme (tant’era ivi lo ’ncendio sanza metro).

Il calore è talmente eccessivo e insopportabile da parer, al confronto, di poter trovar fresco sollievo nel vetro arroventato.

Lo dolce padre mio, per confortarmi,
pur di Beatrice ragionando andava,
54 dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».

Il (Lo) dolce padre di Dante (mio), nell’intento di confortarlo (per confortarmi), procede (andava) persistendo nel conversar (ragionando pur) di Beatrice, dicendo: “Mi par (parmi) già di veder i (Li) suoi occhi”.

Guidavaci una voce che cantava
di là; e noi, attenti pur a lei,
57 venimmo fuor là ove si montava.

Li guida (Guidavaci) una voce che canta (cantava) al di là del fuoco; e i poetanti (noi), costantemente concentrati sul (attenti pur a) di lei suono, fuoriescono (venimmo fuor) davanti all’accesso della scala (là ove si montava).

‘Venite, benedicti Patris mei’,
sonò dentro a un lume che lì era,
60 tal che mi vinse e guardar nol potei.

‘Venite, benedicti Patris mei’, riecheggia dall’interno d’un barlume (sonò dentro a un lume), che lì si trova (era), una luce talmente accecante da annientare la vista dell’Alighieri (tal che mi vinse), al punto da non riuscire a guardarla (e guardar nol potei).

“Venite, benedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum a constitutione mundi” — “Venite, figli benedetti del padre mio, e prendete possesso del regno preparato pèer voi dalla fondazione del mondo” è la frase con la quale, come riportato dall’evangelista Matteo, il Cristo assicura di ricevere i beati nel giorno del Giudizio Universale e le medesime parole sono riprese dall’angelo che sta a custodia del paradiso terrestre, come esortazione ad avviarsi per l’ultima scalone previsto.

«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;
non v’arrestate, ma studiate il passo,
63 mentre che l’occidente non si annera.»

“Il sole sta per tramontare (Lo sol sen va)”, aggiunge (soggiunse), “e vien la sera; non vi fermate (v’arrestate), ma accelerate (studiate) il passo, fintantoché (mentre che) l’occidente non s’è ancora ottenebrato (non si annera).

Dritta salia la via per entro ’l sasso
verso tal parte ch’io toglieva i raggi
66 dinanzi a me del sol ch’era già basso.

Il percorso scavato nella roccia ( la via per entro ’l sasso) risale (salia) diritto (Dritta) e direzionato per modo da levare i raggi solari (verso tal parte ch’io toglieva i raggi), ormai prossimi all’orizzonte (del sol ch’era già basso), davanti a Dante (dinnanzi a me).

Il corpo dell’Alighieri, essendo rivolto ad oriente ed avendo il sole tramontante alle spalle, proietta ombra davanti a sé.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXVII • Amos Nattini (1892-1985), 1912-1941 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Amos Nattini (1892-1985), 1912-1941

 

E di pochi scaglion levammo i saggi,
che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
69 sentimmo dietro e io e li miei saggi.
E pria che ’n tutte le sue parti immense
fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
72 e notte avesse tutte sue dispense,
ciascun di noi d’un grado fece letto;
ché la natura del monte ci affranse
75 la possa del salir più e ’l diletto.

E prima (pria) che l’orizzonte abbia assunto una parvenza d’uniformità in tutte le sue sterminate sezioni (’n tutte le sue parti immense fosse fatto d’uno aspetto), e che la notte abbia avvolto tutte le regioni (avesse tutte sue dispense) celesti, ognuno dei tre viandanti si fa giaciglio d’un gradino (ciascun di noi d’un grado fece letto); dato che (ché) la naturale legge del Purgatorio (natura del monte) ha loro svigorito (ci affranse) forza e smania di risalire (la possa del salir più e ’l diletto).

I tre peregrini s’adagiano sugli scalini, in attesa del nuovo giorno.

Quali si stanno ruminando manse
le capre, state rapide e proterve
78 sovra le cime avante che sien pranse,
tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,
guardate dal pastor, che ’n su la verga
81 poggiato s’è e lor di posa serve;

Come (Quali) capre che stiano (si stanno) ruminando mansuete (manse), le stesse che, poco prima di nutrirsi (avante che sien pranse), saltellavano celeri e belanti (state rapide e proterve), poi chete (tacite) all’(a l’)ombra, mentre il sole brucia (mentre che ’l sol ferve), sorvegliate (guardate) dal pastore (pastor) il quale (che), sorreggendosi sul bastone (che ’n su la verga poggiato s’è), concede loro un po’ di ristoro (e lor di posa serve);

e quale il mandrïan che fori alberga,
lungo il pecuglio suo queto pernotta,
84 guardando perché fiera non lo sperga;

e al pari (quale) dello stesso pastore (mandrïan) che all’esterno bivacca (fori alberga), trascorrendo la notte in tutta tranquillità (pernotta queto) accanto al (lungo il) suo gregge, controllando affinché nessuna belva lo sparpagli (guardando perché fiera non lo sperga);

tali eravamo tutti e tre allotta,
io come capra, ed ei come pastori,
87 fasciati quinci e quindi d’alta grotta.

tale e quale appare (tali eravamo) allora (allotta) il trio di scalatori (tutti e tre), Dante percependosi come una pecorella (io come capra), considerando Stazio e Virgilio (ed ei) come pastori, fasciati da entrambi i lati dalle due erte pareti rocciose (quinci e quindi d’alta grotta).

L’Alighieri si sente sperduto, tuttavia contemporaneamente accudito dalla presenza dei suoi due riferimenti, perennemente al suo fianco.

Poco parer potea lì del di fori;
ma, per quel poco, vedea io le stelle
90 di lor solere e più chiare e maggiori.

Dal fondo della gradinata (lì) è possibile scorgere ben poco (Poco parer potea) di quanto avvenga al suo esterno (fori); ma, per quel minimo (poco) concesso alla vista, Dante vede (vedea io) le stelle più grandi (maggiori) e luccicanti (chiare) di come gli appaiano di solito (di lor solere).

Sì ruminando e sì mirando in quelle,
mi prese il sonno; il sonno che sovente,
93 anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.

Così, tra il riflettere (Sì ruminando) e il rimirarle (sì mirando in quelle), l’Alighieri vien rapito dal (mi prese il) sonno; quel tipo di (il) sonno che, frequentemente (sovente), prima che una circostanza si verifichi (anzi che ’l fatto sia), ne ha notizia (sa le novelle).

Nel suo narrare Dante mantiene, nel termine “ruminando”, il senso metaforico del suo percepirsi, poco sopra esposto in allegoria, peraltro già proposta, in bucolici termini, sul sinonimo “rugumar” racchiuso nella trentatreesima terzina del sedicesimo Canto purgatoriale: “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? Nullo, però che ‘l pastor che procede, rugumar può, ma non ha l’unghie fesse”.

Quel “sonno che sovente, anzi che ’l fatto sia, sa le novelle” si riferisce ad attività onirica premonitrice.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXVII • William Blake (1757-1827), Illustrations to Dante’s Divine Comedy, 1826-27 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
William Blake (1757-1827), Illustrations to Dante’s Divine Comedy, 1826-27

 

Ne l’ora, credo, che de l’orïente
prima raggiò nel monte Citerea,
96 che di foco d’amor par sempre ardente,
giovane e bella in sogno mi parea
donna vedere andar per una landa
99 cogliendo fiori; e cantando dicea:
«Sappia qualunque il mio nome dimanda
ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
102 le belle mani a farmi una ghirlanda.

Durante (Ne) l’ora, riflette l’Alighieri fra sé e sé (credo), in cui la stella di Venere (Citerea), che par costantemente ardere d’un fuoco d’amore (di foco d’amor par sempre ardente), prima irraggia bagliore (raggiò) da oriente verso il (de l’orïente nel) monte, a Dante appare (mi parea) in sogno una donna giovane e avvenente (bella), nell’atto di girovagar per una landa cogliendo fiori; e, cantando, nel dire (dicea): “Chiunque (qualunque) chieda (dimanda) di conoscere il mio nome, sappia ch’io (ch’i’ mi) son Lia, e muovo tutt’(vo movendo)intorno le mie belle mani per (a) farmi una ghirlanda.

“Ne l’ora” è espressione che, per la terza volta in questa Cantica, da capoverso introduce sogni profetici: compare difatti sia nel tredicesimo versetto del Canto IX, “Ne l’ora che comincia i tristi lai…”, che al primo verso del XIX, “Ne l’ora che non può ’l calor dïurno…”, l’orario essendo il medesimo, ossia l’antelucano, con la mattutina presenza di Venere — per i Greci Afrodite — altresì denominata “Citerea”, dea nata dalle acque antistanti l’isola greca di Citera.

Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
ma mia suora Rachel mai non si smaga
105 dal suo miraglio, e siede tutto giorno.

Per compiacermi della mia immagine riflessa (piacermi a lo specchio), qui m’abbellisco adornandomi (m’addorno); ma mia sorella (suora) Rachele (Rachel) mai si stanca (non si smaga) del (dal) suo specchio (miraglio), rimanendo seduta (e siede) tutto il giorno.

Ell’è d’i suoi belli occhi veder vaga
com’io de l’addornarmi con le mani;
108 lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».

Ella è bramosa (Ell’è vaga) d’osservare (vedere) i suoi begli (belli) occhi, al pari di quanto (come) io lo sia nell’agghindarmi (adornarmi) con le mani; a lei gratifica (appaga) il contemplarsi (lo vedere), a (e) me l’operare (ovrare)”.

Lia e Rachele sono personaggi biblici, entrambi mogli di Giacobbe: libro della Genesi narra, per l’appunto, di come l’uomo si fosse perdutamente innamorato della cugina Rachele, per conceder autorizzazione a sposar la quale il di lei padre, nonché zio dell’uomo, gli pose a condizione di maritarsi innanzi con la primogenita, Lia, la meno bella, ma più la operosa, Giacobbe acconsentendo ed unendosi in matrimonio con ambedue le donne nel giro di otto giorni; misericordia divina volle graziare Lia, ignorata per la sua minor avvenenza, rendendola fertile, a discapito di Rachele, alla quale veniva riservata ogni attenzione in fede alla sua beltà, rimasta infeconda.

Simbolicamente, nella Commedia Lia rappresenta la vita attiva, Rachele la contemplativa, sullo sfondo d’un cammino verso la grazia che trasla il senso dell’allegoria nell’importanza dell’agire, per raggiungere la propria beatitudine, in antitesi all’indolenza del mero e improduttivo, contemplare.

E già per li splendori antelucani,
che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
111 quanto, tornando, albergan men lontani,
le tenebre fuggian da tutti lati,
e ’l sonno mio con esse; ond’io leva’ mi,
114 veggendo i gran maestri già levati.

E ormai (già) le tenebre si diradano in ogni direzione (fuggian da tutti lati), per effetto del crepuscolo (li splendori antelucani), luminosità che tanto è maggiormente benvoluta da colui che si trovi in fase di pellegrinaggio (a’ pellegrin surgon più grati), quanto, sulla strada del rientro (tornando), alberghi poco (albergan men) lontana dalla destinazione, e il (’l) sonno dell’Alighieri (mio), si dissolve con esse; ond’egli (io) si rimette in piedi (leva’ mi), notando (veggendo) gli insigni (i gran) maestri già alzati (levati).

Stazio e Virgilio hanno preceduto Dante nel destarsi.

«Quel dolce pome che per tanti rami
cercando va la cura de’ mortali,
117 oggi porrà in pace le tue fami.»

“Quel dolce frutto (pome) che gli uomini vanno ricercando con tanta frenesia (cercando va la cura de’ mortali) su svariati (per tanti) rami, oggi donerà (porrà in) pace alle (le) tue aspirazioni (fami).

Il “dolce pome” è metafora di felicità terrena.

Virgilio inverso me queste cotali
parole usò; e mai non furo strenne
120 che fosser di piacere a queste iguali.

Virgilio utilizza cosiffatte (queste cotali) parole orientandosi verso l’Alighieri (inverso me); e mai esistette strenna (non furo strenne) di tal buon auspicio che a Dante abbia elargito un simile appagamento (fosser di piacere a queste iguali).

Tanto voler sopra voler mi venne
de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
123 al volo mi sentia crescer le penne.

Tanta volontà s’aggiunge al desiderio dell’Alighieri di risalire (Tanto voler sopra voler mi venne de l’esser sù), che ad ogni (ch’ad ogne) passo successivo (poi) è come se sentisse penne crescergli (mi sentia crescer) nella fase di (al) volo.

Dante è talmente entusiasta delle parole a lui appena dedicate, da percepir il suo tragitto come se fosse un beato volare verso il regno celeste, al punto da quasi aver la sensazione di possedere delle ali crescere sul suo corpo.

Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
126 in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
e disse: «Il temporal foco e l’etterno
veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
129 dov’io per me più oltre non discerno.

Non appena (Come) la scala sotto i tre viaggiatori (noi) è stata percorsa per intero (tutta fu corsa) e gli stessi giunti al livello superiore (fummo in su ’l grado superno), Virgilio fissa il suo sguardo in quello dell’Alighieri (in me ficcò li occhi suoi), dicendogli (e disse): “Figlio, hai visionato (veduto) il fuoco provvisorio (temporal foco) e quello eterno (l’etterno); e sei arrivato ad un punto (se’ venuto in parte) dov’io, da solo (per me), non son più in grado di riconoscere il percorso (più oltre non discerno).

Il “temporal foco e l’etterno” sono, rispettivamente, il Purgatorio e l’Inferno.

Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
132 fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.

T’ho condotto (tratto) fin con tutte le accortezze (ingegno e arte) a me concesse; ora fa che il personale sentire ti faccia da guida (lo tuo piacere omai prendi per duce); sei uscito dalle scoscese (fuor se’ de l’erte) vie del peccato, sei uscito dalla penitenza (fuor se’ de l’arte).

Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
135 che qui la terra sol da sé produce.

Guarda il sole (Vedi lo sol) che ti risplende davanti (’n fronte ti riluce); guarda l’erba (erbette), i fiori e i giovani arbusti (li arbuscelli) che qui la terra produce autonomamente (sol da sé).

Si delinea l’armonioso e lussureggiante paesaggio caratteristico del paradiso terrestre.

Mentre che vegnan lieti li occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
138 seder ti puoi e puoi andar tra elli.

Fintantoché (Mentre che), non compariranno, con lietezza, (vegnan lieti) quegli (li) occhi belli che, piangendo (lagrimando), mi condussero (venir mi fenno) a te, puoi sederti (seder ti) oppure (e) puoi gironzolare fra di essi (andar tra elli).

Virgilio di nuovo parla degli occhi di Beatrice, per ingannar l’attesa della quale Dante potrà vagare per i paradisiaci prati a sua disposizione.

Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
141 e fallo fora non fare a suo senno:

Non t’aspettare (aspettar) più una mia frase (dir) od un mio gesto (cenno); libero, indirizzato (dritto) e integro (sano) è il tuo libero arbitrio, e sarebbe errore (fallo fora) non assecondarlo secondo sua volontà (fare a suo senno):

142 per ch’io te sovra te corono e mitrio».

pertanto (per ch’) io t’incorono e proclamo signore di te stesso (per ch’io te sovra te corono e mitri).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXVII • Salvador Dalí (1904-1989), Le ultime parole di Virgilio, Divina Commedia, Salani Arte e Scienze, 1965 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Salvador Dalí (1904-1989), Le ultime parole di Virgilio
Divina Commedia, Salani Arte e Scienze, 1965

 
Il momento è solenne. Virgilio, dolcemente perentorio ed orgogliosamente paterno, si prepara a lasciare la mano del suo compagno di lungo viaggio, non mancando di rassicurarlo per l’ultima volta, conscio dei limiti che a lui stesso impediscono di proseguire oltremodo nella sua funzione di timoniere, allo stesso tempo estremamente fiducioso del favorevole vento che soffierà nelle vitali vele dell’Alighieri, in procinto d’imbarcarsi per nuova rotta.

Al suo prossimo inoltrarsi nell’Eden, Dante vagherà “già di cercar dentro e dintorno la divina foresta spessa e viva, ch’a li occhi temperava il novo giorno…”