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Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXV

Amos Nattini (1892-1985), I lussuriosi, 1912-1941

 
L’Alighieri, Virgilio e Stazio salgono la scalinata che li condurrà alla settima e ultima Cornice e il pellegrino è alquanto pensieroso, terribilmente dibattuto fra il chieder come possa verificarsi che gli spiriti dei golosi possano esser soggetti a dimagrimento, data la loro incorporeità, oppure tacere, per timor d’esser inopportuno e tedioso.

Paterno sprone del maestro lo convince a parlare, ricevendo come riposta una prima sommaria spiegazione del vate ed una successiva, ben più precisa e corposa, delucidazione da parte di Stazio il quale, con ben venticinque terzine messe a sua completa disposizione, rende all’avvinto discepolo un didascalico resoconto sull’originarsi del corpo umano e della rispettiva anima a lui connaturata.

Egli spiega difatti a Dante come una parte di sangue selezionato, del futuro padre, discenda agli organi riproduttivi divenendo il seme la cui unione al fluido sanguigno femminile genererà la prima fase embrionale, processo che, inizialmente, doterà il nascituro di tre anime a differenti stadi, in seguito riunite per azione d’uno spirito effuso nel corpo umano dall’Onnipotente.

Anima che, alla morte fisica, si staccherà dal corpo, inattivandosi talune facoltà ed al contrario potenziandosene altre, ad ogni modo venendosi a creare nell’aria un’evanescente sembianza fisica la quale, seppur intangibile, rimane dotata di capacità percettive, come fosse ancor viva, derivando dalla sua capacità di rendersi manifesta attraverso un’astratta apparenza, il nome a lei attribuito: “Però che quindi ha poscia sua paruta, è chiamata ombra”.

A soddisfatta curiosità dell’Alighieri, parallela alla compiacenza di Stazio nell’aver assolto richiesta di decifrazioni a lui posta da Virgilio, il terzetto si riavvia speditamente, iniziando ad apparire ai loro occhi i primi lussuriuosi, avvolti nelle fiamme ed intonanti inni liturgici, intervallati da esempi di castità.

Il Canto si fa palla al balzo con il quale l’autore della Commedia sagacemente introduce e snocciola nozioni fiolosofico-teologiche attraverso cui agganciare a ritroso pure il dimagrimento dei golosi popolanti il regno degli Inferi e contemporaneamente vorticare il lettore nella minuziosa descrizione, a partir dal concepimento fino alla vita oltre vita, sulla quale s’aprirono ampie e questionate diatribe fra i teologi dell’epoca, dal sommo poema riportate a galla fra concezioni figurali, realtà storiche e supposizioni ultraterrene, sullo sfondo di quel meraviglioso rapporto fra corpo ed anima ch’appartiene ad ogni uomo, a prescindere dal tempo.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXV • Salvador Dalí (1904-1989), Divina Commedia, Salani Arte e Scienze, 1965 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Salvador Dalí (1904-1989), I lussuriosi
Divina Commedia, Salani Arte e Scienze, 1965

 

Ora era onde ’l salir non volea storpio;
ché ’l sole avëa il cerchio di merigge
3 lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:

È giunta l’ora per la quale la risalita non tollera incagli (Ora era onde ’l salir non volea storpio), dato che (ché) il sole ha già affidato (lasciato) il meridiano (ché ’l sole avëa il cerchio di merigge) alla costellazione del Toro (Tauro) e la notte a quella dello Scorpione (a lo Scorpio):

Nello zodiaco, il Toro segue l’Ariete come, agli antipodi, lo Scorpione sta a ruota delle Bilancia, per una distanza fra gli stessi pari alla dodicesima parte d’una giornata, ne consegue che, quando il sole è in congiunzione con l’Ariete, la stessa è situata sul meridiano del Purgatorio al mezzodì, sicché, avendo già ceduto quest’ultima posto al Toro, un paio d’ore sono trascorse e da ciò s’evince siano le 14:00 circa; nel medesimo momento, lo Scorpione si trova sul meridiano di Gerusalemme, dove diametralmente sono le due di notte.

per che, come fa l’uom che non s’affigge
ma vassi a la via sua, che che li appaia,
6 se di bisogno stimolo il trafigge,
così intrammo noi per la callaia,
uno innanzi altro prendendo la scala
9 che per artezza i salitor dispaia.

ragion per la quale (per che), come fa colui che non indugia (l’uom che non s’affigge), filando dritto per la sua strada (ma vassi a la via sua), qualsiasi cosa gli (che che li) appaia, qualora sollecitato da nacessità (se di bisogno stimolo il trafigge), così Dante, Virgilio e Stazio s’immettono nel calle (intrammo noi per la callaia) che, per strettezza (artezza), separa gli scalatori (i salitor dispaia).

I tre poeti, dato l’estremo restringimento della strettoia in risalita, sono obbligati a percorrerla stando uno dietro l’altro.

E quale il cicognin che leva l’ala
per voglia di volare, e non s’attenta
12 d’abbandonar lo nido, e giù la cala;

E come (quale) il cicognino (cicognin) che leva l’ala per desiderio di volo (voglia di volare), ma non s’azzarda ad abbandonare il (e non s’attenta d’abbandonar lo) nido, quindi calandola (e giù la cala);

tal era io con voglia accesa e spenta
di dimandar, venendo infino a l’atto
15 che fa colui ch’a dicer s’argomenta.

tale e quale si sente l’Alighieri (tal era io) data la sua brama (voglia) di chiedere (dimandar) or ardente or smorzata (accesa e spenta), atteggiandosi come chi (venendo infino a l’atto che fa colui) si predispone a parlare (ch’a dicer s’argomenta).

Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,
lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
18 l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».

E il suo (lo mio) dolce padre, nonostante la celerità del passo (per l’andar che fosse ratto), non tralascia (lasciò) parole, dicendo (ma disse) al suo protetto: “Scocca l’arco del parlare (del dir), che hai teso (tratto) fino alla ferrigna cuspide (’nfino al ferro).

Metafora della freccia tesa sul suo arco indica l’immane tensione di Dante, mentalmente suddiviso fra la smania di chiedere e la paura di farlo, come se le sue parole fossero rimaste bloccate su una corda tesa, pronte ad esser scagliate.

Allor sicuramente apri’ la bocca
e cominciai: «Come si può far magro
21 là dove l’uopo di nodrir non tocca?».

Allor rassicurato (sicuramente), l’Alighieri apre (apri’) bocca, chiedendo (e cominciai) come sia possibile che le anime dimagriscano (si può far magro) nonostante non vi sia in loro necessità di nutrimento (là dove l’uopo di nodrir non tocca).

È questo un dubbio già sorto nel pellegrino alla vista dei golosi relegati nel terzo Cerchio infernale, lui chiedendosi come possa accadere che i peccatori dimagriscano, non avendo bisogno di nutrirsi.

«Se t’ammentassi come Meleagro
si consumò al consumar d’un stizzo,
24 non fora», disse, «a te questo sì agro;

Virgilio riponde (disse) che se Dante si rimembrasse (t’ammentassi) come Meleagro si consumò al consumar d’un tizzone (stizzo), ciò (questo) non gli (a te) sarebbe (fora) tanto arcano (sì agro);

Secondo quanto narrato fra ovidiane pagine, l’eroe mitologico Meleagro, principe di Calidone, antica città dell’Etolia, a sua volta regione storica della Grecia, fu figlio della regina Altea, alla quale, dopo la nascita dello stesso, era stato predetto che il figlio sarebbe morto al consumarsi del ceppo di legno che stava ardendo nel camino — ivi gettato dalle Parche, ovvero le tre divinità del destino — ragion per cui la donna lo levò alle fiamme, custodendolo in una cassa.

Cresciuto, Meleagro uccise un cinghiale calidonio, tipica bestia incredibilmente poderosa, spesso antagonista d’eroi mitologici, che distruggeva le campagne della regione, poi donandone la pelle all’avvenente eroina Atalanta, con tal gesto irritando due fratelli della madre e, di fronte alla loro disapprovazione, assassinandoli; alla morte degli stessi, la disperata Altea prese il tizzo a suo tempo riposto, gettandolo nel fuoco e al bruciare dello stesso, corrispose la morte del figlio.

Il maestro ne riporta il racconto per fornire all’Alighieri un parallelismo da traslare agli spiriti dei golosi, portando l’esempio d’un corpo che deperisce per cause a lui esterne, tuttavia fornendo al suo protetto spiegazione approssimativa.

e se pensassi come, al vostro guizzo,
guizza dentro a lo specchio vostra image,
27 ciò che par duro ti parrebbe vizzo.

se inoltre Dante pensasse (pensassi) come, al movimento del corpo umano (vostro guizzo), lo specchio ne rifletta al suo interno (dentro a) il corrispondente moto (guizza vostra image), ciò che gli appare (par) duro, gli diverrebbe morbido (vizzo).

‘Durezza’ e ‘morbidezza’ rimandano, in tal caso, a concezioni, rispettivamente, d’enigmaticità e chiarezza.

Ma perché dentro a tuo voler t’adage,
ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
30 che sia or sanator de le tue piage.»

Ma affinché l’Alighieri possa meglio addentrarsi nella verità da lui cercata (perché dentro a tuo voler t’adage), è lì presente (ecco qui) Stazio; il vate lo interpella (e io lui chiamo), pregandolo (e prego) di farsi immediato guaritore delle piaghe al discepolo provocate dal dubbio (che sia or sanator de le tue piage).

«Se la veduta etterna li dislego»,
rispuose Stazio, «là dove tu sie,
33 discolpi me non potert’io far nego.»

Stazio risponde (rispuose) chiedendo perdono a Virgilio del fatto ch’egli, in sua presenza (là dove tu sie), stia per svelare a Dante verità eterne (Se la veduta etterna li dislego), ma di farlo portando a sua discolpa il non poter negare la richiesta da lui stesso proveniente (discolpi me non potert’io far nego).

L’ossequioso riguardo di Stazio nei confronti del duca esplode in terzina nell’assoluta bellezza che solamente una profonda e sincera stima può generare.

Poi cominciò: «Se le parole mie,
figlio, la mente tua guarda e riceve,
36 lume ti fiero al come che tu die.

Poi Stazio inizia a parlare (cominciò), rivolgendosi all’Alighieri: “Figlio, se la tua mente porrà attenzione nel recepire (guarda e riceve) le mie parole, esse t’illumineranno sulla questione da te appena posta (lume ti fiero al come che tu die).

Sangue perfetto, che poi non si beve
da l’assetate vene, e si rimane
39 quasi alimento che di mensa leve,
prende nel core a tutte membra umane
virtute informativa, come quello
42 ch’a farsi quelle per le vene vane.

Il sangue eletto (perfetto), che non è stato introdotto in circolo nelle bramose (poi non si beve da l’assetate) vene e che avanza (e si rimane) come cibo (quasi alimento) che si levi da tavola (di mensa leve), carpisce dal cuore (prende nel core) la capacità di formare (virtute informativa) tutte le (a) membra umane, come quel sangue che le modella (ch’a farsi quelle) per le vene circolando (vane).

Ruolo genetico veniva attribuito al sangue dall’embriologia classica, per mancata contemplazione delle cellule seminali.

Ancor digesto, scende ov’è più bello
tacer che dire; e quindi poscia geme
45 sovr’altrui sangue in natural vasello.

Ulteriormente raffinato (Ancor digesto), questo ‘sangue perfetto’ discende verso quel punto ch’è opportuno (scende ov’è più bello) tacere, rispetto (che) a dire; e quindi in seguito gocciolando (poscia seme) sopra (sovr’) sangue altrui in un natural contenitore (vasello).

Il punto “ov’è più bello tacer che dire” sono le ghiandole genitali maschili, mentre il “natural vasello” sarebbe l’utero.

Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,
l’un disposto a patire, e l’altro a fare
48 per lo perfetto loco onde si preme;

Ivi le due tipologie di sangue s’uniscono (s’accoglie l’uno e l’altro insieme), l’uno predisposto a passiva attività, e l’altro ad agire attivamente (a fare), data la levatura dell’organo dal quale è stato spremuto (per lo perfetto loco onde si preme);

Funzione attiva è attribuita al fluido maschile, in quanto proveniente da “lo perfetto loco”, ossia il cuore.

e, giunto lui, comincia ad operare
coagulando prima, e poi avviva
51 ciò che per sua matera fé constare.

e, subito dopo essersi a lui amalgamato (giunto lui), si mette in opera (comincia ad operare), dapprima coagulandosi (coauilando), e poi avviando quanto (avviva ciò), per oggetto del proprio agire (sua matera), prende consistenza (fé constare).

Dalla fusione appena avvenuta, s’origina l’embrione.

Anima fatta la virtute attiva
qual d’una pianta, in tanto differente,
54 che questa è in via e quella è già a riva,
tanto ovra poi, che già si move e sente,
come spungo marino; e indi imprende
57 ad organar le posse ond’è semente.

Divenuta (fatta) una sorta d’anima vegetativa (qual d’una pianta), con la differenza (in tanto differente) esser questo, nelle piante, l’ultimo stadio evolutivo (quella è già a riva), mentre nell’uomo fase ancor in piena evoluzione (e che questa è in via), la virtù formativa (virtute attiva) procede poi a tal punto nell’operare (tanto ovra), da iniziar a muoversi e percepire (che già si move e sente) come una spugna marina (spungo marino); e indi si prodiga (imprende) nella forgiatura degli organi (ad organar) deputati alle potenzialità di cui essa è origine (le posse ond’è semente).

L’anima umana s’origina nelle sue tre fasi, vale a dire la vegetativa, altresì caratteristica della flora, la sensitiva, appartenente anche alla fauna e l’intellettiva, quest’ultima prerogativa dell’uomo, per questo maggiormente evoluto rispetto a piante ed animali.

Or si spiega, figliuolo, or si distende
la virtù ch’è dal cor del generante,
60 dove natura a tutte membra intende.

A questo punto (Or), figliolo (figliuolo), quest’anima generata dal cuore paterno (la virtù ch’è dal cor del generante), si distende (spiega) dov’è naturalmente predestinata ad espandersi (dove natura intende), ovvero a tutte le membra.

Ma come d’animal divegna fante,
non vedi tu ancor: quest’è tal punto,
63 che più savio di te fé già errante,
sì che per sua dottrina fé disgiunto
da l’anima il possibile intelletto,
66 perché da lui non vide organo assunto.

Ma ancor non puoi comprendere (non vedi tu) come l’anima animale divenga razionale (d’animal divegna fante): e questo è quel (quest’è tal) punto che trasse in inganno (fé già errante) un uomo più sapiente (savio) di te, per modo che (sì), secondo la sua dottrina, l’(il)intelletto possibile è separato (fé digiunto) dall’(da l’)anima, non trovando lui stesso nessun organo atto a svolgere la funzione intellettiva (perché da lui non vide organo assunto).

Il “savio” di cui s’accenna fu il filosofo, teologo, matematico, medico e giurista arabo Abū al-Walīd Muḥammad ibn ʾAḥmad ibn Rušd, latinizzato, Averroè (1126-1198), secondo la cui teoria “il possibile intelletto” — che racchiude in sé le facoltà superiori dell’uomo — è nettamente separato dall’anima vegetativa e sensitiva, nonché inesistenti nel corpo umano, in base alla convinzione dello studioso, organi idonei ad ospitarlo, in tal modo, con la morte terrena perendo anche l’anima stessa, dunque negandone l’immortalità.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXV • Pablo Yusti Conejo (1922-2000), Averroè, 1967 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Pablo Yusti Conejo (1922-2000), Averroè, 1967, Cordova

 

Apri a la verità che viene il petto;
e sappi che, sì tosto come al feto
69 l’articular del cerebro è perfetto,
lo motor primo a lui si volge lieto
sovra tant’arte di natura, e spira
72 spirito novo, di vertù repleto,
che ciò che trova attivo quivi, tira
in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
75 che vive e sente e sé in sé rigira.

Apri il cuore (petto) alla (a la) verità che sto per enunciarti (viene); dunque (e) sappi che, non appena nel (sì tosto come al) feto lo sviluppo cerebrale è ultimato (l’articular del cerebro è perfetto), Dio (lo motor primo) a lui si rivolge (volge), soddisfatto della meraviglia di tal opera della (lieto sovra tant’arte di) natura, da soffiargli dentro un nuovo (e spira novo) spirito, colmo (repleto) delle universali virtù (di tutte le vertù), che a sé attrae (tira in sua sustanzia) tutto quanto nel corpo riscontra (ciò che quivi trova) d’attivo, fondendo il tutto in un’unica anima (e fassi un’alma sola), che, nell’insieme, vegeta (vive), percepisce (e sente) e sviluppa consapevolezza di se stessa (sé in sé rigira).

Contrariamente a quanto sostenuto da Averroè, Stazio spiega a Dante come l’Altissimo, inebriato dalla beltà del corpo umano, in lui infonda un nuovo spirito razionale, capace d’amalgamare in un’unica anima la vegetativa, la sensitiva e l’intellettiva.

E perché meno ammiri la parola,
guarda il calor del sol che si fa vino,
78 giunto a l’omor che de la vite cola.

Ed al fine quanto da me rivelato ti sbalordisca in misura minore (E perché meno ammiri la parola), rifletti (guarda) su come il calor del sole (sol), miscelandosi agli umori che colano dalla (giunto a l’omor che cola de la) vite, si trasmuta (fa) in vino.

E per render maggiormente comprensibile il concetto all’Alighieri, porta a modello il vino, risultato dall’unione del calore solare all’umore della vite, quindi dalla coesione di sostanza e immaterialità.

Quando Làchesis non ha più del lino,
solvesi da la carne, e in virtute
81 ne porta seco e l’umano e ’l divino:

Quando Lachesi (Làchesis) ha terminato il (non ha più del) lino, l’anima si disgiunge dal corpo (solvesi da la carne), con sé portando tanto le virtù imane, quanto quelle divine (ne porta seco e l’umano e ’l divino):

Lachesi è una delle tre mitologiche Parche, colei che distribuisce sul fuso il filo della vita, decidendone quantità, dunque sorte.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXV • John Melhuish Strudwick (1849-1937), A Golden Thread • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
John Melhuish Strudwick (1849-1937), A Golden Thread, 1885:
Cloto e Lachesi intente a tessere il filo del fato, mentre Atropo attende di reciderlo.

 

l’altre potenze tutte quante mute;
memoria, intelligenza e volontade
84 in atto molto più che prima agute.

le prime potenzialità si sopiscono completamente (l’altre potenze tutte quante mute); mentre memoria, intelligenza e volontà (volontade) s’acuiscono molto più di (agute in atto molto più che) prima.

Stazio illustra che, giunto l’uomo a fine vita, l’anima razionale s’affranca dal corpo, con sé conducendo il trio d’anime a lui proprio, tuttavia disattivandosi la vegetativa e la sensitiva, all’opposto maggiormente attivandosi l’intellettiva.

Sanza restarsi, per sé stessa cade
mirabilmente a l’una de le rive;
87 quivi conosce prima le sue strade.

Senz’arrestarsi (Sanza restarsi), l’anima, pungolata da impulso interiore (per sé stessa), prodigiosamente (mirabilmente) precipita (cade) su una delle (a l’una de le) due rive; e qui (quivi) viene anticipatamente a conoscenza della propria destinazione (quivi conosce prima le sue strade).

Le due “rive” son ovviamente le sponde dell’Acheronte o la foce del Tevere, dove i peccatori sapranno istantaneamente a quale regno dell’Oltretomba verranno indirizzati.

Tosto che loco lì la circunscrive,
la virtù formativa raggia intorno
90 così e quanto ne le membra vive.

Non appena giunta nel luogo a lei destinato (Tosto che loco lì la circunscrive), la sua virtù formativa s’irraggia (raggia) tutt’intorno similmente a come avvenne nel corpo mortale (così e quanto ne le membra vive).

Una volta raggiunta la propria meta, la virtù formativa si distribuisce ad ampio raggio nell’etere, egualmente a come fece nell’organismo nel momento della nascita.

E come l’aere, quand’è ben pïorno,
per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
93 di diversi color diventa addorno;

E come l’aria (aere), quand’è satura di vapore acqueo (ben pïorno), s’adorna (diventa addorno) di differenti colori (diversi color), per effetto dei raggi solari che nella stessa si riflettono (per l’altrui raggio che ’n sé si reflette);

così l’aere vicin quivi si mette
e in quella forma ch’è in lui suggella
96 virtüalmente l’alma che ristette;

nella medesima maniera (così) l’aria qui presente s’avvolge intorno (l’aere vicin quivi si mette) all’anima la quale, una volta adagiatasi (che ristette), le infonde quella virtù formativa che in lei fu suggello (e in quella forma ch’è in lui suggella) nel suo corpo terreno;

È la stessa anima a dar nuova forma all’aria circostante.

e simigliante poi a la fiammella
che segue il foco là ’vunque si muta,
99 segue lo spirto sua forma novella.

da questo momento (e poi), l’aria, nella sua nuova (novella) forma, segue l’anima (lo spirto), come la piccola fiamma (simigliante a la fiammella) segue il fuoco in qualunque direzione si dirami (che segue il foco là ’vunque si muta).

Però che quindi ha poscia sua paruta,
è chiamata ombra; e quindi organa poi
102 ciascun sentire infino a la veduta.

Pertanto (Però), l’anima viene definita (è chiamata) ombra proprio perché assume dunque una propria sembianza (che quindi ha poscia sua paruta); in più (e) mantenendo le sue funzioni sensoriali (organa e ciascun sentire), fino alla capacità visiva (infino a la veduta).

Viene a crearsi una sorta di corpo etereo, ma comunque in grado di percepire sensazioni, compresa una delle funzioni più complesse, la visiva.

Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
105 che per lo monte aver sentiti puoi.

Per tal ragione (Quindi) noi parliamo e perciò (quindi) ridiamo; per questo motivo (quindi) piangiamo e sospiriamo (quindi facciam le lagrime e ’ sospiri), come ti sarà capitato d’udire in Purgatorio (che per lo monte aver sentiti puoi).

Questo il motivo per cui le anime, seppur immateriali, provano sentimenti e sensazioni che sperimentavano in vita.

Secondo che ci affliggono i disiri
e li altri affetti, l’ombra si figura;
108 e quest’è la cagion di che tu miri».

E l’anima (l’ombra) si plasma (figura) a seconda (Secondo) i desideri (disiri) e le altre passioni (li altri affetti) che ci permeano (affliggono); e questa è la ragione che sta alla base di quanto tu osservi (e quest’è la cagion di che tu miri)”.

Quanto avvertito, va di pari passo con quanto sperimentato in corso d’esistenza.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXV • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 

E già venuto a l’ultima tortura
s’era per noi, e vòlto a la man destra,
111 ed eravamo attenti ad altra cura.

E ormai i tre poeti sono arrivati alla Cornice in cui si sconta l’ultima penitenza (già venuto a l’ultima tortura s’era per noi), come sempre marciando verso destra (e vòlto a la man destra), riversando l’attenzione ad altri avvenimenti (ed eravamo attenti ad altra cura).

Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
e la cornice spira fiato in suso
114 che la reflette e via da lei sequestra;

Qui (quivi) il versante (la ripa) lancia (balestra) una fiammata (fiamma) verso l’esterno (in fuor), e la Cornice soffia (spira) un vento verso l’alto (fiato in suso) che la ricaccia (reflette), da sé distanziandola (e via da lei sequestra);

ond’ir ne convenia dal lato schiuso
ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
117 quinci, e quindi temeva cader giuso.

per cui è opportuno che i tre peregrini procedano (ond’ir ne convenia), in fila indiana (ad uno ad uno), sull’orlo (dal lato schiuso); e Dante da una parte teme il fuoco (e io temëa ’l foco quinci), dall’altra ha timor di precipitare (e quindi temeva cader giuso).

Lo duca mio dicea: «Per questo loco
si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
120 però ch’errar potrebbesi per poco».

Virgilio spiega (Lo duca mio dicea) come, in codesta Cornice (Per questo loco), sia necessario mantenere ben concentrato lo sguardo (si vuol tenere a li occhi stretto il freno), essendo elevata la probabilità d’incorrere in errore per una semplice distrazione (però ch’errar potrebbesi per poco).

‘Summae Deus clementïae’ nel seno
al grande ardore allora udi’ cantando,
123 che di volger mi fé caler non meno;

Dal centro (nel seno) dell’immenso rogo (al grande ardore), l’Alighieri, in quel preciso istante (allora) ode cantare (udi’ cantando) ‘Summae Deus clementïae’, melodia che attira il suo sguardo tanto quanto il percorso (che di volger mi fé caler non meno);

Dante non riesce a non soddisfare curiosità, avvicendandosi tra l’osservare il luogo da cui sente cantare e la dovuta attenzione al suo passo, per evitar di precipitare nel baratro.

‘Summae Deus clementïae’ è inno liturgico praticato nella mattinata di sabato.

e vidi spirti per la fiamma andando;
per ch’io guardava a loro e a’ miei passi,
126 compartendo la vista a quando a quando.

e l’Alighieri nota spiriti (vidi spirti) marciare all’interno delle fiamme (per la fiamma andando); ragion per la quale egli osserva tanto loro quanto il suo cammino (per ch’io guardava a loro e a’ miei passi), alternando lo sguardo fra le due cose (compartendo la vista a quando a quando).

I nuovi spiriti sono quelli dei lussuriosi.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXV • Tiburzio ‘Ezio’ Anichini (1886-1948) Purgatorio, XXV • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Tiburzio ‘Ezio’ Anichini (1886-1948) Purgatorio, XXV

 

Appresso il fine ch’a quell’inno fassi,
gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;
129 indi ricominciavan l’inno bassi.

Una volta terminato il canto di (Appresso il fine ch’a fassi) quell’inno, i penitenti acutamente gridano (gridavano alto): ‘Virum non cognosco’; indi ricominciano (ricominciavan) a recitare l’inno a voce bassa (bassi).

‘Virum non cognosco’ — ‘Non conosco uomo’, è la riposta data dalla Beata Vergine all’arcangelo Gabriele dopo la di lui annunciazione della sua gravidanza; è questo il primo esempio di castità dichiarato dalle anime dopo aver terminato di cantare.

Finitolo, anco gridavano: «Al bosco
si tenne Diana, ed Elice caccionne
132 che di Venere avea sentito il tòsco».

Terminatolo (Finitolo) di nuovo; ancor gridano (anco gridavano): “Nel (Al) bosco visse (si tenne) Diana, e (ed) dallo stesso cacciò (caccionne) Elice, la quale aveva assaporato (avea sentito) il veleno (tòsco) di Venere”.

Secondo esempio narra della casta Diana, la quale, al fin di preservare la purezza delle sue sacre selve, la ninfa dei boschi Elice, anche detta Callisto, per essere rimasta gravida di Giove, cedendo alla sua seduzione (di Venere avea sentito il tòsco).

Indi al cantar tornavano; indi donne
gridavano e mariti che fuor casti
135 come virtute e matrimonio imponne.

Indi ritornano a cantare (al cantar tornavano); indi le donne gridano (gridano) di (e) mariti che furono equilibrati (fuor casti) come previsto dal vincolo che matrimonio prevede (virtute e matrimonio imponne).

Terzo esempio quello di sposi che vissero l’unione matrimoniale in maniera ineccepibile.

E questo modo credo che lor basti
per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:
138 con tal cura conviene e con tai pasti
139 che la piaga da sezzo si ricuscia.

E Dante si dichiara convinto (credo) del fatto che codesto modello melodico (questo modo) si proroghi (basti) per lor peccatori per tutto il tempo in cui il fuoco li arde (’l foco li abbruscia): attraverso tal bruciatura (con tal cura) e tramite tali canti (cin tai pasti), essi hanno la possibilità (conviene) di cicatrizzare le piaghe inferte dal peccato (che la piaga da sezzo si ricuscia).

In successiva apertura di Canto, “Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro, ce n’andavamo, e spesso il buon maestro diceami…”