Arte, Ambiente, Cultura e Informazione

Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXIX

Federico Zuccari (1539-1609), Dante Historiato, ca. 1586-88

 
Dante e Matelda risalgono le sponde del Letè quando un repentino bagliore si sprigiona in tutta la foresta, il pellegrino a tutta prima credendolo un fulmine, poi invece rendendosi conto, frattanto dentro di sé manifestando riprovazione nei confronti di Eva per aver violato volontà divina, di come quell’estemporaneo luccichio sia un rossastro lume, per tentar di descrivere il quale l’Alighieri invoca le Muse.

Da lontano al discepolo par di scorgere sette alberi dorati, ma, una volta ridotta la distanza, gli stessi appaiono nelle sembianze di candelabri luminosissimi, nell’aria diffondendosi il Salmo dell’Osanna e, da lì in poi, partendo una solenne processione alla quale il sommo poeta dedica ben trentasette terzine su cinquantatré, in sequenza sfilando, dietro i candelieri, ventiquattro vecchi in fila per due, un carro centrale tirato da un grifone, sette donne che ballano ai suoi lati, tre da una parte, quattro dall’altra, quattro animali intorno e, infine, altri sei vecchi in fila per due, l’ultimo solitario, inaugurando un’allegorica parata che per ogni personaggio rimanda alle vicende storiche della Chiesa, tra metafore ed accenni mitologici, tanto cari all’autore.

Il tono del Canto è pacato, mistico, lineare e tranquillità si percepisce fin dai primi passi effettuati con Matelda, in assoluta calma e zelante osservazione, talvolta penetrata da stupore suscitato dalle visioni, al quale perfin Virgilio non rimane immune, con Dante scambiandosi uno compiaciuto sguardo di condivisione dell’esperienza, anche per lui ignota.

Lo sfondo è ovviamente didascalico e non vi sono dialoghi, se non quelli che di tanto in tanto l’Alighieri scambia fra sé e sé, oppure con il lettore, regnando una sensazione di serenità che sembra quasi fuoriuscir dai versi, nella meraviglia descrittiva propria a colui che ne partorì l’inchiostro, rendendo storie, immagini, delucidazioni, salti a ritroso nel tempo, ma, in special modo, maestria narrante e ospitalità, quella calda sensazione d’accoglienza che si può percepir ogni volta sull’eco di quel “lettor”, tanto ossequioso quanto confidenziale, che rende pagina ovattante dimora e condivisibile rotta di viaggio.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXIX • Sergo Kobuladze (1909-1978), Dante Alighieri • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Sergo Kobuladze (1909-1978), Dante Alighieri

 

Cantando come donna innamorata,
continüò col fin di sue parole:
3 ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.

Continuando a cantare (Cantando) come una donna innamorata, Matelda aggancia alla conclusione del suo discorso (continüò col fin di sue parole): ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.

“Beati quorum remissae sunt iniquitates et quorum tecta sunt peccata!” — “Beati coloro cui sono state rimesse le colpe e coperti i peccati” è primo versetto del trentunesimo Salmo penitenziale, tramite il quale gli uomini, dopo confessione dei loro peccati, ricevono il perdono di Dio.

E come ninfe che si givan sole
per le salvatiche ombre, disïando
6 qual di veder, qual di fuggir lo sole,
allor si mosse contra ’l fiume, andando
su per la riva; e io pari di lei,
9 picciol passo con picciol seguitando.

E come ninfe che se ne vanno solitarie (si givan sole) attraverso gli ombreggiati boschi (per le salvatiche ombre), talune desiderando d’esporsi al (disïando qual di veder lo) sole, altre (qual) di rifuggirlo (fuggir), ella allor s’incammina in senso opposto alla corrente del (si mosse contra ’l) fiume, risalendone (su per) la riva; e Dante, parallelamente a (pari di) lei, rallentando il passo per conformarlo alla lentezza del suo (picciol passo con picciol seguitando).

L’Alighieri ovviamente l’affianca pur rimanendo sulla spomda opposta del Letè.

Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,
quando le ripe igualmente dier volta,
12 per modo ch’a levante mi rendei.

Dante e Matelda ancora non hanno fatto cento passi in due (Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei), quando gli argini (le ripe) girano (dier volta) nello stesso senso (igualmente), per modo da indirizzare di nuovo l’Alighieri verso oriente (ch’a levante mi rendei).

Il pellegrino inizialmente era già orientato a levante, poi il primo voltar del fiume deviò la sua direzione, per poi fargliela riprendere in seconda svolta.

Né ancor fu così nostra via molta,
quando la donna tutta a me si torse,
15 dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».

Tantomeno la coppia ha marciato per medesima lunghezza (Né ancor fu nostra via molta), nella nuova dirtezione (così), quando Matelda si gira completamente verso Dante (la donna tutta a me si torse), a lui dicendo: “Fratello (Frate) mio, guarda e ascolta”.

Quindi non son stati fatti cento passi tanto dalla partenza alla deviazione quanto da quest’ultima al punto in cui la donna si gira per parlare.

Ed ecco un lustro sùbito trascorse
da tutte parti per la gran foresta,
18 tal che di balenar mi mise in forse.

Ed ecco un barlume improvviso (lustro sùbito) propagarsi (trascorse) da ogni parte (tutte parti) della grande boscaglia (per la gran foresta), talmente (tal) istantaneo da far sospettare all’Alighieri (mi mise in forse) che possa trattarsi di una saetta (di balenar).

Ma perché ’l balenar, come vien, resta,
e quel, durando, più e più splendeva,
21 nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.

Ma considerando che il fulmine (perché ’l balenar), non appena manifestatosi (come vien), scompare (resta), mentre (e) quel bagliore, oltre a perdurare (durando), aumenta in splendore (più e più splendeva), fra sé e sé (nel mio pensier) Dante si chiede (dicea) di che cosa si tratti (Che cosa è questa?).

E una melodia dolce correva
per l’aere luminoso; onde buon zelo
24 mi fé riprender l’ardimento d’Eva,
che là dove ubidia la terra e ’l cielo,
femmina, sola e pur testé formata,
27 non sofferse di star sotto alcun velo;

E una melodia soavemente s’espande (dolce correva) per l’aria scintillante (per l’aere luminoso); pertanto (onde) un equa solerzia (buon zelo) sprona l’Alighieri a biasimare la presunzione di (mi fé riprender l’ardimento d’) Eva la quale (che), nell’Eden (là), dove tutto il creato, sia celeste che terreno (la terra e ’l cielo), s’atteneva (ubidia) a decreti divini, benché prima ed unica donna ad esser stata appena generata (femmina, sola e pur testé formata), non sopportò d’esser soggetta ad alcun divieto (non sofferse di star sotto alcun velo);

L’insofferenza di Dante nei confronti di Eva risiede nel fatto ch’ella volle sfidare l’ignoto, nonostante l’esser “femmina, sola e pur testé formata”, dunque per natura avrebbe dovuto esser meno sfacciata in quanto donna, aggravandone l’azione il agito di sua unica intenzione, e tradendo la sua indole innocente, in quanto appena forgiata dall’Altissimo.

sotto ’l qual se divota fosse stata,
avrei quelle ineffabili delizie
30 sentite prima e più lunga fïata.

se invece allo stesso si fosse assoggettata con devozione (sotto ’l qual se divota fosse stata), l’Alighieri riflette sul fatto ch’egli stesso avrebbe (avrei) potuto gustare, molto prima e per maggior tempo (sentite prima e più lunga fiata), quell’indescrivibile diletto (qulle ineffabili delizie.

Mentr’io m’andava tra tante primizie
de l’etterno piacer tutto sospeso,
33 e disïoso ancora a più letizie,
dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
ci si fé l’aere sotto i verdi rami;
36 e ’l dolce suon per canti era già inteso.

Mentr’egli giovaga (io m’andava) sospeso fra i tanti assaggi di beatitudine (fra tante primiza), smanioso (disïoso) di gaiezze (letizie) maggiori (ancora a più), davanti a lui e a Matelda l’aria, sotto i verdi rami, si fa (dinanzi a noi, ci si fé l’aere) simile (tal quale) ad un fuoco ardente (foco acceso) e la gradevole melodia è ormai ravvisabile in canto (’l dolce suon per canti era già inteso).

O sacrosante Vergini, se fami,
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
39 cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.

O sacrosante Vergini, invoca il discepolo. se fame (fami), freddo o veglie (vigilie) mai per voi patii (soffersi), questo è un motivo che mi spinge ad implorarvi grazia (cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami).

La “sacrosante Vergini” sono le sante Muse del Purgatorio e Dante le implora in una sorta di compenso al suo aver patito, per loro, “fami, freddi o vigilie”.

Or convien che Elicona per me versi,
e Uranìe m’aiuti col suo coro
42 forti cose a pensar mettere in versi.

Ora è opportuno (Or convien) che Elicona mi doni aggiuntiva ispirazione poetica (per me versi), e che Urania mi venga in soccorso con le compagne (Uranìe m’aiuti col suo coro) a mettere in versi cose difficilmente immaginabili (forti a pensar).

“Elicona”, dimora delle Muse, nella realtà è un monte greco situato in Beozia — l’antica Aonia — non molto lontano dal Parnaso, ma, in epoca medievale, da molti letterati e, verosimilmente, anche dall’Alighieri, considerato una giogaia dello stesso.

Urania, mitologica patrona d’astronomia e geometria, è la terza Musa menzionata finora nel Purgatorio, dopo Caliope e Clio, rispettivamente citate al nono verso del primo Canto (e qui Calïopè alquanto surga) ed al cinquantottesimo di sette Canti fa (per quello che Clïò teco lì tasta).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXIX • Louis Tocqué (1696-1772), Ritratto allegorico di Urania • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Louis Tocqué (1696-1772), Ritratto allegorico di Urania

 

Poco più oltre, sette alberi d’oro
falsava nel parere il lungo tratto
45 del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;

Poco più in là (oltre), a Dante sembrerebbe di vedere sette alberi d’oro, travisati nell’apparenza (falsava nel parere) dal (il) lungo tratto d’aria d’aria (del mezzo) che ancor s’interpone (era) fra Matelda, il poeta (noi) e loro;

Lo spazio interposto, fra chi guarda e chi è scrutato, altera la percezione dell’oggetto sottoposto ad osservazione.

ma quand’i’ fui sì presso di lor fatto,
che l’obietto comun, che ’l senso inganna,
48 non perdea per distanza alcun suo atto,
la virtù ch’a ragion discorso ammanna,
sì com’elli eran candelabri apprese,
51 e ne le voci del cantare ‘Osanna’.

Ma non appena l’Alighieri gli s’appressa (quand’i’ fui sì presso di lor fatto), al punto che l’oggetto percepito (l’obietto comun), ingannevole sui sensi (che ’l senso inganna), non perda (perdea) alcuna sua fattezza (alcun suo atto), a causa della (per) distanza, la facoltà intellettiva (virtù) che fornisce alla ragione la capacità di giudizio (ch’a ragion discorso ammanna), apprende così (sì) com’essi (elli) siano (eran) candelabri, e fra (ne) le voci che cantano (del cantare) Dante riconosce ‘Osanna’.

Ridotto il distacco la visione si concretizza, rivelandosi nella sua realtà.

‘Osanna’ fu veemente implorazione di salvezza rivolta al Cristo dagli stuoli di Gerusalemme, liturgicamente adottata nella Domenica delle palme.

Non è dato sapere con certezza se i candelabri riportati dall’autore della Commedia siano i classici singoli oppure dei ‘menorah’, ovvero quelli ebraici a sette bracci e il che potrebbe anche essere, dato lo scambiarli, da parte dell’Alighieri, per alberi.

Di sopra fiammeggiava il bello arnese
più chiaro assai che luna per sereno
54 di mezza notte nel suo mezzo mese.

I magnifici candelabri (Il bello arnese), nella parte superiore (Di sopra) fiammeggiano (fiammeggiava) effondendo un chiarore che surclassa quello della sfera lunare di mezzanotte (più chiaro assai che luna di mezza notte), a metà del suo ciclo mensile (nel suo mezzo mese).

Con la locuzione “nel suo mezzo mese” ci si riferisce alla luna piena, all’apice del sua fase.

Io mi rivolsi d’ammirazion pieno
al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
57 con vista carca di stupor non meno.

Dante si rivolge (Io mi rivolsi) al buon Virgilio traboccante ammirazione (d’ammirazion pieno), ed il vate gli risponde (esso mi rispuose) con uno sguardo (con vista) altrettanto colmo (carca non meno) di stupore (stupor).

È del tutto comprensibile quanto anche il maestro sia estremamente pervaso da sbalordimento, assistendo lui stesso a determinati per la prima volta, non per nulla non essendo più nelle sue facoltà il ruolo di guida al suo protetto.

Indi rendei l’aspetto a l’alte cose
che si movieno incontr’a noi sì tardi,
60 che foran vinte da novelle spose.

Indi l’Alighieri riporta la vista ai sacri candelabri (Indi rendei l’aspetto a l’alte cose), i quali verso di loro giungono talmente a rilento (si movieno incontr’a noi sì tardi), che sarrebbero superati (foran vinte) da novelle spose.

Secondo usanza dei tempi, le “novelle spose” raggiungevano l’abitazione del consorte in lenta processione.

La donna mi sgridò: «Perché pur ardi
sì ne l’affetto de le vive luci,
63 e ciò che vien di retro a lor non guardi?».

Matelda sgrida Dante (La donna mi sgridò), lui chiedendo perch’egli perseveri nell’arder in tal maniera, emozionandosi all’osservar i candelabri (Perché pur ardi ne l’affetto de le vive luci), non badando a ciò che si trova dietro di loro (ciò che vien di retro a lor non guardi?).

Genti vid’io allor, come a lor duci,
venire appresso, vestite di bianco;
66 e tal candor di qua già mai non fuci.

Allora l’Alighieri nota gente (Genti vid’io allor), di bianco abbigliata (vestite), che marcia dietro i candelabri a capo della fila (come a lor duci venire appresso); e un candore simile (tal) mai esistette in terra (di qua già mai non fuci).

L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,
e rendea me la mia sinistra costa,
69 s’io riguardava in lei, come specchio anco.

L’acqua del Letè risplende alla sinistra di Dante (imprendëa dal sinistro fianco), riflettendogli il fianco sinistro (e rendea me la mia sinistra costa), al suo riguardarsi in lei (s’io riguardava in lei), al pari di quanto restituirebbe l’immagine una superficie riflettente (come specchio anco).

Quand’io da la mia riva ebbi tal posta,
che solo il fiume mi facea distante,
72 per veder meglio ai passi diedi sosta,
e vidi le fiammelle andar davante,
lasciando dietro a sé l’aere dipinto,
75 e di tratti pennelli avean sembiante;

Quando l’Alighieri si posiziona sull’argine in modo (Quand’io da la mia riva ebbi tal posta), da distanziarsi dalla schiera solamente per la larghezza del Letè (che solo il fiume mi facea distante), per osservar meglio si ferma, e vede le fiammelle procedere (andare avante), lasciando dietro di (a) sé l’aria dipinta (l’aere dipinto), e quelle strisce assumendo l’aspetto di pennellate (tratti pennelli avean sembiante);

Alternative interpretazioni attribuiscono al termine “pennelli” il significato di stendardi.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXIX • Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1912-1941 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1912-1941

 

sì che lì sopra rimanea distinto
di sette liste, tutte in quei colori
78 onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.

per modo che la parte al di (sì che lì) sopra rimanga suddivisa in (rimanea distinto di) sette liste, nella totalità dei (tutte in quei) colori con i quali (onde) il dio Sole dipinge, originando l’arcobaleno (fa l’arco) e la dea Luna la sua aureola (il cinto).

“Delia” è epiteto della mitologica Diana, dacché nativa dell’isola greca di Delo, divinità simbolizzante la sfera lunare e il suo alone nel quale sarebbe ricamato l’iride.

Questi ostendali in dietro eran maggiori
che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
81 diece passi distavan quei di fori.

Questi stendardi (ostendali) s’allungano all’indietro più di quanto lo sguardo di Dante riesca a seguirli (in dietro eran maggiori che la mia vista); e, secondo suo parere (quanto amio avviso), i due più esterni si distanziano l’un dall’altro (distavan quei di fori) di dieci (diece) passi.

Sotto così bel ciel com’io diviso,
ventiquattro seniori, a due a due,
84 coronati venien di fiordaliso.

Sotto quel così bel baldacchino (ciel) del quale l’Alighieri sta narrando (com’io diviso), ventiquattro signori (seniori) sopraggiungono (venien), in file di coppie (a due a due), con corone (coronati) di fiordaliso.

Tutti cantavan: «Benedicta tue
ne le figlie d’Adamo, e benedette
87 sieno in etterno le bellezze tue!».

Tutti cantano (cantavan): ‘Benedetta sia tu fra (Benedicta tue ne) le figlie d’Adamo, e benedette siano (sieno) eternamente (in etterno) le tue bellezze!’

La due dozzine di veterani cantano in omaggio alla Vergine Maria, ricalcando le parole dell’arcangelo Gabriele, all’atto dell’Annunciazione del Signore.

Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette
a rimpetto di me da l’altra sponda
90 libere fuor da quelle genti elette,
sì come luce luce in ciel seconda,
vennero appresso lor quattro animali,
93 coronati ciascun di verde fronda.

Dopo che i fiori e l’altra fresca e tenera erba (l’altre fresche erbette) di fronte a Dante (a rimpetto di me), sull’(da l’)altra sponda furono (fuor) libere da quella santa (elette) gente (genti), al pari di (sì) come, nella ruota celeste (in ciel), costellazione segue costellazione (luce luce seconda), la seguirono (vennero appresso lor) quattro animali, ognuno (ciascun) coronato (coronati) d’una (di) verde frasca (fronda).

Con l’espressione “Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette libere fuor da quelle genti elette”, s’intende in seguito al passaggio della schiera dei ventiquattro su quel tratto di percorso.

Ognuno era pennuto di sei ali;
le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,
96 se fosser vivi, sarebber cotali.

Ogni (Ognuno) animale è provvisto (pennuto) di sei ali; e queste ali (penne) sono piene d’occhi; e sarebbero altrettanti (sarebber cotali) gli (li) occhi d’Argo se fossero (fosser) ancora vivi.

Il mitologico gigante greco Argo Panoptes, a seconda dei miti con uno, quattro, cento o indefiniti occhi, compare nelle ovidiane Metamorfosi con un centinaio degli stessi e, secondo codesta narrazione, fu colui che aveva il compito di vigilare sulla ninfa e sacerdotessa, di nome Io, per proteggerla dagli insistenti approcci amorosi di Zeus, non contraccambiati, di lei infatuatosi e che per non destar sospetti, la trasformò in una giovenca, ciononostante, la perspicace Era, sua moglie, immaginando l’innamoramento del marito, facendo in modo di farsela regalare, per poi porla appunto sotto il controllo di Argo.

Il gigante aveva occhi disposti per tutto il corpo e, dormendo alternandone chiusura, era in grado di sorvegliare la ninfa in maniera costante, riducendola ad una penosa esistenza e Zeus, sentendosi in colpa, fu spinto a tentar di liberarla.

Inviò dunque al gigante il dio Ermes, per la mitologia romana Mercurio, e costui, assopendo Argo attraverso fiabe narrate a suon di musica, riuscì a fargli chiudere tutti gli occhi contemporaneamente, decapitandolo e liberando la povera Io.

Si racconta che la dea Era, estremamente addolorata per l’uccisione del gigante, ne avesse sparso gli occhi sulle piume dei pavoni.

A descriver lor forme più non spargo
rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,
99 tanto ch’a questa non posso esser largo;

Per (A) descriver le forme di quegli animali (lor), l’Alighieri anticipa al lettore (lettor) che non spanderà ulteriori versi (più no spargo rime), avendo altri argomenti che urgono d’esser trattati (ch’altra spesa mi strigne), non potendo pertanto dilungarsi eccessivamente su questo (tanto ch’a questa non posso esser largo);

ma leggi Ezechïel, che li dipigne
come li vide da la fredda parte
102 venir con vento e con nube e con igne;

tuttavia Dante consigliando apertamente la lettura d’Ezechiele (Ezechïel), che li descrive (dipinge) come li vide giunger dalla zona settentrionale (venir da la fredda parte), con vento, con nubi (nube) e con fuoco;

e quali i troverai ne le sue carte,
tali eran quivi, salvo ch’a le penne
105 Giovanni è meco e da lui si diparte.

nel suo libro (ne le sue carte) il lettore li leggerà (i troverai) tali e quali a quelli che ci sono in Purgatorio qui (era quivi), ad eccezione di quanto riguarda il numero delle ali (salvo ch’a le penne), l’evangelista Giovanni è dello stesso parere dell’Alighieri (meco), discostandosi da Ezechiele (e da lui si diparte).

Ezechiele (620 a.C. – 570 a.C.) fu uno dei più rilevanti profeti biblici, autore dell’omonimo ‘Libro di Ezechiele’, testo, di quarantotto capitoli, contenuto nella Bibbia ebraica, però Dante parlando di animali a sei ali e non a quattro, come asserito dal profeta, il fiorentin verseggiatore attenendosi all’Apocalisse di Giovanni, dove le ali sono effettivamente quattro.

Ulteriore differenza sta nel fatto che gli animali d’Ezechiele sono uguali fra loro, mentre quelli di Giovanni rappresentano un leone, un vitello, una bestia dalle umane sembianze e infine un aquila, con ogni probabilità, come secondo vari dantisti, dall’Alighieri metaforizzati e messi in relazione ai quattro evangelisti, rispettivamente Marco, Luca, Matteo e Giovanni.

Se così davvero fosse, la questione rimane lievemente intrisa d’emblematici contrasti, riguardo alla corporatura degli stessi, asserendo infatti la trentacinquesima terzina che quelli in Purgatorio, a parte le ali, sono “quali i troverai ne le sue carte”, parlando del libro d’Ezechiele, perciò dando ad intendere che fossero omogenei fra loro.

Volendo comunque restare in ambito d’allegoria evangelica, la “verde fronda” in capo agli animali starebbe quindi a rappresentare l’auspicio della salvezza eterna nel diffondere la parola di Dio e gli occhi disposti sulle “penne”, simbolo di conoscenza di passato e futuro.

Lo spazio dentro a lor quattro contenne
un carro, in su due rote, trïunfale,
108 ch’al collo d’un grifon tirato venne.

Lo spazio interno (dentro) a lor quattro animali racchiude (contenne) un carro, sostenuto da (in su) due ruote (rote), trionfale (trïunfale), ch’è trainato (tirato venne) dal (ch’al) collo d’un grifone (grifon).

Il “carro trïunfale” raffigura la Chiesa, trainato da un grifone, ossia una leggendaria e mistica creatura con corpo di leone, testa e ali d’aquila, come secondo medievale simbologia.

Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale
tra la mezzana e le tre e tre liste,
111 sì ch’a nulla, fendendo, facea male.

Esso tende verso l’alto ambedue le ali (tendeva in sù l’una e l’altra ale) inserite ai lati delle lista centrale (tra la mezzana) e un trio di liste per ogni parte (e le tre e tre), in maniera da non lederne alcuna (sì ch’a nulla facea male), nel fenderle (fendendo).

Tanto salivan che non eran viste;
le membra d’oro avea quant’era uccello,
114 e bianche l’altre, di vermiglio miste.

Le ali del grifone s’elevano a tali altezze (Tanto salivan) da sfuggire alla vista (che no eran viste); la parte corporea con sembianza di volatile (le membra quant’era uccello) è (avea) d’oro, e bianca l’altra (bianche l’altre), miscelata (miste) di vermiglio.

La dorata nuance delinea la natura divina di Gesù, mentre quella bianco-vermiglia la sua natura umana.

Non che Roma di carro così bello
rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
117 ma quel del Sol saria pover con ello;

Non solo (che) non furono tanto belle (così bello) le bighe che in Roma festeggiarono il trionfar di Scipione l’Africano oppure d’Augusto, ma anche il carro solare (quel del Sol) parrebbe misero a confronto (saria pover con ello);

Publio Cornelio Scipione Africano (236 a.C. – 183 a.C.), alias ‘Scipione l’Africano’, fu politico e generale romano che riportò gloriosa vittoria, in Africa, sconfiggendo il generale, politico e condottiero cartaginese Annibale (247 a.C. – 183 a. C.).

“Augusto” fu il noto Gaio Giulio Cesare Augusto (63 a.C. – 14 d.C.), primo imperatore romano regnate dal 27 a.C. al 14 d.C.

quel del Sol che, svïando, fu combusto
per l’orazion de la Terra devota,
120 quando fu Giove arcanamente giusto.

quello (quel) del sole che, deviando rotta (svïando), in conseguenza alle devote suppliche della sfera terrestre (per l’orazion de la Terra devota), venne incenerito (fu combusto) da Giove, la divinità manifestandosi in arcana giustizia (quando fu Giove arcanamente giusto).

Il carro “del Sol” rimanda al mito del mitologico Fetonte più volte accennato, vale a dire quello del figlio del sole che volle provare a guidare il carretto del padre, purtroppo non sapendone mantener redini e precipitando sulla terra, bruciandone il suolo, ragion per cui lo stesso venne fulminato da Zeus, precipitando, e poi annegando, nel greco fiume Eridano.

Tre donne in giro da la destra rota
venian danzando; l’una tanto rossa
123 ch’a pena fora dentro al foco nota;

Accanto alla (in giro de la) ruota (rota) destra del carro tre donne avanzano in fase di danza (venian danzando); l’una talmente (tanto) rossa da far fatica a notarla se si trovasse all’interno del fuoco (ch’a pena fora dentro al foco nota);

l’altr’era come se le carni e l’ossa
fossero state di smeraldo fatte;
126 la terza parea neve testé mossa;

L’altra appare come se il suo corpo fosse costituito di smeraldi (l’altr’era come se le carni e l’ossa fossero state di smeraldo fatte); e la terza sembra neve appena caduta (parea neve testé mossa) dal cielo;

Le tre donne simbolizzano le tre Virtù Teologali: la rossa è la Carità; la verde la Speranza; la bianca è la Fede.

e or parëan da la bianca tratte,
or da la rossa; e dal canto di questa
129 l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.

e or paiono (parëan) esser guidate (tratte), nella danza, dalla (da la) donna bianca, or dalla (da la) rossa; e dal canto di quest’ultima (questa), le (l’) altre due venendo condotte in un ballo alternato tra lentezza e velocità (toglien l’andare e tarde e ratte).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXIX • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 

Da la sinistra quattro facean festa,
in porpore vestite, dietro al modo
132 d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.

Nella parte sinistra (Da la) del carro quattro donne ballano festose, abbigliate con abiti purpurei (facean festa in porpore vestite), capeggiate nel ritmo (dietro al modo) d’una di loro (lor) che ha (ch’avea) tre occhi in testa.

Di pari passo, dalla parte opposta del carro le altre quattro donne sono a simbolo delle Virtù Cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza.

Appresso tutto il pertrattato nodo
vidi due vecchi in abito dispari,
135 ma pari in atto e onesto e sodo.

Dietro alla sovradescritta composizione, nel suo insieme (Appresso tutto il pertrattato nodo), Dante scorge due anziani vestiti in modo differente (in abito dispari), seppur con lo stesso atteggiamento (ma pari in atto), tanto integro quanto rigoroso (e onesto e sodo).

L’un si mostrava alcun de’ famigliari
di quel sommo Ipocràte che natura
138 a li animali fé ch’ell’ ha più cari;

Uno d’essi (L’un) si mostra (mostrava) come fosse un seguace (alcun de’ famigliari) di quel sommo Ippocrate (Ipocràte) che Madre Natura (natura) ebbe a originare (fé) affinché egli avesse a cuore (ha più cari) gli esseri animati (a li animali).

mostrava l’altro la contraria cura
con una spada lucida e aguta,
141 tal che di qua dal rio mi fé paura.

l’altro mostra viceversa tutt’altra inclinazione (la contraria cura), tenendo in pugno (con) una spada luccicante ed appuntita (lucida e aguta) a tal punto da spaventare Dante sebben si trovi sulla riva opposta (che di qua dal rio mi fé paura).

I “due vecchi in abito dispari” metaforizzano rispettivamente:

— gli ‘Atti degli Apostoli’, testo in greco antico incluso nel Nuovo Testamento, il cui autore supposto fu san Luca evangelista, medico nella cittadina turca di Antiochia;

— le ‘Epistole’ di san Paolo, tredici testi, anch’essi facenti parte del Nuovo Testamento, tradizionalmente attribuiti all’apostolo e martire Paolo di Tarso (5/10 d.C. – 64/67 d.C.), nato Saulo, raffigurate con spada, simbolo generalmente attribuito a san Paolo.

Poi vidi quattro in umile paruta;
e di retro da tutti un vecchio solo
144 venir, dormendo, con la faccia arguta.

Poi l’Alighieri vede quattro individui di modesto aspetto (in umile paruta); e, alle spalle di (in retro a) tutti quanti, un vecchio solitario (solo), camminare (venir) dormendo, con viso intenso (la faccia arguta).

I “quattro in umile paruta” stanno a rappresentare le Lettere di pietro, Giovanni, Giacomo e Giuda, mentre il “vecchio solo” è la succitata Apocalisse di Giovanni e il suo marciar assopita ne indica la di lui propensione visionaria e predittrice.

E questi sette col primaio stuolo
erano abitüati, ma di gigli
147 dintorno al capo non facëan brolo,
anzi di rose e d’altri fior vermigli;
giurato avria poco lontano aspetto
150 che tutti ardesser di sopra da’ cigli.

E questi sette anziani in coda sono vestiti (erano abitüati) in abbinamento con i ventiquattro a capo corteo (col primaio stuolo), ma attorno (dintorno) al capo non indossano ghirlanda (facëan brolo) di gigli, piuttosto (anzi) di rose e d’altri fior vermigli; Dante, anche vedendoli a poca distanza, giurerebbe che stiano ardendo sulla fronte (giurato avria poco lontano aspetto che tutti ardesser di sopra da’ cigli).

La vesti bianche di quest’ultimo drappello a chiusura, richiamano la purezza di dottrina e il rosso dei “fior vermigli”, tanto intenso da parer ardere, simbolizza la carità cristiana.

E quando il carro a me fu a rimpetto,
un tuon s’udì, e quelle genti degne
153 parvero aver l’andar più interdetto,
154 fermandosi ivi con le prime insegne.

E quando il carro si trova davanti a Dante (a me fu a rimpetto), s’ode un tuono (un tuon s’udì), e a tutte quelle persone elette (genti degne) sembra esser stato ordinato d’arrestarsi (parvero aver l’andar più interdetto), perciò fermandosi in quel punto con i candelabri in prima postazione (ivi con le prime insegne).

All’arresto del corteo sul passaggio di Canto, “Quando il settentrïon del primo cielo, che né occaso mai seppe né orto né d’altra nebbia che di colpa velo…”