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Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXIII

Viktor Pivovarov (1937), Un’intera notte trascorsa sui tetti, 2010

 
Dante, Virgilio e Stazio procedono per la sesta Cornice, lì ove son relegate le anime dei golosi e il pellegrino, ancor completamente rapito dall’albero visto poco prima, viene spronato dal vate a non sprecare il prezioso tempo in loro dotazione, indi il trio dirigendosi oltre, sulle appena sopraggiunte note corali di spiriti piangenti che intonano un Salmo per compunzione.

Il devoto drappello di penitenti arriva in tutta velocità e un di loro, stupefatto al visionar l’ombra dell’Alighieri, ne chiede spiegazioni, con il suo timbro vocale immediatamente riconosciuto dal discepolo come Forese Donati, non identificabile altrimenti in quanto completamente trasfigurato dall’eccessivo smagrimento, aspetto comune a tutti gli spiriti lì destinati a penitenza, in base alla quale fame e sete divorano incessantemente.

Delucidazione a tal proposito viene fornita dallo stesso Forese, con il quale Dante intreccerà lungo e piacevole colloquio, quasi volesse rimediare a tutte le cattiverie scritte che i due uomini si lanciarono reciprocamente durante la loro esistenza, nel celeberrimo ‘Tenzone con Forese Donati’, nonché generosamente l’Alighieri riservando un posto speciale alla di lui moglie, Nella, tanto fra versi quanto nel cuore dell’amico.

Cala il sipario sulla presentazione di Virgilio e di Stazio, un istante prima Dante anticipando all’amico la futura sostituzione di Beatrice come prossima guida per il regno celeste, all’arrivo della quale corrisponderà congedo dell’ adorato maestro.

A Forese, come a Stazio, l’autore concede due interi Canti, anche nel prossimo, infatti, danzando Donati sulle dantesche rime come principale protagonista.

Particolarmente intenso è la trentanovesima terzina, per mezzo della quale un Alighieri probabilmente dispiaciuto delle trascorse ed agguerrite divergenze, vicendevolmente alternatesi fra i due a colpi di penna, verosimilmente attua tentativo di rivalutarne l’amicizia, palesemente amareggiato sull’eco di quel: “Se tu riduci a mente qual fosti meco, e qual io teco fui, ancor fia grave il memorar presente”, come se che la nuova via intrapresa per mano di Virgilio gli sia d’aiuto nella riflessione a ritroso sulle sue vicissitudini, quasi a voler evaporare le ingiurie infamanti del passato sulla scia d’un sentito e desiato pentimento, fissando la figura di Forese nelle preziose pagine del suo sommo poema, in tal modo immortalandone memoria.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXIII • Salvador Dalí (1904-1989), La golosità, Divina Commedia, Salani Arte e Scienze, 1965 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Salvador Dalí (1904-1989), La golosità
Divina Commedia, Salani Arte e Scienze, 1965

 

Mentre che li occhi per la fronda verde
ficcava ïo sì come far suole
3 chi dietro a li uccellin sua vita perde,
lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
6 più utilmente compartir si vuole».

Mentre Dante ficca gli (ficcava ïo li) occhi nella (per la) verde frasca (fronda) così (sì) com’è solito fare (far suole) chi impiega gran parte della sua esistenza alla ricerca di uccellini (dietro a li uccellin sua vita perde), colui che più paterno di quanto è non potrebbe essere (lo più che padre) gli dice (mi dicea): “Figliolo (Figliuole), vieni ormai (vienne oramai), poiché (ché) converrebbe ripartire meglio (più utilmente compartir si vuole) il (’l) tempo che c’è stato messo a disposizione (n’è imposto)”.

Con “chi dietro a li uccellin sua vita perde” ci si riferisce ai cacciatori di nidi, che impiegano gran parte del loro tempo a cercarne traccia fra le chiome degli alberi.

L’amorevole e paterno ruolo di Virgilio viene elevato all’ennesima potenza nell’espressione “lo più che padre”, poche parole dense di significato ch’esplodono fra le righe in smisurata e devota gratitudine.

Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,
appresso i savi, che parlavan sìe,
9 che l’andar mi facean di nullo costo.

L’Alighieri volge lo sguardo (Io volsi ’l viso), e non men celermente (tosto) il (’l) passo, appresso ai due saggi (i savi) poeti, i quali discorrono in una maniera talmente (che parlavan sìe) interessante, da rendergli il cammino alleggerito di qualsiasi fatica (che l’andar mi facean di nullo costo) al semplice ascoltarli.

Ed ecco piangere e cantar s’udìe
‘Labïa mëa, Domine’ per modo
12 tal, che diletto e doglia parturìe.

Ed ecco che s’ode (udìe) piangere e cantar ‘Labïa mëa, Domine’ in un (per) modo tale (tal), da suscitar, nel trio, contemporaneamente gaiezza e dolore (che diletto e doglia parturìe).

‘Labïa mëa, Domine’ è l’inizio del biblico salmo penitenziale ‘Miserere’: “Domine, labia mea aperies, et os meum adnuntiabit laudem team” – “Signore, aprirai le mie labbra, e la mia bocca proclamerà la tua lode”.

Il “diletto” nell’ascoltare il coro è screziato di “doglia” all’udirne il tono accorato.

«O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,
comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno
15 forse di lor dover solvendo il nodo».

Dante inizia a parlare (comincia’ io), chiedendo al suo dolce padre cosa sia la melodia che lui stesso sta ascoltando (che è quel ch’i’ odo?); e il vate (ed elli) gli risponde che si tratta di anime (Ombre) che forse stanno espiando le loro colpe (di lor dover solvendo il nodo).

Sì come i peregrin pensosi fanno,
giugnendo per cammin gente non nota,
18 che si volgono ad essa e non restanno,
così di retro a noi, più tosto mota,
venendo e trapassando ci ammirava
21 d’anime turba tacita e devota.

Al pari di peregrini assorti nel loro pensare (Sì come i peregrin pensosi fanno) i quali (che), quando durante il tragitto raggiungono persone sconosciute (giugnendo per cammin gente non nota), si girano verso le stesse, ma senza fermarsi (volgono ad essa e non restanno), così alle loro spalle (di retro a noi) una turba di peccatori, silenziosa (tacita) e devota, con andatura più veloce (tosto mota), raggiunge e supera il poetico terzetto, scrutandolo con sbalordimento (venendo e trapassando ci ammirava).

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
palida ne la faccia, e tanto scema
24 che da l’ossa la pelle s’informava.

Ciascuna di loro è pallida in viso (palida ne la faccia), negli occhi ombrosa ed affossata (oscura e cava), e talmente deperita (tanto scema) da plasmarsi (che s’informava) la pelle sullo scheletro (da l’ossa).

Non credo che così a buccia strema
Erisittone fosse fatto secco,
27 per digiunar, quando più n’ebbe tema.

Secondo l’Alighieri nemmeno (Non credo che) Erisittone dimagrì a tal punto da ridursi all’estrema (fosse fatto secco così a strema) buccia, a causa del digiuno (per digiunar), quando più n’ebbe timore (tema).

La “buccia” è metafora della pelle che sembrerebbe direttamente posarsi sullo scheletro per l’eccessiva magrezza, condizione talmente disperata che non appartenne nemmeno al mitologico principe di Tessaglia, l’irrispettoso e ribelle Erisittone – di cui ovidiano racconto proviene dalle ‘Metamorfosi’ – la condanna ad essere tremendamente ed eternamente affamato, maledizione a lui inferta da Demetra (nella mitologia romana la dea Cerere), divinità a protezione della natura e dei raccolti, per aver tagliato un frutteto sacro nel suo bosco, arrivando l’uomo a divorarsi a morsi nella necessità di nutrirsi.

Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
la gente che perdé Ierusalemme,
30 quando Maria nel figlio diè di becco!’.

Il discepolo parla fra sé e sé (Io dicea fra me stesso), pensando: ‘Ecco il popolo che perdette Gerusalemme (la gente che perdé Ierusalemme), quando Maria sbranò il (diè di becco nel) proprio figlio!’

La donna citata rimanda a ‘Maria l’ebrea’, un’abbiente signora la quale – come narrato dallo storico, scrittore, politico e militare romano, d’ebraiche origini, Tito Flavio Giuseppe (37/38 d.C. – ca.100 d.C.) ed altri letterati medievali – in seguito ad improvvisa povertà conseguita all’assedio di Gerusalemme (di cui si parla a partir dall’ottantaduesimo verso del ventunesimo Canto di Purgatorio) del 70 d.C., in preda all’estrema fame si cibò del suo stesso figlio.

Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
33 ben avria quivi conosciuta l’emme.

Le loro (l’) occhiaie sembrano (Parean) castoni d’anelli senza pietre (anella sanza gemme): chi nel viso degli (de li) uomini legge la dicitura ‘omo’ ben qui avrebbe riconosciuto la lettera (ben avria quivi conosciuta l’) emme.

Nell’onciale, ovvero l’antica scrittura maiuscola utilizzata nei manoscritti, fra il terzo e l’ottavo secolo, e successivamente, fino al tredicesimo, in particolaremodo riservata a titoli e intestazioni, il termine ‘omo’ veniva trascritto con due piccole ‘O’ inserite nelle curve della ‘M’ e, in epoca medievale, era abitudine leggere l’acronimo come un ideogramma del volto umano; dunque in un viso particolarmente magro lo svuotamento delle guance pareva rassomigliare alle curvature della tanto immaginata “emme”.

Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
sì governasse, generando brama,
36 e quel d’un’acqua, non sappiendo como?

Dante si chiede inoltre chi avrebbe mai potuto credere (Chi crederebbe), all’oscuro della causa (non sappiendo como), che il profumo (l’odor) d’un frutto (pomo) e quello (quel) dell’(d’un’)acqua, nel lor suscitar desiderio (generando brama), in tal modo conciassero (sì governasse) quei penitenti.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXIII • Carlo Wostry (1865-1943), I Golosi, 1921 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Carlo Wostry (1865-1943), I Golosi, 1921

 

Già era in ammirar che sì li affama,
per la cagione ancor non manifesta
39 di lor magrezza e di lor trista squama,
ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
42 poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».

L’Alighieri rimane sbalordito, chiedendosi cosa sia che possa suscitar in loro così tanta ingordigia (Già era in ammirar che sì li affama), non conoscendo ancora il motivo (per la cagione ancor non manifesta) del loro dimagrimento (di lor magrezza) e della loro (di lor) riluttante pelle squamata (trista squama), quand’(ed)ecco, dal (del) profondo del capo (de la testa), un’anima (ombra) volgere a lui (volse a me) lo sguardo (li occhi), scrutandolo (e guardò fiso); poi gridando (gridò) forte: “Qual grazia mi vien concessa (m’è questa)?”

L’improvvisa esclamazione “Qual grazia m’è questa?”, dal penitente pronunciata a metà fra entusiasmo e sbigottimento, nel veder il pellegrino ancor vivente, rimembra lo sconcertato “Qual meraviglia!” fuoriuscito dalla bocca di Brunetto Latini, al ventiquattresimo versetto del quindicesimo Canto infernale.

Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
45 ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.

Mai Dante l’avrebbe riconosciuto (Mai non l’avrei) nel (al) viso; ma nella (ne la) sua voce gli si palesa (mi fu palese) ciò che le sembianze (l’aspetto) hanno consumato (conquiso).

Questa favilla tutta mi raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
48 e ravvisai la faccia di Forese.

Questa scintilla (favilla) riaccende nel poeta (mi raccese) la sua totale consapevolezza (tutta mia conoscenza) di quel volto (a la labbia) consunto (cangiata), riconoscendovi la faccia di Forese.

L’aristocratico Forese Donati (ca.1250-1296) fu cugino di terzo grado di Gemma Donati (ca.1265-1333/1342), moglie dell’Alighieri, oltre che fratello, fra gli altri, del politico Corso Donati (ca.1250-1308), ai tempi capo della fazione fiorentina dei guelfi neri. Della sua esistenza vi sono notizie alquanto scarse, ma protagonista della storia l’uomo divenne grazie al famoso ‘Tenzone’ – ossia il genere poetico della letteratura medievale in cui si dibattevano opinioni – attraverso cui lui e il fiorentin verseggiatore si scambiarono acute accuse d’ogni genere, con linguaggio astioso e triviale, sciolto fra sonetti in botta e risposta.

«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
che mi scolora», pregava, «la pelle,
51 né a difetto di carne ch’io abbia;

Forese prega (pregava) Dante di non badar eccessivamente alla secca malattia (contendere a l’asciutta scabbia) che lo impallidisce (mi scolora la pelle), né all’estremo snellimento che lo caratterizza (né a difetto di carne ch’io abbia);

ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
due anime che là ti fanno scorta;
54 non rimaner che tu non mi favelle!»

ma di dirgli la verità su di lui (dimmi il ver di te), rivelandogli l’identità (dì chi son) di quelle due anime che lo stanno scortando (là ti fanno scorta); quindi lo supplica di non rimanere in silenzio (non rimaner che tu non mi favelle)!

«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
mi dà di pianger mo non minor doglia»,
57 rispuos’io lui, «veggendola sì torta.

L’Alighieri gli risponde (rispuos’io lui) che la sua faccia, ch’egli pianse (lagrimò) quando Forese morì, ora lo fa piangere con egual sofferenza (mi dà di pianger mo non minor doglia), nel vederla tanto stravolta.

Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
non mi far dir mentr’io mi maraviglio,
60 ché mal può dir chi è pien d’altra voglia.»

Perciò chiede a Forese di svelargli (Però mi dì), in nome di (Per) Dio, la causa di tanto decadimento (che sì vi sfoglia) e di non farlo parlare mentre si sta stupefacendo (non mi far dir mentr’io mi maraviglio), poiché chi è concentrato su un altro desiderio (è pien d’altra voglia) potrebbe parlar male (mal può dir).

Dante teme di parlare in quel momento in cui la condizione fisica di Forese lo sta sconvolgendo al punto da impedirgli una lucida conversazione.

Ed elli a me: «De l’etterno consiglio
cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
63 rimasa dietro, ond’io sì m’assottiglio.

Ed egli in risposta all’Alighieri (Ed elli a me): “Come da decreto divino (De l’etterno consiglio), la virtù (vertù) a causa della quale dimagrisco in tal maniera (ond’io sì m’assottiglio), piove (cade) nell’(ne l’)acqua e nella (ne la) pianta che ci siamo lasciati alle spalle (rimasa dietro).

Forese spiega, secondo perfetto contrappasso, come la fame e la sete provocate alla vista dei frutti e dell’acqua provenienti dalla strana pianta, siano una dannazione, non potendo gustarne, per i ghiotti peccatori che in quella Cornice stanno espiando il vizio della golosità.

Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
66 in fame e ‘n sete qui si rifà santa.

Tutti questi spiriti (Tutta esta gente) che cantano (canta) piangendo, per aver appagato (per seguitar) la gola oltre ogni limite (oltra misura), attraverso la (in) fame e la (‘n) sete qui espiano la propria voracità terrena.

Di bere e di mangiar n’accende cura
l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
69 che si distende su per sua verdura.

Il profumo che s’effonde dai frutti (l’odor ch’esce del pomo) e dagli spruzzi (de lo sprazzo) d’acqua che si distendono (distende) su per il suo verde fogliame (sua verdura), suscita in loro (n’accende cura) insopportabile appetito ed arsura.

E non pur una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
72 io dico pena, e dovria dir sollazzo,
ché quella voglia a li alberi ci mena
che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
75 quando ne liberò con la sua vena».

Ed ogni (E non pur una) volta che giriamo attorno a codesto spruzzo (questo spazzo girando), la nostra penitenza si rinnova (rinfresca): io dico penitenza (pena), ma dovrei dir gioia, essendo che quella brama (voglia) è la medesima che condusse (menò) Cristo a dire ‘Elì’, quando con il suo sangue (con la sua vena) ci (ne) liberò dal peccato.

“Elì” è parte dell’invocazione, riportata nei Vangeli secondo Matteo e secondo Marco, che il Cristo morente levò, in lingua aramaica, a Dio: “Elì, Elì, lamma sabacthani?” – “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” e Forese ne riaggancia il significato di sacrificio a favore dell’umanità.

E io a lui: «Forese, da quel dì
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
78 cinqu’anni non son vòlti infino a qui.

E Dante (io) a lui: “Forese, da quel giorno (dì) in cui passasti (mutasti mondo) a miglior vita, non son trascorsi (infino a qui) più di cinque (cinqu’) anni.

Se prima fu la possa in te finita
di peccar più, che sovvenisse l’ora
81 del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
come se’ tu qua sù venuto ancora?
Io ti credea trovar là giù di sotto,
84 dove tempo per tempo si ristora».

Se la possibilità di peccare nuovamente in te era già terminata (fu la possa in te finita), prima che arrivasse (sovvenisse) l’ora del pentimento (l’ora del buon dolor) che riunisce al Signore (ch’a Dio ne rimarita), come mai tu sei già risalito fin qui?”

L’Alighieri è perplesso sul celere ascendere di Forese, in quanto a conoscenza del fatto che chi s’è pentito in punto di morte viene solitamente relegato nell’Antipurgatorio.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXIII • Augusto Bastianini (1875-1938), 1925 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Augusto Bastianini (1875-1938), 1902

 

Ond’elli a me: «Sì tosto m’ha condotto
a ber lo dolce assenzo d’i martìri
87 la Nella mia con suo pianger dirotto.

Ond’egli (elli) a Dante: “M’ha condotto così presto (Sì tosto) a ber il (lo) dolce veleno (assenzio) dei tormenti (d’i martìri) la mia Nella, col suo pianto dirompente (pienger dirotto).

Nella, forse diminutivo di Giovanna o Giovannella, fu la moglie di Forese, della quale poco o nulla si sa, se non che dall’unione con la stesso nacque una figlia, Ghita, maritata – e precocemente vedova – al nobile Mozzino di Andrea dei Mozzi; secondo interpretazione di gran parte dei commentatori, dal tenzone traspare la descrizione di Nella, da parte di Dante, come moglie prettamente insoddisfatta della propria vita coniugale; se così fosse, il descriverla nella Commedia come premurosa sposa le cui affettuose orazioni hanno velocizzato il percorso di redenzione del consorte, verosimilmente potrebbe essere un tentativo di rimedio dell’Alighieri alle precedenti supposizioni.

Con suoi prieghi devoti e con sospiri
tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
90 e liberato m’ ha de li altri giri.

Con le sue devote (devoti) preghiere (prieghi) e con i suoi sospiri m’ha levato (tratto) dalla spiaggia dove s’attende (de la costa ove s’aspetta), e dalle Cornici prima di queste.

In più al non aver sostato nelle prime balze purgatoriali, Forese è stato inoltre dispensato dallo stazionare nelle Cornici sottostanti.

Tanto è a Dio più cara e più diletta
la vedovella mia, che molto amai,
93 quanto in bene operare è più soletta;

La mia dolce vedova (vedovella), che amai molto, tanto più è cara e benaccetta a Dio, quanto è più sola nel corretto (in bene) operare;

Alla voce di Forese Dante affida soavi parole a testimonianza del di lui amore non sopito, nei confronti della sua amata donna, al pensiero della quale trapela nostalgico sentimento.

ché la Barbagia di Sardigna assai
ne le femmine sue più è pudica
96 che la Barbagia dov’io la lasciai.

perché (ché) la Barbagia (di Sardigna) della Sardegna possiede tanto più (assai) pudore (è pudica) nei confronti delle sue donne (ne le femmine sue) rispetto alla (che la) Barbagia dove la lasciai.

La Barbagia “di Sardigna” è la zona montuosa della Sardegna centro-orientale, ma se oggigiorno il termine viene utilizzato ad esclusivo scopo geografico-identificativo, nel Medioevo stava anche a significare ‘terra di Barbari’, verosimilmente originandosi il nome dalle invasioni di berberi avvenute nel quinto secolo; con “Barbagia dov’io la lasciai” Forese si riferisce invece a Firenze.

O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
Tempo futuro m’è già nel cospetto,
99 cui non sarà quest’ora molto antica,
nel qual sarà in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
102 l’andar mostrando con le poppe il petto.

O dolce fratello (frate), che vuoi (vuo’) tu ch’io dica? Davanti agli occhi (nel cospetto) già mi passano accadimenti futuri, rispetto ai quali (cui) quest’ora non sarà poi tanto remota (molto antica) e nella quale (nel qual), alle (a le) sfacciate donne fiorentine, verrà ufficialmente proibito (in pergamo interdetto) di girare mostrando i seni con i capezzoli (il petto con le poppe).

Animoso accenno ai succinti abiti femminili parrebbe velata accusa di malcostume nei confronti di alcune donne fiorentine.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXIII •Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Franz von Bayros (1866-1924)
Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921

 

Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
105 o spirituali o altre discipline?

Quali (Quai) barbare, quali (quai) saracene (saracine) esistettero (fuor) mai per cui si rese necessario (bisognasse), al fin di farle coprire (per farle ir coperte), sanzioni ecclesiastiche o d’altro genere?

Non si sa con certezza a quali precisi decreti, vescovili o comunali che fossero, alluda Forese, sebbene leggi santuarie, vale a dire i dispositivi legislativi entrati in vigore come regolamentazione sul vestiario, con vincolo di decoro che si mantenesse privo d’eccessiva ostentazione, fossero realmente diffusi nella terra fiorentina di quel periodo, specialmente riguardo alla mise femminile.

Ma se le svergognate fosser certe
di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
108 già per urlare avrian le bocche aperte;

Ma qualora (se) le svergognate fossero conscie (fosser certe) di ciò che il cielo sta per celermente ammannire (’l ciel veloce loro ammanna), avrebbero già spalancato (aperte) le bocche per gridare (urlare);

ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
prima fien triste che le guance impeli
111 colui che mo si consola con nanna.

Poiché, se la preveggenza ora (l’antiveder qui) non m’inganna, cadranno a disperazione (fine triste) prima che sulle (guance di coloro che ancora si fanno cullare (colui che mo si consola con la ninna nanna) cresca la barba (impeli).

Arcano è il contenuto della profezia appena enunciata.

Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
vedi che non pur io, ma questa gente
114 tutta rimira là dove ’l sol veli».

Orsù, fratello (Deh frate), ora non celarmi più il motivo per cui ti trovi qui (or fa che più non mi ti celi)! vedi che non solamente (pur) io,m ma tutti questi spiriti (tutta questa gente) scruta nel punto in cui tu proietti l’ombra (rimira là dove ’l sol veli)”.

Come più volte accaduto, il fatto che il corpo dell’Alighieri getti ombra sul suolo desta sempre incredulo sbigottimento e smodata curiosità.

Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente
qual fosti meco, e qual io teco fui,
117 ancor fia grave il memorar presente.

Perciò Dante (Per ch’io) gli (a lui) risponde che s’egli riconducesse alla memoria (Se Turiduci a mente) come entrambi si comportarono l’un con l’altro (qual fosti meco), e qual io teco fui), il ricordarne (memorarono) gli sarà greve (fia grave) ancor adesso (presente).

L’Alighieri, prima di fornire delucidazioni a riguardo, ricorda a Forese gli atteggiamenti che i due uomini si scambiarono quando lo stesso era ancora in vita, evaporando dalla terzina una sorta d’amichevole e mesto rammarico al rifletterci.

Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi, l’altr’ier, quando tonda
120 vi si mostrò la suora di colui»,
e ’l sol mostrai; «costui per la profonda
notte menato m’ha d’i veri morti
123 con questa vera carne che ’l seconda.

Dante prosegue esplicando che da quel tipo d’esistenza (Di quella vita) lo sottrasse (mi volse), pochi giorni prima (l’altr’ier), colui (costui) che gli cammina davanti (mi va innanzi), quando piena (tonda) a tutti appariva (vi si mostrò) la luna, ch’egli indica come sorella del sole (la suora di colui), mostrandolo a dito (e ’l sol mostrai); costui l’(m’)ha accompagnato (menato) attraverso le profonde tenebre (per la profonda notte) dei dannati (d’i veri morti) con quel corpo materiale che gli sta a ruota (questa vera carne che ’l seconda).

Il paziente duca prese per mano il suo protetto in una notte di luna piena, distogliendolo dalla sua esistenziale condotta ed intraprendendo con lui un intenso viaggio per ricondurlo alla retta via, ch’era stata smarrita, affiancandolo l’Alighieri con tutto il carico del suo copro in carne ed ossa.

Indi m’han tratto sù li suoi conforti,
salendo e rigirando la montagna
126 che drizza voi che ’l mondo fece torti.

Indi i (li) suoi confortanti consigli (conforti) l’(m’)han condotto fin al Purgatorio (tratto sù), risalendo e marciando intorno il monte (salendo e rigirando la montagna) che riporta sulla retta via (drizza) i penitenti (voi) deragliati dalle loro esistenze terrene (che ’l mondo fece torti).

Mai Dante perde occasione per sottolineare l’intima importanza del suo maestro come guida spirituale e savio consigliere, infinito sprone all’incedere nella risalita.

Tanto dice di farmi sua compagna
che io sarò là dove fia Beatrice;
129 quivi convien che sanza lui rimagna.

Egli ha fortemente promesso (Tanto dice) di fargli da guida (farmi sua compagna) fintantoché l’Alighieri non sarà al cospetto di (che io sarò là dove fia) Beatrice; lì sarà opportuno (quivi convien) che Dante rimanga (rimagna) senza (sanza) di lui.

Virgilio è questi che così mi dice»,
e addita’ lo; «e quest’altro è quell’ombra
132 per cuï scosse dianzi ogne pendice
133 lo vostro regno, che da sé lo sgombra».

L’Alighieri poi svela (è questi) il nome di Virgilio, additandolo (e addita’ lo) come l’autore di tale promessa (così mi dice); di Stazio, senza nominarlo direttamente, dice essere quell’anima (e quest’altro è quell’ombra) a causa della quale (per cuï), poco prima (dianzi), ha tremato (scosse) ogni versante (ogne pendice) del promontorio purgatoriale (lo vostro regno), che da sé lo stava accomiatando (sgombra).

Fine del dialogo corrisponde a chiusura di Canto e seguente riapertura con un Dante in celere marcia, dato che “Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento facea, ma ragionando andavam forte, sì come nave pinta da buon vento…”