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Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXI

Attilio Razzolini, La Divina Commedia illustrata, 1902

 
Dante e Virgilio sono ancora nella quinta Cornice e camminano facendo attenzione alla calca di spiriti in penitenza, frattanto ambedue chiedendosi quale possa esser stata l’origine della scossa tellurica appena udita e perplessità trovano risposta quando un’anima li raggiunge alle spalle, interpellandoli con un “O frati miei, Dio vi dea pace”, quindi, su subitanea richiesta del maestro — e conseguente gioia dell’Alighieri nel poter venir a conoscenza di quanto fin a quel momento non compreso — spiegando ai due viandanti di quanto il Purgatorio sia immune da eventi atmosferici per come capitano in terra, al contrario i sismi avvenendo per volontà celeste ogni qualvolta un peccatore abbia concluso il suo percorso di penitenza e possa iniziare a salire verso i cieli.

Secondo quesito posto dal vate era di venire a conoscenza delle generalità dello spirito, che, in tutta disponibilità e garbatezza, si manifesta a nome del poeta Stazio, poi elencando due dei suoi poemi e dichiarandosi come immenso estimatore di Virgilio, non sapendo d’averlo di fronte, ragione per cui lo stesso si gira verso il suo protetto intimandogli di silenziarsi, ma talmente è la letizia del discepolo per le lodi tessute nei confronti della sua paterna e stimata guida, da non riuscir a trattenere un sorriso, notando il quale lo stesso Stazio gli chiede di fornire spiegazioni.

Il pellegrino si trova pertanto diviso a metà, non sapendo a chi dare ascolto, non fosse che l’infinita amorevolezza e la crostante comprensione del suo fedele compagno di viaggio gli concedono parola, quindi Dante riempiendosi di meraviglia nel poter confidare a Stazio d’aver davanti a sé proprio il Virgilio di cui parlava un istante prima, provocando nello stesso una commozione tale da farlo gettare ai suoi piedi, nell’immediato invitato a rialzarsi e sula coinvolgente emozione del momento si chiude il Canto, sulla scia degli omaggi più puri fra poeti ed un Alighieri profondamente entusiasmato e sentitamente pago.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXI • Guglielmo Giraldi, Manoscritto Urbinate Latino 365, XV secolo, Biblioteca Apostolica Vaticana • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Guglielmo Giraldi, Manoscritto Urbinate Latino 365, XV secolo
Biblioteca Apostolica Vaticana

 

La sete natural che mai non sazia
se non con l’acqua onde la femminetta
3 samaritana domandò la grazia,
mi travagliava, e pungeami la fretta
per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
6 e condoleami a la giusta vendetta.

La sete di sapere (natural) che mai s’appaga (non sazia), se non con l’acqua della quale (onde) una donna (la femminetta) samaritana chiese (domandò) la grazia, mentalmente attanaglia Dante (mi travagliava), allo stesso tempo pressato dalla (pungeami la) fretta di stare dietro al suo duca (al mio duca) per il tragitto (via) oberato (per la ’mpacciata) di penitenti, con i quali l’Alighieri condivide il dolore nell’osservare gli effetti della giustizia divina.

Il pellegrino prova una smisurata curiosità nei confronti della scossa tellurica da poco udita e la sua smania di conoscerne le cause è paragonata ad una forte arsura, metaforicamente in richiamo all’acqua che, come narrato nel Vangelo secondo Giovanni, una donna di Samaria chiese in grazia a Gesù, come linfa di vita eterna.

Ed ecco, sì come ne scrive Luca
che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
9 già surto fuor de la sepulcral buca,
ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
dal piè guardando la turba che giace;
12 né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».
Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
15 rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.

Ed ecco, così (sì) come ne scrisse (scrive) l’evangelista Luca, che Cristo, già risorto dal sepolcro (surto fuor de la sepulcral buca) apparve ad un paio (a’ due) di discepoli che si trovavano sulla (ch’erano in) via, un’anima appare ai due viandanti (ci apparve un’ombra), procedendo alle loro spalle (e dietro a noi venìa), mentre gli stessi hanno sguardo fisso in giù, sui peccatori che giacciono a terra (dal piè guardando la turba che giace); e i due poeti di lei nemmeno s’accorgono (né ci addemmo di lei), fintantoché la stessa non parla per prima (sì parlò pria), dicendo: “O fratelli (frati) miei, Dio vi doni (dea) pace”. Dante e Virgilio si voltano subitamente (Noi ci volgemmo sùbiti), e Virgilio le rende il (rendéli ’l) cenno di saluto che a lei (ch’a ciò) si confà (conface).

In passaggio alle pagine evangeliche di Luca e Giovanni è ricollegata in tutta similitudine al penitente che giunge alle spalle dei due poetanti, paragonato al Cristo appena risorto che comparve a due discepoli sulla via di Emmaus, a loro dichiarando, prima di salire ai cieli, ‘Pax vobis’, locuzione modificata nella forma, ma custodente medesimo significato, affidata alla voce dello spirito appena incontrato; anche nel “Ed ecco” in apertura della terza terzina, il fiorentin verseggiatore ricalca il solenne incipit ‘Et ecce’, riportato fra l’evangeliche pagine secondo Luca.

Poi cominciò: «Nel beato concilio
ti ponga in pace la verace corte
18 che me rilega ne l’etterno essilio».

Poi il vate inizia (cominciò) a parlare: “Nel regno dei beati (concilio beato) ti riponga (ponga) in pace la divina giustizia (verace corte) che ha relegato (rilega) me nell’eterno esilio (ne l’etterno essilio)”.

L’ “etterno essilio” a cui accenna Virgilio è il Limbo a cui egli è stato destinato.

«Come!», diss’elli, e parte andavam forte:
«se voi siete ombre che Dio sù non degni,
21 chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».

“Come!”, esclama il peccatore (diss’elli) in preda all’incredulità, mentre il trio cammina celermente (e parte andavam forte): “se voi siete anime (ombre) che Dio non ha degnato del Paradiso (sù non degni), chi v’ha scortato (scorte) fin a questo punto (tanto) per le scale che a Lui conducono (sue)?

E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni
che questi porta e che l’angel profila,
24 ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.

E il virgilian dottore (’l dottor mio): “se tu presti attenzione ai (riguardi a’) segni che costui (questi) porta in fronte e che l’angelo (angel) ha tratteggiato (profila), ben comprenderai (vedrai) ch’egli è predestinato al regno dei buoni (coi buon convien ch’e’ regni).

Vi sono interpretazioni controverse riguardo al fatto che le P possano essere incise sulla fronte d’ogni penitente, in quanto Dante mai ne racconta, tuttavia potrebbe verosimile essere così, in virtù del fatto che proprio sulle stesse Virgilio basi il riconoscimento dell’Alighieri da parte del peccatore.

Ma perché lei che dì e notte fila
non li avea tratta ancora la conocchia
27 che Cloto impone a ciascuno e compila,
l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
venendo sù, non potea venir sola,
30 però ch’al nostro modo non adocchia.

Ma poiché colei (lei) che fila giorno (dì) e notte non aveva (aveva) ancora consumato (tratta) per lui (li) l’intera matassa (serocchia) che Cloto predispone (impone) e aggomitola (compila) per ogni uomo (a ciascuno), l’anima sua, ch’è tua e mia sorella (serocchia), dovendo risalire (venendo sù) fin qui, non avrebbe potuto (non potrà) venir da sola, essendo ch’ella non vede chiaro come noi (però ch’al nostro modo non adocchia).

Ond’io fui tratto fuor de l’ampia gola
d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
33 oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.

Di conseguenza (Ond’) io venni convocato (fui tratto) al di fuori (fuor) dall’immenso baratro infernale (de l’ampia gola d’inferno) per condurlo (mostrarli), e lo condurrò anche più avanti (mostrerolli oltre), per quanto sarà competenza della mia autorità (’l potrà menar mia scola).

Il savio condutture spiega di dover affiancare il suo protetto, finché mansione gli sarà idonea, in un tragitto ch’egli non potrebbe assolutamente affrontare in solitudine in quanto ancor vivente e che la sua matassa vitale ancor non s’è completamente esaurita; Cloto è una fra le tre Parche, divinità deputate a filare l’esistenza dell’umanità: costei arrotola filo sul rocchetto; Làchesi lo sbroglia e e lo fila; infine Atropo lo tronca, giungendo di conseguenza il fine vita.

Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
36 parve gridare infino a’ suoi piè molli».

Ma dimmi, se tu ne sei a conoscenza (sai), perché il (’l) monte, poco fa (dianzi) ha provocato (diè) tali scossoni (tai crolli) e perché sembrava (parve) che tutto insieme (ad una) gridasse (gridare), fino alle sue pendici a mollo (infino a’ suoi piè molli) nel mare”.

Il “gridare” allude al “Glorïa in excelsis Deo” cantato al cenotrentaseiesimo verso del precedente Canto.

Sì mi diè, dimandando, per la cruna
del mio disio, che pur con la speranza
39 si fece la mia sete men digiuna.

Facendo quella domanda (dimandando), Virgilio s’è infilato con tale precisione (Sì mi diè) nella (per la) cruna del desiderio di Dante (del mio disio), che solamente (pur) con la speranza d’appagarlo, la sua (mia) sete di sapere va lievemente smorzandosi (men digiuna).

Aggiuntiva espressione figurata per il dantesco desio di sapere, che l’imminente risposta dell’anima sta per esaudire, grazie al quesito che la sapiente guida le ha appena posto, inserendosi nella mente di Dante con la precisione d’un filo che penetri nella fessura d’un ago.

Quei cominciò: «Cosa non è che sanza
ordine senta la religïone
42 de la montagna, o che sia fuor d’usanza.

Il penitente inizia affermando (Quei cominciò): “Nulla esiste (Cosa non è) a cui l’apparato religioso (la religïone) del monte (de la montagna) si sottoponga (senta) che non sia suprema armonia (sanza ordine) o difformità dal precetto (che sia fuor d’usanza).

Libero è qui da ogne alterazione:
di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
45 esser ci puote, e non d’altro, cagione.

Questa zona (qui) è incolume (Libero) a qualsiasi evento atmosferico (da ogne alterazione): di ciò (quel) che il cielo (’l ciel) genera e riassetta per suo conto (da sé in sé riceve), di quanto qui (ci) possa accadere (esser puote), lo stesso è l’unica causa (e non d’altro, cagione).

Il Purgatorio non è soggetto ad eventi atmosferici e quanto accada di simile, che potrebbe venire interpretato come tale, ha come unica spiegazione un disegno celeste, null’altro.

Per che non pioggia, non grando, non neve,
non rugiada, non brina più sù cade
48 che la scaletta di tre gradi breve;

Per questo motivo (Per che), al di sopra della breve scalinata (più su che la scaletta) a (di) tre gradini (gradi), non cadono (cade) pioggia, grandine (grando), neve e rugiada;

La “scaletta di tre gradi” è l’ingresso purgatoriale, come esposto a partir dalla venticinquesima e ventiseiesima terzina del nono Canto di codesta cantica: “Noi ci appressammo, ed eravamo in parte che là dove pareami prima rotto, pur come un fesso che muro diparte, vidi una porta, e tre gradi di sotto per gire ad essa, di color diversi, e un portier ch’ancor non facea motto”.

nuvole spesse non paion né rade,
né coruscar, né figlia di Taumante,
51 che di là cangia sovente contrade;

non appaiono nuvole condensate (spesse) né rarefatte (rade), tantomeno fulmini (né coruscar) e nemmeno (né) la figlia di Taumante, che sulla terra (di là) cambia frequentemente postazione (cangia sovente contrade);

La “figlia di Taumante” è Iride, anche detta Iris, Iri, Taumantia o Taumatidae, la mitologica dea minore dell’Olimpo, figlia della divinità marina Taumante e dell’oceanina Elettra, ancella di Giunone, messaggera degli dèi e personificazione dell’arcobaleno.

secco vapor non surge più avante
ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
54 dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.

il vapore (vapor) secco non sorge oltre (più avante) la sommità dei (ch’al sommo d’i) tre scalini di cui ti (gradi ch’io) parlai, dove (dov’) il (’l) vicario di Pietro tiene (ha) le chiavi (piante).

In estrema semplificazione della complicatissima teoria aristotelica dei vapori, qualsiasi fenomeno atmosferico viene generato dagli stessi in risalita dal suolo terrestre, differenziandosi le conseguenti manifestazioni in base alla loro consistenza, determinando quindi precipitazioni varie i vapori umidi, mentre il vapore secco, a seconda che sia caldo, sottile o freddo, rispettivamente lampi e stelle cadenti, vento o sismi.

Trema forse più giù poco o assai;
ma per vento che ’n terra si nasconda,
57 non so come, qua sù non tremò mai.

I piedi della montagna (più giù) può esser (forse) che tremino (trema) in maniera lieve o intensa (poco o assai), ma quassù (qua su), non so come, non si verificano mai terremoti (non tremò) provocati dal vapore accumulatosi (per vento che si nasconda) nella (’n) terra.

Tremaci quando alcuna anima monda
sentesi, sì che surga o che si mova
60 per salir sù; e tal grido seconda.

Qui la terra trema (Tremaci) ogni volta che qualche (quando alcuna) anima si percepisce purificata (se tesi monda), così (sì) da elevarsi (che surga) o che comunque inizi a direzionarsi verso il Paradiso (che si mova per salir sù); e tal grido le accompagna (seconda).

De la mondizia sol voler fa prova,
che, tutto libero a mutar convento,
63 l’alma sorprende, e di voler le giova.

L’unica prova dell’avventura purificazione è solamente la volontà (De la mondizia sol voler fa prova) la quale (che), sospinta in assoluta libertà (tutto libero) a cambiar comunità (mutar convento), sorprende l’anima (alma), di tale volontà giovandola (e di voler le giova).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXI • Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921

 

Prima vuol ben, ma non lascia il talento
che divina giustizia, contra voglia,
66 come fu al peccar, pone al tormento.

L’anima desidera risalire fin da subito (Prima vuol ben), ma è ostacolata dalla volontà relativa (non lascia il talento) che la giustizia divina, in contrapposizione alla volontà assoluta, volge al castigo (pone al tormento) come la stessa si rivolse al peccato (fu al peccar) in vita.

E io, che son giaciuto a questa doglia
cinquecent’anni e più, pur mo sentii
69 libera volontà di miglior soglia:

E io, che son rimasto in codesta Cornice da (son giaciuto a questa doglia) cinquecent’anni e più, solamente ora ho sentito (pur mo sentii) in me la libera volontà d’elevarmi a miglior sede (soglia):

però sentisti il tremoto e li pii
spiriti per lo monte render lode
72 a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».

È per questa ragione (però) che sentisti (sentisti) il terremoto (tremoto) e le caritatevoli (li pii spiriti) anime render lode all’Altisssimo (a quel Segnor) per tutte le balze del Purgatorio (per lo monte), affinché presto conceda di risalire anche a loro stessi (che tosto sù li ’nvii)”.

Gli spiriti, una volta totalmente espiate le loro colpe, sentono nascere in loro un’estrema propensione a risalire verso il regno celeste, sospinti da quell’intimo volere in loro da sempre, ma frenato da decreti divini fino alla loro completa redenzione, secondo la predominanza della volontà assoluta sulla relativa; la loro ascesa è accompagnata da cori cantati all’unisono dagli altri peccatori che ne condividono la gioia, gli stessi aspettando il loro momento di beatitudine.

Il penitente che sta parlando spiega essersi il terremoto verificato per la sua avvenuta espiazione ed imminente risalita e salvezza.

Così ne disse; e però ch’el si gode
tanto del ber quant’è grande la sete,
75 non saprei dir quant’el mi fece prode.

Così ne disse il penitente; ed essendo che si goda del bere in misura di quanto sia accesa (e però ch’el si gode tanto del ber quant’è grande) la sete, l’Alighieri non riesce a spiegare quanto costui l’abbia appagato (non saprei dir quant’el mi fece prode).

Il discepolo è talmente gioco e soddisfatto da non aver parole adatte per descrivere il suo euforico stato d’animo.

E ’l savio duca: «Omai veggio la rete
che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
78 perché ci trema e che congaudete.

E il saggio Virgilio (’l savio duca): “Ora ho ben compreso qual essere l’intoppo (Omai veggio la rete) che qui vi trattiene (’mpiglia) nonostante la brama di divincolarvene (e come si scalappia), qual è la cagion per cui qui (perché ci) la terra trema e di che cosa tutti insieme gioite (congaudete).

Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,
e perché tanti secoli giaciuto
81 qui se’, ne le parole tue mi cappia».

Ora ti garbi (piacciati) ch’io venga a conoscenza (sappia) di chi fosti e il perché tu sia rimasto (se’ giaciuto) qui per così tanti secoli, sia contenuto nella tua risposta (ne le parole tue mi cappia)”.

«Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto
del sommo rege, vendicò le fóra
84 ond’uscì ’l sangue per Giuda venduto,
col nome che più dura e più onora
era io di là”, rispuose quello spirto,
87 «famoso assai, ma non con fede ancora.

“All’epoca (Nel tempo) in cui (che) il (’l) buon Tito, con l’aiuto di Dio (del sommo rege), vendicò la ferite (fóra) dalle quali fuoriuscì (ond’uscì) il (’l) sangue venduto da (per) Giuda, io vissi sul mondo terrestre (era io di là)” – risponde quello spirito – “con il riconoscimento più duraturo e onorato (col nome che più dura e più onora), seppur ancor scevro (ma non con ancora) di fede.

Si riporta alla luce il saccheggio di Gerusalemme e la devastazione del tempio di Salomone, compiuti nel 70 d.C. ad opera del generale Tito Flavio Cesare Vespasiano Augusto (39 d.C.-81 d.C.), detto “Tito”, e del padre governatore Tito Flavio Vespasiano (17 d.C.-23 d.C.), detto Vespasiano, in periodo medievale considerata equo atto vendicativo della morte del Cristo per mano degli ‘ebrei decidi’, come verrà ampiamente esplicato nella cantica del Paradiso.

Con il “nome che più dura e più onora” s’intende quello di poeta.

Tanto fu dolce mio vocale spirto,
che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
90 dove mertai le tempie ornar di mirto.

Tanto fu dolce il mio poetico canto (vocale spirito) che, da tolosano ch’ero, mi si desiderò a (a sé mi trasse) Roma, dove meritai (mertai) d’ornar le mie tempie di mirto.

Stazio la gente ancor di là mi noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
93 ma caddi in via con la seconda soma.

Le persone (La gente) ancor in terra (di là) mi chiamano (noma) Stazio: cantai di Tebe, e poi del grande Achille; ma morii con ancor la seconda aperte dell’opera incompleta (ma caddi in via con la seconda soma).

Trattasi del poeta romano Publio Papinio Stazio (ca.45 d.C. – ca.96 d.C.), autore, fra le altre opere, dei poemi epici La Tebaide, del 92 d.C. e dell’Achilleide, 95 d.C., quest’ultima non completata e composta di soli due episodi biografici di Achille; Stazio ebbe grandissima nomea per tutto il Medioevo e lo stesso Dante ne lodò musicalità poetica nel Convivio, inoltre annettendolo nel quartetto, citato nel De vulgari eloquentia, di sommi poeti latini, insieme al suo adorato Publio Virgilio Marone (70 a.C.-19 a.C.), Publio Ovidio Nasone (43 a.C.-17/18 d.C.) e Marco Anneo Lucano (39 d.C-65 d.C.).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXI • Luca Signorelli (1450-1523), Publio Papinio Stazio, Duomo di Orvieto, 1499-1502 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Luca Signorelli (1450-1523), Publio Papinio Stazio
Duomo di Orvieto, 1499-1502.

 

Al mio ardor fuor seme le faville,
che mi scaldar, de la divina fiamma
96 onde sono allumati più di mille;

Il mio fervor di poeta fu alimentato dalle scintille (Al mio ardor fuor seme le faville) che m’infuocarono (mi scaldar), della (de la) divina fiamma dalla quale (onde) vengono illuminati migliaia di (più di mille) poeti;

de l’Eneïda dico, la qual mamma
fummi, e fummi nutrice, poetando:
99 sanz’essa non fermai peso di dramma.

mi riferisco (dico) all’Eneide (de l’Eneïda) che mi fu sia genitrice che (la qual mamma fummi, e fummi) nutrice, poetando: senza di essa non avrei scritto nulla di tanto significativo (sanz’essa non fermai peso di dramma).

Illustre musa e riferimento primo di Stazio, per sua stessa ammissione fra rime, fu l’ ‘Eneide’ dello stesso Virgilio, da lui considerato la massima autorità letteraria e poetica.

E per esser vivuto di là quando
visse Virgilio, assentirei un sole
102 più che non deggio al mio uscir di bando.»

E per aver potuto essere contemporaneo di (E per esser vivuto di là quando visse) Virgilio, acconsentirei (assentirei) a prolungare d’un anno (un sole più), oltre al periodo previsto (che non deggio), la mia fuoriuscita da codesta balza (al mio uscir di bando).

Volser Virgilio a me queste parole
con viso che, tacendo, disse ’Taci’;
105 ma non può tutto la virtù che vuole;

Virgilio si volta (volser) verso Dante e, pur restando in silenzio (tacendo), con l’espressione del viso raccomandando al suo protetto di rimanere zitto; ma la virtù non può tutto ciò vuole;

ché riso e pianto son tanto seguaci
a la passion di che ciascun si spicca,
108 che men seguon voler ne’ più veraci.

in quanto (ché) riso e pianto son talmente influenzabili dallo stato emotivo (son tanto seguaci a la passion) da cui sgorgano ambedue (di che ciascun si spicca), da eludere la volontà quando profondamente sinceri (che men seguon voler ne’ più veraci).

Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
per che l’ombra si tacque, e riguardommi
111 ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;

L’Alighieri indi sorride (io pur sorrisi) come colui che stia ammiccando (l’uom ch’ammicca); per cui (che) Stazio si silenzia (l’ombra si tacque), fissandolo negli (e riguardommi ne li) occhi ove l’espressione maggiormente si palesa (’l sembiante più si ficca).

e «Se tanto labore in bene assommi»,
disse, «perché la tua faccia testeso
114 un lampeggiar di riso dimostrommi?».

e Stazio riprendendo parola (disse): “Augurandoti di portare a buon fine (Se in bene assommi) la tua immane fatica (tanto labore), spiegami perché, poc’anzi (testeso), il tuo viso (l’amore tua faccia) mi ha mostrato (dimostrommi) un improvviso accenno (lampeggiai) di sorriso (riso)”.

Il poeta si rivolge a Dante con un’eloquente, quanto silenziosa, occhiata, nel raccomandargli di non proferire parola, ma, pur rigorosamente attenendosi alle sue istruzioni, al silenzioso Alighieri scappa un sorriso suscitato dalle elogianti parole di Stazio il quale, notandolo, inizia ad osservarlo per comprenderne ragione, poi chiedendogliene.

Or son io d’una parte e d’altra preso:
l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
117 ch’io dica; ond’io sospiro, e sono inteso
dal mio maestro, e «Non aver paura»,
mi dice, «di parlar; ma parla e digli
120 quel ch’e’ dimanda con cotanta cura.»

A questo punto Dante si sente braccato tra due fuochi (Or son io d’una parte e d’altra preso): l’uno che lo vuole silenzioso, l’altro che lo supplica di parlare (l’una mi fa tacer, l’altra scongiura ch’io dica); pertanto sospira (ond’io sospiro), nella titubanza intercettato (e sono inteso) dal suo (mio) maestro, che lo tranquillizza dicendogli (e mi dice) di non aver timore a parlare (Non aver paura di parlar); dunque spronandolo a farlo (ma parla) e a manifestare a Stazio (digli) ciò ch’egli ha richiesto con cotanto coinvolgimento (quel ch’e’ dimanda con cotanta cura).

L’Alighieri si sente “Or d’una parte e d’altra preso”, in quanto braccato fra due richieste contrapposte, ovvero quella di silenzio impostogli da Virgilio e l’invito a parlare proveniente da Stazio.

Ond’io: «Forse che tu ti maravigli,
antico spirto, del rider ch’io fei;
123 ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.

Indi Dante (Ond’io): “È probabile che tu tu sia meravigliato (Forse che tu ti maravigli), antico spirito (spirto), del sorriso che feci (rider ch’io fei); ma desidero che maggior stupore ti colga (d’ammirazion vo’ che ti pigli).

Questi che guida in alto li occhi miei,
è quel Virgilio dal qual tu togliesti
126 forte a cantar de li uomini e d’i dèi.

Costui (questi) che conduce (guida) verso (in) l’alto i (li) miei occhi, è quel Virgilio dal quale (qual) tu traesti (togliesti) l’ardimento (forte) di (a) cantar d’(de li)uomini e di (d’i) dèi.

Se cagion altra al mio rider credesti,
lasciala per non vera, ed esser credi
129 quelle parole che di lui dicesti».

Se reputi ch’altra sia stata la ragione del mio sorridere (Se cagion altra al mio rider credesti), accantonala (lasciala) come non veritiera (vera), ma credimi l’unico motivo esser state (ed esser credi) le parole a lui da te dedicate (quelle parole che di lui dicesti)”.

Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
132 non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».

Già Stazio si sta inclinando per (s’inchinava ad) abbracciar i (li) piedi a Virgilio (al mio dottor), ma egli gli dice (el li disse): “Fratello (Frate), non lo far, poiché (ché) tu sei anima ed anima (se’ ombra e ombra) vedi”.

Virgilio dice a Stazio d’alzarsi come, nel centotrentatreesimo versetto del diciannovesimo Canto di Purgatorio, lo disse papa Adriano, utilizzando il medesimo termine “Frate”, ad un Alighieri in gesto di reverenza: “Drizza le gambe, lèvati sù, frate!”.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XXI • Piero Cattaneo (1929-2003), La divina Commedia, 1989 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Piero Cattaneo (1929-2003), La divina Commedia, 1989

 

Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
135 quand’io dismento nostra vanitate,
136 trattando l’ombre come cosa salda».

Ed egli (ei), rialzandosi (surgendo): “Ora (Or) puoi comprender la mole dell’amore (quantitate de l’amor) che in me arde per te (ch’a te mi scalda), nel mio dimenticare (quand’io dismento) la nostra evanescenza, trattando gli spiriti (l’ombre) come fossero copri in carne ed ossa (cosa salda).

In successivo sopraggiungere in Sesta Cornice, “Già era l’angel dietro a noi rimaso, l’angel che n’avea vòlti al sesto giro, avendomi dal viso un colpo raso…”