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Divina Commedia: Purgatorio, Canto XVII

Raffaello Sorbi (1844-1931), Dante in meditazione
dettaglio

 
Dante e Virgilio sono in uscita dalla terza Cornice e s’apprestano a raggiungere la successiva, sciogliendo i sensi fra una densa e fumosa nebbia lievemente violata dai raggi solari ed è lasciandosela a ridosso che il pellegrino viene rapito in tre visioni con un’intensità tale d’abbandonare temporalmente la dimensione reale, cavalcando le vicissitudini, rispettivamente, della regina di Tracia, Progne, del ministro persiano Aman e della principessa latina Lavinia.

Fulmineo ritorno in sé avviene sull’incontro dell’angelo celeste il quale, stordendone le facoltà visive per l’immane lucentezza a lui intrinseca, alleggerisce la fronte del poeta d’una penitenza, frattanto pronunciando beatitudine del Vangelo, lasciando che il segno dell’iracondia venga cancellato dalla sua pelle ed incitandolo alla risalita.

Sormontar di scalini che in Dante causano spossatezza, ristorandosi lo stesso nel posar piede sul nuovo livello di promontorio ed ivi abbandonandosi mente e corpo alle delucidazioni del suo Virgilio, generosamente donandogli diciotto terzine consecutive, sulle trasgressioni in essa corrette e sul senso più profondo dell’amore nelle sue manifestazioni nei confronti di Dio e dei beni terrestri.

Il Canto si fa giro di boa dell’intero poema, per la precisione esattamente al settantesimo versetto, qualora si voglia considerare il suo centro esatto, oppure, applicando estremo zelo, al verso 126 se si calcoli la precisa metà dei 14233 versi complessivi.

Fra numeri e rime, l’Alighieri si propone d’aprir porte alla seguente narrazione, partendo dallo speranzoso divincolarsi da una foschia che ottenebra vista e spirito, riacquistando la prima e ritemprando il secondo nella costante ripresa di tragitto che, seppur faticosa, dona ristoro al corpo, quanto l’avvicinarsi sempre più ai cieli rinfranca l’animo.

Perplessità sono perpetue compagne di percorso, al pari della costanza d’affabile premura fornita ininterrottamente da un Virgilio che ancor prima d’esser maestro e guida, è padre, all’apice di comprensione, seppur autorevole e severo quando si rende necessario esserlo.

Virgilio è dono e strumento, passo e sostegno, visione e realtà, uomo che fu e poeta che sempre sarà, nel privilegio di farsi ponte fra il suo protetto ed il regno dei cieli.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XVII • Salvador Dalí (1904-1989), Visioni estatiche, Divina Commedia, Salani Arti e Scienze 1965 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Salvador Dalí (1904-1989), Visioni estatiche
Divina Commedia, Salani Arti e Scienze 1965

 

Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe
ti colse nebbia per la qual vedessi
3 non altrimenti che per pelle talpe,
come, quando i vapori umidi e spessi
a diradar cominciansi, la spera
6 del sol debilemente entra per essi;

Rimembrati, lettore, qualora (se) mai sui monti (ne l’alpe) t’abbia colto (ti colse) una coltre nebbiosa (nebbia) penetrando la quale ti fosse concesso di vedere (per la qual vedessi) al pari delle (altrimenti che) talpe, attraverso la pelle, di come, quando gli umidi e spessi vapori iniziano a diradarsi (diradar cominciansi), la sfera solare (la spera del sol) debolmente li pervade (debilemente entra per essi);

Secondo concezione scientifica medievale, la talpa è resa cieca da uno strato epidermico posto sui suoi occhi.

e fia la tua imagine leggera
in giugnere a veder com’io rividi
9 lo sole in pria, che già nel corcar era.

e sarà alla tua immaginazione semplice (fia la tua imagine leggera) giungere alla figurazione (in giugnere a veder) com’io rividi il sole in principio (pria), ch’era già in procinto di coricarsi (nel corcar).

Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi
del mio maestro, usci’ fuor di tal nube
12 ai raggi morti già ne’ bassi lidi.

Così (Sì), accordando (pareggiando) i miei passi a quelli fidati (co’ fidi) del mio maestro, fuoriuscii dalla (usci’ fuor di) tal nube verso (ai) raggi ormai spentisi (morti già) ai piedi della montagna (già ne’ bassi lidi).

Dante vede il disco solare attraverso la nebbia, captandone i pallidi raggi in essa filtranti, dal tramonto ormai oscurati sul basamento dell’altura.

O imaginativa che ne rube
talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
15 perché dintorno suonin mille tube,
chi move te, se ’l senso non ti porge?
Moveti lume che nel ciel s’informa,
18 per sé o per voler che giù lo scorge.

O immaginazione (imaginativa) che talvolta ci dissoci (ne rube) al di fuor della realtà circostante a tal punto (sì), da non accorgersene nemmeno nel caso in cui tutt’intorno suonino (ch’om non s’accorge perché dintorno suonin) mille trombe (tube), chi ti mette in moto (move te), se non ti vengono offerti stimoli (’l senso non ti porge)? Ti muove una luce (Moveti lume) che nei cieli s’origina (nel ciel s’informa), per sé o per volontà divina (voler) che la direziona verso la terra (giù lo scorge).

Si ragiona sul principio delle visioni estatiche iniziate all’ottantacinquesimo ed ottantaseiesimo versetto di due Canti fa: “Ivi mi parve in una visïone estatica di sùbito esser tratto”.

De l’empiezza di lei che mutò forma
ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,
21 ne l’imagine mia apparve l’orma;

Dell’empietà di colei che si tramutò (De l’empiezza di lei che mutò forma) nell’uccello che maggiormente (ne l’uccel ch’a più) si diletta a cantar, nell’immaginazione dell’Alighieri (ne l’imagine mia) si fissa la figurazione (mia apparve l’orma);

Trattasi di Progne, regina d Tracia, che assassinò il figlio, poi servendone carne in cibo al marito Tereo, come narrato in nono Canto di Purgatorio.

e qui fu la mia mente sì ristretta
dentro da sé, che di fuor non venìa
24 cosa che fosse allor da lei ricetta.

e su questa percezione (qui) la mente del pellegrino (mia) si polarizza (ristretta dentro da sé) in maniera tale (sì), che all’esterno della stessa (di fuor) nulla avviene (non venìa cosa) che possa da lei dunque esser afferrato (fosse allor da lei ricetta).

È un’estasi completa, quella che avvolge la mente dantesca, impermeabile a qualsiasi altro stimolo proveniente dalla realtà.

Poi piovve dentro a l’alta fantasia
un crucifisso, dispettoso e fero
27 ne la sua vista, e cotal si moria;

Poi, nel profondo immaginario (alta fantasia) di Dante piomba (piovve) un uomo crocifisso (crucifisso), dall’aspetto (ne la sua vista) altero e spietato (dispettoso e fero) che, tale e quale nell’atteggiamento (e votala) sta morendo (si moria);

intorno ad esso era il grande Assüero,
Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,
30 che fu al dire e al far così intero.

intorno a quell’uomo (ad esso) sta (era) il grande Assuero, sua moglie (sposa) Ester e l’equanime (’l giusto) Mardocheo (Mardoceo), che fu tanto (così) integro (intero) tanto nel (al) dire quanto nel fare (al far).

L’uomo crocifisso è Aman, l’influente ministro del re di Persia Assuero, ambedue personaggi biblici di cui si racconta nel Libro di Ester, ovvero il testo religioso incluso nella Bibbia ebraica e Cristiana, redatto originariamente in ebraico da ignoti autori, in Mesopotamia, con tutta probabilità a Babilonia, verosimilmente databile alla fine del secondo secolo a.C.

In base a quanto scritto, all’autorità d’Aman s’assoggettavano tutti i burocrati di corte ad eccezion dell’ebreo Mardocheo, a sua volta zio di Ester, ragazza ch’egli aveva adottato in seguito alla morte del di lei padre; la donna, eletta dallo stesso Assuero regina di Persia, dopo aver vinto un concorso di bellezza, fu colei che riuscì nell’intento di convincere il consorte sovrano ad abolire il decreto di sterminio contro i Giudei di Persia ch’era stato richiesto da Aman, per vendicarsi dell’insubordinazione di Mardocheo, concludendosi la vicenda non solo con la deroga suddetta, ma con la salita al patibolo, ch’era stato previsto per Mardocheo, dello stesso Aman, giustiziato al suo posto, sebben dantesca variazione lo voglia crocifisso.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XVII • Rembrandt (1606-1669), Assuero e Amàn al banchetto di Ester, 1660 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Rembrandt (1606-1669), Assuero e Amàn al banchetto di Ester, 1660

 

E come questa imagine rompeo
sé per sé stessa, a guisa d’una bulla
33 cui manca l’acqua sotto qual si feo,
surse in mia visïone una fanciulla
piangendo forte, e dicea: «O regina,
36 perché per ira hai voluto esser nulla?

E non appena (come) questa visione (immagine) si rompe da sé (rompeo sé per sé stessa), similmente ad una bolla (a guisa d’una bulla) alla quale venga a mancare (cui manca) l’acqua sottostante (sotto qual si feo), dunque la stessa emergendo in superficie, in visione all’Alighieri (surse) appare una fanciulla in acuto pianto (piangendo forte), che afferma (e diceva): “O regina, perché per rabbia (ira) hai voluto annullarti (esser nulla)?

Ancisa t’hai per non perder Lavina;
or m’hai perduta! Io son essa che lutto,
39 madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».

Ti sei uccisa (Ancisa t’ hai) per non perder Lavinia (Lavina); or m’hai perduta! Son proprio (essa) io che piango (lutto), madre, per (a) la tua morte (ruina) prima che (ch’a) l’altrui”

Come racchiuso fra le pagine dell’Eneide, Amata fu moglie di Latino, re di Laurento, antica città laziale sul cui suolo giunse Enea, che il sovrano fu entusiasta di maritare con la figlia Lavinia, nonostante la stessa fosse già stata promessa a Turno, re dei Rutuli, quest’ultimo antagonista d’Enea, contro il quale la regina Amata lo aizzò, in quanto profondamente contraria al matrimonio della figlia con l’eroe troiano.

Al termine d’una rovinosa battaglia, la regnante, schiacciata da un profondo senso di colpa per esserne stata la causa prima, inoltre credendo Turno ormai morto, pone fine alla sua esistenza impiccandosi, provocando atroce disperazione nella figlia Lavinia; in ulteriore variazione ad opera dell’autore, nella Commedia, Amata viene rappresentata come condotta al suicidio dall’intolleranza allo sposalizio, invece che da un tormentato ed insopportabile rimorso.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XVII • Giovanni Battista Tiepolo (1696-1770), Fidanzamento di Enea e Lavinia, ca.1754 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Giovanni Battista Tiepolo (1696-1770), Fidanzamento di Enea e Lavinia, ca.1754

 

Come si frange il sonno ove di butto
nova luce percuote il viso chiuso,
42 che fratto guizza pria che muoia tutto;
così l’imaginar mio cadde giuso
tosto che lume il volto mi percosse,
45 maggior assai che quel ch’è in nostro uso.

Come si frange il sonno quando (ove) di colpo (butto) luce fulminea (nova) percuote gli occhi chiusi (il viso chiuso), per modo che lo stesso serpeggi (guizza) discontinuo (a tratto) prima di scomparire (che muoia) completamente (tutti), così la l’immaginazione (l’imaginar) del poeta (mio) decade (cadde giuso) subito dopo (tosto) che un barlume (lume) gli colpisce (mi percosse) il volto, con bagliore di parecchio più intenso di quel che si usa abitualmente (maggior assai che quel ch’è in nostro uso);

Dante percepisce un’abbagliante luce che su di lui ha l’effetto di un improvviso risveglio, come quando la sonnolenza lascia il corpo con discontinuità poiché interrotto bruscamente.

I’ mi volgea per veder ov’io fosse,
quando una voce disse «Qui si monta»,
48 che da ogne altro intento mi rimosse;

L’Alighieri si gira (I’ mi volgea) per veder dove si trovi (ov’io fosse), quando una voce dichiara (disse) “Qui si sale (monta)”, distogliendo Dante (mi rimosse) da qualsiasi (ogne) altro intento;

Il discepolo sente quella voce, pur non riuscendo a distinguere da chi provenga, in quanto accecato dall’abbacinante fulgore.

e fece la mia voglia tanto pronta
di riguardar chi era che parlava,
51 che mai non posa, se non si raffronta.

rendendo la sua smania (e fece la mia voglia) talmente bramosa (tanto pronta) d’osservare (riguardar) chi abbia parlato (chi era che parlava), da non chetarsi più (che mai non posa), perlomeno fino se lo trovi davanti (se non si raffronta).

Ma come al sol che nostra vista grava
e per soverchio sua figura vela,
54 così la mia virtù quivi mancava.

Ma come quando si fissa il sole (al sol) che opprime (grava) la nostra vista e, a causa dell’eccessivo bagliore (per soverchio) il suo aspetto è sfuocato (sua figura vela), così la sua capacità visiva (la mia virtù) in questo frangente gli viene a mancare (quivi mancava).

«Questo è divino spirito, che ne la
via da ir sù ne drizza sanza prego,
57 e col suo lume sé medesmo cela.

A questo punto il duca si pronuncia a riguardo (Così disse il mio duca): “Costui è uno spirito celeste (Questo è divino spirito) che, senza farsi pregare (stanza prego), ci direziona (ne drizza) per il tragitto (ne la via) che risale (da ir sù), celandosi nel suo sfavillio (e col suo lume sé medesmo cela).

Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;
ché quale aspetta prego e l’uopo vede,
60 malignamente già si mette al nego.

Egli si comporta (fa) con noi come l’uomo fa con se stesso ( l’uom si fa sego); poiché (ché) colui che attende d’esser pregato (aspetta prego), pur vedendo il bisogno, già si predispone (mette) malignamente.

La fonte luminosa è l’angelo celeste della mansuetudine, colui che orienterà i due viandanti nella direzione da prendere per acceder alla Cornice successiva, proponendosi d’aiutarli senza attendere d’esserne pregato, ma elargendolo sentitamente ed in fede all’indulgente agire proprio a coloro che si comportano con il prossimo come con se stessi; altrimenti fosse, ossia nel caso in cui l’offrire disponibilità avvenga previa richiesta, equivarrebbe a non esser caritatevolmente ben disposti a farlo.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XVII • Guglielmo Giraldi, Dante Urbinate, XV secolo, Biblioteca Apostolica Vaticana MS. Urb. Lat 365 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Guglielmo Giraldi, Dante Urbinate, XV secolo
Biblioteca Apostolica Vaticana
MS. Urb. Lat 365

 

Or accordiamo a tanto invito il piede;
procacciam di salir pria che s’abbui,
63 ché poi non si poria, se ’l dì non riede.»

Adesso adeguiamo il passo (Or accordiamo il piede) a codesto appello (tanto invito); adoperiamoci (procacciamoci) di salire prima che si faccia buio (pria che s’abbui), poiché altrimenti non potremo più farlo (ché poi non si poria), prima che il giorno ritorni (se ’l dì non riede)”.

Così disse il mio duca, e io con lui
volgemmo i nostri passi ad una scala;
66 e tosto ch’io al primo grado fui,
senti’ mi presso quasi un muover d’ala
e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati
69 pacifici, che son sanz’ira mala!’.

Così dice (disse) il duca, e Dante s’incammina con lui verso (volgemmo i nostri passi ad) una scala; ed una volta messo piede sul primo gradino (tosto ch’io al primo grado fui), egli percepisce accanto a sé come uno sbatter d’ali (senti’ mi presso quasi un muover d’ala) e sul volto una folata di vento, seguita dalla frase (e ventarmi nel viso e dir): ‘Beati i pacifici, che sono privi di malevola iracondia (son sanz’ira mala)!’

Il fruscio d’ali appena percepibile è il gesto con il quale il messaggero divino cancella dalla fronte dell’Alighieri la terza P, essendo ormai lo stesso in fuoriuscita dalla terza Cornice e pertanto potendosi privilegiare di lasciarsi alle spalle l’iracondia, come peraltro consentito ad ogni penitente che proceda nella scalata, motivo per cui l’angelo, sul sacrale istante del passaggio, devotamente pronuncia la frase riportata sulla falsariga della beatitudine evangelica per cui saranno “Beati pacifici, quoniam filii Dei vocabuntur”, «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio», locuzione alla quale estro dantesco sostituisce l’originario movente con un “che son sanz’ira mala”.

Già eran sovra noi tanto levati
li ultimi raggi che la notte segue,
72 che le stelle apparivan da più lati.

Già gli (li) ultimi raggi, ai quali (che) segue la notte, solari sono talmente in alto rispetto ai due poetanti (eran sovra noi tanto levati), che le stelle appaiono da ogni parte (apparivan da più lati).

Essendo ormai il tramonto in fase avanzata, la luce solare sovrasta largamente la savia guida ed il suo protetto, facendo ampiamente gli astri stellari capolino nel celeste.

‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,
fra me stesso dicea, ché mi sentiva
75 la possa de le gambe posta in triegue.

‘O vigore mio (virtù mia), perché ti dilegui così (sì ti dilegue)?’, mugugna Dante fra sé e sé (fra me stesso dicea), sentendosi (ché mi sentiva) la prestanza delle (possa de le) gambe momentaneamente interdetta (posta in triegue).

Noi eravam dove più non saliva
la scala sù, ed eravamo affissi,
78 pur come nave ch’a la piaggia arriva.

I due scalatori sono in vetta alla rampa della scalinata (Noi eravam dove più non saliva la scala sù) e rimangono fermi (ed eravamo affissi), proprio come la nave che approdi sulla spiaggia (pur come nave ch’a la piaggia arriva).

Incantevole metafora d’attracco trasporta l’animo d’un affaticato Alighieri in ormeggio al suo amabile conduttore.

E io attesi un poco, s’io udissi
alcuna cosa nel novo girone;
81 poi mi volsi al maestro mio, e dissi:

E Dante (io) sta un poco in attesa (attesi), al fin d’udire (s’io udissi) qualcosa all’interno della nuova Cornice (alcuna cosa nel novo girone); poi si rivolge (mi volsi) verso (al) il suo (mio) maestro, chiedendogli:

«Dolce mio padre, dì, quale offensione
si purga qui nel giro dove semo?
84 Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».

“Dolce padre mio, dimmi (dì), quale peccato (offensione) s’espia (si purga) in questa Cornice dove ci troviamo (qui nel giro dove semo)?

Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo
del suo dover, quiritta si ristora;
87 qui si ribatte il mal tardato remo.

Ed egli a lui in risposta (Ed elli a me): “L’amore indirizzato al (del) bene, tuttavia manchevole (scemo) del suo dovere (dover), qui (quiritta) si rettifica (ristora); qui si riprende a vogare (ribatte) il remo scorrettamente (mal) rallentato (tardato).

Energico traslato con il quale il vate introduce l’Alighieri nel regno degli accidiosi, considerati alla stregua d’indolenti rematori, ai quali corrispondente pena si proponga di rinvigorir la sopraggiunta fiacca.

Ma perché più aperto intendi ancora,
volgi la mente a me, e prenderai
90 alcun buon frutto di nostra dimora».

Ma affinché tu possa comprenderlo in maniera ancor più chiara (perché più aperto intendi ancora), dedicami la tua attenzione (volgi la mente a me), e metterai positivamente a (prenderai alcun buon) frutto il nostro sostare (di nostra dimora)”.

«Né creator né creatura mai»,
cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
93 o naturale o d’animo; e tu ’l sai.

“Né il creatore (creator), tantomeno alcuna creatura” – comincia Virgilio (cominciò el) – fu mai senza (sanza amore, figliolo (figliuol), sia esso naturale o elettivo (d’animo); e tu lo (’l) sai.

Nell’esplicare a Dante la moralistica conformazione del Purgatorio, Virgilio nomina quella che fu la diversificazione fra ‘amor naturalis’ e ‘amor ex animo’, argomentata dal frate domenicano Tommaso d’Aquino (1225-1274) in Summa Theologiae, la sua opera più nota, purtroppo incompiuta, in edizione originale fra il 1265 ed il 1273, pubblicata per la prima volta nel 1485; l’Alighieri è ipotizzabile ben conoscesse il tal trattato, avendo ragionato approfonditamente sulla materia nel Convivio.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XVII • Anonimo Scuola romana, San Tommaso d’Aquino, XVIII sec. • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Anonimo Scuola romana, San Tommaso d’Aquino, XVIII sec

 

Lo naturale è sempre sanza errore,
ma l’altro puote errar per malo obietto
96 o per troppo o per poco di vigore.

Quello (Lo) naturale è sempre innocente (sanza errore), ma l’amore d’animo (altro) può incorrere nell’errore (puote errar) per la bassezza morale del suo oggetto (malo obietto) oppure per eccesso o difetto di potenza (o per troppo o per poco di vigore).

Sottinteso la perenne rettitudine dell’amore naturale, tre sono invece sono le pecche nelle quali rischia d’incorrere l’amore d’animo.

Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,
e ne’ secondi sé stesso misura,
99 esser non può cagion di mal diletto;

Fintantoché l’amore elettivo (Mentre ch’elli) rimane fortemente volto a Dio (è nel primo ben diretto), riuscendo ad equilibrarsi (e se stesso misura) nelle materialità terrestri (ne’ secondi), mai potrà essere ragione d’appagamento colpevole (esser non può cagion di mal diletto);

ma quando al mal si torce, o con più cura
o con men che non dee corre nel bene,
102 contra ’l fattore adovra sua fattura.

ma quando la creatura s’orienta (si torce) al male (mal), ossia prefiggendosi il proprio bene con troppa veemenza (o con più cura) o con meno ardore di quello con cui lo si dovrebbe perseguire (o con men che non dee corre nel), ella stessa compie le proprie azioni (adovra sua fattura) in antitesi al creatore (contra ’l fattore).

Secondo codesto assunto, fin quando questa forma d’amore rimane allineata all’Altissimo, perciò anche godendo dei beni materiali, purché con assennata parsimonia, non v’è traccia di peccato; al contrario ciò si verifica quando l’equilibrio necessario viene a vacillare, discostandosi l’uomo dall’Ente Supremo in quanto ardentemente concentrato sul soddisfare se stesso.

Quinci comprender puoi ch’esser convene
amor sementa in voi d’ogne virtute
105 e d’ogne operazion che merta pene.

Quindi tu sei perfettamente in grado di comprendere (Quinci comprender puoi) che da ciò si può asserire come sia l’amore elettivo ad originare (ch’esser convene amor sementa) in voi ogni virtù (d’ogne virtute) e ogni immoralità (e d’ogne operazion) che necessiti di penitenza (merta pene).

Or, perché mai non può da la salute
amor del suo subietto volger viso,
108 da l’odio proprio son le cose tute;

Ora (Or), essendo che (perché) all’amore non è possibile sviare (amor mai non può volger viso) dal bene del soggetto amato (del suo subietto), ne consegue che ogni creatura sia immune dall’odiarsi (da l’odio proprio son le cose tute);

e perché intender non si può diviso,
e per sé stante, alcuno esser dal primo,
111 da quello odiare ogne effetto è deciso.

poiché nessun essere può ritenersi separato dal Padre Eterno (e perché intender non si può diviso alcuno esser dal primo), nel prefiggersi il proprio bene (e per sé stante), ne deriva che ogni essere creato (ogne effetto) è dispensato (deciso) dall’esecrare il divino (da quello odiare).

Ritenendo che ogni individuo sia impossibilitato ad odiarsi e parallelamente reputando che ad ogni creatura sia impossibile dissociarsi dal divino, va da sé che non potendo disdegnare se stessa, ad ogni singola persona sia altrimenti impossibile disprezzare Dio.

Resta, se dividendo bene stimo,
che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso
114 amor nasce in tre modi in vostro limo.

Ne deriva (Resta), se correttamente avanzo nelle mie distinzioni (dividendo bene stimo), che il male ch’è possibile amare è unicamente quello nei confronti (’l mal che s’ama è) del prossimo; e lo stesso amore germina (ed esso amor nasce) in tre modalità (modi) nel fango di cui siete costituiti (in vostro limo).

Dal virgiliaano ragionamento scaturisce la convinzione che l’amore mal diretto, può per esclusione essere solamente quello orientato al prossimo, condizione che si verifica secondo tre modalità ben distinte.

E’ chi, per esser suo vicin soppresso,
spera eccellenza, e sol per questo brama
117 ch’el sia di sua grandezza in basso messo;

V’è chi ambisce a primeggiare (spera eccellenza) tramite l’umiliazione del prossimo (per esser suo vicin soppresso) ed a (per) questo unico (sol) scopo brama che il di lui prestigio crolli rovinosamente (ch’el sia di sua grandezza in basso messo);

Reputasi tale la superbia.

è chi podere, grazia, onore e fama
teme di perder perch’altri sormonti,
120 onde s’attrista sì che ’l contrario ama;

c’è chi teme di perdere (perder) il potere (podere), le benevolenze (grazia), i vantaggi (onore) e la nomea (fama), per cionseguenza dell’eccellere altrui (perch’altri sormonti), indi rattristandosene (onde s’attrista) sperando che avvenga l’opposto (sì che ’l contrario ama);

Il riferimento è all’invidia.

ed è chi per ingiuria par ch’aonti,
sì che si fa de la vendetta ghiotto,
123 e tal convien che ’l male altrui impronti.

infine esiste (ed è) chi, a causa di vessazioni subite (per ingiuria), prova un senso d’offesa talmente esasperato (par ch’aonti sì), da rendersi ingordo di rivalsa (che si fa de la vendetta ghiotto), fin al punto da indurre il (e tal convien che impronti ’l) male dell’offensore (altrui).

È l’iracondia.

Questo triforme amor qua giù di sotto
si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,
126 che corre al ben con ordine corrotto.

Questo triplice amore (triforme amor) viene espiato (si piange) nelle tre Cornici sottostanti (giù di sotto): ora desidero (or vo’) che tu venga a sapere anche dell’altro (de l’altro intende) amore, quello che aspira al bene in maniera fuorviata (corre al ben con ordine corrotto).

Virgilio ha rispettivamente ripercorso i peccati puniti nelle tre balze del promontorio già visitate.

Ciascun confusamente un bene apprende
nel qual si queti l’animo, e disira;
129 per che di giugner lui ciascun contende.

Ognuno (Ciascun) percepisce in maniera confusa (apprende confusamente) un bene attraverso cui chetarsi (nel qual si queti) l’animo, e ad esso tendendo (e disira); quindi ciascuno (ciascun) si prodiga (contende) allo scopo di raggiungerlo (per che di giugner lui).

Se lento amore a lui veder vi tira
o a lui acquistar, questa cornice,
132 dopo giusto penter, ve ne martira.

Se a guidarvi nel captare o fruire (vi tira o a lui acquistar) del tal bene è un amore estenuatosi (lento), questa Cornice, dopo un leale pentimento (giuso penter), ve ne fa pagare il giusto fio (ve ne martira).

Viene così introdotta l’accidia, nel suo lento impigrirsi del sentimento.

Altro ben è che non fa l’uom felice;
non è felicità, non è la buona
135 essenza, d’ogne ben frutto e radice.

Altri beni esistono (Altro ben è) che non son sufficienti a rendere l’uomo (fa l’uom) felice; e che non corrispondono (non è) alla vera felicità, non uniformandosi (non è la buona) alla divina (essenza), effetto e causa (frutto e radice) d’ogni bene (d’ogne ben).

L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,
di sovr’a noi si piange per tre cerchi;
138 ma come tripartito si ragiona,
139 tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi.»

L’amore che a questo bene materiale smisuratamente (L’amor ch’ad esso troppo) s’abbandona, s’espia (si piange) al nelle tre Cornici (per tre cerchi) che si trovano sopra di (sovr’a) noi, ma come venga suddiviso, non lo rivelo (tacciolo), affinché tu riesca a comprenderlo da solo (acciò che tu per te ne cerchi).

Sproporzionato trasporto nei confronti dei beni terrestri conduce ad avarizia, golosità e lussuria, i vizi corrispondenti alle ultime tre Cornici che tuttavia Virgilio preannuncia velando il suo discorso cin quella punta d’enigmaticità che sia sprone a Dante nel mantener viva la sua sete di conoscenza.

Sul giro di gavitello dell’intera Commedia, “Posto avea fine al suo ragionamento l’alto dottore, e attento guardava ne la mia vista s’io…”
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XVII • Mappa del Purgatorio, Storia della letteratura italiana di Berthold Wiese (1859-1932) ed Erasmo Pèrcopo (1860-1928), 1904 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Mappa del Purgatorio, Storia della letteratura italiana, 1904
Berthold Wiese (1859-1932) ed Erasmo Pèrcopo (1860-1928)