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Divina Commedia: Purgatorio, Canto XVI

La Divina Commedia novamente illustrata da artisti Italiani
a cura di Vittorio Alinari, 1922-1923

 
Sbalzati in terza Cornice, i due poetanti vengono avvolti da un’oscura e fastidiosa coltre di fumo, nella quale stanno sommerse le anime degli iracondi, che, cantando sulle note dell’Agnus Dei, invocano la pace e la misericordia, allo scopo di redimersi e potersi graziare dell’indulgenza divina.

La spalla del maestro è perennemente disponibile a sorreggere un pellegrino fortemente in difficoltà al proseguire poiché impossibilitato ad aprire gli occhi, incalzati da cinereo vapore, ecco allor che l’accorta guida, come sempre in anticipo sui tempi, gli si pone a dolce sostegno, contemporaneamente conducendone corpo e spirito.

Prima ed unica conversazione avviene con Marco Lombardo, voce alla quale l’Alighieri dedica la bellezza di ventiquattro terzine, di cui ventidue in unica tirata di sermone, al suo fiato dando contenuto politico sul tema che da sempre acchiappa le viscere d’un Dante fortemente inviso all’intromissione del papato nelle questioni politiche, cogliendo occasione di ricamare ad ogni versetto l’assoluta necessità di una ferrea separazione fra autorità amministrativa e spirituale.

Ogni rima, virgola, parola o metafora, si delinea sulla personale concezione d’un uomo che visse la regressione morale della sua Firenze, e dell’intero paese, sulla propria pelle, sussultando ad ogni picco regressivo d’una morale sempre più in discesa e sempre più distante dalla retta via, quella da lui intrapresa con iniziale titubanza, smarrito nell’oscurità d’una selva dalla quale il paterno Virgilio seppe prenderlo per mano, la medesima che ora lo guida in marcia affianco ad un penitente che generosamente s’offre di svelare al suo protetto l’arcano mistero del libero arbitrio.

Tasto cruciale, all’interno del saper discernere il bene dal male, indipendenza selettiva che rende all’umanità quanto in proporzione la stessa è stata in grado d’operare, in ogni singolo individuo, a favore o meno del bene.

Un bene necessario ed imprescindibile alla salvezza dell’anima, onore a cui il discepolo, precocemente graziato dall’entità divina, ha il privilegio d’anelare, scoprendo passo per passo la risposta dei cieli all’opere dell’uomo e, attraverso tra personaggi ancor viventi, portati a ricordo da Marco Lombardo nelle persone di Corrado da Palazzo, Guido da Castello e Gherardo da Camino, potendone ancor assaporare il valore in terra, sospeso fra la vita e la morte in costante itinere.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XVI • Salvador Dalí (1904-1989), Il fumo dell'iracondia, Divina Commedia, Salani Arte e Scienze, 1965 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Salvador Dalí (1904-1989), Il fumo dell’iracondia
La Divina Commedia, Salani Arte e Scienze, 1965

 

Buio d’inferno e di notte privata
d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
3 quant’esser può di nuvol tenebrata,
non fece al viso mio sì grosso velo
come quel fummo ch’ivi ci coperse,
6 né a sentir di così aspro pelo,
che l’occhio stare aperto non sofferse;
onde la scorta mia saputa e fida
9 mi s’accostò e l’omero m’offerse.

Oscurità infernale (Buio d’inferno) e di notte priva di luna e stelle (privata d’ogne pianeto), al di sotto d’un ristretto (pover) scampolo di cielo, quanto può essere annerito da nubi (quant’esser può di nuvol tenebrata), non offuscò la vista di Dante (non fece al viso mio) tramite un velo tanto fitto (sì grosso), tantomeno al contatto tanto penetrante (né a sentir di così aspro pelo), come quel fumo che in quel luogo ricopre completamente lui e Virgilio (fummo ch’ivi ci coperse), al punto da faticare a tener aperti gli occhi (che l’occhio stare aperto non sofferse); di conseguenza, il saggio e fidato suo conduttore (onde la scorta mia saputa e fida) lo affianca (mi s’accostò) offrendogli una spalla (e l’omero m’offerse).

Frequente, e non solo nella Commedia, è l’aggancio tra fumo ed ira, come in differenti locuzioni peraltro utilizzate nei precedente Canti, nell’ovvia metafora che lascia immaginare la ragione accecata da quel rancore che pare annebbiare qualsiasi facoltà di ragionamento.

Sì come cieco va dietro a sua guida
per non smarrirsi e per non dar di cozzo
12 in cosa che ’l molesti, o forse ancida,
m’andava io per l’aere amaro e sozzo,
ascoltando il mio duca che diceva
15 pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».

Così (Sì) come il cieco segue (va dietro a) la sua guida per non perdersi (smarrirsi) e per non sbattere (dar di cozzo) contro qualcosa che lo ferisca o rischi d’ammazzarlo (in cosa che ’l molesti, o forse ancida), il pellegrino procede (m’andava io) per quell’aria mordace e cupa (l’aere amaro e sozzo), ascoltando il suo (mio) duca dire in continuazione (che diceva pur): “Assicurati di non allontanarti (Guarda che da me tu non sia mozzo) da me”.

Io sentia voci, e ciascuna pareva
pregar per pace e per misericordia
18 l’Agnel di Dio che le peccata leva.

Dante ode un vociferare (Io sentia voci), ed ogni voce sembra (e ciascuna pareva) pregar, in virtù di (per) pace e misericordia, l’Angelo di Dio che assolve i peccati (le peccata leva).

Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;
una parola in tutte era e un modo,
21 sì che parea tra esse ogne concordia.

Di nuovo (Pur) ‘Agnus Dei’ è il loro incipit (eran le loro essordia); e tutte le voci cantano le medesime parole in una maniera (una parola in tutte era e un modo) da sembrar esserci fra le stesse una decisa sintonia (sì che parea tra esse ogne concordia).

«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,
diss’io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
24 e d’iracundia van solvendo il nodo».

L’Alighieri chiede a Virgilio se coloro che sente cantare siano spiriti (Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?). Ed egli gli risponde (ed elli a me) confermandogli d’aver intuito correttamente (Tu vero apprendi), aggiungendo che gli stessi stanno scontando la pena prevista per l’iracondia (e d’iracundia van solvendo il nodo).

Fu Giovanni Battista, durante il primo incontro con Gesù a Betania oltre il Giordano ove, secondo Giovanni Evangelista, lo stesso venne battezzato, a dire “Ecce agnus Dei qui tollit peccatum mundi” – “Ecco l’angelo di Dio che toglie i peccati del mondo”, frase poi ripresa in contesto liturgico nell’invocazione “Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis; Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis; Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem” – “Angelo di Dio che togli i peccati del mondo, prega per noi; Angelo di Dio che togli i peccati del mondo, prega per noi; Angelo di Dio che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace”; misericordia e pace vengono infatti supplicate dagli iracondi, avvolti nella densa e scura esalazione, come pena redimente le loro anime e la “concordia” che li coinvolge in un coro all’unisono è diametralmente contrapposta alle divisioni provocate dall’ “iracundia”, in palese contrappasso.

«Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
e di noi parli pur come se tue
27 partissi ancor lo tempo per calendi?»
Così per una voce detto fue;
onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,
30 e domanda se quinci si va sùe».

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XVI • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 
All’improvviso una voce chiede (Così per una voce detto fue) a Dante chi sia (Or tu chi se’), dato il notarne il passare attraverso la coltre di fumo (che ’l nostro fummo fendi) e nel mentre discorrendo di quelle anime (di noi parli) come se lui stesso frazionasse ancora le ore sul calendario (partissi ancor lo tempo per calendi?).

Pertanto il maestro esorta il suo protetto (onde ’l maestro mio disse) a parlar loro (Rispondi) e a chiedere (domanda) se da quella parte si risalga (se quinci si va sùe).

Il termine “calendi” richiama le ‘kalendae’, ovvero il primo giorno d’ogni mese nel calendario romano, durante il periodo in cui lo stesso seguiva il novilunio; il riferimento alla condizione vivente dell’Alighieri è ovviamente indicativa del fatto che nel regno celeste, a differenza del terrestre, non vi siano almanacchi.

E io: «O creatura che ti mondi
per tornar bella a colui che ti fece,
33 maraviglia udirai, se mi secondi».

E Dante: “O creatura che ti purifichi (mondi) per tornar tersa (bella) verso (a) colui che ti creò (fece), se mi assecondi (mi secondi) nel tragitto, udirai cose meravigliose (maraviglia).

«Io ti seguiterò quanto mi lece»,
rispuose; «e se veder fummo non lascia,
36 l’udir ci terrà giunti in quella vece.»

Il penitente risponde (rispuose) che lo seguirà finché gli sarà concesso (Io ti seguiterò quanto mi lece); e se il fumo fosse d’ostacolo al vedersi (se veder fummo non lascia), in quel caso sarà l’udito a tenerli uniti (l’udir ci terrà giunti in quella vece).

Allora incominciai: «Con quella fascia
che la morte dissolve men vo suso,
39 e venni qui per l’infernale ambascia.

Allora il poeta inizia a parlare (incominciai): “Risalgo (men vo suso) il monte con quel corpo (quella fascia) che la morte dissolve, e son qui giunto attraverso gli infernali patimenti (l’infernale ambascia).

E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,
tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
42 per modo tutto fuor del moderno uso,
non mi celar chi fosti anzi la morte,
ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
45 e tue parole fier le nostre scorte».

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XVI • Priamo della Quercia (1400-1467), Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Priamo della Quercia (1400-1467)
Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450

 
E se Dio m’ha ricevuto nella (rinchiuso in) sua grazia, al punto da voler ch’io veda il suo regno (tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte) in un (per) modo infrequente nel tempo (tutto fuor del moderno uso), non mi occultare celar) chi fosti in vita (anzi la morte), ma dimmelo, e dimmi s’io sto procedendo correttamente verso il prossimo (s’i’ vo bene al) varco; e le tue parole saranno la nostra guida (fier le nostre scorte)”.

Con “moderno uso” s’intende collocare la ‘modernità’ a partir dal viaggio di San Paolo di cui l’Alighieri, colto da titubanze dopo aver accettato d’intraprendere tragitto a fianco del Virgilio, accennò parlando relativamente agli unici due pellegrinaggi noti nel regno dell’oltretomba, appunto ad opera di San Paolo ed Enea, come riportato nell’undicesima terzina del secondo Canto infernale: “Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede? Io non Enëa, io non Paulo sono; me degno a ciò né io né altri ’l crede”.

«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
del mondo seppi, e quel valore amai
48 al quale ha or ciascun disteso l’arco.

“Fui Lombardo, e fui (fu’) chiamato Marco; conobbi il (seppi del) mondo e amai quello stile di vita cortese (quel valore) al quale oggi non mira più nessuno (ha or ciascun disteso l’arco).

Di quelle poche notizie biografiche a disposizione su Marco Lombardo, è dato saperne che fu cortigiano dell’Italia settentrionale, plausibilmente di vasta nomea verso la fine del tredicesimo secolo, nella seconda metà del quale trascorse esistenza, e da remoti chiosatori descritto come animo nobile, saggio e virtuoso, a punto d’esser ospite edificante e gradito a tutte le corti; tuttavia, data la scarsità d’informazioni ufficiali a riguardo, non è certo se “Lombardo” fosse il reale cognome anagrafico, oppure l’aggettivo in voga all’epoca per qualificare la provenienza geografica di coloro ch’erano originari del settentrione.

Per montar sù dirittamente vai».
Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego
51 che per me prieghi quando sù sarai».

Per risalire (montar sù) procedi come stai facendo (dirittamente vai). Così risponde (rispuose) lo spirito, poi aggiungendo (e soggiunse): “Io ti prego d’intercedere per me quando sarai sulla terra (che per me prieghi quando sù sarai).

E io a lui: «Per fede mi ti lego
di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
54 dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.

E il discepolo (io) a lui: “Prendo impegno con te sulla mia fede (Per fede mi ti lego) di far ciò che mi chiedi; ma m’esplodono dubbi interiori (ma io scoppio dentro ad un dubbio), s’io non riesco a dissiparli (s’io non me ne spiego).

Prima era scempio, e ora è fatto doppio
ne la sentenza tua, che mi fa certo
57 qui, e altrove, quello ov’io l’accoppio.

Prima era singolo (scempio), e ora s’è raddoppiato (è fatto doppio) nel tuo discorso (ne la sentenza tua), che mi dà riprova (mi fa certo), qui, e altrove, del fatto al quale io lo collego (qui, e altrove, quello ov’io l’accoppio).

Doppietta di perplessità unisce il sermone di Marco Lombardo, nel tratto ov’egli afferma: “e quel valore amai al quale ha or ciascun disteso l’arco”, a quello di Guido del Duca le cui parole riecheggiano nella mente di Dante da ben due Canti: “vertù così per nimica si fuga da tutti come biscia, o per sventura del luogo, o per mal uso che li fruga” (Purgatorio, Canto XVI, 37-39) e l’incomprensione deriva, non tanto da una consapevole e decisa riprovazione, peraltro unanime al trio, attribuibile alla perdita di valori morali, bensì, come verrà dettagliatamente esposto nei susseguenti versetti, nel tentar di cogliere l’origine della stessa.

Lo mondo è ben così tutto diserto
d’ogne virtute, come tu mi sone,
60 e di malizia gravido e coverto;

Il (Lo) mondo è ormai così totalmente arido di virtù (è ben così tutto diserto d’ogne virtute), come tu mi riporti risolutamente (sone) e di malignità (malizia) permeato e ricoperto;

“Sone”, è flessione del verbo in variante popolare o letteraria di “suonare”, dunque ovvia espressione della comune locuzione valente «riferire a chiare lettere».

ma priego che m’addite la cagione,
sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
63 ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».

ma prego (priego) che mi riveliate (m’addite) la ragione (cagione), affinché io la comprenda (sì ch’i’ la veggia) e la possa riferire al prossimo (ch’i’ la mostri altrui); poiché qualcuno l’attribuisce (la pone) all’influsso celeste (ché nel cielo uno), e qualcun altro a quello terrestre (e un qua giù)”.

Con “cielo” Marco non allude alla presenza divina, ma alle influenze astrali.

Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,
mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
66 lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.

Un profondo sospiro di Marco Lombardo (Alto sospir), che dolore comprime esclamando (che duolo strinse ) “uhi”, fuoriesce in anticipo sulle parole (mise fuor prima); e poi inizia: “Fratello, il mondo è cieco, e tu giustamente (ben) da lui provieni (vien).

Voi che vivete ogne cagion recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
69 movesse seco di necessitate.

Voi viventi (che vivete) accollate (recate) la causa di tutto (ogni cagion) unicamente (pur suso) al cielo, come se tutto dipendesse necessariamente dal suo esclusivo moto (pur movesse seco di necessitate).

Se così fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
72 per ben letizia, e per male aver lutto.

Se così fosse, in voi verrebbe annientato (fora distrutto) il libero arbitrio, in tal caso non vi sarebbe (e non fora) giustizia nell’esser premiati per virtù (ben letizia) oppure nell’esser puniti per cattive azioni (male aver lutto).

Di libero arbitrio è satura la letteratura, sia in ambito teologico che al di fuori di esso, nello specifico qui inteso come la possibilità, per l’uomo, di poter discernere in piena indipendenza quali azioni perseguire; fosse altrimenti, premi o penitenze non avrebbero ragion d’esistere, se non appunto strettamente collegati ad attitudini umane.

Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
75 lume v’è dato a bene e a malizia,
e libero voler; che, se fatica
ne le prime battaglie col ciel dura,
78 poi vince tutto, se ben si notrica.

Il cielo origina (inizia) le vostre capacità (vostri movimenti); non dico tutte quante, ma, se anche lo affermassi (posto ch’i’ ’l dica), lume di ragione v’è stato donato (dato) per discerner il (a) bene dal male (e a malizia), con conseguente libertà di scelta (e libero voler); autonomia che, benché inizialmente fatichi nell’osteggiare gli influssi celesti (ne le prime battaglie col ciel dura), poi vince tutto, a condizion che venga benevolmente nutrita (se ben si notrica).

A maggior forza e a miglior natura
liberi soggiacete; e quella cria
81 la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.

Nell’esercizio della libertà siete soggetti (liberi soggiacete) ad una potenza più grande (A maggior forza) e ad un’entità superiore (a miglior natura); e la stessa (quella) trasfonde (cria) in voi l’anima intellettiva (la mente), prelevandola dal predominio dei corpi celesti (che ’l ciel non ha in sua cura).

Però, se ’l mondo presente disvia,
in voi è la cagione, in voi si cheggia;
84 e io te ne sarò or vera spia.

Pertanto (Però), se il (’l) mondo odierno (presente) degenera (disvia), la causa (cagione) è in voi e dentro di voi si cerchi (cheggia); ed io or te ne sarò veritiero rivelatore (vera spia).

Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
87 che piangendo e ridendo pargoleggia,
l’anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
90 volontier torna a ciò che la trastulla.

Esce dalle mani dell’Altissimo (di mano a lui), che la rimira (vagheggia) ancor prima d’averla originata (prima che sia), l’illibata (semplicetta) anima inconsapevole di tutto (che nulla sa), come una (a guisa di) fanciulla che piangendo e ridendo bamboleggia (pargoleggia), salvo che, trascinata dalla gaiezza del suo creatore (mossa da lieto fattore), ritorna (torna) volentieri (volentieri) a ciò che la diletta (trastulla).

Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
93 se guida o fren non torce suo amore.

Di primo acchito (in pria) assapora i piccoli piaceri del corpo (Di picciol bene); in quelli illudendosi (quivi s’inganna) e quelli inseguendo (dietro ad esso corre), qualora (se) una guida o un freno (fren) non provvedano ad instradare (torce) le sue ambizioni (suo amore).

Onde convenne legge per fren porre;
convenne rege aver, che discernesse
96 de la vera cittade almen la torre.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XVI • Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921

 
Per cui (Onde) si rese opportuna una legge che venisse imposta come disincentivo (Onde convenne legge per fren porre); e fu necessario (convenne) aver un sovrano (rege) che fosse in grado di riconoscere (discernesse) almen la torre della (de la) vera città (citade).

La “vera citade” riaggancia verosimilmente la ‘De civitate Dei’, ossia l’opera latina, composta di ventidue testi, scritta dal vescovo, teologo, filosofo e santo berbero Agostino d’Ippona (354-430), fra il 413 ed il 426, le cui pagine decantano simbolicamente la comunità dei beati come fosse una celeste Gerusalemme; la “torre” a cui accenna l’Alighieri potrebbe dunque identificarsi come la qualità prima di Dio percepirle in terra, indi la giustizia.

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
Nullo, però che ‘l pastor che procede,
99 rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;

Le leggi esistono (son), ma chi ha il potere d’attuarle (pon mano ad esse)? Nessuno (Nullo), dato (però) che il pastore che conduce il gregge (‘l pastor che procede), può ruminare (rugumar), ma non ha zoccoli bipartiti (l’unghie fesse);

per che la gente, che sua guida vede
pur a quel ben fedire ond’ella è ghiotta,
102 di quel si pasce, e più oltre non chiede.

dunque le persone (per che la gente), che osservano la loro (vede sua) guida spirituale ambire (ferire) esclusivamente (pur) a quei beni materiali (quel ben) dei quali ella stessa è ingorda (ond’ella ghiotta), di quelli (quel) s’ingolla (si pasce), senza ad altro aspirare (e più oltre non chiede).

Il pastore è il pontefice, la cui immagine, allegoricamente descritta, di colui che “rugumar può, ma non ha l’unghie fesse”, s’origina da biblici precetti in fede ai quali gli animali non ruminanti sarebbero impuri, per questo condannabili, al pari di quelli i cui zoccoli non siano biforcuti; traslando il discorso in un contesto moralistico ed istituzionale, secondo le convinzioni dell’epoca appartiene all’ambito papale il diritto d’intendere e riferire le Sacre Scritture, vale a dire di ‘ruminare’, mentre spetta esclusivamente al sovrano quello d’esercitare il potere legislativo e giurisdizionale, ben distinguendo fra bene e male, netta divisione che appartiene agli zoccolo suddivisi in due parti.

Sulla tal scia interpretativa, il pontefice, arrogandosi il diritto d’intromettersi in decisioni politiche, non sarebbe poi in grado di mantenerne la corretta gestione, poiché deputato a sovrintendere spirituali questioni, ma inadeguato qualora fuoriesca dal proprio ruolo apostolico, risultando inevitabilmente deleterio su alternative amministrazioni, nonché ineluttabilmente traviando coloro che dovrebbe indirizzare alla retta via, al contrario trainandolo nel vortice della seduzione materiale, nociva all’anima.

Ben puoi veder che la mala condotta
è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
105 e non natura che ’n voi sia corrotta.

Puoi ben valutare (veder) ch’è l’immorale (la mala) condotta la causa (cagion) per la quale s’è traviato il (ha fatto reo ’l) mondo, e non la natura che in (’n) voi sia stata corrotta.

S’attribuisce il vocabolo “condotta” al ruolo di guida che il papa dovrebbe mantenere, deragliando la quale anche l’indole (natura) umana subisce avverso danno.

Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
due soli aver, che l’una e l’altra strada
108 facean vedere, e del mondo e di Deo.

Roma, che rese (feo) buono il (’l) mondo, era solita (Soleva) aver due soli, che mostravano (facevano vedere) ambedue le vie (l’una e l’altra strada) da seguire, la terrestre (e del mondo) e la spirituale (di Deo).

I “due soli” son appunto l’imperatore ed il Santo Padre, citati in riferimento alla teoria, tanto avversa a Dante e per questo motivo contestata in alcune sue opere, di coloro che paragonavano il regnante alla luna ed il religioso alla sfera celeste, in tal modo ritenendo l’autorità imperiale soggiogata alla papale, in similitudine alla sfera lunare, subalterna alla luminosità solare.

L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
col pasturale, e l’un con l’altro insieme
111 per viva forza mal convien che vada;

L’uno ha spento l’altro; inoltre congiungendosi (ed è giunta) la spada con il pastorale (col pasturale), e i due poteri (l’un con l’altro), unitisi sull’arroganza (insieme per viva forza), sono destinati al peggio (mal convien che vada);

però che, giunti, l’un l’altro non teme:
se non mi credi, pon mente a la spiga,
114 ch’ogn’erba si conosce per lo seme.

essendo (però) che, congiunti (giunti), l’un non teme l’altro: se non mi credi, conduci (pona) la mente) alla (a la) spiga, in quanto ogni graminacea (ch’ogn’erba) si riconosce (conosce) dal (per) lo seme.

Marco Lombardo rispolvera eventi scottanti per L’Alighieri, in primis l’impossessarsi, da parte di Bonifacio VIII (1230 circa – 1303), di contributi fiscali destinati ai forzieri imperiali, probabilmente anche fra le righe alludendo all’enciclica Unam Sanctam Ecclesiam, ad opera dello stesso pontefice divulgata il 18 novembre del 1302, dal contenuto della quale s’intende l’autorità temporale asservita a quella spirituale, pertanto con potere di giudizio della Chiesa nei confronti dell’Impero, pericolosamente portando all’unione due potestà che, in quanto associate, persero la possibilità di reciproco controllo l’una sull’altra, sfociando in un decadimento etico irrefrenabile.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XVI • Bolla Pontificia Unam Sanctam Ecclesiam • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Bolla Pontificia Unam Sanctam Ecclesiam

 

In sul paese ch’Adice e Po riga,
solea valore e cortesia trovarsi,
117 prima che Federigo avesse briga;

Nella regione irrigata dall’Adige e dal Po (In sul paese ch’Adice e Po riga), virtù (valore) e cortesia eran soliti esser diffusi (sole a trovarsi), prima che Federico (Federigo) venisse ostacolato (avesse briga;

In quel periodo storico, la regione bagnata dai due fiumi succitati prendeva il nome di Lombardia, comprendendo l’attuale Italia settentrionale, ad esclusione di Piemonte e Liguria.

“Valore e cortesia” rievocano le virtù cavalleresche di tempi o passati, già menzionate nella quarantatreesima dell’ottavo Canto di Purgatorio: “e io vi giuro, s’io di sopra vada, che vostra gente onrata non si sfregia del pregio de la borsa e de la spada”.

La “briga” racchiude in sé tutta la combattiva avversione dei papi e della fazione guelfa nei confronti di Federico II di Svevia (1194-1250) che, nell’ultima decade del suo regno, sfibrò il predominio Svevo sul Centronorditalia, come d’altra parte già delineato in corso di conversazione fra Dante ed i penitenti, tanto nel decimo e ventisettesimo Canto infernale, quanto nel quattordicesimo Canto purgatoriale.

or può sicuramente indi passarsi
per qualunque lasciasse, per vergogna,
120 di ragionar coi buoni o d’appressarsi.

ora può tranquillamente gironzolare in quelle zone (sicuramente indi passarsi) chiunque evitasse di farlo (per qualunque lasciasse) tempo addietro, per l’imbarazzo (vergogna), di conversar con gentiluomini (ragionar coi buoni) o di frequentarli (d’appressarsi).

Non essendoci quasi più traccia di galantuomini, qualunque persona che nel passato temesse di calcar quelle zone per timor d’incontrali, vergognandosi al cospetto della loro rettitudine, ora ha campo libero.

Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
l’antica età la nova, e par lor tardo
123 che Dio a miglior vita li ripogna:

Sì (Ben), ci sono (v’èn) tre anziani (vecchi) nei quali (in cui) ancora l’antica età biasima (rampogna) quella nuova (la nova), e per loro sarà sempre troppo tardi (par lor tardo) il momento in cui Dio all’eterna esistenza li condurrà (a miglior vita li ripogna):

I tre uomini citati, non essendosi praticamente quasi estinte le virtù de passato, bramano di passar a miglior vita.

Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo
e Guido da Castel, che mei si noma,
126 francescamente, il semplice Lombardo.

Corrado da Palazzo ed il (Currado da Palazzo e ’l) buon Gherardo, e Guido da Castello (Castel), meglio noto (che mei si noma), detto alla francese (francescamente), il semplice Lombardo.

Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
per confondere in sé due reggimenti,
129 cade nel fango, e sé brutta e la soma».

Puoi dunque tirar conclusioni (Dì oggimai) che la Chiesa di Roma per aver radunato (confondere in) a sé i due poteri (reggimenti), crolla (cade) nel fango, insudiciando (e brutta) se stessa ed il suo carico (e la soma)”

«O Marco mio», diss’io, «bene argomenti;
e or discerno perché dal retaggio
132 li figli di Levì furono essenti.

Dante in riposta: “O Marco mio, bene argomenti; ed ora ho compreso (e or discerno) il motivo per il quale (perché) i (li) figli di Lèvi vennero dispensati (furono essenti) dall’eredità (dal retaggio).

Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
135 in rimprovèro del secol selvaggio?»

Ma che (qual) Gherardo è colui (quel) che tu narravi esser rimasto (di’ ch’è rimaso) a testimonianza delle generazioni passate (de la gente spenta)?”

«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,
rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
138 par che del buon Gherardo nulla senta.

Marco gli risponde (rispuose a me): “O non comprendo le tue parole (tuo parlar m’inganna), o lo stesso mi fomenta (el mi tenta), poiché (ché), pur parlandomi toscano (tosco), parrebbe (par) che tu del buon Gheardo non abbia mai sentito parlare (nulla senta).

Corrado da Palazzo (1230- 1304 circa) fu politico e migliorare italiano, a capo della bresciana fazione guelfa, di cui non si posseggono dati abbondanti e precise; medesima situazione per Guido da Castello (1233/1238 – dopo il 1315), appartenente alla consorteria dei Roberti di Reggio Emilia ed irriducibile guelfo di parte nera, che può esser l’Alighieri abbia conosciuto di persona.

Per altro sopranome io nol conosco,
s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
141 Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.

Non ne conosco alternativo epiteto (Per altro sopranome io nol conosco), ameno ch’io non lo prelevi (s’io nol togliessi) da sua figlia Gaia. Dio sia con voi, per ch’io non posso più camminare con voi (ché più non vegno vosco).

Non abbondano dettagli nemmeno per il terzo dei “tre vecchi”, ma il quesito dell’Alighieri provoca enorme incredulità in Marco Lombardo, all’apprendere che Dante non lo conoscesse minimamente, essendo lo stesso stato noto protettore di letterati e poeti; Gherardo III da Camino (1240 circa – 1306) divenne capitano generale di Treviso a seguito della vittoria guelfa avvenuta nel 1283 che, nel corso della sua esistenza, allacciò influenti amicizie, fra le quali quella con il Signore di Ferrara, Modena e Reggio, Azzo VIII d’Este (1263-1308) e con molteplici uomini di finanza, in special modo con il condottiero e politico Corso Donati (1250 circa -1308), nell’ultimo periodo del suo arco vitale negativamente influenzato dalla figlia Gaia (prima del 1270 – dopo il 1311), poetessa, e dal figlio Rizzardo II (1274-1312).

Vedi l’albor che per lo fummo raia
già biancheggiare, e me convien partirmi
144 (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia.»

Vedi il barlume (l’albor) che s’irradia (raia) attraverso il fumo (per lo fummo) e ormai biancheggia (già biancheggiare), e mi conviene separarmi (me convien partirmi) da voi, – l’angelo è qui (ivi) – prima ch’io d’apparirgli (prima ch’io li paia)”.

Marco Lombardo deve ritornare al proprio posto prima che giunga l’angelo celeste, in quanto non è permesso in alcun modo ai peccatori di uscire da quella fumosa nebbia prima d’aver espiato le proprie colpe.

145 Così tornò, e più non volle udirmi.

Così Marco si gira (tornò), senza alcuna intenzione di stare ancora all’ascolto di Dante (e più non volle udirmi.

Sarà la voce dell’autore, in passaggio al successivo incipit di Canto, a rivolgersi direttamente al lettore nel dirgli: “se mai ne l’alpe ti colse nebbia per la qual vedessi non altrimenti che per pelle talpe,…”