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Divina Commedia: Purgatorio, Canto XIII

Gustave Doré (1832-1883), Ritratto di Dante, 1860

 
I due viaggiatori approdano alla seconda Cornice, ove sostano gli invidiosi, la cui pena d’espiazione prevista è l’aver chiusi gli occhi con fil di ferro, secondo impressionante contrappasso che leva la possibilità di guardare a coloro che, oscurati durante l’esistenza dall’invidia, si corrosero completamente l’animo nel detestare la felicità del prossimo, indi ora costretti a non poter godere della visione divina.

Il bonario cuore dell’Alighieri pulsa sull’istante, nel percepir la sofferenza di queste anime, turbandosi sul loro dolente pianto e piangendo egli stesso, nell’assoluta convinzione non possa esistere uomo incapace d’impietosirsi davanti alla simil visione, pertanto inconsciamente credendo in una sorta di bontà universale in determinati contesti.

Nobiltà d’animo del poeta s’effonde fra terzine al suo timor d’attuar comportamento offensivo nel transitar fra spiriti che non lo possano vedere, al contrario lui stesso potendo guardarli ed è sulla scia di questa dibattuta perplessità che, come sempre, l’intesa fra la savia guida ed il suo discepolo si manifesta nella mirabile capacità del maestro di leggere i silenzi del suo protetto, quindi spronandolo a parlare.

Discorrer che s’origina sull’unica conversazione fuoriuscente da codesti versetti, ovvero quella piacevolmente e pacatamente intrapresa con Sapìa, colei che per invidia degli altrui successi si trovò ad esultare della disfatta sul campo dei suoi concittadini senesi.

Il Canto ha funzione introduttiva al successivo, nel quale influenti personalità e tematiche politiche torneranno alla ribalta, qui lasciando spazio ad una rilassante musicalità di rime pacate e gentili, fra le quali non potevano che inserirsi i tre esempi di carità vociferati dal cielo.

In perenne combattimento fra ragione e sentimento, un infaticabile Dante persevera nella sua scalata morale ed emotiva, ad ogni livello raggiunto suggellando infinito, indelebile ed indistruttibile legame con il suo accorto, condiscendente e premuroso Virgilio.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XIII • Salvador Dalí (1904-1989), II Cornice, La Divina commedia, Salani Art and Sciences, 1965 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Salvador Dalí (1904-1989), II Cornice
La Divina commedia, 1965

 

Noi eravamo al sommo de la scala,
dove secondamente si risega
3 lo monte che salendo altrui dismala.

I due viandanti son giunti in cima alla scalinata (Noi eravamo al sommo de la scala), dove per la seconda volta (secondamente) si lascia incidere (si risega) il promontorio (lo monte) che purifica (dismala) chi lo risale (salendo altrui).

Ivi così una cornice lega
dintorno il poggio, come la primaia;
6 se non che l’arco suo più tosto piega.

In codesto punto (ivi) così una cornice avvolge tutt’intorno l’altura (il poggio), come la prima (primaia); sennonché (se non che) la sua circonferenza (l’arco suo) gira (piega) più stretta (tosto).

Essendo il Purgatorio una montagna di conica conformazione, va da sé che le Cornici si restringano rimontando.

Ombra non lì è né segno che si paia:
parsi la ripa e parsi la via schietta
9 col livido color de la petraia.

Lì non vi è nessuna immagine (Ombra non è) e nessun rilievo (segno) che si mostri alla vista (paia): sia il versante che il suolo ne appaiono disadorni (parsi la ripa e parsi la via schietta) e conformati nel plumbeo colore della pietra (col livido color de la petraia).

Il paragone si tende rispetto alle figurazioni della precedente Cornice, ove l’argine presentava le già narrate vicissitudini e relativi castighi.

«Se qui per dimandar gente s’aspetta»,
ragionava il poeta, «io temo forse
12 che troppo avrà d’indugio nostra eletta.»

Ragionando (Ragionava), Virgilio (il poeta) afferma che se lui e Dante sosteranno in quel loco per attendere (qui s’aspetta) anime alle quali chiedere indicazioni (per dimandar), suo personale timore (io temo) è che la loro scelta (nostra eletta) li porti ad eccessivamente indugiare (troppo avrà d’indugio).

Poi fisamente al sole li occhi porse;
fece del destro lato a muover centro,
15 e la sinistra parte di sé torse.

Quindi (Poi) il vate rivolge sguardo fisso (fisamente) al sole, facendo del piede destro il cardine centrale da muovere (fece del destro lato a muover centro) e la parte sinistra del suo corpo ruotando (torse).

«O dolce lume a cui fidanza i’ entro
per lo novo cammin, tu ne conduci»,
18 dicea, «come condur si vuol quinc’entro.

Poi invocando: “O dolce lume fidando nel quale io intraprendo ( a cui fidanza i’ entro) un nuovo tragitto (per lo novo cammin), possa tu condurci (ne conduci) com’è opportuno che ci si orienti all’interno della seconda Cornice (condur si vuol quinc’entro)”.

Tu scaldi il mondo, tu sovr’esso luci;
s’altra ragione in contrario non ponta,
21 esser dien sempre li tuoi raggi duci.»

“Tu scaldi il mondo, tu sullo stesso luce diffondi (tu sovr’esso luci); se non v’è nessuna (s’altra) ragione che si frapponga ad ostacolo, i (li) tuoi raggi ci devono (dien) sempre esser da guida (duci).

Solitamente il sole simbolizza la luce dell’Altissimo e su questa terzina innumerevoli sono le interpretazioni, fra le quali quella che l’astro potrebbe in questo caso rappresentare semplicemente se stesso, ovvero la sfera solare che Virgilio osserva, nel mentre girando la sua parte sinistra, facendo leva sul piede destro.

Quanto di qua per un migliaio si conta,
tanto di là eravam noi già iti,
24 con poco tempo, per la voglia pronta;

Dante e Virgilio (noi), in quel (con) poco tempo, caldeggiati dalla buona volontà (per la voglia pronta), hanno già transitato (eravam già iti) la parte di costone (tanto di là) corrispondente a quanto sulla terra si misura in circa mille passi (Quanto di qua per un migliaio si conta);

e verso noi volar furon sentiti,
non però visti, spiriti parlando
27 a la mensa d’amor cortesi inviti.

quando (e) verso di loro (noi) sentono arrivare (volar furon sentiti), tuttavia senza poterli vedere (non però visti), degli spiriti che proferiscono (parlando) gentili (cortesi) inviti alla (a la) mensa d’amore (d’amor).

Le svolazzanti ed invisibili voci volteggiando sulla falsariga degli esempi intagliati nel cornicione sottostante, in questa balza rimembrando a suon di voce la virtù contrapposta al peccato commesso.

La prima voce che passò volando
‘Vinum non habent’ altamente disse,
30 e dietro a noi l’andò reïterando.

La prima voce che passa (passò) volando, afferma (disse) acutamente (altamente) ‘Vinum non habent’, e dietro a Dante e Virgilio (a noi) se ne va ripetendolo (l’andò reïterando).

‘Vinum non habent’ – Vino non hanno – è frase detta a Gesù, dalla Vergine Maria, alle nozze di Cana, precedenti il primo miracolo del figlio che trasforma l’acqua in vino.

E prima che del tutto non si udisse
per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’
33 passò gridando, e anco non s’affisse.

E prima che la stessa si sia completamente silenziata (del tutto non si udisse) nell’allontanarsi (per allungarsi), un’altra si sovrappone, passando (passò) ed urlando (gridando) ‘I’ sono Oreste’, e anche quella senza fermarsi (anco non s’affisse).

‘Ego sum Oreste’ è affermazione apparsa in una commedia del tragediografo latino, drammaturgo, poeta e pittore Marco Pacuvio (20 a.C. – 130 a.C.), alla quale verosimilmente l’autore della Commedia s’aggancia, avendone preso lettura negli accenni delle ciceroniane opere; in essa si narra della condanna a morte, causa regicidio e matricidio, di Oreste, il quale, tramite tal locuzione, compete con l’amico Pilade per l’attribuzione della nefasta identità.

Tragedia racconta d’Oreste che uccise la madre Clitemnestra allo scopo di vendicare il padre Agamennone, da lei stessa assassinato ed una volta di fronte al re accusatore, il fatto di dichiararsi al medesimo nominativo con Pilade, in seguito proponendo i due uomini d’esser giustiziati entrambi, suscitò commozione nel popolo, allo stesso tempo dimostrando il puro e profondo valore dell’amicizia.

«Oh!», diss’io, «padre, che voci son queste?».
E com’io domandai, ecco la terza
36 dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.

In stupita esclamazione (Oh!) Dante chiede (diss’io) al paterno Virgilio (padre) che voci sian mai quelle (che voci son queste?). E non appena terminata la domanda (com’io domandai), ecco la terza voce pronunciare (dicendo) ‘Amate da cui male aveste’.

‘Amate da cui male aveste’ ricalca il primo precetto della carità cristiana.

E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza
la colpa de la invidia, e però sono
39 tratte d’amor le corde de la ferza.

E il (’l) buon maestro: “Questa Cornice infligge (sferza) il peccato dell’(de la)invidia, pertanto (e però) i nervi (le corde) della frusta (de la forza) sono attorcigliati di carità (tratte d’amor).

Lo fren vuol esser del contrario suono;
credo che l’udirai, per mio avviso,
42 prima che giunghi al passo del perdono.

Il freno (lo fren) sarà (vuol esser) di tutt’altra musica (Lo fren vuol esser del contrario suono); credo che l’udirai, secondo mio personale parere (per mio avviso), prima che tu giunga (giunghi) al passo del perdono.

Il “passo del perdono” è l’accesso alla scalinata ce condurrà all’angelo con ruolo d’assoluzione, ove ilm pellegrino potrà ascoltare differente melodia.

Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,
e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
45 e ciascun è lungo la grotta assiso».

Ma ora fissa lo sguardo (ficca li occhi) con attenzione (ben fiso) nell’aria (per l’aere) e vedrai anime (gente) sedute (sedersi) davanti (innanzi) a noi, ciascuna delle quali seduta a ridosso delle parte rocciosa (e ciascun è lungo la grotta assiso)”.

Allora più che prima li occhi apersi;
guarda’ mi innanzi, e vidi ombre con manti
48 al color de la pietra non diversi.

Allora, aprendo (apersi) gli (li) occhi più di (che) prima, Dante scruta davanti a sé (guarda’ mi innanzi), vedendo anime (e vidi ombre) con mantelli (manti) dalla tonalità (al color de la) del tutto simile (non diversi) a quella della pietra.

E poi che fummo un poco più avanti,
udia gridar: ‘Maria òra per noi’:
51 gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.

E, spintisi i due poeti (poi che fummo) un poco più avanti, il discepolo sente gridare (gridar) ‘Maria prega (ora) per noi’, e ancora gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.

In corso d’espiazione, i peccatori recitano ad alta voce le orazioni liturgiche dei santi.

Non credo che per terra vada ancoi
omo sì duro, che non fosse punto
54 per compassion di quel ch’i’ vidi poi;

In misericordioso riflettere, Dante ipotizza la convinzione (Non credo) che sul mondo terrestre (per terra) non esista a tutt’oggi (vada ancoi) uomo cinico a tal punto (omo sì duro), da non esser punzecchiato (che non fosse punto) da compassione (per compassion) al veder ciò che lui stesso vede poco dopo (di quel ch’i’ vidi poi);

ché, quando fui sì presso di lor giunto,
che li atti loro a me venivan certi,
57 per li occhi fui di grave dolor munto.

Poiché (ché), una volta appressatosi ai penitenti (quando fui sì presso di lor giunto), in maniera da poter ben distinguere il loro atteggiamento (che li atti loro a me venivan certi), il premer di lancinante dolore sugli occhi spreme lacrime dagli stessi (per li occhi fui di grave dolor munto).

Di vil ciliccio mi parean coperti,
e l’un sofferia l’altro con la spalla,
60 e tutti da la ripa eran sofferti.

Di vil cilicio gli sembrano ricoperti (mi parean coperti), l’uno sorreggendo (e l’un sofferia) l’altro con la spalla, e tutti sono puntellati alla fiancata rocciosa (da la ripa eran sofferti).

Il “cilicio” anticamente era un tessuto costituito da peli di cammello o di capra.

Così li ciechi a cui la roba falla,
stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,
63 e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,
perché ’n altrui pietà tosto si pogna,
non pur per lo sonar de le parole,
66 ma per la vista che non meno agogna.

Così i (li) ciechi quando, mancando loro le necessità (a cui la roba falla), stanno sui sagrati nei giorni di solennità religiosa (a’ perdoni) ad elemosinare (a chieder lor bisogna), l’uno puntellando la testa dell’altro (e l’uno il capo sopra l’altro avvalla), affinché nel prossimo (perché ’n altrui) subitamente faccia presa (tosto si pogna) un senso di pietà, non esclusivamente provocato dal suono delle (non pur per lo sonar de le) parole, ma altresì con la vista che in egual misura (non meno) la reclama (agogna).
 

Jean-Hippolyte Flandrin (1809-1864), Dante parla con le anime degli invidiosi, 1835

 

E come a li orbi non approda il sole,
così a l’ombre quivi, ond’io parlo ora,
69 luce del ciel di sé largir non vole;

E come ai non vedenti (a li orbi) non arriva (approda) il sole, così alle anime in seconda Cornice ( a l’ombre quivi), delle quali Dante (ond’io) ora discorre (parlo), luminosità celeste (luce del ciel) ricusa d’elargirsi (luce del ciel di sé largir non vole);

ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
e cusce sì, come a sparvier selvaggio
72 si fa però che queto non dimora.

essendo che (ché) a tutti un fil di ferro buca (fóra) le palpebre (i cigli) e le cuce così (cusce sì) come si fa con il falcone selvatico (a sparvier selvaggio) quando non si lascia addomesticare (però che queto non dimora).

Nelle giornate dedicate alle indulgenze, ovvero quelle dedicate all’universal benevolenza, i ciechi si riunivano sui sagrati delle chiese a mendicare, suscitando commiserazione nel loro appostarsi ammassati l’un sull’altro, come la stimolano gli invidiosi addossati alla rupe, piangendo attraverso i suturati occhi, come peraltro avveniva ai falchi indomati tramite procedimento noto come ‘filiazione’, i seguito sostituito con pratica d’incappucciamento.

A me pareva, andando, fare oltraggio,
veggendo altrui, non essendo veduto:
75 per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.

A Dante (me) pare (pareva), man man che procede (andando), di recar sopruso (far oltraggio) agli spiriti, vedendoli senza possibilità d’esser visto (veggendo altrui, non essendo veduto), ragion per la quale egli si rivolge verso il suo savio consigliere (per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio).

Ben sapev’ei che volea dir lo muto;
e però non attese mia dimanda,
78 ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».

Il maestro sa molto bene quale sia la richiesta che sottostà al silenzio (Ben sapev’ei che volea dir lo muto) de suo protetto; pertanto non attende la sua domanda (e però non attese mia dimanda), comunque dicendo (ma disse): “Parla, e tu sia conciso ed acuto (breve e arguto).

Virgilio mi venìa da quella banda
de la cornice onde cader si puote,
81 perché da nulla sponda s’inghirlanda;

Virgilio, rispetto a Dante, sta (mi venìa) da quella parte (banda) di Cornice dalla quale si può precipitare (de la cornice onde cader si puote), non essendo provvista d’alcuna protezione (perché da nulla sponda s’inghirlanda).

Il conduttore sta praticamente alla destra dell’Alighieri.

da l’altra parte m’eran le divote
ombre, che per l’orribile costura
84 premevan sì, che bagnavan le gote.

dalla parte opposta, quindi alla sua sinistra, stanno le devote anime (da l’altra parte m’eran le divote ombre), le cui lacrime premono a tal punto (che premevan sì) sull’orrenda imbastitura (per l’orribile costura), da bagnarne tutte (che bagnavan) le gote.

Volsimi a loro e: «O gente sicura»,
incominciai, «di veder l’alto lume
87 che ’l disio vostro solo ha in sua cura,
se tosto grazia resolva le schiume
di vostra coscïenza sì che chiaro
90 per essa scenda de la mente il fiume,
ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
s’anima è qui tra voi che sia latina;
93 e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».

Dante si rivolge (Volsimi) a loro e inizia a parlare (incominciai): “O spiriti sicuri (gente sicura) di veder la luce divina (l’alto lume), ch’è l’unico oggetto del vostro desiderio (che ’l disio vostro solo ha in sua cura), augurandovi che celermente (se tosto) la grazia possa dissolvere (resolva) gli scarti (le schiume) della (di) vostra coscienza (coscïenza), per modo (sì) che, attraverso di lei (per essa), il fiume della memoria (de la mente) possa scendere nitido (scenda chiaro), ditemi, poiché (ché) mi sarebbe gradito (grazioso) e caro, se vi sia (s’è) anima, qui tra voi, che sia italiana (latina); e, qualora ne venga a conoscenza (s’i’ l’apparo), per lei probabilmente sarà giovevole (forse lei sarà buon).

«O frate mio, ciascuna è cittadina
d’una vera città; ma tu vuo’ dire
96 che vivesse in Italia peregrina.»

“O fratello (frate) mio, ciascuna di noi è cittadina d’un’unica vera città; ma tu intendi chiedere (vuo’ dire) se qualcuna abbia vissuto (che vivesse) in Italia come straniera.

La “vera città” è la Gerusalemme celeste alla quale ogni uomo appartiene e le anime si considerano straniere sul mondo in quanto nel percorso terrestre sono in esilio da Dio, unica dimora.

Questo mi parve per risposta udire
più innanzi alquanto che là dov’io stava,
99 ond’io mi feci ancor più là sentire.

Questa la riposta che all’Alighieri pare d’aver udito (Questo mi parve per risposta udire) un poco più avanti rispetto a dove lui si trova (più innanzi alquanto che là dov’io stava), di conseguenza egli s’avvicina per farsi meglio sentire (ond’io mi feci ancor più là sentire).

Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava
in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,
102 lo mento a guisa d’orbo in sù levava.

Fra i vari spiriti (Tra l’altre) Dante ne vede uno che ha tutta l’aria d’esser in stato d’attesa (vidi un’ombra ch’aspettava in vista); e se talun (alcun) fra i lettori, volesse dir ‘Come’?, il mento alzava all’insù (in sù levava) come tipico dei ciechi (a guisa d’orbo).

Atteggiamento tipico di chi non possegga più la vista è quello di rivolgere direttamente viso, a colui che stia parlando loro, con mento rivolto verso l’alto.

«Spirto», diss’io, che per salir ti dome,
se tu se’ quelli che mi rispondesti,
105 fammiti conto o per luogo o per nome.»

Il poeta si rivolge (diss’io) ad uno spirito (Spirto) che per risalire (salir) il promontorio purgatoriale si soggioga (ti dome) alla penitenza, chiedendogli, salvo che se sia lui quello che ha riposto al suo quesito (se tu se’ quelli che mi rispondesti), di farsi riconoscere (fammiti conto) per natali o per nominativo (o per luogo o per nome).

«Io fui sanese», rispuose, «e con questi
altri rimendo qui la vita ria,
108 lagrimando a colui che sé ne presti.

Lo stesso risponde (rispuose): “Io fui senese (sanese) e con queste anime (questi altri) compagne di pena son qui a riparare (rimendo) la mia vita malevola (ria), invocando in lacrime Dio (lagrimando a colui) affinché ci si conceda.

Savia non fui, avvegna che Sapìa
fossi chiamata, e fui de li altrui danni
111 più lieta assai che di ventura mia.

Saggia (Savia) non fui, benché (avvenga che) Sapìa venni (fossi) chiamata, e mi compiacqui maggiormente delle sventure (e fui più lieta de li danni) altrui che della mia buona sorte (ventura).

Savia e Sapìa hanno medesima radice nel verbo latino ‘sapio’, il cui significato Roma da all’esser saggi; ecco perché la donna aggiunge precisazione: “avvegna che Sapìa Fossi chiamata”.

E perché tu non creda ch’io t’inganni,
odi s’i’ fui, com’io ti dico, folle,
114 già discendendo l’arco d’i miei anni.

E perché tu non creda ch’io t’inganni, ascolta s’io (odi s’i’) fui, com’io ti dico, sconsiderata (folle), quando già discendevo (discendevo) la parte finale del mio arco vitale (l’arco d’i miei anni).

Eran li cittadin miei presso a Colle
in campo giunti co’ loro avversari,
117 e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.

I miei concittadini (li cittadin) si trovavano (Eran) ai piedi del (presso a) Colle Val d’Elsa, scesi (giunti) in battaglia (campo) contro i (co’) loro avversari, e io pregavo (pregava) Iddio di quel che lui aveva già disposto (ch’e’ volle).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XIII • Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921

 

Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
passi di fuga; e veggendo la caccia,
120 letizia presi a tutte altre dispari,
tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
gridando a Dio: ‘Omai più non ti temo!’,
123 come fé ’l merlo per poca bonaccia.

Qui i Senesi furono sconfitti (Rotti fuor quivi) ed obbligati ad un’afflitta e fuggitiva ritirata (vòlti ne li amari passi di fuga); e, nel vederli pedinati (veggendo la caccia), mi sciolsi in una gioia senza pari (letizia presi a tutte altre dispari), tant’è (tanto) ch’io volsi al cielo (in sù) il mio sfrontato volto (l’ardita faccia), gridando a Dio: ‘Ormai (Omai) più non ti temo!’, come fece il (fé ’l) merlo per una breve giornata di sole (per poca bonaccia).

Scarse son le notizie su tal Sapìa, forse la moglie del castellano della Val d’Elsa e zia di Provenzano di prima Cornice, ch’ebbe in astio i suoi compaesani ghibellini, gongolandosi della loro sconfitta e della morte del nipote.

Proverbio racconta del nerbò che alla prima giornata di bel tempo s’illuda che la stagione invernale si sia conclusa, godendone cantando.

Pace volli con Dio in su lo stremo
de la mia vita; e ancor non sarebbe
126 lo mio dover per penitenza scemo,
se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
129 a cui di me per caritate increbbe.

Desiderai riappacificarmi (pace volli) con Dio in punto di morte (in su lo stremo de la mia vita); e ancor il mio dover di far penitenza non sarebbe scemato (scemo), se non fosse per merito (ciò non fosse) di Pier Pettinaio che mi ricordò (ch’a memoria m’ebbe) nelle (in) sue sante preghiere (orazioni), colui che, per purezza di carità (caritate), privò pena nei miei confronti (a cui di me increbbe).

Essendosi pentita poco prima di spirare, Sapìa dovrebbe difatti sostare in Antipurgatorio, ma il frate francescano Pietro da Campi (1189-1289), nonché mercante di pettini, da cui il soprannome ‘pettinaio’, pregò per lei, in tal modo accelerandone il percorso purificatorio; vissuto per un intero secolo, l’uomo era riverito dall’intera popolazione.

Ma tu chi se’, che nostre condizioni
vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
132 sì com’io credo, e spirando ragioni?».

Ma tu chi sei (se’), che sopraggiungi informandoti (vai dimandando) sulle nostre condizioni, avendo occhi non cuciti (e porti li occhi sciolti), se ho ben intuito (sì com’io credo), e parlando mentre ancora respiri (spirando ragioni)?

«Li occhi», diss’io, «mi fieno ancor qui tolti,
ma tempo, ché poca è l’offesa
135 fatta per esser con invidia vòlti.

L’Alighieri in ribattuta: “Gli (Li) occhi verranno anche a me rammendati in codesto luogo ((mi fieno ancor qui tolti), ma per breve tempo, essendo irrisorio il mio averli puntati per questioni d’invidia (ché poca è l’offesa fatta per esser con invidia vòlti).

Dante è ben consapevole d’aver peccato maggiormente di superbia, che d’invidia è sorprendentemente sincero nell’ammetterlo con candida schiettezza.

Troppa è più la paura ond’è sospesa
l’anima mia del tormento di sotto,
138 che già lo ’ncarco di là giù mi pesa.»

Immenso è il timore (Troppa è più la paura) a cui (ond’è) sta sospesa l’anima mia al martirio della Cornice sottostante (del tormento di sotto), da sentirne già addosso l’opprimente pressione (che già lo ’ncarco di là giù mi pesa).

Ed ella a me: «Chi t’ ha dunque condotto
qua sù tra noi, se giù ritornar credi?»
141 E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.

Ed ella a lui (me): “Chi t’ ha dunque condotto quassù (qua sù) fra noi, s’è tua convinzione il dover ritornar al di sotto (se giù ritornar credi)? E l’Alighieri (io): “Costui che m’è affianco e sta in silenzio (ch’è meco e non fa motto).

E vivo sono; e però mi richiedi,
spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova
144 di là per te ancor li mortai piedi.»

E sono ancor vivente (vivo); perciò (e però), spirito eletto, se tu vuoi (vuo’) ch’io muova ancor i miei mortali passi (ch’i’ mova li mortai piedi) sul mondo terrestre (di là), intercedendo per te, chiedimelo (mi richiedi) pure”.

«Oh, questa è a udir sì cosa nuova »,
rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;
147 però col priego tuo talor mi giova.

“Oh”, risponde lo spirito (rispuose), “ciò che sento è una cosa talmente insolita (questa è a udir sì cosa nuova) da esser ampia testimonianza dell’amore divino nei tuoi confronti (ed è gran segno che Dio t’ami); pertanto (però) possa tu giovarmi (mi giova), saltuariamente (talor), con le tue preghiere (col priego).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XIII • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 

E cheggioti, per quel che tu più brami,
se mai calchi la terra di Toscana,
150 che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.

E t’imploro (cheggioti), per quanto più ti è caro (quel che tu più brami), se mai ti capiterà di transitar per la (calchi la terra di) Toscana, che ai (a’) miei parenti prossimi (a’ miei propinqui) tu possa riabilitare la mia nomea (ben mi rinfami).

Tu li vedrai tra quella gente vana
che spera in Talamone, e perderagli
153 più di speranza ch’a trovar la Diana;

Tu li potrai scorgere (vedrai) tra quella gente vacua (vana) che ripone speranze sul porto di (spera in) Talamone, rimettendoci (e perderagli) più utopie (di speranza) rispetto che al cercar il fiume (ch’a trovar la) Diana;

154 ma più vi perderanno li ammiragli”.

ma a rimetterci maggiormente saranno gli (più vi perderanno li) ammiragli.

Diana fu un fiume che i Senesi cercarono ad oltranza, avvicendandosi per più d’un secolo in trivellazioni sotto Siena, senza trovarlo in quanto mai esistito; gli stessi ambivano ad ampliare la zona portuale di Talamone e non è certamente chiaro se con il termine “ammiragli” Dante si voglia riferire al significato letterale dello stesso, od eventualmente porlo a metafora di coloro che davano in appalto, su sostanziosi compensi monetari, opere da effettuare nel suddetto porto.

In attraversamento di Canto Dante udirà due invidiosi della seconda Cornice chiedersi fra loro: “Chi è costui che ’l nostro monte cerchia prima che morte li abbia dato il volo, e apre li occhi a sua voglia e coverchia?”.