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Divina Commedia: Purgatorio, Canto XI

Federico Zuccari (1539-1609), Canto X-XII, ca. 1587

 
Ancora in prima Cornice, i due viandanti assistono direttamente alla recitazione del Pater noster da parte dei superbi, ai quali Virgilio si rivolge per avere indicazioni sull’itinerario di viaggio, iniziando una conversazione, poi proseguita da Dante e sostenuta dalle voci di due personalità, per meglio dire Omberto Aldobrandeschi e Oderisi da Gubbio, apparendo in corso di narrazione anche Provenzano Salvani, le cui generalità vengono indicate da Oderisi su richiesta del discepolo, ma con il quale non avverrà dialogo alcuno.

Fra i tre, l’Alighieri riconosce Oderisi, colui che suggellerà conclusion di Canto velatamente alludendo al suo futuro esilio, per colloquiar col quale anch’esso si pone nell’arcuata posizione dei penitenti, al suo lato marciando e nel mentre discorrendo, ma naturalmente privo del fardello che incombe sulla schiena di tutte le anime lì presenti, uniformandole nella tipologia della pena sebben diversificandole lievemente sia nell’inclinazione della postura, che nella rappresentazione del tipo di superbia che alla tal Cornice le ha destinate.

Aldobrandeschi rappresenta difatti un’arroganza patrizia, avendo peccato nel dispregiar i suoi simili, in frenesia di potere; vanteria intellettuale è metaforizzata dall’Oderisi, in vita soggetto alle lusinghe della gloria; in ultimo Provenzano, saturato nell’animo da una smisurata ambizione politica.

Un trio intrecciato a rima che riporta prepotentemente a galla il concetto dell’umiltà, virtù fondamentale all’uomo per mantener salde le sue radici in matrice divina, mantenendo lo sguardo fisso alla vera strada da perseguire.

Un contrasto fra modestia ed altezzosità nel quale, instillando tinte dell’una e dell’altra, Dante affida al vociferar dell’Oderisi la sua futura ed ipotetica supremazia stilistica nei confronti di Cavalcanti e Guinizelli, quasi peccando di superbia seppur lasciando una visione sospesa nel dubbio che lo discolpa sull’istante, impercettibilmente sfumandosi lui stesso fra i penitenti, or a loro simile nelle smodate aspirazioni, or a capo basso nel disegnare le fitta trama di quelle che dovrebbero esser le virtù umane, in una sorta di gioco fra il tendere ed il desistere, mirabilmente equilibrati nel suo immortale intelletto.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XI • Salvador Dalí (1904-1989), Il superbo, The Divine Comedy, 1965 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Salvador Dalí (1904-1989), Il superbo
The Divine Comedy, 1965

 

«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
3 ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
da ogne creatura, com’è degno
6 di render grazie al tuo dolce vapore.

“O Padre nostro, che sei (stai) nei (ne’) cieli, non circoscritto (circunscritto) agli stessi, ma per il maggior (più) amore che tu provi (hai) nei confronti delle tue prime creazioni (ch’ai primi effetti di là sù), lodati siano il (laudato sia ’l) tuo nome e il (’l) tuo valore da ogni (ogne) creatura, com’è giusto (degno di) render grazie all’effondersi della tua sapienza (tuo dolce vapore).

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
9 s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

Venga a (Vegna ver’) noi la pace del tuo regno, poiché (ché), s’ella non vien, pur con tutte le nostre potenzialità (tutto nostro ingegno), noi ad essa non siamo in grado di giunger (potem) da soli (noi).

Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
12 così facciano li uomini de’ suoi.

Come i (li) tuoi angeli a te sacrificano (fan sacrificio) la loro volontà (del suo voler), cantando “osanna”, così facciano gli uomini della loro (de’ suoi).

Dà oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
15 a retro va chi più di gir s’affanna.

Dà oggi a noi il pane quotidiano (la cotidiana manna), senza il quale (sanza la qual) chi s’affanni a proseguire (più di gir s’affanna) per questo aspro deserto (diserto) maggiormente indietreggia (a retro va).

La “cotidiana manna”, che riaggancia il ‘panem nostrum cotidianum’ del Vangelo secondo Luca, è nutrimento postato a rima in maniera simbolica ed a richiamo del mistico significato attribuito al vocabolo alla manna come nutrimento caduto da cielo, che sfamò gli ebrei nel deserto di Sin.

E come noi lo mal ch’avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
18 benigno, e non guardar lo nostro merto.

E come noi perdoniamo ad ognuno (ciascuno) il dolore che abbiamo patito (lo mal ch’avem sofferto), anche (e) tu perdonaci tramite la tua bontà (perdona benigno), e non come ricompensa ai nostri meriti (guardar lo nostro merto).

Nostra virtù che di legger s’adona,
non spermentar con l’antico avversaro,
21 ma libera da lui che sì la sprona.

Non saggiar (sperimentar) la nostra virtù, facilmente cedevole (che di legger s’adona), con il nostro (l’antico) storico nemico (avversaro), ovvero il demonio, ma liberaci (libera) da lui che tanto la induce in tentazione (sì la sprona).

Quest’ultima preghiera, segnor caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
24 ma per color che dietro a noi restaro.»

Quest’ultima preghiera, Signore (segnor) caro, non la si recita (già non si fa) per noi, non avendone bisogno (ché non bisogna), ma per coloro (color) che dietro a noi rimasero (restaro)”.

All’ “aspro diserto” non è stata attribuita unica interpretazione, potendo riferirsi la locuzione tanto a differenti zone purgatoriali, quanto alla terra, di pari passo ovviamente andando le anime di “color che dietro a noi restaro” in base all’espressione teorizzata, indi, rispettivamente, penitenti in attesa di risalita oppure superbi ancor viventi; anche l’ “ultima preghiera” citata all’ottava terzina è stata oggetto di differenti ipotesi riguardo a fatto che il termine “ultima” rimandi all’intera orazione oppure esclusivamente agli ultimi tre versi della stessa.

Così a sé e noi buona ramogna
quell’ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
27 simile a quel che talvolta si sogna,
disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
30 purgando la caligine del mondo.

Così quelle anime (quell’ombre), marciano (andavan) recitando (orando) per (a) sé e per gli altri (noi) in buon auspicio (buona ramogna) sotto il peso (’l pondo) del macigno, simile all’oppressione che si percepisce durante un incubo (quel che talvolta si sogna), differentemente (disparmente) angosciate, tutte attorno (a tondo) e sfiancate lungo (per) la prima Cornice, purificandosi dall’ottenebramento terrestre (purgando la caligine del mondo).

Variegate sono le etimologie proposte dagli studios al termine “ramogna”, del quale non vi è pertanto inconfutabile certezza d’estrazione.

Se di là sempre ben per noi si dice,
di qua che dire e far per lor si puote
33 da quei c’hanno al voler buona radice?

Se nel Purgatorio (di là) si patrocina (ben si dice) sempre a tutela dei peccatori (per noi) ancor viventi, sulla terra (di qua) cosa si potrebbe (che si puote) dire e fare (far) per quegli spiriti (lor) da parte di coloro nei quali la buona volontà sia ben radicata (quei c’hanno al voler buona radice)?

Ben si de’ loro atar lavar le note
che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
36 possano uscire a le stellate ruote.

Nella miglior maniera possibile li si deve aiutare (Ben si de’ loro atar) a lavar i segni (le note) dei loro peccati che si sono portati in Purgatorio (portar quinci), per modo (sì) che, limpidi e leggeri (mondi e lievi), possano volare verso (uscire a) le stellate sfere (ruote).

«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
tosto, sì che possiate muover l’ala,
39 che secondo il disio vostro vi lievi,
mostrate da qual mano inver’ la scala
si va più corto; e se c’è più d’un varco,
42 quel ne ’nsegnate che men erto cala;
ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
de la carne d’Adamo onde si veste,
45 al montar sù, contra sua voglia, è parco.»

Virgilio si rivolge alle anime dapprima incoraggiandole (Deh), quindi augurando loro che (se) giustizia e pietà divina le sgravino celermente (disgrievi tosto), così (sì) che possano sbattere le ali (muover l’ala) e sollevarsi in volo (vi levi) secondo i loro desideri (che secondo il disio vostro), infine chiedendo che gli venga indicata (mostrate) la direzione più breve (corto) verso la quale proseguire per giungere alla prossima risalita (da qual mano inver’ la scala si va); e se ci fosse (c’è) più d’un passaggio (varco), d’indicargli quello meno pendente (quel ne ’nsegnate che men erto cala), in quanto colui che lo affianca (ché questi che vien meco), per il peso del corpo che ancor porta addosso (lo ’ncarco de la carne d’Adamo onde si veste), al risalire (montar sù), seppur non per sua volontà (contra sua voglia), è impedito (parco).

Le lor parole, che rendero a queste
che dette avea colui cu’ io seguiva,
48 non fur da cui venisser manifeste;

Le parole che gli spiriti (lor) danno in risposta (rendero) a quelle pronunciate (queste che dette avea) dalla savia guida, ch’è seguita dal suo protetto (colui cu’ io seguiva), non è chiaro da chi provengano (non fur da cui venisser manifeste);

ma fu detto: «A man destra per la riva
con noi venite, e troverete il passo
51 possibile a salir persona viva.

ma vien (fu) detto: “Venite con noi verso la parte (a man) destra del versante (per la riva), e troverete un varco percorribile da un vivente (il passo possibile a salir persona viva).

E s’io non fossi impedito dal sasso
che la cervice mia superba doma,
54 onde portar convienmi il viso basso,
cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
57 e per farlo pietoso a questa soma.

E s’io non fossi invalidato (impedito) dal masso (sasso) che domina (doma) la mia boriosa (superba) nuca (cervice), a causa del quale son obbligato a tenere il viso in giù (onde portar convienmi il viso basso), rivolgerei sguardo (guardere’ io) a costui (cotesti) che è ancor vivente (ch’ancor vive) ed il cui nome non è stato dichiarato (non si noma), per veder se lo (s’i’ ’l) riconosco, per poi impietosirlo di fronte a questo carico portato come pena (e per farlo pietoso a questa soma).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XI • Priamo della Quercia (1400-1467), Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Priamo della Quercia (1400-1467)
Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450

 

Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
60 non so se ’l nome suo già mai fu vosco.

Io fui italiano (latino) e nacqui da un illustre toscano (nato d’un gran Tosco): Guglielmo (Guiglielmo) Aldobrandesco fu mio padre; non so se la sua nomea vi sia stata familiare (’l nome suo già mai fu vosco).

L’antico sangue e l’opere leggiadre
d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
63 che, non pensando a la comune madre,
ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
66 e sallo in Campagnatico ogne fante.

L’antico casato (sangue) e le azioni cavalleresche (l’opere leggiadre) dei (d’i) miei antenati (maggior) mi resero (fer) talmente (sì) arrogante, che, non pensando alla (a la) comune madre dell’umanità, detestai a tal punto ogni persona (ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante), ch’io ne fui ucciso (mori’), come i Senesi (Sanesi) sanno, e come, a (in) Campagnatico, lo sanno anche i bambini (sallo ogne fante).

Io sono Omberto; e non pur a me danno
superbia fa, ché tutti miei consorti
69 ha ella tratti seco nel malanno.

Io sono Omberto; e non solamente a me la superbia fu deleteria (danno fa), in quanto la stessa (ché ella) ha condotto alla decadenza (tratti seco nel malanno) tutti i miei familiari .

E qui convien ch’io questo peso porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
72 poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».

E qui è opportuno (convien) ch’io questo peso porti per la superbia (lei), fintantoché il divino non ne sia soddisfatto (tanto che a Dio si sodisfaccia) qui, fra i (tra ’) morti, dato che non lo feci (poi ch’io nol fe’) tra (’) i vivi”.

Guglielmo Aldobrandeschi (?-1259) fu un nobile conte dell’omonima dinastia, durante la sua esistenza militarmente impegnato nella difesa dei suoi vasti possedimenti disposti su Soana e Pitigliano, in quella che attualmente è la provincia di Grosseto, in principale modo attaccati dai Senesi.

Ebbe tre figli fra i quali il secondogenito Omberto (?-1259) il quale, ereditati terreni e castello di Soana, portò avanti la politica di stampo guelfo del padre, in aperto contrasto ai ghibellini di Siena, sostenuto da alcuni fiorentini; fu signore di Campagnatico, zona interna della Maremma, nella valle dell’Ombrone grossetano, che seppe tutelare con coraggio ed ardore, fino a perdere la vita durante un combattimento con i nemici di sempre, tuttavia un’alternativa narrazione d’epoca trecentesca ne racconta un soffocamento nel suo letto, ad opera di sicari.

Pur riconoscendone l’indiscusso valore politico, l’autore della Commedia lo taccia di superbia per aver disprezzato il prossimo, ciecamente saturato dall’orgoglio per il proprio lignaggio e dimentico della collettiva discendenza d’ogni uomo dalla medesima (comune) madre, ossia Eva.

Ascoltando chinai in giù la faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
75 si torse sotto il peso che li ’mpaccia,
e videmi e conobbemi e chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
78 a me che tutto chin con loro andava.

Durante l’ascolto (Ascoltando), Dante piega (chinai) in giù il volto (la faccia); e una delle anime (un di lor), ma non quella parlante (questi che parlava), si gira (torse) sotto il sasso che la limita nei movimenti (peso che li ’mpaccia), quindi lo vede (e videmi) e lo riconosce (riconobbemi) poi chiamandolo (e chiamava) e tenendo gli (li) occhi con estrema fatica fissi al pellegrino (fisi a me) il quale, tutto incurvato (chin), insieme a (con) loro procede (andava).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XI • Amos Nattini (1892-1985), La Divina Commedia, 1912-1941 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Amos Nattini (1892-1985), La Divina Commedia, 1912-1941

 

«Oh!», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi,
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte
81 ch’alluminar chiamata è in Parisi?».

In stupita esclamazione (Oh!), l’Alighieri gli chiede (diss’io lui) s’egli sia (non se’ tu) Oderisi, onore (l’onor) di Gubbio e di quell’arte che a (in) Parigi è viene definita enluminer (ch’alluminar chiamata è in Parisi).

Il predicato verbale “Alluminar” calibrato sul francese ‘enluminer’, che fino al Cinquecento significava ‘rendere brillante’.

«Frate», diss’elli, «più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
84 l’onore è tutto or suo, e mio in parte.

“Fratello (Frate)”, inizia egli a dire (diss’elli), ben più vivide (più ridon) son le carte dipinte da (che pennelleggia) Franco Bolognese; la popolarità è tutto merito (l’onore è tutto or) suo, e mio solamente in parte.

Oderisi da Gubbio (1240-1299), fu un miniaturista che plausibilmente Dante conobbe in Bologna attorno al 1270, figlio del pittore, ritenuto il maggior contemporaneo di Giotto, Guido di Palmeruccio da Gubbio (1280-1349 circa); del remoto artista scarse sono le notizie biografiche, come lo sono quelle del suo concorrente Franco, o Francesco, Bolognese, anch’esso miniatore, vissuto un poco più avanti, a cavallo fra il XIII ed il XIV secolo, entrambi storicamente valutati come i massimi esponenti europei nell’arte della miniatura.

Ben non sare’ io stato sì cortese
mentre ch’io vissi, per lo gran disio
87 de l’eccellenza ove mio core intese.

Sicuramente fui ugualmente (Ben non sare’ io stato sì) cortese durante la mia vita terrena (mentre ch’io vissi), a causa delle bramosia di primeggiare (per lo gran disio de l’eccellenza) verso la quale il mio cuore tese (ove mio core intese).

Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
90 che, possendo peccar, mi volsi a Dio.

Di questa tipologia di (tal) superbia, si paga il pegno (fio) in codesta Cornice (qui); e ancor non ci sarei giunto (sarei qui), se non fosse che m’appellai alla misericordia divina (mi volsi a Dio) quando ancora avrei avuto occasione di peccare (possendo peccar).

A colui che si sia sinceramente pentito in una fase della sua esistenza durante la quale ancor v’era il rischio di peccare, dunque non sul punto d’esalare l’ultimo respiro, la compassione dell’Altissimo risparmia la provvisoria sosta antipurgatoriale.

Oh vana gloria de l’umane posse!
com’ poco verde in su la cima dura,
93 se non è giunta da l’etati grosse!

Oh quant’è fugace (vana) la gloria derivante dalle doti dell’uomo (de l’umane posse)! Quanto è limitato, nella durata, il suo verde sui rami (com’ poco verde in su la cima dura), se non le succedono periodi di decadenza (è giunta da l’etati grosse)!

Il pensiero espresso rivela la convinzione cha un’opera mantenga più a lungo la propria fama qualora il periodo successivo alla stessa sia in declino, al contrario cadendo nell’oblio nel caso di opere successive d’immane valore artistico.

Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
96 sì che la fama di colui è scura.

Credette Cimabue, in ambito pittorico (ne la pittura) di mantener supremazia (tener lo campo), mentre adesso (e ora) la celebrità (il grido) appartiene (ha) a Giotto, di conseguenza (sì che) la fama di Cimabue (colui) è oscurata (scura).

Il narratore cita i pittori Cenni di Pepo (1240 circa – 1302 circa), alias Cimabue, e Giotto di Bondone (1266-1337) non tanto nell’intenzione di porne a confronto le rispettive doti, ma per introdurre il discorso della gloria che segue gli orientamenti dell’epoca, spostandosi in continuazione da una parte all’altra.

Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
99 chi l’uno e l’altro caccerà del nido.

Allo stesso modo (Così) Guido Cavalcanti ha tolto a Guido Guinizalli (ha tolto l’uno a l’altro Guido) la celebrità della poesia (gloria de la lingua); e forse è già nato chi ambedue spodesterà (l’uno e l’altro caccerà del nido).

Velatamente l’Alighieri lascia dedurre che la sua poetica potrebbe superare quella dei due poeti succitati.

Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
102 e muta nome perché muta lato.

La risonanza della notorietà (il romore mondan) altro non è che un soffio (ch’un fiato) di vento, che ora soffia di qua e ora soffia di là (ch’or vien quinci e or vien quindi), variando (e muta) il nome perché muta la rotta (lato).

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
105 anzi che tu lasciassi il ’pappo’ e ’l ’dindi’,
pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
108 al cerchio che più tardi in cielo è torto.

Quanto successo potrai avere in (Che voce avrai tu) più, se ti separerai dal tuo corpo da vecchio (vecchia scindi da te la carne), rispetto a quella che ne avresti se fossi morto ancor prima d’abbandonare l’infantile linguaggio (anzi che tu lasciassi il ’pappo’ e ’l ’dindi’), da qui a mille anni (pria che passin mill’anni)? gli stessi che, in raffronto all’eternità, son più fuggevoli (ch’è più corto spazio a l’etterno), d’un battito (ch’un muover) di ciglia rispetto al tempo di rotazione del cielo che ruota più lentamente (al cerchio che più tardi in cielo è torto).

Il “pappo” è il pane, mentre il “dindi” si rifà al cioccar di soldi i che ricordano il balbettio tipico dei primi discorsi improvvisati dagli infanti.

Il cielo che ruota più lentamente rispetto agli altri è l’ottava sfera celeste delle stelle fisse, della quale ampiamente si discorrerà nella terza ed ultima Cantica.

Colui che del cammin sì poco piglia
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
111 e ora a pena in Siena sen pispiglia,
ond’era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
114 fu a quel tempo sì com’ora è putta.

In tutta la Toscana riecheggiò (sonò tutta) il nome colui che a piccoli passi conquista terreno davanti (del cammin sì poco piglia dinanzi) a me; e ora a malapena (pena) se ne bisbiglia a (sen pispiglia in) Siena, della quale era signore (ond’era sire) quando fu distrutta la rabbia fiorentina, che, a quel tempo, fu superba quanto ora è degradata (sì com’ora è putta).

La vostra nominanza è color d’erba,
che viene e va, e quei la discolora
117 per cui ella esce de la terra acerba.»

La vostra nomea (nominanza) è color d’erba, che viene e va, scolorita dal medesimo sole (e quei la discolora) grazie al quale spuntò dal giovane terreno (per cui ella esce de la terra acerba)”.

E io a lui: «Tuo vero dir m’incora
bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
120 ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».

E L’Alighieri in risposta (io a lui): “La verità che tu riporti (Tuo vero dir) mi getta nel cuore (m’incora) bona umiltà, smussandomi la presunzione (e gran tumor m’appiani); ma chi è quello (quei) di cui tu parlavi ora?”.


«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntüoso
123 a recar Siena tutta a le sue mani.

“Quello (Quelli) è “Provenzan Salvani”, risponde (rispuose) Oderisi; ed è qui perché fu talmente presuntuoso (presuntüoso) da voler padroneggiare l’intera cittadina senese (a recar Siena tutta a le sue mani).

Ito è così e va, sanza riposo,
poi che morì; cotal moneta rende
126 a sodisfar chi è di là troppo oso.»

Dopo la sua morte (poi che morì), in tal modo cammina e seguiterà a camminare, senza sosta (Ito è così e va, sanza riposo; tale corrispettivo (cotal moneta) vien reso (rende) come punizione (a sodisfar) per chi in vita osò eccessivamente (è di là troppo oso)”.

Provenzano Salvani (1220-1269), fu senese aristocratico di fede ghibellina il quale, dopo essersi valorosamente distinto nella battaglia di Montaperti del 1260, ferminò dentro di sé smania d’assoluto dominio su Siena, perendo, durante uno scontro a Colle Val d’Elsa, per mano della cavalleria franco-fiorentina che lo decapitò.

E io: «Se quello spirito ch’attende,
pria che si penta, l’orlo de la vita,
129 qua giù dimora e qua sù non ascende,
se buona orazïon lui non aita,
prima che passi tempo quanto visse,
132 come fu la venuta lui largita?».

In ribattuta il poeta (E io): “Se quell’anima (quello spirito) che aspetta di pentirsi in punto di morte (ch’attende pria che si penta, l’orlo de la vita), deve dimorare nell’Antipurgatorio (qua giù dimora) senza poter scendere (e qua sù non ascende) prima che trascorra (passi) il medesimo tempo di quanto visse, salvo che delle valide preghiere non l’aiutino (se buona orazïon lui non aita), nel velocizzare il percorso, come a Salvani fu permesso (lui largita) di venire (la venuta) fin quassù?”.

«Quando vivea più glorïoso», disse,
«liberamente nel Campo di Siena,
135 ogne vergogna diposta, s’affisse;

“Quando viveva in piena gloria (vivea più glorïoso)”, risponde lo spirito, “volontariamente (liberamente), accantonato ogni imbarazzo (ogne vergogna diposta), si piantò fisso (s’affisse) nel Campo di Siena;

e lì, per trar l’amico suo di pena,
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
138 si condusse a tremar per ogne vena.

e lì, al fin di svincolare dalla detenzione un suo amico (per trar l’amico suo di pena), ch’era carcerato nelle prigioni (ch’e’ sostenea ne la prigion) di Carlo I d’Angiò, s’assoggettò ad una tremante umiliazione (si condusse a tremar per ogne vena).

Più non dirò, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
141 faranno sì che tu potrai chiosarlo.

Altro non aggiungerò (Più non dirò), e son consapevole di parlare in maniera incomprensibile (scuro so che parlo); ma poco tempo passerà (andrà), che i (’) tuoi concittadini (vicini) faranno in modo (sì) che tu possa meglio comprendere (potrai chiosarlo) quel tremore. Questa azione (Quest’opera) benevola, ha evitato a Provenzano d’esser confinato nell’Antipurgatorio (li tolse quei confini).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto XI • Amos Cassioli (1832-1891), Provenzano Salvani chiede l'elemosina in Piazza del Campo, sec. XIX • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Amos Cassioli (1832-1891)
Provenzano Salvani chiede l’elemosina in Piazza del Campo, sec. XIX

 
Narrano le remote cronache che Provenzano, allo scopo di racimolare il denaro necessario alla liberazione di un amico recluso dal re angioino, abbia messo da parte qualsiasi pudore a riguardo e si sia seduto nella celebre piazza del Campo a chiedere l’elemosina, gesto che, dopo la sua morte, gli permise d’accedere direttamente in prima Cornice.

142 Quest’opera li tolse quei confini».

Dante scavalca il canto mantenendo posizione ricurva in parallela camminata ai superbi “Di pari, come buoi che vanno a giogo, m’andava io con quell’anima carca, fin che…”