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Divina Commedia: Purgatorio, Canto VI

Andrea Pierini (1798-1858), Dante legge la Divina Commedia alla corte di Guido Novello, 1850

 
Ancor nella seconda balza dell’Antipurgatorio e di nuovo fra i morti per violenza, l’Alighieri s’apre in prima terzina paragonandosi al vincitore d’un gioco d’azzardo d’epoca medievale, nel sentirsi sgradevolmente sospinto dalla pigia d’assillanti spiriti in cerca di caritatevoli orazioni, fra i quali Dante riconosce vari penitenti, da lui elencati un celere sequenza.

Riuscendo a destreggiarsi fra gli stessi garantendo loro un suo futuro adoperarsi nel loro interesse, contemporaneo dubbio risguardo l’effettiva utilità del pregare ne ombreggia la mente, nell’immediato rischiarata dal paterno duca che che, come sempre, oltre a fornire al suo protetto rassicuranti delucidazioni, lo illumina d’immenso rammentandogli la futura presenza, in vetta di promontorio, della sua adorata Beatrice – il cui nominativo non appariva dal settantesimo verso del secondo Canto dell’Inferno (I’ son Beatrice che ti faccio andare) – la quale saprà esser maggiormente precisa su ogni questione.

L’attento maestro lo sprona pertanto ad abbandonar estenuanti pensieri ed a prestar interesse ad un peccatore che, orgoglioso ed austero nelle parvenze, se ne sta coricato e solitario, improvvisamente levandosi d’impeto quando, appreso da Virgilio esser suo compaesano, scioglie ogni sua reticenza in un abbraccio allo stesso, poi dichiarando propria identità come Sordello da Goito, insigne poeta provenzale vissuto nel tredicesimo secolo.

Sulle sue parole parte un’astiosa apostrofe del pellegrino ch’egli srotola sulla bellezza di venticinque terzine fra loro collegate in un animoso e sofferto soliloquio in avversione completa al decadimento generalizzato della nazione, in particolar modo della sua Firenze, sulla quale l’autore della Commedia sputa finale tirata di taglienti e mordaci incriminazioni, nello specifico indirizzandole in capo a colui che fu al sovrano “tedesco” Alberto I d’Asburgo, colpevole, a parer del poeta, di mal governo e cinica trascuratezza confronti dell’Italia.

Come quinto Canto d’Inferno e Purgatorio s’agganciano su femminea voce, rispettivamente dell’innamorata Francesca e della sconsolata Pia, codesto Canto aggancia il corrispondente infernale sullo sfondo politico comune ad entrambi, negli inferi affidando narrazione alla voce di Ciacco ed ivi percependo urlante voce del fiorentin verseggiatore il quale, seppur conversando fra i suoi pensieri, riesce a punzecchiar timpani con il patimento intrinseco alle sue remote, quanto vicine, parole.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto VI • Amos Nattini (1892-1985), La Divina Commedia, 1912-1941 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Amos Nattini (1892-1985), La Divina Commedia, 1912-1941

 

Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
3 repetendo le volte, e tristo impara;

Quando si conclude (Quando si parte) il gioco della (de la) zara, colui che ha perso (perde) s’affligge (si riman dolente), ripercorrendo mentalmente le giocate (repetendo le volte), e tristemente imparando la lezione (tristo impara);

con l’altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
6 e qual dallato li si reca a mente;

assieme al vincitore (con l’altro) si dirige (se ne va) invece tutta la gente; qualcuno gli sta davanti (qual va dinanzi), qualcun altro lo tallona (e qual di dietro il prende), mentre quello al suo lato (qual dalllato) lo pedina chiedendogli se si rimembri di lui (e qual dallato li si reca a mente);

el non s’arresta, e questo e quello intende;
a cui porge la man, più non fa pressa;
9 e così da la calca si difende.

il trionfatore non si ferma (el non s’arresta), ma dà comunque ascolto all’uno ed all’altro (e questo e quello intende), e colui al qual lui stesso elargisce una mancia (a cui porge la man), scema la pressione (più non fa pressa); ed in tal maniera (e così) si difende dalla pigia (calca).

Solitamente praticato nella piazza del mercato, la zara fu un un gioco d’azzardo, molto noto e diffuso nel basso Medioevo, consistente nell’ingannare l’ingenuo malcapitato di turno tramite l’utilizzo di tre dadi truccati, abilmente manipolati da bari di professione.

La versione più popolare prevedeva una sfida in cui entrambi i partecipanti dovevano dichiarare una somma, che il perdente avrebbe poi messo nel piatto, succulento futuro premio di chi, fra i due sfidanti, avesse indovinato per primo; quattro erano le cifre che non si potevano dichiarare, 3, 4, 17 e 18, uscendo le quali, dopo aver i presenti gridato in coro “Zara!”, la giocata veniva annullata, con passaggio di mano.

Ovviamente, il più delle volte a vincere era lo scaltro ingannatore che, una volta raccolto il malloppo frutto della fallace vittoria, era solito dileguarsi in veloce camminata, attorniato da spettatori alla ricerca di chissà quale fortuna, da lui placati fra mance ed accordi, mentre al misero sventurato non restava che riflettere sull’equivoca giocata.

Tal era io in quella turba spessa,
volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
12 e promettendo mi sciogliea da essa.

Similmente si trova l’Alighieri (Tal era io) in quell’affollamento d’anime (quella turba spessa), a loro volgendo il viso (la faccia), in più direzioni (e qua e là), poi separandosi dalla ressa facendo promesse (e promettendo mi sciogliea da essa).

L’infastidito pellegrino si libera dalla folla di spiriti verosimilmente lor garantendo benevoli suffragi ed in tal modo chetandoli dalle pressanti richieste lui indirizzate.

Quiv’era l’Aretin che da le braccia
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
15 e l’altro ch’annegò correndo in caccia.

Fra l’assillante fiumana il poeta elenca in veloce seguito cinque toscani, a partir da Benincasa da Laterina (l’Aretin), che si trova nella seconda balza dell’Antipurgatorio (Quiv’era), ucciso dalle spietate mani di (che da le braccia fiere ebbe la morte) Ghino (Ghin) di Tacco, oltre a colui (e l’altro) ch’annegò durante una battuta di (correndo in) caccia.

Benincasa da Laterina (XIII secolo-1297 circa), o Benincasa d’Arezzo, soprannominato “l’Aretino”, fu giureconsulto, magistrato in vari comuni del centro penisola e giudice di Siena, città nella quale, nel 1285, inflisse pena d’impiccagione, causa banditismo, ad un familiare del brutale Ghino di Tacco dei Monaceschi dei Pecorai da Turrita di Siena (XIII secolo-1303/1313), incorreggibile ed incallito brigante che, in tutta vendetta, poco più d’una decade in seguito, decapitò il povero civilista dopo essersi intrufolato, previo camuffamento, in una seduta d’aula a cui lo stesso stava partecipando.

Colui ch’affogò cacciando fu probabilmente Guccio dei Tarlati di Pietramala, vissuto nella seconda metà del tredicesimo secolo, secondo taluni dantisti, sprofondato nell’Arno inseguendo dei nemici, in alternativa interpretazione dagli stessi inseguito, durante la battaglia di Campaldino (1289).

Quivi pregava con le mani sporte
Federigo Novello, e quel da Pisa
18 che fé parer lo buon Marzucco forte.

In medesimo loco (Quivi) prega a (con le) mani giunte (sporte) Federico (Federigo) Novello, ed il pisano (e quel da Pisa) che fece sembrare (fé parer) forte il (lo) buon Marzucco.

Federico Novello (1255 circa – 1290), blasonato promogenito del condottiero e politico Guido Novello dei conti Guidi del Casentino (1227-1293), fu a capo della fazione ghibellina toscana e romagnola e perì per mano dei guelfi fuoriuscita da Arezzo.

Il nobile Gano degli Scornigiani (?-1287) fu “quel da Pisa” che venne ucciso, in un tafferuglio di piazza, da un gruppo capitanato da Nino della Gherardesca (1272 circa -1289); la forza riferita all’esimio e rispettabile padre Marzucco (?-1300 circa), risiede nel perdono ch’egli concesse agli aguzzini del figlio, ipotesi nata dalla convinta, seppur tardiva, devozione dell’uomo all’Ordine francescano.

Vidi conte Orso e l’anima divisa
dal corpo suo per astio e per inveggia,
21 com’e’ dicea, non per colpa commisa;
Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
mentr’è di qua, la donna di Brabante,
24 sì che però non sia di peggior greggia.

Dante vede (Vidi) inoltre conte Orso degli Alberti ed un’ulteriore anima divisa dal suo corpo, per rancore e gelosia (per astio e per inveggia) e non per colpa commessa (commisa), come da lui stesso narrato;

Orso degli Alberti (?-1286) fu figlio del conte Napoleone (?-XIII secolo) della famiglia degli Alberti di Mangona, assassinato dal cugino Alberto.

Nel parlar dell’anima disgiunta il discepolo si riferisce (dico) a Pierre de la Brosse (Pier da la Broccia); e a tal proposito si dovrebbe mortificare (qui proveggia), fintanto ch’è ancor vivente (mentr’è di qua), la signora (donna) di Brabante, allo scopo di non esser relegata fra i dannati (sì che però non sia di peggior greggia) dell’Inferno.

Pierre de la Brosse (1230-1278), chirurgo e dignitario di corte al cospetto del re francese Filippo III di Francia (1245-1285), detto l’Ardito, giustiziato su incitamento della seconda moglie del soverano, Maria di Brabante (1254-1322), la quale, secondo l’Alighieri, dovrebbe adoperarsi a fin di bene durante la sua esistenza terrena, per scongiurare una sua futura detenzione nel regno infernale.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto VI • Emile Antoine Bayard (1837-1891), Supplice de Pierre de La Brosse, Henri Martin, Histoire de France populaire, 1886 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Emile Antoine Bayard (1837-1891), Supplice de Pierre de La Brosse
Henri Martin, “Histoire de France populaire”, 1886

 

Come libero fui da tutte quante
quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi,
27 sì che s’avacci lor divenir sante,
io cominciai: «El par che tu mi nieghi,
o luce mia, espresso in alcun testo
30 che decreto del cielo orazion pieghi;
e questa gente prega pur di questo:
sarebbe dunque loro speme vana,
33 o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».

Non appena l’Alighieri riesce a liberarsi da tutti quanti quei penitenti (Come libero fui da tutte quante quell’ombre) che lo supplicano di pregar per loro (pregar pur ch’altri prieghi), così da velocizzarne il percorso di glorificazione (sì che s’avacci lor divenir sante), inizia a parlare (io cominciai) alla sua guida (o luce mia), esponendole una sua perplessità, ovvero: dato che, come espresso dallo stesso Virgilio in un passo dell’Eneide, si nega (El per che tu nieghi, espresso in alcun testo) che un’orazione possa modificare decreti divini (espresso in alcun testo che decreto del cielo orazion pieghi) e considerando che tutti quei peccatori viceversa non fanno che pregare per (e questa gente prega pur di) questo, sarebbe dunque vana la loro speranza (speme) oppure al pellegrino è poco chiaro quanto narrato dal vate (o non m’è ’l detto tuo ben manifesto)?

In un noto passaggio del sesto libro dell’Eneide si narra della supplica che Palinuro, il mitologico nocchiero di Enea, condannato a sostare per un secolo al di qua dell’Acheronte, in quanto il suo corpo privo di sepoltura, fece alla Sibilla Cumana affinché la stessa accettasse di traghettarlo illecitamente, come unica risposta ottenendo il di lei biasimo riguardo al fatto che le preghiere dell’anima a nulla sarebbero servite, nei confronti delle predisposizioni di Dio.

Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;
e la speranza di costor non falla,
36 se ben si guarda con la mente sana;
ché cima di giudicio non s’avvalla
perché foco d’amor compia in un punto
39 ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;
e là dov’io fermai cotesto punto,
non s’ammendava, per pregar, difetto,
42 perché ’l priego da Dio era disgiunto.

Il maestro risponde affermando esser i suoi scritti molto chiari (La mia scrittura è piana); ed allo stesso tempo l’aspettativa degli spiriti non senza fondamento (e la speranza di costor non falla), se la si esamina secondo criteri corretti e mente integra (se ben si guarda con la mente sana), poiché la levatura del giudizio divino (ché cima di giudicio) non viene svalutata (non s’avvalla) dal fatto che l’impeto di misericordia (foco d’amor) dei viventi corroda (compia), nell’atto del pregare (in un punto), l’intervallo temporale che chi si trova in stasi antipurgatoria (ciò che chi qui s’astalla) deve scontare (de’ sodisfar); e secondo quanto asserito nel passaggio del suo poema, ove il mantovan autore ebbe ad affrontare questo aspetto del discorso (e là dov’io fermai cotesto punto), il peccato (difetto) non veniva rettificato (non s’ammendava, per pregar), essendo quella preghiera disgiunta da Dio (perché ’l priego da Dio era disgiunto) ed a lui inaccessibile, in quanto proveniente da spirito pagano.

Veramente a così alto sospetto
non ti fermar, se quella nol ti dice
45 che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.

Il clemente conduttore consiglia tuttavia al suo protetto di non soffermarsi più di tanto su questa perplessità tanto ostica (Veramente a così alto sospetto non ti fermar), fintantoché la tal dubbiosità non gli verrà chiarita da colei (se quella nol ti dice) che illuminerà l’intermezzo fra la verità ed il suo intelletto (lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto).

Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
48 di questo monte, ridere e felice».

Aggiungendo poi Virgilio che, se il discepolo non lo abbia ben inteso (Non so se ’ntendi), egli sta parlando (io dico) di Beatrice; il poeta la vedrà più su (tu la vedrai di sopra), sulla cima dello stesso (in su la vetta di questo) monte, ovvero nel paradiso terrestre, sorridente e gaia (ridere e felice).

E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,
ché già non m’affatico come dianzi,
51 e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta.»

Il pellegrino dunque (E io), appellandosi al suo signore (Segnore), lo invita a proseguire celermente (a maggior fretta), sentendosi peraltro meno affaticato rispetto a poco prima (ché già non m’affatico come dianzi), e notando ormai l’ombra proiettata dal promontorio (e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta).

Essendo infatti già trascorso il mezzodì, il sole ha iniziato la sua lenta discesa, riproducendo la propria ombra verso la parte orientale dell’altura, ove si trovano i due viaggiatori.

«Noi anderem con questo giorno innanzi»,
rispuose, «quanto più potremo omai;
54 ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.

La savia guida risponde (rispuose) che procederanno fino alla fine del giorno (Noi anderem con questo giorno innanzi), per quanto ormai più potranno (più potremo omai), poi informando il proprio protetto dell’esser la circostanza ben differente da com’egli se la sia immaginata (ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi).

Il maestro intende dire che il viaggio sarà ben più lungo di quanto il suo allievo l’abbia immaginato.

Prima che sie là sù, tornar vedrai
colui che già si cuopre de la costa,
57 sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.

Difatti, prima che il poeta sia in vetta (Prima che sie là sù), vedrà sorgere e di nuovo tramontare (tornar vedrai) colui che già si sta celando dietro alla parete montuosa (si cuopre de la costa), per modo che i suoi raggi non vengano più interrotti dal suo corpo.

Nascondendosi il sole dietro al roccioso dorsale, l’Alighieri non produrrà più ombra alcuna.

Ma vedi là un’anima che, posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
60 quella ne ’nsegnerà la via più tosta».

Il vate lo sollecita poi a rivolgere sguardo (Ma vedi là) ad un’anima che, appostata in tutta solitudine (posta sola soletta), sta guardando verso di loro (inverso noi riguarda): quella che forse potrà loro indicare il percorso più veloce (ne ’nsegnerà la via più tosta).

Venimmo a lei: o anima lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
63 e nel mover de li occhi onesta e tarda!

I due viandanti l’avvicinano (venimmo a lei), o anima lombarda che, agli occhi del discepolo, appare d’atteggiamento fiero ed insolente (come ti stavi altera e disdegnosa), quanto imponente e fiacca nell’atto dell’osservare (e nel mover de li occhi onesta e tarda)!

Ella non ci dicëa alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
66 a guisa di leon quando si posa.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto VI • Francis Maurice Roganeau (1883-1973), Sordello, La Divina Commedia, 1912 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Francis Maurice Roganeau (1883-1973), Sordello
La Divina Commedia, 1912

 
Ella rimane in silenzio (non ci dicëa alcuna cosa), ciò nonostante concedendo ai due peregrini di ravvicinarla (ma lasciavane gir), seppur scrutandoli a mo di leone quando s’accuccia (solo sguardando a guisa di leon quando si posa).

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
69 e quella non rispuose al suo dimando,
ma di nostro paese e de la vita
ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
72 «Mantüa…» e l’ombra, tutta in sé romita,
surse ver’ lui del loco ove pria stava,
dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
75 de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.

Malgrado ciò (Pur) Virgilio le si appressa (Virgilio si trasse a lei), pregandola di loro indicare quale sia il tragitto i maggior misura agevole per salire (pregando che ne mostrasse la miglior salita); e quella non risponde (rispuose) al suo quesito (dimando), ma, in ribattuta, lo spirito chiede loro (ci ’nchiese) da che località provengano e chi siano (ma di nostro paese e de la vita); e il (’l) dolce duca, ha appena iniziato a parlare (incominciava) quando, al suo pronunciar il nome di Mantova (Mantüa…), quell’anima (e l’ombra), fino all’istante prima completamente raccolta in se stessa (tutta in sé romita), insorge concitata verso di lui (surse ver’ lui), dal punto dove si trovava prima (del loco ove pria stava), dicendo: “O mantovano (Mantoano), io son Sordello della tua città (de la tua terra)!”; in seguito i due concittadini reciprocamente abbracciandosi (e l’un l’altro abbracciava).

Sordello da Goito (1200-1269) fu il più importante poeta provenzale d’Italia il quale, natali a Mantova ed originario d’una famiglia di trascurata aristocrazia casellana, condusse parte della sua gioventù in maniera alquanto dissoluta, in seguito espropriando e ricoprendo illustri ruoli diplomatici, frattanto dedicandosi alla composizione, in lingua occitana, di canzoni amorose e componimenti poetici sirventesi, ovvero d’origine provenzale, a volte musicati, in genere come laudativo atto di ossequio del cortigiano al proprio signore.

Eccelsa fama venne a concretizzarsi una volta stabilitosi alla corte del conte di Provenza Raimondo Berengario IV (1198-1245), divenendo suo consigliere diplomatico e, alla sua morte, avendo nel frattempo Carlo I d’Angiò (1226-1285) annesso la Provenza al suo regno, dopo sposalizio con l’orfana del compianto Raimondo, assoggettandosi a servizio dell’angioino, rientrando con lo stesso in Italia ed ivi probabilmente perendo, poco dopo aver ricevuto in dono dall’Angiò numerosi feudi abruzzesi come riconoscimento per aver partecipato con lo stesso sovrano alla campagna d’Italia contro Manfredi di Sicilia (1232-1266).

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
78 non donna di provincie, ma bordello!

Il pellegrino, pensando fra sé e sé, si rammarica in personale invettiva contro il proprio paese, srotolando i propri rancori in un lunghissimo ed accorato monologo: Ahi Italia schiava (serva), covo di sofferenza (di dolore ostello), nave senza condottiero (senza nocchiere) coinvolta in un’immane bufera (in gran tempesta), non signora (donna) delle (di) province, ma bordello!

L’autore alza il tono del suo discorso in evidente ed a lungo covato livore contro la corruzione generalizzata dell’Italia a penisola.

Quell’anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
81 di fare al cittadin suo quivi festa;
e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
84 di quei ch’un muro e una fossa serra.

Quello spirito garbato (anima gentil), al sol sentir il soave pronunciar il nome della sua cittadina (sol per lo dolce suon de la sua terra), fu così lesto (presta) a far festa, sul posto (quivi) al suo conterraneo (di fare al cittadin suo festa), mentre adesso, sul tuo suolo (e ora in te), i tuoi abitanti, ancor viventi (li vivi tuoi), non cessano di farsi la (non stanno sanza) guerra, e l’un con l’altro si logorano (rode), persino coloro che risiedono all’interno del medesimo muro di cinta e dello stesso fossato (di quei ch’un muro e una fossa serra).

Costanti e balordi stati di guerriglia sono generalizzati in tutto il paese, perfino fra i residenti all’interno delle stesse mura, protette da relativi fossati.

Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
87 s’alcuna parte in te di pace gode.

Esplora (Cerca), sciagurata (misera), lungo la costa delle tue regioni (intorno da le prode le tue) marine, e poi guarda al tuo interno (ti guarda in seno), se mai vi sia un territorio a te appartenente nel quale si goda d’un pacifico stato (s’alcuna parte in te di pace gode).

Che val perché ti racconciasse il freno
Iustinïano, se la sella è vòta?
90 Sanz’esso fora la vergogna meno.

A cosa valse (Che val) che Giustiniano ti tirasse le redini (perché ti racconciasse il freno Iustinïano), se la tua sella è vuota (vòta)? Non ci fosse quel freno (Sanz’esso) ci si potrebbe vergognare in misura minore (fora la vergogna meno).

Il poeta, al considerar il decadimento nazionale, si chiede che valore abbiano avuto le precedenti legislazioni dell’imperatore Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano (482-565), storicamente conosciuto come Giustiniano I, verosimilmente riferendosi al Corpus Iris civilis, in prima edizione nel 534, ossia la raccolta normativa e di giurisprudenza ordinata dal governante bizantino in ottica di ristrutturazione sistematico-giuridica del suo impero.

Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
93 se bene intendi ciò che Dio ti nota,
guarda come esta fiera è fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
96 poi che ponesti mano a la predella.

Ahi gente che dovresti esser devota, lasciando che sia Cesare a montare in (e lasciar seder Cesare in la) sella, se ben comprendi le divine volontà (se bene intendi ciò che Dio ti nota), guarda com’è diventata indomabile questa bestia (guarda come esta fiera è fatta fella), al punto da non poter più nemmeno esser corretta dagli speroni (da li sproni), da che la conducesti a mano afferrandola per le briglie (poi che ponesti mano a la predella).

L’Italia viene paragonata ad un’indomita cavalla impazzita della quale l’Alighieri accusa apertamente la Chiesa, per il suo scemar devozione a favor d’un’irrazionale e deplorevole brama di potere, affidando al celebre detto di ‘restituire a Cesare quel ch’è di Cesare’ il suo desiderio che la stessa possa ritornare ad occuparsi esclusivamente di questioni religiose, lasciando all’imperatore questioni puramente politiche.

O Alberto tedesco ch’abbandoni
costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
99 e dovresti inforcar li suoi arcioni,
giusto giudicio da le stelle caggia
sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
102 tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!

O Alberto I d’Asburgo (tedesco) ch’abbandoni questa Italia (costei) ch’è divenuta tanto ingovernabile e primitiva (ch’è fatta indomita e selvaggia), quand’invece dovresti governarla (inforcar li suoi) inforcando i suoi arcioni, sacrosanta giustizia celeste (giusto giudicio da le stelle) possa abbattersi su di te e sui tuoi familiari (sovra ’l tuo sangue), e che il giudizio sia inconsueto e tumultuoso (sia novo e aperto), in maniera che il tuo successore ne abbia a preventivo ammonimento (tal che ’l tuo successor temenza n’aggia)!
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto VI • Anonimo, Alberto I d'Asburgo (1255-1308), 1710-1715 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Anonimo, Alberto I d’Asburgo (1255-1308), 1710-1715

 

Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
105 che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.

Che tu e (’l) tuo padre, per frenesia (cupidigia) d’espandere i vostri domini (distretti) in Europa centrale (costà), vedete permesso (sofferto) che il giardino imperiale venisse destinato al’ incuria (che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto).

L’astio di Dante prosegue in una celere escalation di critiche ed accuse nei confronti di Alberto I d’Asburgo (1255-1308), re di Germania e Sacro Romano Imperatore, colpevole, secondo il poeta, d’aver perseguito, in linea del padre Rodolfo I (1218-1291), una politica incentrata su esclusivi interessi rivolti esclusivamente nell’interesse della nazione germanica.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
108 color già tristi, e questi con sospetti!

Vieni, uomo infingardo (uom sanza cura), a veder i Montecchi e i Capuleti (Cappelletti), i Monaldi e i Filippeschi: i primi ormai in rovina (color già tristi), e gli altri timorosi di far la medesima fine (e questi con sospetti)!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
111 e vedrai Santafior com’è oscura!

Vieni, malvagio (crudel), vieni, osserva le sventure che opprimono i tuoi feudatari (e vedi la pressura d’i tuoi gentili) e rimedia ai loro peccati (e cura lor magagne); e vedrai l’oscura decadenza nella quale versa la casata di (e vedrai com’è oscura) di Santafior!

Vieni a veder la tua Roma che piagne
vedova e sola, e dì e notte chiama:
114 «Cesare mio, perché non m’accompagne?».

Vieni a veder la tua Roma che, abbandonata in un desolante stato di vedovanza (vedova e sola), piange (piagne), giorno e notte invocando (e dì e notte chiama) l’assistenza del suo Cesare (Cesare mio, perché non m’accompagne?).

Vieni a veder la gente quanto s’ama!
e se nulla di noi pietà ti move,
117 a vergognar ti vien de la tua fama.

Vieni a veder il popolo (la gente) italiano quanto s’ama! e se di tutti noi tu non abbia compassione (se nulla di noi pietà ti move), almeno tu venga a vergognarti della tua nomea (a vergognar ti vien de la tua fama).

In una ferrea ed irata successione di “Vieni”, il germanico imperatore viene ironicamente invitato sul territorio italiano per verificar con i suoi stessi occhi le diffuse ed accanite lotte tra famiglie che l’Alighieri elenca in maniera repentina, ma tenace, invitando quel tedesco, ch’egli considera estremamente maligno, perlomeno a vergognarsi della sua reputazione qualora non comprenda quanto stia realmente accadendo.

E se licito m’è, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
120 son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

È s’è m’è concesso di porre domanda (E se licito m’è), o sommo Gesù Cristo (Giove) che fosti per noi posto in croce sulla (crucifisso in) terra, il tuo equanime sguardo è forse rivolto (son li giusti occhi tuoi rivolti) altrove?

O è preparazion che ne l’abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
123 in tutto de l’accorger nostro scisso?

Oppure (O), nella profondità della tua coscienza (ne l’abisso del tuo consiglio), ciò avviene in preparazione per una sorta di (è preparazion per alcun) bene futuro del tutto incomprensibile alla nostra capacità di comprensione (in tutto de l’accorger nostro scisso)?

In un attimo d’irriverente ed estrema baldanza, il pellegrino arriva addirittura a chiedersi se l’Onnipotente si disinteressi delle sorti del mondo, correggendo presuntuosa virata nel dubbio che i disegni divini siano dopotutto inaccessibili all’umana ragione.

Ché le città d’Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
126 ogne villan che parteggiando viene.

Poichè (Che) tutte le città d’Italia son colme (piene) d’autocrati (di tiranni), e qualsiasi miserabile che patteggi per una qualche fazione (ogne villan che parteggiando viene), divien un salvatore della patria (un Marcel diventa).

“Marcel” rimanda ironicamente l console Marco Claudio Marcello (270 a.C. – 208 a.C.) il quale, vittorioso, nel 222 a.C., sia a carteggio che a Siracusa, venne glorificato ed elogiato da Virgilio nel sesto libro del suo poema.

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca,
129 mercé del popol tuo che si argomenta.

O mia Firenze (Fiorenza mia), ben puoi compiacerti (esser contenta) del fatto che tale deviazione non ti tocchi (di questa digression che non ti tocca) minimamente, merito del tuo popolo che tanto s’affaccenda (mercé del popol tuo che si argomenta).

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l’arco;
132 ma il popol tuo l’ ha in sommo de la bocca.

Molti posseggono un forte senso (han in cuore) di giustizia, ma lo manifestano con ritardo (e tardi scocca) per timor di conversarne a sproposito (non venir senza consiglio a l’arco); al contrario il tuo popolo se ne imbottisce (ma il popol tuo l’ ha in sommo de) la bocca.

Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
135 sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».

Molti declinano pubblici incarichi (rifiutan lo comune incarco); all’opposto, il tuo popolo solertemente (ma il popol tuo solicito) risponde senz’attendere d’esser chiamato (senza chiamare), gridando (e grida) d’esser disponibile alla tal incombenza (I’ mi sobbarco!).

Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace e tu con senno!
138 S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.

Ora tu sii gioiosa (Or ti fa lieta), dato che ne hai motivo (ché tu hai ben onde): tu che sei ricca, tu che sei pacifica e tu che sei assennata (con pace e con senno)! S’io affermi il vero (S’io dico ’l ver), lo confermano i fatti (l’effetto nol nasconde).

Atene e Lacedemona, che fenno
l’antiche leggi e furon sì civili,
141 fecero al viver bene un picciol cenno
verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch’a mezzo novembre
144 non giugne quel che tu d’ottobre fili.

Atene e Sparta (Lacedemona), ch’emendarono remote legislazioni (che fenno l’antiche leggi) e furono esemplare modello governativo (furon sì civili), diedero minimo contributo alla civica coesistenza (fecero al viver bene un picciol cenno) in confronto a (verso di) te, che promulghi decreti (fai provvedimenti) tanto frangibili (sottili), che a metà (ch’a mezzo) novembre non arriva (giugne) quanto da te deliberato ad ottobre (quel che tu d’ottobre fili).

Quante volte, del tempo che rimembre,
legge, moneta, officio e costume
147 hai tu mutato, e rinovate membre!

Quante volte, del tempo che si rimembri (rimembre), tu hai modificato (mutato) leggi, monete, cariche pubbliche e costumi (legge, moneta, officio e costume), oltre che rinnovato il tuo assetto demografico (e rinovate membre)!

Chiude il Canto un durissimo improperio nei confronti di Firenze, con acuto sarcasmo definita la città per antonomasia nella quale, sulla via della corruzione più deprecabile, la maggioranza degli uomini sia sempre pronta nel desiderio d’inserirsi attivamente all’interno della vita politica con evidenti secondi fini, sullo sfondo d’un’incapacità organizzativa che l’autore, in piena e vendicativa volontà di scherno, arriva a paragonare a quelle che furono le redini governative di Sparta ed Atene, sul finir del discorso sbeffeggiando i fiorentini decreti per la loro grottesca esiguità di durata, nonché per i loro continui riassestamenti demografici, attuati a colpi d’esilio, come fu per lo stesso Dante.

E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
150 che non può trovar posa in su le piume,
151 ma con dar volta suo dolore scherma.

E se ben ti ricordi ed ancor conservi una parvenza di saggezza (e vedi lume), non potrai che paragonarti in similitudine a colei che, in preda a malattia (vedrai te somigliante a quella inferma), non riesca a trovar la pace nel suo giaciglio (che non può trovar posa in su le piume), ma che coltivi falsa speranza di lenire il proprio dolore continuando a rigirarsi nello stesso (con dar volta suo dolore scherma).

Una cittadina fortemente ed irrimediabilmente malata, dunque, illusa di potersi scrollar di dosso ogni negatività rigirandosi su se stessa.

Al termine della prolungata, sprezzante e perentoria filippica, l’autore della Commedia spezza il suo sesto Canto, nel successivo riprendendo a narrar di Sordello il quale, “Poscia che l’accoglienze oneste e liete furo iterate tre e quattro volte, Sordel si trasse, e…”