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Divina Commedia: Purgatorio, Canto V

Enrico Pazzi (1819-1899), Dante Alighieri, 1865, Piazza Santa Croce, Firenze

 
Lasciatisi alle spalle le anime dei pigri in prima balza di promontorio, nel risalir alla seconda Dante e Virgilio incontrano, sempre fra i negligenti, gli spiriti dei morti per violenza, sull’immediato bloccatisi nel loro tragitto poiché, come i precedenti peccatori, estremamente sconvolti nel visionar l’ombra del pellegrino e nel dedurne l’esser il suo un corpo ancor costituito di materia.

La reazione, sebbene affine a quella dei pigri dal punto di vista dello sbalordimento, aumenta esponenzialmente nell’insistenza dei loro sguardi, quasi morbosi e nella reazione, elevando all’ennesima potenza un’eccitazione che l’autore riesce meravigliosamente a rendere agli occhi nella ressa delle stesse intorno ai due viaggiatori, quanto a trasmetterne l’eccitato spifferare, in una sfumatura squisitamente terrena intrecciata alla celeste e questo forse perché l’improvvisa morte sopraggiunta a queste anime, passate nell’aldilà senza possibilità alcuna d’assicurarsi nel tempo suffragi fra i viventi, colgono nella presenza dell’Alighieri una concreta possibilità, una seconda occasione scesa dal cielo come manna sui loro cuori.

Dopo brevissima delucidazione del maestro a riguardo, tre saranno le conversazioni che il suo protetto intraprenderà con i penitenti, la prima con Iacopo del Cassero e, a seguire, con Buonconte da Montefeltro ed infine con l’aggraziata, quanto sciagurata, Pia dei Tolomei.

Sebbene con esistenze personali e differenziate, ad unire i tre personaggi, oltre al violento epilogo per mano assassina, è sia il pentimento sopraggiunto poco prima dello spirare, ravvedimento dell’ultimo istante grazie al quale gli stessi non vennero destinati all’Inferno, quanto l’accorato desio delle anime che i loro parenti in terra possano dedicar loro sentite orazioni al fin di diminuire la loro permanenza nell’Antipurgatorio, corrispondente alla durata della loro vita terrestre.

Ennesimo sussurro del poeta toscano, capace di tessere in carrellata di terzine un’indomita speranza d’universale valenza, una sorta d’arcano messaggio ai suoi amati lettori nel portarli a consapevolezza del fatto che non sia mai troppo tardi per immettersi sulla “diritta via”, anche quando “smarrita”, come peraltro dimostra il contendersi l’anima del peccatore tra l’angelo infernale e quello celeste, dove il primo nulla può di fronte alla misericordia divina.

Cartacea nota rimata ch’egli affida a differente gradazione di decibel, scemando via via i toni fin a renderli cortesi nel garbo leggiadro della Pia, colei alla quale, come sempre nel rispetto d’ogni donna, l’Alighieri si mostra magnanimo nella scelta dei vocaboli utilizzati, affidandole quel “quando tu sarai […] riposato de la lunga via”, che la restituisce in una premura smisuratamente delicata.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto V • La Comedia di Dante Alighieri con la noua espositione di Alessandro Vellutello, 1544 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
La Comedia di Dante Alighieri con la noua espositione di Alessandro Vellutello, 1544

 

Io era già da quell’ombre partito,
e seguitava l’orme del mio duca,
3 quando di retro a me, drizzando ’l dito,
una gridò: «Ve’ che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
6 e come vivo par che si conduca!».

Il pellegrino s’è appena allontanato dalle anime appena incontrate (Io era già da quell’ombre partito), seguendo i passi del suo (e seguitava l’orme del mio) duca, quando dietro di lui (di retro a me), additandolo (drizzando ’l dito), una di quelle grida (gridò): “Osservate come (Ve’ che), a colui che segue (a quel di sotto), la luce solare (lo raggio) proveniente da sinistra non paia trapassare (non par che luca), e come sembri comportarsi da persona ancor vivente (vivo par che si conduca)!”

Come accaduto in precedenza, gli spiriti sono sbalorditi ed increduli nel notar che il poeta proietti un’ombra sul suolo, deducendone, anche dalle movenze, ch’egli sia vivo.

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
9 pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.

Dante rivolge lo sguardo nel punto di provenienza del vociferare (Li occhi rivolsi al suon di questo motto), notando le stesse guardare con stupore proprio lui, proprio lui, (e vidile guardar per maraviglia pur me, pur me), e quella luce che s’interrompe (’l lume ch’era rotto) sul suo corpo.

«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,
disse ’l maestro, «che l’andare allenti?
12 che ti fa ciò che quivi si pispiglia?

Al notarlo, il maestro gli chiede (disse ’l maestro) perché mai il suo animo si lasci disorientare in quel modo (Perché l’animo tuo tanto s’impiglia), al punto da rallentargli perfino la marcia (che l’andare allenti) e gli domanda che mai gli importi di quanto in quel luogo si bisbigli (che ti fa ciò che quivi si pispiglia).

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
15 già mai la cima per soffiar di venti;

Indi lo incita a seguirlo (Vien dietro a me), lasciando che la gente mormori (e lascia dir le genti) e di rimanere (sta) come una solida (ferma) torre la cui sommità non oscilli giammai, nemmeno quando sottoposta al (che non crolla già mai la cima per) soffiar dei (di) venti;

ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
18 perché la foga l’un de l’altro insolla.»

poiché (ché), come sempre accade, colui che permetta ai pensieri di sovrapporsi (l’omo in cui pensier rampolla sovra pensier), devia (dilunga) da sé ogni obiettivo (il segno), perché la veemenza d’un pensiero sfibra l’altro (la foga l’un de l’altro insolla).

Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
Dissilo, alquanto del color consperso
21 che fa l’uom di perdon talvolta degno.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto V • Salvador Dalí (1904-1989), Il rimprovero di Virgilio, La Divina Commedia, Salani Arti e Scienze, 1965 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Salvador Dalí (1904-1989), Il rimprovero di Virgilio
La Divina Commedia, 1965
Salani Arti e Scienze

 
Che può ribattere l’Alighieri, se non “Io vengo”? Lo dice a Virgilio (Dissilo), alquanto cosparso di quel colore (alquanto del color consperso) che talvolta rende (fa l’uom) l’uomo degno d’esser perdonato (di perdon).

Il discepolo dunque arrossisce, imbarazzato per il rimprovero del vate, come chi s’infuochi le gote nel comprender d’essere in difetto e, di conseguenza, meritevole di perdono.

E ’ntanto per la costa di traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
24 cantando ‘Miserere’ a verso a verso.

Frattanto (E ’ntanto) alcuni penitenti (genti) camminano lungo il costone roccioso (venivan per la costa), lievemente più sopra rispetto ai due viandanti (a noi un poco) ed in marcia perpendicolare agli stessi (di traverso), cantando il Miserere versetto per versetto (a verso a verso).

I due scalatori stanno infatti risalendo il monte, mentre le anime lo stanno percorrendo orizzontalmente nel suo circolare argine, quindi ortogonalmente rispetto a loro.

Il Miserere è il quarto, oltre che il più noto, dei salmi penitenziali, nonché il il numero 50 della Vulgata, o Vulgata, la traduzione in lingua latina della Bibbia, ad opera dello scrittore, teologo e santo romano Sofronio Eusebio Girolamo (347-420), dell’antica versione greca ed ebraica;
nella liturgia classica simbolizzante l’affidarsi alla misericordia divina nel redimersi, utilizzato prevalentemente dalla Chiesa negli uffici funebri e nel periodo quaresimale.

Tale salmo è per tradizione di rimando a re David (1040 a.C. – 970 a.C.), invocante la pietà divina per aver commesso adulterio con Betsabea, maritata con uno dei guerrieri al suo servizio, Uria l’Ittita, come narrato nel IV Libro dei Re, e colpevole d’averlo mandato a morte per poi sposarne la donna, una volta rimasta vedova.

Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
27 mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;

Quando le stesse s’accorgono (s’accorser) che il corpo del pellegrino non concede passaggio alla luce solare (ch’i’ non dava loco per lo mio corpo al trapassar d’i raggi), il loro cantare si muta (mutar lor canto) in una prolungata e flebile (lungo e roco) esclamazione d’estremo stupore (oh!);

e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr’a noi e dimandarne:
30 «Di vostra condizion fatene saggi».

e due di loro, come fossero messaggeri (in forma di messaggi), corrono incontro ai due poetanti (corsero incontr’a noi) lor chiedendo (e dimandarne) di portarle a conoscenza della loro condizione (Di vostra condizion fatene saggi).

E ’l mio maestro: «Voi potete andarne
e ritrarre a color che vi mandaro
33 che ’l corpo di costui è vera carne.

In tutta riposta, il maestro (E ’l mio maestro) le esorta a ritornare e riferire (andarne e ritrarre) ai compagni che le inviarono (a color che vi mandaro) ad indagare, che il corpo del suo protetto è in carne ed ossa (’l corpo di costui è vera carne).

Se per veder la sua ombra restaro,
com’io avviso, assai è lor risposto:
36 fàccianli onore, ed esser può lor caro».

E che se il motivo unico del loro arrestarsi sia stato l’osservarne l’ombra (Se per veder la sua ombra restaro), com’egli crede (com’io avviso), la sua risposta si possa considerare esaustiva (assai è lor risposto): che le stesse dunque riservino al suo compagno di viaggio assoluta cordialità (fàccianli onore), e ciò non potrà che ritornar loro come prezioso giovamento (ed esser può lor caro).

Virgilio intende spiegare che una cortese accoglienza delle anime nei confronti di Dante, potrà in futuro divenire preghiera dello stesso a lor beneficio.

Vapori accesi non vid’io sì tosto
di prima notte mai fender sereno,
39 né, sol calando, nuvole d’agosto,
che color non tornasser suso in meno;
e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
42 come schiera che scorre sanza freno.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto V • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 
Dal canto suo, il poeta mai ebbe occasione di vedere (non vid’io) meteore e lampi (Vapori accesi) solcare il cielo in principio (mai fender sereno di prima) notte, né tantomeno scindere le nuvole d’agosto, al calar del sole (sol calando), con celerità simile a quella osservata nei due spiriti portavoce nel risalire la scoscesa (sì tosto che color non tornasser suso in meno); e gli stessi, una volta là giunti, si riavvicinano tutti insieme ai due peregrini (con li altri a noi dier volta), in concitata massa (come schiera che scorre sanza freno).

«Questa gente che preme a noi è molta,
e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:
45 «però pur va, e in andando ascolta.»

Il vate dice (disse ’l poeta) esser (é) quella schiera d’anime (Questa gente), su di loro accalcata (che preme), una moltitudine (molta), spronando il suo discepolo a non interrompere il cammino (però pur va), tuttavia nel frattempo ascoltandole (e in andando ascolta), essendo che le stesse a lui s’avvicinano allo scopo d’avanzargli supplicanti richieste (e vegnonti a pregar).

«O anima che vai per esser lieta
con quelle membra con le quai nascesti»,
48 venian gridando, «un poco il passo queta.

Esse arrivano vociando (venian gridando): “O anima indirizzata alla grazia dei cieli (che vai per esser lieta) con il medesimo fisico con il quale (con quelle membra con le quai) nascesti, rallenta (queta) un poco il passo.

I penitenti, ragionando sull’eccezionalità del fatto che l’Alighieri possa transitare ancor vivente per il Purgatorio, ne deducono senza bisogno di conferma ch’egli sia diretto alla beatitudine celeste.

Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
sì che di lui di là novella porti:
51 deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?

Guarda se mai (unqua) riconosci qualcuno (s’alcun vedesti) di noi, affinché (sì che) tu possa di lui portare notizie in terra (là novella porti): suvvia (deh), perché mai continui ad incedere (perché vai)? suvvia, perché non ti fermi (t’arresti)?

Noi fummo tutti già per forza morti,
e peccatori infino a l’ultima ora;
54 quivi lume del ciel ne fece accorti,
sì che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
57 che del disio di sé veder n’accora.»

Noi siamo stati tutti assassinati (Noi fummo tutti già per forza morti) e peccatori fino all’ultimo istante prima di morire (infino a l’ultima ora); e, proprio in punto di morte (quivi), una luce celeste (lume del ciel) ci rinsavì (ne fece accorti), cosicché (sì che), pentendoci (pentendo) e concedendo perdono (perdonando) alla mano omicida, uscimmo dalla vita riappacificati (pacificati) con (a) Dio, che del desiderio di vederlo (del disio di sé veder) ci strugge il cuore (n’accora).

Fu il sopraggiunto pentimento poco prima di morire, non cedendo all’odio, che permise a questi spiriti di scampare all’infernal regno, guadagnandosi il Purgatorio.

E io: «Perché ne’ vostri visi guati,
non riconosco alcun; ma s’a voi piace
60 cosa ch’io possa, spiriti ben nati,
voi dite, e io farò per quella pace
che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
63 di mondo in mondo cercar mi si face».

Il pellegrino risponde (E io) che per quanto (Perché) egli indaghi (guati) nei loro volti (ne’ vostri visi), non gli riesce d’identificare nessuno (non riconosco alcun); ma se agli stessi brami (s’a voi piace) un qualcosa ch’egli abbia in potere di fare (cosa ch’io possa), che quegli spiriti destinati alla redenzione (ben nati) glielo manifestino (voi dite) comunque, e lui stesso s’adopererà nel farlo (e io farò) in nome di (per) quella pace che, sulle orme della siffatta guida (dietro a’ piedi di sì fatta guida), gli è stato concesso di raggiungere (cercar mi si face), passando attraverso i vari regni dell’oltretomba (di mondo in mondo).

E uno incominciò: «Ciascun si fida
del beneficio tuo sanza giurarlo,
66 pur che ’l voler nonpossa non ricida.

E una di loro inizia a parlare (uno cominciò): “Ognun di noi (Ciascun) si fida del tuo benevolo proposito (beneficio) senza che tu debba giurarlo, salvo (pur) che cause di forza maggiore (nonpossa), non ostacolino (ricida) la tua forza di volontà (’l voler).

Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
69 che siede tra Romagna e quel di Carlo,
che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, sì che ben per me s’adori
72 pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.

Ond’io, che parlo da solo davanti agli altri (innanzi a li altri), ti prego (priego), se mai visiterai (vedi) quella regione (paese) compresa (che siede) fra la Romagna ed il Regno di Napoli (quel di Carlo), che tu mi sia (sie) tanto cortese da intercedere con le tue preghiere (di tuoi prieghi) nella cittadina di (in) Fano, per modo che per me si preghi intensamente (sì che ben per me s’adori) perch’io possa scontare i miei gravi peccati (pur ch’i’ possa purgar le gravi offese).

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
ond’uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
75 fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
là dov’io più sicuro esser credea:
quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
78 assai più là che dritto non volea.

Da lì provenni (Quindi fu’ io); ma le profonde ferite (li profondi fori) dai quali fuoriuscì il (ond’uscì ’l) sangue nel quale risiedevo (in sul quale io sedea), da vivo, mi furono inflitte in suolo (fatti mi fuoro in grembo) padovano (a li Antenori), nel posto in credevo di trovarmi maggiormente salvaguardato (là dov’io più sicuro esser credea): il mandante fu il marchese d’Este (quel da Esti il fé far), che m’aveva in odio (m’avea in ira) in maniera eccedente la sua ragione (assai più là che dritto non volea).

Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
81 ancor sarei di là dove si spira.

Ma s’io fossi (fesse) fuggito verso (inver’) la Mira, quando venni raggiunto ad Oriago (fu’ sovragiunto ad Orïaco) dai miei sicari, sarei ancora vivo e vegeto sul mondo (ancor sarei di là dove si spira).

Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io
84 de le mie vene farsi in terra laco».

Corsi verso la (al) palude, dove canne e melmose acque (e le cannucce e ’l braco) m’imbrigliarono a tal punto da farmi cadere (m’impigliar sì ch’i’ caddi); e lì vidi la palude allagarsi del mio sangue (lì vid’io de le mie vene farsi in terra laco).

Lo spirito parlante appartenne a Iacopo del Cassero (1260-1298) magistrato e nobiluomo originario di Fano e in aperta antitesi alle intromissioni politiche del signore di Ferrara, Modena e Reggio, Azzo VIII d’Este (1263-1308).

Appartenente ad una famiglia di cieca fede guelfa, Iacopo s’appassionò ad armi e politica fin da giovanissimo, partecipando a più conflitti fra i quali, con esito vincente, alla battaglia di Campaldino e divenendo podestà di Rimini, nel 1294, di Bologna, nel 1296, di quest’ultima arrivando a capitanare le truppe, e poco dopo di Milano; il forte astio fra lui ed Azzo VIII d’Este raggiunse il culmine quando entrambi complottarono con i fuoriusciti ghibellini delle rispettive città e l’ostilità del ferrarese, infiammatasi nell’esser stato ostacolato nei suoi intenti di conquista, lo portò ad assolvere dei sicari che ad Oriago, una frazione del comune di Mira, in provincia di Venezia, uccisero l’acerrimo nemico Cassero, trovatosi in difficoltà nella paludosa zona del Brenta, forse scampato alla morte se si fosse al contrario diretto verso Padova, custodendone a tutt’oggi le deturpate spoglie la Chiesa di San Domenico a Fano e rimembrandone persona una lapide con epigrafe dedicata.

È quest’ultimo ora a sperare nella compassione di Dante affinché possa stimolare, semmai di passaggio nella cittadina natale, attività di preghiera da parte dei suoi familiari, perché la sua pena sia più lieve e tollerabile.

Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l’alto monte,
87 con buona pïetate aiuta il mio!

Poi un altro spirito parla (disse): “Forza (Deh), com’io auspico s’avveri la brama (se quel disio si compia) che t’avvia alla vetta del Purgatorio (che ti tragge a l’alto monte), sostieni con caritatevoli orazioni la mia spirazione (con buona pïetate aiuta il mio)!

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
90 per ch’io vo tra costor con bassa fronte».

Io fui di Montefeltro, io sono Buonconte (son Bonconte); né Giovanna né gli altri miei familiari si prendono (non ha) cura di me; ragion per cui sto fra queste anime a capo chino (per ch’io vo tra costor con bassa fronte).

Buonconte (1250-1289) fu figlio di Guido da Montefeltro (1220-1298) e marito di tal Giovanna; capitano d’assidua fede ghibellina, la sua esistenza s’interruppe combattendo, come comandante delle milizie, anch’esso a Campaldino, nella medesima giornata di presenza sul campo dell’Alighieri; nell’Antipurgatorio il suo procedere a testa china è sintomo di vergogna per l’incuranza che i parenti fra i quali la vedova, la figlia, il fratello ed forse un lontano cugino, parrebbero avere di lui, non dedicandogli alcuna orazione.

E io a lui: «Qual forza o qual ventura
ti travïò sì fuor di Campaldino,
93 che non si seppe mai tua sepultura?».

Dante gli chiede (E io a lui) quale forza o casualità l’abbia trainato al di fuori (Qual forza o qual ventura ti travïò sì fuor) di Campaldino, dato che nulla mai si venne a sapere riguardo al suo seppellimento (che non si seppe mai tua sepultura).

«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino
traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
96 che sovra l’Ermo nasce in Apennino.

“Oh!”, egli risponde (rispuos’elli), “ai piedi (a piè) del Casentino scorre un fiumiciatollo che si chiama (traversa un’acqua c’ha nome l’) Archiano, che origina in Appennino, sopra l’Eremo di Camaldoli (che sovra l’Ermo).

Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
99 fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Nel punto in cui l’Archiano varia il suo nome (Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano), ovvero quando si gatta nell’Arno, io arrivai infilzato nella (arriva’ io forato ne la) gola e, mentre fuggivo a piedi, insanguinavo il suolo (fuggendo a piede e sanguinando il piano).

Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini’, e quivi
102 caddi, e rimase la mia carne sola.

Ivi persi (Quivi perdei) la vista e la parola; perii invocando il nome Maria (nel nome di Maria fini’), e lì caddi, rimanendo solo il mio corpo, privato dell’anima (e rimase la mia carne sola).

Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
105 gridava: ‘O tu del ciel, perché mi privi?
Tu te ne porti di costui l’etterno
per una lagrimetta che ’l mi toglie;
108 ma io farò de l’altro altro governo!’.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto V • Gabriele Smargiassi (1798-1882), Buonconte di Montefeltro morto in battaglia, 1859 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gabriele Smargiassi (1798-1882), Buonconte di Montefeltro morto in battaglia, 1859

 
Narrerò la verità (io dirò vero), e tu riportala fra i viventi (tu ’l ridì tra ’ vivi): l’angelo divino (angel di Dio) mi prese, mentre quello infernale (e quel d’inferno) sbraitava (gridava): ‘O tu, messo celeste (del ciel), perché mi rapini (privi)?

Tu ti porti appresso l’eterna anima (Tu te ne porti l’etterno) di costui per una misera lacrima (lagrimetta) che me lo leva (’l mi toglie); ma io saprò fare ben altro a ciò ch’è rimasto (ma io farò de l’altro altro governo!)’

Ben sai come ne l’aere si raccoglie
quell’umido vapor che in acqua riede,
111 tosto che sale dove ’l freddo il coglie.

“Ben saprai (Ben sai)”, continua Buonconte, come nell’atmosfera si raduni (ne l’aere si raccoglie) quell’umido vapore (vapor) che poi si tramuta di nuovo (riede) in acqua, appena salito dal luogo in cui il freddo l’aveva condensato (tosto che sale dove ’l freddo il coglie).

Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
114 per la virtù che sua natura diede.

Quel demonio, congiunse con l’intelletto (Giunse con lo ’ntelletto) quell’ingorda volontà di male (quel mal voler che pur mal chiede), smuovendo vapore acqueo e (mosse il fummo e ’l vento) grazie ai poteri lui conferitigli dalla natura (per la virtù che sua natura diede).

Indi la valle, come ’l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
117 di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,
sì che ’l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde, e a’ fossati venne
120 di lei ciò che la terra non sofferse;

Indi, al tramontar del sole (come ’l dì fu spento), coprì la pianura (coperse la valle) di nebbia, da Pratomagno fino alle giogaie degli Appennini (al gran giogo); ed impregnò a tal punto d’umidità il cielo sovrastante (e ’l ciel di sopra fece intento), da trasmutar l’aria satura (sì che ’l pregno aere si converse) in acqua; cadde la pioggia, confluendo ai fossati la parte in eccedenza che i terreni non riuscivano più ad assorbire (e a’ fossati venne di lei ciò che la terra non sofferse);

e come ai rivi grandi si convenne,
ver’ lo fiume real tanto veloce
123 si ruinò, che nulla la ritenne.

ed una volta immessasi nei torrenti (e come ai rivi grandi si convenne), sfociò nell’Arno con tal impetuosità (ver’ lo fiume real tanto veloce si ruinò), che nulla fu in grado di contenerne la furia (che nulla la ritenne).

Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
126 ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
129 poi di sua preda mi coperse e cinse.»

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto V • Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921

 
L’Archiano irruente (l’Archian rubesto) trovò il mio gelido (Lo mio gelato) corpo sulla (in su la) foce; e lo trascinò nell’(e quel sospinse ne l’)Arno, sciogliendo (e sciolse) la croce sul (al) mio petto che m’ero fatto con le braccia (ch’i’ fe’ di me) quando fui soggiogato dal dolore (’l dolor mi vinse); mi percosse per rive e poi sul (voltòmmi per le ripe e per lo) fondo, indi coprendomi ed avvolgendomi (mi coperse e mi cinse) con i suoi detriti (di sua preda)”.

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via»,
132 seguitò ‘l terzo spirito al secondo,
«ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
135 salsi colui che ’nnanellata pria
136 disposando m’avea con la sua gemma.»

“Coraggio (Deh), quando tu sarai tornato sul (al) mondo e riposato del lungo viaggio (de la lunga via)”, ribatté una terza anima dopo la seconda (seguitò ‘l terzo spirito al secondo), “rimembrati (ricorditi) di me, che son la Pia; nacqui a (mi fé) Siena, morii (disfecemi) in Maremma: come ben sapeva (salsi) colui che precedentemente (pria), sposandomi (disposando), m’aveva infilato (’nnanellata m’avea) la sua fede nuziale (con la sua gemma)”.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto V • Eliseo Sala (1813-1879), Malinconia o Pia de' Tolomei, 1846 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Eliseo Sala (1813-1879), Malinconia o Pia de’ Tolomei, 1846

 
Sebbene inconfutabili conferme storiche siano assenti, la senese Pia dei Tolomei (?-XIII secolo) sarebbe stata sposa del politico Paganello, detto Nello, d’Inghiramo dei Pannocchieschi (1248 circa – 1322 circa), prode cavaliere quanto rude e disonesto uomo che si narra avesse incaricato un domestico di lanciare, con verosimile movente di gelosia, la povera donna da una finestra del castello della Pietra, il genovese “Castello da Pria” situato nel comune ligure di Vobbia e, sempre in ambito d’ipotesi, può anche esser che a muover mano assassina fosse stato il desiderio di Nello di realizzar condizione di vedovanza per poi nuovamente maritarsi con la nobildonna Margherita degli Aldobrandeschi (1255 – ?), seppur alcuni commentatori avanzino teoria di ben cinque matrimoni alle spalle della stessa Pia, con un Paganello in veste di patrocinatore d’uno dei di lei mariti ed indi non consorte lui stesso.

Comunque siano andate realmente le cose, la tragica scomparsa della donna viene gentilmente ripercorsa da una voce femminile che mai più s’era sentita dal malinconico e nostalgico racconto di Francesca, in una sorta d’aggancio fra il V Canto di prima Cantica ed il medesimo della seconda, femmine vocalità collegate sul filo d’una profonda desolazione alla quale l’autore della Commedia riserba assoluto e galante riguardo a priori.

Il sesto Canto s’aprirà in similitudine d’azzardo narrando che “Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara…”