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Divina Commedia: Purgatorio, Canto IX

Joseph Anton Koch (1768-1839) Purgatorio, 1825-28
Villa Massimo, Roma

 
Conclusa la profezia di Malaspina, stanchezza di viaggio prevale sul corpo di Dante il quale, a notte inoltrata, s’abbandona ad un profondo ed onirico sonno ed è la valletta ad ospitarne i sogni sul filo dell’alba, immagini che, nella sopita mente del poeta, assumono le sembianze d’un’aquila dalle dorate penne, in fase di planata, che improvvisamente lo agguanta, poi conducendolo in volo vicino al sole, la cui bruciante calura, percepita come reale durante l’incubo, desta di soprassalto l’Alighieri.

Il brusco risveglio è causa di profondo smarrimento, nel discepolo, che si ritrova sulla soglia del Purgatorio, come sempre accolto e rassicurato dal maestro al suo fianco, dal quale gli viene spiegato d’esservi stato trasportato, mentre dormiva, direttamente da Santa Lucia, dopo aver la stessa segnalato a Virgilio l’esatto punto in cui si trova la porta.

È rimembrando il memorabile ingresso che il pellegrino cede voce all’autore della Commedia, nello scambio di ruoli a lui prediletto per delicatamente rivolgersi ai suoi lettori ed anticipar loro l’imminente elevarsi stilistico delle sue rime, al fin di renderle maggiormente degne ai solenni eventi da narrare.

Angelo celeste posto a guardia d’uscio, la cui brillantezza del volto e la spada che si fa specchio ai raggi solari non ne permettono una nitida visione, concede permesso di varco ai due viandanti, ma solo dopo aver saputo esser stati gli stessi lì condotti da Lucia, indi permettendo loro di risalire i tre gradini, di differente colore, poi marchiando la fronte di Dante con sette P e raccomandandogli di lavarsi le ferite prima di entrare nella prima Cornice, verso la quale i due scalatori s’avvieranno sulle note del “Te Deum Laudamus”.

Il nono è un significativo Canto di passaggio, quello che condurrà i due viandanti oltre la soglia del Purgatorio, in entrata alla prima delle sette Cornici che lo circondano prima del tanto ambito Eden, che l’Alighieri coglie in veste di scrittore, anticipando ai suoi lettori l’inevitabile elevarsi della sua forma stilistica e lo fa esattamente a metà strada, ovvero alla ventiquattresima di quarantotto terzine, quasi fosse una sorta di collimazione con il suo tragitto nel suo momento sacrale.

È infatti sull’apertura della porta che conduce al regno della purificazione che i tre momenti canonici della confessione quali la ‘contritio cordis’, la ‘confessio oris’ e la ‘satisfactio operis’, rispettivamente mortificazione, ammissione e penitenza, si srotolano su tre simbolici scalini, lasciando infernali vicissitudini definitivamente alle spalle d’un pellegrino rinnovato nell’animo e nell’intelletto, animosamente convinto di proseguire in cristallina devozione al divino ed al suo maestro, perennemente al suo fianco tra paterna comprensione, infinita disponibilità e provvidenziale incitamento.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto IX • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 

La concubina di Titone antico
già s’imbiancava al balco d’orïente,
3 fuor de le braccia del suo dolce amico;

La compagna (concubna) del vecchio (antico) Titone già s’imbiancava al balcone dell’oriente (balco d’orïente), appena lasciato l’abbraccio (fuor de le braccia) del suo dolce amato (amico);

Numerose sono le interpretazioni dei dantisti a riguardo, una fra queste il rimando al vecchio principe troiano Titone, per il quale la consorte Aurora invocò l’immortalità, tuttavia obliandosi di chiederne anche l’eterna giovinezza, aprendosi il Canto sulla di lei immagine in affaccio mattutino all’oriental orizzonte, negli immediati istanti susseguenti all’unione amorosa con il suo compagno.

Fosse altrimenti che il Titone nominato rimandi al mitologico personaggio Iperione, che l’antico poeta greco Esiodo (metà VIII secolo a. C. – VII a.C.) volle titano figlio di Urano e di Gea, indi in riferimento alla sfera solare, la “concubina” sarebbe viceversa la luna.

di gemme la sua fronte era lucente,
poste in figura del freddo animale
6 che con la coda percuote la gente;

di fronte a lei brillano numerose stelle (di gemme la sua fronte era lucente), disposte a disegnare le sembianze (poste in futura) del freddo animale che con la coda percuote le persone (la gente).

Le stelle si trovano ovviamente in fascia opposta all’orizzonte e il “freddo animale che con la coda percuote la gente” è verosimilmente la costellazione dello Scorpione, con il sole in in congiunzione all’Ariete.

e la notte, de’ passi con che sale,
fatti avea due nel loco ov’eravamo,
9 e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;
quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,
vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
12 là ’ve già tutti e cinque sedavamo.

e la notte, dei passi con i quali solitamente ascende (de’ passi con che sale), ne ha percorsi (fatti aveva) due nella zona ove si trovano i poetanti (fatti avea due nel loco ov’eravamo) ed il (’l) terzo ha già quasi interamente compiuto il suo volo (chinava in giuso l’ale), quando Dante (quand’io), in conseguenza al marciare provvisto d’un corpo in carne ed ossa (che meco avea di quel d’Adamo), si lascia sopraffare (vinto) dal sonno, coricandosi sul manto erboso (in su l’erba inchinai) dove già si erano messi a sedere lui, Virgilio, Sordello, Visconti e Malaspina (là ’ve già tutti e cinque sedavamo).

Indicazione oraria è misteriosamente fornita ne “la notte, de’ passi con che sale”, ascesa notturna che potrebbe essere delle durata di sei ore a partir dal tramonto equinoziale, dalle 18:00 alla mezzanotte: così realmente fosse, mancando il completamento del terzo passo il periodo indicato dal fiorentin verseggiatore dovrebbe essere compreso fa le 20:00 e le 21:00, resta ad ogni modo la realtà in maniera arcana custodita nel contenuto temporale che lo stesso volle racchiudere nel termine “passi”, lasciando ai commentatori l’onere di districarsi nella miriade d’ipotesi avanzate, purtroppo monche della certezza d’una verità assoluta che ne faccia prevalere l’una sulle altre.

È dai primi passi nella selva oscura che il poeta non si giova di riposo, accumulando la stanchezza dell’intero percorso effettuato che, a differenza delle anime, egli percepisce a livello fisico, essendo ancor vivente, oltre all’indubbia pressione psicologica manifestatasi in più occasioni.

Ne l’ora che comincia i tristi lai
la rondinella presso a la mattina,
15 forse a memoria de’ suo’ primi guai,
e che la mente nostra, peregrina
più da la carne e men da’ pensier presa,
18 a le sue visïon quasi è divina,
in sogno mi parea veder sospesa
un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
21 con l’ali aperte e a calare intesa;

Nell’ora in cui (Ne l’ora che), all’albeggiare (presso la mattina), la rondinella inizia i suoi malinconici gemiti (comincia i tristi lai), forse rimembrando i suoi primi dolori (a memoria de’ suo’ primi guai), e la stessa in cui la mente umana, maggiormente concentrata sull’intelletto rispetto al corpo (più da la carne e men da’ pensier presa), fa sogni rivelatori (a le sue visïon quasi è divina), al pellegrino pare di notar, come protagonista della sua visione onirica, un’aquila volteggiante (in sogno mi parea veder sospesa un’aguglia nel ciel), con penne dorate (d’oro), l’ali distese (aperte) e pronta (intesa) a planare (scendere);

La “rondinella” allude al mito di Tereo, di cui raccontarono lo scrittore Gaio Giulio Igino (64 a.C. -17 d.C.) nelle ‘Favole’, lo stesso Virgilio nelle ‘Georgiche’, il poeta Publio Ovidio Nasone (43 a.C. – 17/18 d.C.) nelle ‘Metamorfosi’ ed altri in personalizzate versioni narrative.

L’aggancio dantesco identifica la rondinella nell’avvenente Filomena, sorella minore di Progne a sua volta maritata con Tereo, re dei Traci, i due genitori del piccolo Ifi.

Considerata l’inconsolabile nostalgia di Progne per la mancanza di Filomena, Tireo si dirige ad Atene al fine di prendere la ragazza dall’abitazione paterna e così ricongiungerla alla moglie, sennonché, una volto giunto in Tracia, Tereo si rende autore di stupro nei confronti della cognata, poi mutilandola della lingua affinché la stessa non possa riportare l’accaduto, inoltre lasciandola stazionata nella stessa stalla teatro della violenza, per poter approfittare di lei in futuro, facendo credere alla sua sposa ch’ella sia deceduta durante il viaggio.

Ad un anno dai fatti, Filomena ricama quanto successole con del filo rosso, riuscendo a far pervenire la tela alla sorella, la quale riesce a liberarla ed a travestirla per celarne identità, poi decidendo di assassinare il proprio figlio, cucinarlo e servirlo come pietanza al marito.

A pasto concluso e chiedendo lo stesso dove sia Ifi, Progne gli lancia addosso la testa mozzata del povero ed innocente fanciullo e sulla reazione di Tireo che, munito di spada, vorrebbe trafiggere le due sorelle, le stesse si tramutano l’una in usignolo, l’altra in rondine, fuggendo in volo, mentre destino riservato a Tireo ne prevede la trasformazione in upupa.

Rispetto all’abbinar Progne a rondine e Filomena ad usignolo, come fece Igino, l’Alighieri s’affidò presumibilmente ad alternativa versione, può esser quella dello scrittore Chrétien de Troyes (1130-1191) che, nel suo romanzo al titolo di ‘Philomena’, peraltro di dubbia attribuzione, effettuò scambio di metamorfosi.

Il versetto “a le sue visïon quasi è divina” si basa sulla medievale convinzione che i sogni originatisi poco prima dell’alba fossero premonitori, come già accennato al settimo verso del ventiseiesimo Canto infernale: “Ma se presso al mattin del ver si sogna”.

ed esser mi parea là dove fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
24 quando fu ratto al sommo consistoro.

ed al discepolo sembra di essere (esser mi parea) là dove i compagni (suoi) di Ganimede furono (fuoro) da lui abbandonati, quando fu rapito (ratto) al sommo concilio dei cieli (consistoro).

Fra me pensava: «Forse questa fiede
pur qui per uso, e forse d’altro loco
27 disdegna di portarne suso in piede».

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto IX • Antonio Correggio (1489-1534), Ratto di Ganimede, 1531-32 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Antonio Correggio (1489-1534), Ratto di Ganimede, 1531-32

 
Fra sé e sé, l’Alighieri pensa che forse quell’aquila si fa predatrice solamente ed usualmente lì (Forse questa fiede pur qui per uso), e forse in altro luogo (d’altro loco) disdegna d’artigliare prede e portarle in volo (disdegna di portarne suso in piede).

Poi mi parea che, poi rotata un poco,
terribil come folgor discendesse,
30 e me rapisse suso infino al foco.

Poi gli pare (Poi mi parea) che, in seguito a rotazione (poi rotata un poco), il volatile inizi la sua planata alla velocità d’una folgore (terribil come folgor discendesse), agguantandolo e trascinandolo in volo fino alla sfera solare (e me rapisse suso infino al foco).

Il mitologico principe troiano Ganimede, giovane cacciatore d’incomparabile beltà, lasciò i suoi compagni quando Giove, inebriato suo fascino, si convertì in aquila, ghermendolo con i suoi artigli e portandolo fra gli dèi del sommo concilio divino; in fase di sogno, il poeta teme di trovarsi in solitudine e d’andare incontro alla medesima sorte.

Ivi parea che ella e io ardesse;
e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
33 che convenne che ’l sonno si rompesse.

Ivi il poeta ha la percezione d’un calore ardente (Ivi parea che ella e io ardesse); e l’incendio sognato lo scotta a tal punto (sì lo ’ncendio imaginato cosse), da interrompergli bruscamente il sonno (che convenne che ’l sonno si rompesse).

Non altrimenti Achille si riscosse,
li occhi svegliati rivolgendo in giro
36 e non sappiendo là dove si fosse,
quando la madre da Chirón a Schiro
trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
39 là onde poi li Greci il dipartiro;

Similmente (Non altrimenti) si riscosse Achille, volgendo lo sguardo appena sveglio tutt’intorno (li occhi svegliati rivolgendo in giro), non avendo idea di dove si trovasse (e non sappiendo là dove si fosse), quando la madre, mentre lui dormiva (dormendo), lo trafugò (trafuggò) furtivamente a Chirone (da Chirón), portandolo in braccio (in su le braccia) nell’isola di Sciro (a Schiro), là dove poi i (li) Greci lo portarono via (il dipartiro);

Terza staffetta a favola del passato riprende il soggiornare di Achille nell’isola di Sciro, trascritto nell’opera ‘Achilleide’, per mano del poeta Publio Papinio Stazio (45 d.C. – 96 d.C.), ove la dea marina Teti, madre dell’eroe greco, lo sottrasse a Chirone per portarlo nell’isola succitata, dalla quale in seguito verrà di nuovo preso da Ulisse e Diomede.

che mi scoss’io, sì come da la faccia
mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,
42 come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.

ed ugualmente sobbalza Dante (che mi scoss’io), non appena fuggito il sonno dal suo volto (sì come da la faccia mi fuggì ’l sonno), impallidendo (e diventa’ ismorto), alla medesima maniera di colui il quale, terrorizzato, raggela (come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia).

Dallato m’era solo il mio conforto,
e ’l sole er’alto già più che due ore,
45 e ’l viso m’era a la marina torto.

Al suo fianco vi è solamente la sua confortante guida (Dallato m’era solo il mio conforto), il (e ’l) sole già s’è levato da più di (er’alto già più che) due ore e il viso del pellegrino è ora indirizzato verso il mare (e ’l viso m’era a la marina torto).

«Non aver tema», disse il mio segnore;
«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
48 non stringer, ma rallarga ogne vigore.
Tu se’ omai al purgatorio giunto:
vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;
51 vedi l’entrata là ’ve par digiunto.

Virgilio gli raccomanda (disse il mio signore) di rassicurarsi, poiché i due sono ormai (ché noi semo) a buon punto, pertanto di non bloccare (stringer), ma semmai rinvigorire (rallarga) ogni sua energia (ogni vigore), essendo ormai arrivato al Purgatorio (Tu se’ omai al purgatorio giunto): gli consiglia difatti di guardare più in là il roccioso pendio che lo circoscrive (vedi là il balzo che ’l chiude dintorno).

Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,
quando l’anima tua dentro dormia,
54 sovra li fiori ond’è là giù addorno
venne una donna, e disse: ‘I’ son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
57 sì l’agevolerò per la sua via’.

Quindi il vate gli spiega che, durante l’alba appena trascorsa (ne l’alba che procede al giorno), mentre l’anima del suo protetto stava dormiente all’interno del corpo (l’anima tua dentro dormia), sopra i (li) fiori ch’adornano la sottostante valletta (sovra li fiori ond’è là giù addorno), è venuta (venne) una donna, la quale disse: “Io sono (‘I’ son) Lucia; lasciatemi prendere (pigliar) costui che dorme, in maniera d’agevolarlo nel suo cammino (sì l’agevolerò per la sua via).

Santa Lucia già apparve nella trentaduesima e trentatreesima terzina del secondo Canto dell’Inferno, come simbolo di luminescente misericordia e portatrice di parola fra la Vergine Maria e Beatrice: “Donna è gentil nel ciel che si compiange di questo ‘mpedimento ov’io ti mando, sì che duro giudicio là sù frange. Questa chiese Lucia in suo dimando e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele di te, e io a te lo raccomando”.

Sordel rimase e l’altre genti forme;
ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,
60 sen venne suso; e io per le sue orme.

Sordello e le altre gentili anime rimasero dov’erano (Sordel rimase e l’altre genti forme), mentre lei lo prelevò (ella ti tolse) e, con la primissima luce del giorno (come ’l dì fu chiaro), salì al Purgatorio, il maestro dietro, sui suoi passi (io per le sue orme).

Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
63 poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro.»

Lì Lucia posò il discepolo (Qui ti posò), ma non prima che i (li) suoi splendidi (belli) occhi mostrassero a Virgilio (ma pria mi dimostraro) l’apertura dell’ingresso (quella intrata aperta); poi, la santa ed il sonno dell’Alighieri se ne andarono all’unisono (ella e ’l sonno ad una se n’andaro).

A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta
e che muta in conforto sua paura,
66 poi che la verità li è discoperta,
mi cambia’ io; e come sanza cura
vide me ’l duca mio, su per lo balzo
69 si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto IX • William Blake (1757-1827), Illustrations to Dante’s Divine Comedy, 1826-27 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
William Blake (1757-1827)
Illustrations to Dante’s Divine Comedy, 1826-27

 
Alle parole della sua dolce guida il poeta cambia atteggiamento (mi cambia’ io), come avviene in colui che nel dubbio si rincuori (A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta), mutando (muta) in conforto i suoi timori (sua paura) dopo aver scoperto la realtà dei fatti (poi che la verità li è discoperta); e non appena il duca nota il suo protetto (vide me ’l duca mio) privo d’apprensione (sanza cura), si dirige verso il roccioso versante (si mosse su per lo balzo), Dante seguendolo in risalita (e io di rietro inver’ l’altura).

Lettor, tu vedi ben com’io innalzo
la mia matera, e però con più arte
72 non ti maravigliar s’io la rincalzo.

Rivolgendosi al lettore del proprio poema (Lettor), l’autore della Commedia lo sprona a prestare attenzione all’imminente elevazione dei contenuti narrati (tu vedi ben com’io innalzo la mia matera), lui anticipando di non stupirsi s’egli la fortificherà (non ti maravigliar s’io la rincalzo) con stile linguistico maggiormente eletto (e però con più arte).

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
che là dove pareami prima rotto,
75 pur come un fesso che muro diparte,
vidi una porta, e tre gradi di sotto
per gire ad essa, di color diversi,
78 e un portier ch’ancor non facea motto.

I due viandanti s’avvicinano (Noi ci appressammo), giungendo in un punto dal quale (ed eravamo in parte che), là dove in precedenza al pellegrino era parso di notare una fenditura (pareami prima rotto), non più d’una spaccatura che suddivide una fiancata (pur come un fesso che muro diparte), vede (vidi) una porta e, per entrarvi (per gire ad essa), tre gradini sottostanti (gradi sotto), di colorazione differente (color diversi), e un silenzioso guardiano (un portier ch’ancor non facea motto).

E come l’occhio più e più v’apersi,
vidil seder sovra ’l grado sovrano,
81 tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;

E sgranando il suo sguardo verso di lui, il discepolo lo vede esser posizionato sul gradino più alto (come l’occhio più e più v’apersi, vidil seder sovra ’l grado sovrano), talmente scintillante nel volto, da non riuscir a reggerne la visione (tal ne la faccia ch’io non lo soffersi);

e una spada nuda avëa in mano,
che reflettëa i raggi sì ver’ noi,
84 ch’io dirizzava spesso il viso in vano.

e in mano tiene (avëa) una spada sguainata (nuda), che riflette (reflettëa) i raggi solari verso i due scalatori con cotanta potenza (sì ver’ noi), da tentar il poeta di guardarlo più volte in volto, senza però riuscire a scorgere nulla (ch’io dirizzava spesso il viso in vano).

«Dite costinci: che volete voi?»,
cominciò elli a dire, «ov’è la scorta?
87 Guardate che ’l venir sù non vi nòi.»

“Dite, restando nelle vostra postazione (costinci): qual è il vostro volere (che volete voi?)”, inizia a chiedere la sentinella (cominciò elli a dire), “dov’è il vostro permesso (ov’è la scorta)? Badate bene che il risalire non vi nuoccia (Guardate che ’l venir sù non vi nòi)”.

«Donna del ciel, di queste cose accorta»,
rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi
90 ne disse: ‘Andate là: quivi è la porta’.»

“Donna inviata dal cielo (del ciel), conoscitrice (accorta) di queste norme (cose)”, gli risponde il maestro (rispuose ’l mio maestro a lui), “or ora (pur dianzi) ci (ne) disse di venire qui, dove avremmo trovato (Andate là: quivi è) la porta”.

«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
ricominciò il cortese portinaio:
93 «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».

“Ed ella custodisca nel migliore dei modi il vostro futuro cammino (i passi vostri in bene avanzi)”, ricomincia (ricominciò) il gentile portiere (cortese portinaio): “Venite dunque avanti fino ai nostri gradini (a’ nostri gradi innanzi)”.

Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
bianco marmo era sì pulito e terso,
96 ch’io mi specchiai in esso qual io paio.

A quella breve scalinata i due viaggiatori s’apressano (Là ne venimmo); il primo gradino è (e lo scaglion primaio era) d’un candido (bianco), talmente pulito e luccicante (terso), da riflettere perfettamente l’immagine dell’Alighieri (ch’io mi specchiai in esso qual io paio).

Era il secondo tinto più che perso,
d’una petrina ruvida e arsiccia,
99 crepata per lo lungo e per traverso.

Il secondo è nero più del rosso-sangue (tinto più che perso), costituito d’una pietra rigida e bruciacchiata (arsiccia), crepata sia in (per lo) lungo che in largo (per traverso).

Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
porfido mi parea, sì fiammeggiante
102 come sangue che fuor di vena spiccia.

Il (Lo) terzo, che si compatta (s’ammassiccia) sopra gli altri due, al poeta pare (mi parea) porfido, rosso fiammante, al punto (sì fiammeggiante) da sembrar (come) sangue che zampilli al di fuori delle vene (fuor di vena spiccia).

Sovra questo tenëa ambo le piante
l’angel di Dio sedendo in su la soglia
105 che mi sembiava pietra di diamante.

Sopra (Sovra) questo terzo gradino poggia ambedue le piante dei piedi ( tenëa ambo le piante) l’angelo divino (l’angel di Dio), sedendo sulla (in su la) soglia che a Dante sembra (mi sembiava) pietra di diamante.

I tre gradini metaforizzano le tre fasi sacramentali: il primo d’essi riguarda il riflettersi del peccatore nelle proprie colpe, allo scopo di pentirsene, da qui il marmoreo bianco specchiante; il secondo in allegoria alla confessione del penitente, che arrossisce di vergogna al pensiero del proprio traviamento, a volto purpureo quanto la sfumatura del basamento; il terzo simbolizza la conclusiva fase di penitenza, in veemente slancio di carità, quasi bruciante sul cuore quanto la pietra riarsa dell’ultimo scalino.

L’aspetto diamantino della porta rivela al contrario la risolutezza nell’affrontare nuovi proponimenti in fede a Dio, risplendendo l’animo di pace in seguito all’avvenuto redimersi.

Per li tre gradi sù di buona voglia
mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
108 umilemente che ’l serrame scioglia».

Il duca guida il compiaciuto e bendisposto suo protetto (mi trasse il duca mio di buona voglia) sù per i tre gradini (Per li tre gradi sù), incitandolo (dicendo) a chiedere con profonda umiltà all’angelo celeste di aprir loro la serratura (Chiedi umilemente che ’l serrame scioglia).

Divoto mi gittai a’ santi piedi;
misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
111 ma tre volte nel petto pria mi diedi.

In estrema devozione Dante si getta al cospetto dei (Divoto mi gittai a’) santi piedi, invocando (chiesi) misericordia e chiedendo che l’angelo di Dio possa aprirgli (chiesi e ch’el m’aprisse) la porta, prima di tutto (prima) battendosi (mi diedi) per tre volte il (nel) petto.

Tripla battitura di petto è ufficiale gesto del ‘mea culpa’ durante lo svolgimento della liturgia eucaristica.

Sette P ne la fronte mi descrisse
col punton de la spada, e «Fa che lavi,
114 quando se’ dentro, queste piaghe» disse.

Il celeste sorvegliante gli incide (mi descrisse) sette P sulla (ne la) fronte con la punta della (col punton de la) spada, poi assicurandosi che le ferite vengano accuratamente lavate (Fa che lavi queste piaghe) una volta effettuato l’accesso al Purgatorio (quando se’ dentro).

Le sette P incise in fronte ai peccatori stanno a significare i peccati ricollegati ai sette vizi capitali, peraltro castigati nelle sette Cornici purgatoriali.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto IX • Francesco Scaramuzza (1803-1886), 1876 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Francesco Scaramuzza (1803-1886), Divina Commedia, 1836-1876

 

Cenere, o terra che secca si cavi,
d’un color fora col suo vestimento;
117 e di sotto da quel trasse due chiavi.

L’angelica veste porta la stessa tonalità della cenere o polvere di terra secca appena scavata (Cenere, o terra che secca si cavi, d’un color fora col suo vestimento); ed è appunto da sotto quell’abito ch’egli tira fuori (e di sotto da quel trasse) due chiavi.

Le nuances dell’angelico abbigliamento denotano il sentimento d’umiltà con il quale apprestarsi a svolgere pratica di confessione, su decreto divino.

L’una era d’oro e l’altra era d’argento;
pria con la bianca e poscia con la gialla
120 fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.

Una è (L’una era) d’oro e l’altra è (era) d’argento; prima con l’argentata (prima con la bianca), poi con la dorata (e poscia con la gialla), l’angelo si mette a trafficare sulla porta, in maniera da compiacere il pellegrino (fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento).

«Quandunque l’una d’este chiavi falla,
che non si volga dritta per la toppa»,
123 diss’elli a noi, «non s’apre questa calla.

Poi spiegando ai due viandanti (diss’elli a noi): “Ogniqualvolta (Quandunque) una di queste (l’una d’este) chiavi fallisca (falla), eventualmente non girando per il giusto verso nella (che non si volga dritta per la) toppa, quest’entrata (questa calla) non s’apre.

Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa
d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
126 perch’ella è quella che ’l nodo digroppa.

Una delle due è maggiormente preziosa (Più cara è l’una); ma l’altra richiede (vuol) esperienza e perspicacia (d’arte e d’ingegno) per disserrare (avanti che diserri), perch’ella è quella che disincastra il meccanismo (’l nodo digroppa).

Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri
anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
129 pur che la gente a’ piedi mi s’atterri.»

Mi furono affidate da San Pietro (Da Pier le tegno) ed egli mi raccomandò (dissemi), nel dubbio, ch’io ecceda nell’aprirla, piuttosto che nel serrarla (ch’i’ erri anzi ad aprir ch’a tenerla serrata), purché le anime si genuflettano ai miei (pur che la gente mi s’atterri a’) piedi.

Doppietta di chiavi porta un significato ben preciso, in quanto attraverso di loro la Chiesa concede al confessore di svolgere un doppio ruolo, ovvero quello assolutivo, rappresentato dalla chiave d’oro, quella di maggior valore, e quello di comprensione delle coscienze e capacità di sbrogliarne gli interiori ingarbugliamenti, rappresentato dalla chiave d’argento, la più complicata da utilizzare.

Ampia indulgenza è concessa a patto che il pentimento sia profondo e sincero, con umiliazione del reo al cospetto del messo celeste.

Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,
dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
132 che di fuor torna chi ’n dietro si guata».

Poi spinge il battente della sacra (Poi pinse l’uscio a la sacrata) porta, dicendo: “entrate; ma vi porto a conoscenza del fatto (facciovi accorti) che chi si guardasse indietro (’n dietro si guata), fuoriuscirebbe (di fuor torna).

Chi indietro si volga correrà il rischio di piombare in recidiva di vizio, fuoriuscendo ovviamente nell’immediato da Purgatorio.

E quando fuor ne’ cardini distorti
li spigoli di quella regge sacra,
135 che di metallo son sonanti e forti,
non rugghiò sì né si mostrò sì acra
Tarpëa, come tolto le fu il buono
138 Metello, per che poi rimase macra.

E quando gli stipiti (li spigoli) di quel sacro portone (quella regge sacra), composti da sonora e salda lega metallica (che di metallo son sonanti e forti), ruotano nei perni (fuor ne’ cardini distorti) con tal fragore e resistenza che nemmeno la porta di Tarpëa, al confronto, ruggì o si mostrò egualmente riluttante (non rugghiò sì né si mostrò sì acra) nell’atto dell’aprirsi, quando venne privata della tutela del buon (come tolto le fu il buono) Metello.

Si accenna velatamente a quella che fu la porta del tempio di Saturno, sulla rupe Tarpea, in fede alla narrazione del poeta romano Marco Anneo Lucano (39-65) nella sua ‘Farsaglia’, fra le cui pagine Cesare sopraggiunse nella città di Roma per accaparrarsi il tesoro pubblico, custodito nel tempio suddetto e supervisionato dal politico Lucio Cecilio Metello (290 a.C. – 221 a.C.), scansato con forza dallo stesso Cesare, con conseguente e fragorosa apertura della porta.

Io mi rivolsi attento al primo tuono,
e ‘Te Deum laudamus’ mi parea
141 udire in voce mista al dolce suono.

Il discepolo rivolge immediata ed accorta attenzione al primissimo suono (Io mi rivolsi attento al primo tuono) proveniente dall’interno, parendogli (mi parea) d’udire il ‘Te Deum laudamus’, in voce miscelata alla soave melodia d’incipit dell’inno (udire in voce mista al dolce suono).

A dir il vero non è dato sapere con certezza se il “primo tuono” udito dal pellegrino si riferisca a cigolio del portone oppure ai rumori provenienti dall’interno del Purgatorio, in ogni caso è inconfutabile ch’egli, in primo od in secondo ascolto che sia, oda il ‘Te Deum laudamus’, l’incipit del celebre inno ambrosiano cantato in segno d’elogio e gratitudine nei confronti della Santissima Trinità, plausibilmente effettuato tutte le volte in cui ad uno spirito venga concesso d’accedere all’espiazione dei propri peccati.

Tale imagine a punto mi rendea
ciò ch’io udiva, qual prender si suole
144 quando a cantar con organi si stea;

Ciò che il poeta ascolta (ciò ch’io udiva) gli rende realmente la sensazione (Tale imagine a punto mi rendea) che solitamente si vive (qual prender si suole) quando si assiste in presenza ai canti in accompagnamento d’organo (a cantar con organi si stea);

145 ch’or sì or no s’intendon le parole.

ove la percezione delle parole avviene ad intermittenza (ch’or sì or no s’intendon le parole), in quanto alternate alla musica.

Avanzata di Canto corrisponderà a varco d’ingresso nella prima Cornice, ove “Poi fummo dentro al soglio de la porta che ’l mal amor de l’anime disusa, perché fa parer dritta la via torta…”