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Divina Commedia: Purgatorio, Canto IV

Luca Signorelli (1450-1523), Purgatorio, scene dal Canto IV, 1499-1502, Duomo di Orvieto

 
Un Alighieri completamente assorto nei suoi pensieri e la sua inesausta guida arrivano nella zona in cui divien materialmente possibile accedere al promontorio e i due affiatati scalatori iniziano l’impervia arrampicata, avvantaggiandosi con le mani fino al raggiungimento del ciglio superiore, dove lo spazio a disposizione è più vasto, ma all’aumentar del passo di Virgilio, quello del suo protetto s’affanna a tal punto da chiedergli di fermarsi; il rincuorarlo del maestro, in tutta risposta, lo sprona a non desistere sicché il pellegrino, fedelmente accondiscendente, si rigenera nella resistenza e marcia fino al primo balzo circolare, dove i due finalmente possono sedersi e concedersi fiato nell’osservar l’oriental orizzonte.

Dopo breve spiegazione del duca sul sorgere della sfera celeste e sullo scemar della difficoltà di salita mano a mano che ci si avvicinerà alla cima, i due viandanti notano le anime dei pigri, fra i quali Dante riconosce un vecchio amico, Belacqua, pertanto il discepolo chiede lui il motivo per cui non si stia dirigendo verso la vetta e la spiegazione dell’anima rivela il decreto divino secondo le cui disposizioni è previsto un determinato periodo d’attesa in base al peccato in vita commesso.

A riprender marcia sarà invece il poeta che, interrotto il suo discorrere su richiamo del savio conduttore, al mezzodì riprenderà la sua faticosa ascesa, fluttuante in una dimensione in cui il tempo è scandagliato dal sole ed ove le umane virtù, poste all’apice di montagna, s’allegorizzano fra rime nel porsi dirimpetto alla pigrizia a piè di versante, a dimostrazion del fatto che a nobiltà e purezza d’animo si possa aspirare nella consapevolezza della fatica e del tempo necessari a conquistarle.

Aleggia sul Canto una costante atmosfera d’inquietudine, a partir dall’iniziale turbamento sulla scia del Manfredi e proseguendo nell’incertezza del tragitto, minato sia dall’impegno che dall’apprensione riguardo alla meta, percepita come ancor lontana e quasi irraggiungibile, oltre che nel disorientante stupirsi del peregrino riguardo alla direzione della sfera celeste, che sembra farsi ulteriore carico emotivo in lui originante confusione mentale.

Sovviene al placar ogni irrequietezza il garbato e benevolo discorrere del clemente Virgilio il quale, tra un primo sollecito in fase d’arrampicata, una zelante esplicazione dei moti solari ed infine una rigenerante rassicurazione sulla fase di raggiunta della vetta, boccata d’ossigeno diviene per l’accorato ed a tratti demoralizzato suo discepolo.

A spezzar il confidenziale tête-à-tête, sul filo del quale i due poetanti per un attimo divengon un padre ed il suo figliolo, la pungente battuta del Belacqua che, con breve quanto affettuosa freddura, riporta alla mente dell’Alighieri quella che fu la loro precedente conoscenza, sull’istante apparendo personaggio talmente ozioso da parer quasi inadatto alla sacralità del luogo, poi svelandosi nella preziosa verità che l’autore della Commedia lui affida, tirandone le fila del discorso con arguto realismo e grondante spiritualità, celati fra le righe.

Non necessita infatti il Belacqua d’esser stato blasonato nobiluomo, glorioso combattente, potente personalità politica o religiosa, per far di sé stesso il custode del più nobile insegnamento, ovvero quello che il verseggiatore toscano pone alla mercé dei lettori, fedelmente affidandosi alla lor capacità di carpirne, al di là di strutturali parafrasi, la semplicità dell’esser un uomo nella difficoltà di comprendere le proprie ombre e nel tentativo d’elevarle a piena luminosità.

Uno spirito al quale, nel passaggio fra vita e morte, intatte son rimaste le movenze fisiche di spossatezza e negligenza delle quali Dante, in piena compassione, narra senza alcuna presunzione di giudizio, al contrario tendendo un parallelismo fra la sua impaziente bramosia del giungere a fine viaggio e la raggiunta coscienza del Belacqua di doversi redimere, poi ricamandoli ad inchiostro su medesima pergamena di vissuti, nel tangibile constatare come il raggiungimento di qualsivoglia meta, debba concretizzarsi in assoluta gradualità marciata a minuscoli passi, posti un davanti all’altro tra sofferenza e temporaneo disincanto, che tuttavia altro non sono che la scommessa da condurre a vittoria nell’ottica di un futuro più lucente.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto IV • Nicholas Kalmakoff (1873–1955), Ritratto di Dante Alighieri, 1936 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Nicholas Kalmakoff (1873–1955), Ritratto di Dante Alighieri, 1936

 

Quando per dilettanze o ver per doglie,
che alcuna virtù nostra comprenda,
3 l’anima bene ad essa si raccoglie,
par ch’a nulla potenza più intenda;
e questo è contra quello error che crede
6 ch’un’anima sovr’altra in noi s’accenda.

Quando, a causa d’una percezione dilettevole o dolorosa (Quando per dilettanze o ver per doglie), che calamiti su di sé ogni facoltà mentale (che alcuna virtù nostra comprenda), l’anima si concentra intensamente su quel determinato pensiero (l’anima bene ad essa si raccoglie), pare che l’intelletto non possa esercitare null’altra funzione; e ciò contrasta con l’errore (e questo è contra quello error) di chi è portato a credere che in noi siano presenti più anime autonome e stratificate l’una sull’altra (che crede ch’un’anima sovr’altra in noi s’accenda).

E però, quando s’ode cosa o vede
che tegna forte a sé l’anima volta,
9 vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;
ch’altra potenza è quella che l’ascolta,
e altra è quella c’ha l’anima intera:
12 questa è quasi legata e quella è sciolta.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto IV • Salvador Dalí (1904-1989), Le potenze dell'anima, La Divina Commedia, Salani Arti e Scienze, 1965 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Salvador Dalí (1904-1989), Le potenze dell’anima
La Divina Commedia, Salani Arti e Scienze, 1965

 
E pertanto (però), quando si sente o si vede qualcosa (s’ode cosa o vede) che catturi fortemente l’attenzione dell’anima (tegna forte a sé l’anima volta), il tempo continua a trascorrere, ma l’uomo non se ne accorge (vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede);

in quanto una è la facoltà che ascolta il tempo (ch’altra potenza è quella che l’ascolta), altra è quella che s’impadronisce dell’anima nella sua interezza (e altra è quella c’ha l’anima intera): la prima funzione intellettiva è completamente aderente alla stessa e la seconda ne è invece totalmente slegata.

Di ciò ebb’io esperïenza vera,
udendo quello spirto e ammirando;
15 ché ben cinquanta gradi salito era
lo sole, e io non m’era accorto, quando
venimmo ove quell’anime ad una
18 gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».

Di questo Dante narra aver avuto esperienza diretta (Di ciò ebb’io esperïenza vera) mentre ascoltava, sbalordendosene, lo spirito di Manfredi (udendo quello spirto e ammirando); perché (ché), nel frattempo, di ben cinquanta gradi s’era levato (salito) il (lo) sole, senza che lui nemmeno se ne rendesse conto (e io non m’era accorto), fino a quando i due viandanti non giunsero (venimmo) nella zona in cui gli spiriti dei contumaci (ove quell’anime), all’unisono (ad una), gridarono loro (gridaro a noi) d’esser quello il punto richiesto dai due peregrini (Qui è vostro dimando).

È nel Convivio che l’Alighieri accennò all’aristotelica concezione psicologica secondo cui tre sono le strutturali potenze dell’anima, ovvero la vegetativa, la sensitiva e la ragionativa, essendo le quali, secondo parere del teologo, religioso, accademico e filosofo Tommaso d’Aquino (1225-1274), verosimilmente riagganciato dall’autore della Commedia, tenacemente attecchite nell’unica essenza dell’anima, risulta impossibile che, esercitando una funzione, le rimanenti restino attive, di conseguenza silenziandosi a favore dell’esercizio dell’una, in una sorta di logica alternanza fra esse. Il che esclude a priori eventuali ipotesi sulla presenza, nella medesima persona, di più anime indipendenti l’una dall’altra, così fosse tutte le funzioni potrebbero manifestarsi completamente, al contrario di quanto avviene nella mente del poeta, interamente assorto sul Manfredi senza nessun altra possibilità di pensiero, a piena ed empirica testimonianza d’una solida interazione fra le stesse.

Maggiore aperta molte volte impruna
con una forcatella di sue spine
21 l’uom de la villa quando l’uva imbruna,
che non era la calla onde salìne
lo duca mio, e io appresso, soli,
24 come da noi la schiera si partìne.

Maggiormente ampia (Maggiore aperta) è l’apertura che, quando l’uva è matura (l’uva imbruna), il contadino (l’uom de la villa) molte volte ottura (impruna) con le sue spine raccolte con una piccola forca (forcatella), rispetto al calle (che non era la calla) da cui sale il duca, ed il suo protetto a seguire (onde salìne lo duca mio e io appresso), solitari (soli), non appena da loro distaccatasi (come da noi si partìne) la schiera dei penitenti.

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
montasi su in Bismantova e ’n Cacume
27 con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;
dico con l’ale snelle e con le piume
del gran disio, di retro a quel condotto
30 che speranza mi dava e facea lume.

S’arriva (Vassi) in Sanleo e si discende (discendesi) in Noli, ci si arrampica (montasi su) a (in) Bismantova e sul Caccume (’n Cacume) con il solo aiuto dei propri piedi (con esso i piè); ma sul monte del Purgatorio (qui) l’uomo dovrebbe volare (convien ch’om voli);

intende dir metaforicamente il poeta (dico) che l’uomo voli con ali leggiadre (l’ale snelle) e con le piume del gran desiderio (disio), come lui stesso fa dietro a quella guida (di retro a quel condotto) che gli dona speranza, illuminandogli il cammino (speranza mi dava e facea lume).

Noi salavam per entro ’l sasso rotto,
e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
33 e piedi e man volea il suol di sotto.

I due viaggiatori risalgono attraverso una spaccatura della roccia (Noi salavam per entro ’l sasso rotto), da entrambi i lati pressati dall’estremità (e d’ogne lato ne stringea lo stremo) delle rocciose sponde, e il terreno (suol di sotto) è talmente impervio da richiamar l’aiuto delle mani (e piedi e man volea).

Il sentiero percorso, oltre che disagevole ed estremamente impervio, è gravemente ristretto fra i due pietrosi costoni che lo delimitano, sfioranti le spalle dei due viandanti.

Allegoria sul volo viene srotolata nel confronto fra l’inclinazione del massiccio ed i percorsi più ardui dell’italica penisola, tipici degli scoscendimenti portati ad esempio quali la rocca di Montefeltro, nella riminese provincia di San Leo, che si raggiunge salendo in camminata, la ligure cittadina di Noli, nel golfo di Genova, all’epoca accessibile esclusivamente via mare e ancora Pietra di Bismantova, sull’Appennino reggiano, oppure il Caccume, situato fra i monti lepini, nell’Antiappennino laziale, in provincia di Frosinone; tragitti percorribili in scalata con il solo utilizzo dei piedi, al contrario dell’arrampicata in corso dei due peregrini, erta a tal punto da chiamar in aiuto l’azione delle mani, simbolicamente pungolandosi con la brama del salire, che sprona la tempra come dotando l’animo di tenui ali.

Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo
de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,
36 «Maestro mio», diss’io, «che via faremo?».

Una volta arrivati i due scalatori al margine superiore dell’alta parete (Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo de l’alta ripa), su un pendio più scoperto (a la scoperta piaggia), il discepolo chiede (diss’io) al suo maestro in quale direzione procederanno (Marstro mio, che via faremo?).

Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
pur su al monte dietro a me acquista,
39 fin che n’appaia alcuna scorta saggia».

Ed egli gli risponde (Ed elli a me) invitandolo a non far nessun passo invano (Nessun tuo passo caggia); concentrandosi esclusivamente sullo scalar la montagna e seguendolo (pur su al monte dietro a me acquista); fintantoché (fin che) non (n’)appaia qualche altra sapiente anima che sappia dirigerli (alcuna scorta saggia).

Lo sommo er’alto che vincea la vista,
e la costa superba più assai
42 che da mezzo quadrante a centro lista.

La vetta del monte è talmente elevata da rendersi invisibile alla (Lo sommo er’alto che vincea la) vista, e la fiancata tanto più ripida (e la costa superba più assai) dell’asta situata al centro di un quadrante (che da mezzo quadrante a centro lista).

Il quadrante è astronomico strumento graduato e la cui apertura corrisponde a novanta gradi, da ciò si può supporre che la pendenza riportata in terzina, “da mezzo quadrante a centro lista”, corrisponda a quarantacinque gradi.

Io era lasso, quando cominciai:
«O dolce padre, volgiti, e rimira
45 com’io rimango sol, se non restai».

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto IV • William Blake (1757-1827), Illustrations to Dante's Divine Comedy, 1826-27 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
William Blake (1757-1827), Illustrations to Dante’s Divine Comedy, 1826-27

 
Dante è al limite della spossatezza (Io era lasso), quindi si rivolge a Virgilio appellandolo come fosse la sua amorevole figura paterna (O dolce padre), lui chiedendo di volgersi (volgiti) ad osservar (e rimira) quanto lui rimanga solo (com’io rimango sol) s’egli non s’arresti (se non restai) un istante.

Dal primo passo nella selva oscura è la prima volta che il discepolo si rivolge al suo maestro chiamandolo “dolce padre”, uno slancio affettivo sussurrato in pieno affaticamento alla ricerca di comprensione, la medesima che il vate più volte ha dimostrato di possedere nel più elevato grado di purezza, in alcuni momenti anch’esso appellando il suo protetto con toni premurosamente paterni, come avvenuto ad esempio nel precedente Canto all’atto dell’esortarlo a dirigersi verso una schiera di anime, in cerca di delucidazioni sul tratto da intraprendere, forgiando l’interior speranza: “Andiamo in là, ch’ei vegnon piano; e tu ferma la spene, dolce figlio” (Purgatorio, Canto III, 65-66).

«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
additandomi un balzo poco in sùe
48 che da quel lato il poggio tutto gira.

Egli dunque rispondendo (disse) similmente chiamandolo come fosse un suo figlio (Figliuol mio), dolcemente l’incalza a proseguire nella scalata fino ad un punto (infin quivi ti tira) lui additato (additandomi) nel (un) balzo, di poco superiore (poco in sùe), che da quel lato cinge (gira) tutto il monte (poggio).

Sì mi spronaron le parole sue,
ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
51 tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.

Le parole del duca incitano a tal punto il pellegrino (Sì mi spronaron le parole sue), ch’egli si sforza di continuare a seguirlo (ch’i’ mi sforzai appresso lui) marciando carponi (carpando), fin tanto che non posa i piedi (sotto i piè mi fue) sul ripiano (’l cinghio) poco prima additato.

A seder ci ponemmo ivi ambedui
vòlti a levante ond’eravam saliti,
54 che suole a riguardar giovare altrui.

Entrambi ci si adagiano seduti (A seder ci ponemmo ivi ambedui) e rivolti (vòlti) a levante, da dove sono (ond’eravam) saliti, la quale vista solitamente rende appagamento a chiunque ne osservi (che suole a riguardar giovare altrui).

Arcano è il significato intrinseco alla gratificazione dell’osservar l’orizzonte, ossia se la stessa possa derivare dal panorama in sé oppure se si riferisca alla sacrosanta soddisfazione provata nel rimirare l’entità della distanza già percorsa.

Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
poscia li alzai al sole, e ammirava
57 che da sinistra n’eravam feriti.

Il pellegrino guarda dapprima in basso, verso il litorale (Li occhi prima drizzai ai bassi liti); poi leva gli occhi (poscia li alzai) al sole, stupefacendosi (e ammirava) del fatto che i suoi raggi colpiscano lui e la sua guida provenendo da sinistra (che da sinistra n’eravam feriti).

Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava
stupido tutto al carro de la luce,
60 ove tra noi e Aquilone intrava.

Il vate ben si accorge (Ben s’avvide il poeta), dell’intenso ed estatico stupore del suo protetto al notar la sfera solare (ch’ïo stava stupido tutto al carro de la luce) percorrere lo spazio fra loro due ed il Nord (ove tra noi e Aquilone intrava).

La definizione della sfera celeste come “carro della luce” rinvia alle mitologiche ed antiche narrazioni secondo le quali la divinità greca Helios ogni mattina conduce il sole al cielo trasportandolo con il suo carro, al cui traino stanno quattro cavalli, Eòo, Etone, Flegone e Piroide, fiammeggianti dalle narici; “Aquilone” rappresenta invece il vento settentrionale, che sta dunque ad indicare la provenienza dal nord.

Ond’elli a me: «Se Castore e Poluce
fossero in compagnia di quello specchio
63 che sù e giù del suo lume conduce,
tu vedresti il Zodïaco rubecchio
ancora a l’Orse più stretto rotare,
66 se non uscisse fuor del cammin vecchio.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto IV • Divina Commedia, Additional Manuscript 19587, ca. 1370, British Library • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Divina Commedia, Additional Manuscript 19587, ca. 1370
British Library

 
Di conseguenza egli lo delucida affermando (Ond’elli a me) che se la costellazione dei Gemelli (Castore e Poluce) si trovasse in congiunzione (fossero in compagnia) con (di) quello specchio che fa salire e ridiscendere là propria luminosità (sù e giù del suo lume conduce), il discepolo potrebbe vedere la zona dello Zodiaco rosseggiare (tu vedresti il Zodïaco rubecchio) e ruotar ancor più vicina alle costellazioni (ancora più stretto rotare a) dell’(l’)Orse, a meno che lo stesso sole non fuoriesca dalla sua solita orbita (se non uscisse fuor del cammin vecchio).

Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,
dentro raccolto, imagina Sïòn
69 con questo monte in su la terra stare
sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn
e diversi emisperi; onde la strada
72 che mal non seppe carreggiar Fetòn,
vedrai come a costui convien che vada
da l’un, quando a colui da l’altro fianco,
75 se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».

Il maestro prosegue dicendo che se l’Alighieri avesse desiderio di meglio intendere come ciò possa avvenire, (Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare), ch’egli prenda in considerazione (imagina), attentamente concentrandosi (dentro raccolto), il fatto che Gerusalemme (Sïòn) sia localizzata sul suolo terrestre, rispetto al Purgatorio (con questo monte in su la terra stare), in maniera da avere ambedue un unico orizzonte astronomico (sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn), circoscritto da due differenti emisferi (e diversi emisperi), fra loro agli antipodi; per cui il percorso (onde la strada) della sfera celeste, quello che di cui Fetonte non seppe calibrar la rotta (che mal non seppe carreggiar Fetòn), il poeta lo potrà valutare (vedrai) e, se avrà modo di meditarci approfonditamente (se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada), capirà esser logico il fatto che la stessa viaggi a sinistra del Purgatorio (come a costui convien che vada da l’un) e simmetricamente a destra dalla parte opposta, per chi si trovi a Gerusalemme (quando a colui da l’altro fianco).

Durante il corso dell’intero anno il sole s’altalena fra i due tropici, di conseguenza chi guardi verso oriente, trovandosi nel tropico del Cancro, lo vedrà procedere direzione di passaggio diametralmente antitetica rispetto a chi invece si trovi dalla parte opposta, nel tropico del Capricorno, come nel caso dei due poetanti.

Logica deduzione vuole che, trovandosi il Purgatorio agli antipodi di Gerusalemme, localizzata a nord del tropico del Cancro, guardando verso est, da quest’ultima, si vedrà la sfera solare transitare sulla destra, verso sud, mentre dal sacro rilievo, dunque a sud del tropico del Capricorno, ruoterà sulla sinistra, verso nord, ed entrambe le direzioni si accentueranno in maniera direttamente proporzionale all’avvicinarsi, rispettivamente, del solstizio d’estate e d’inverno; ragion per cui, spiega il dotto conduttore al proprio seguace, se il sole si trovasse in congiunzione con “Castore e Polluce”, la Costellazione dei Gemelli, dunque in prossimità dell’estivo solstizio, egli lo vedrebbe ancora più in basso alla sua sinistra, ossia più a nord, sempre che lo stesso non “uscisse fuor del cammin vecchio”.

“Fetòn”, Fetonte, era il figlio più giovane di Helios che, provando a guidare il carro del padre, non fu in grado di governarne i cavalli, perdendone in tal modo il controllo ed appressandosi eccessivamente alla crosta terrestre, così incendiando gran parte del suolo africano e prosciugando i fiumi, fino all’esser colpito, per punizione, da un fulmine di Zeus; precipitato nel mitologico fiume Eridano ed ivi annegato, venne dolorosamente compianto dalle afflitte sorelle Eliadi.

«Certo, maestro mio», diss’io, «unquanco
non vid’io chiaro sì com’io discerno
78 là dove mio ingegno parea manco,
che ’l mezzo cerchio del moto superno,
che si chiama Equatore in alcun’arte,
81 e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,
per la ragion che di’, quinci si parte
verso settentrïon, quanto li Ebrei
84 vedevan lui verso la calda parte.
Ma se a te piace, volontier saprei
quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale
87 più che salir non posson li occhi miei».

“Certamente (Certo), maestro mio”, risponde il pellegrino (diss’io), “mai (unquanco) mi capitò di veder tanto chiaramente (non vid’io chiaro sì) come ora nel comprendere (com’io discerno) in un ambito in cui (là) dove il mio intelletto (ingegno) pareva esser limitato (parea manco), che il cerchio mediano della rotazione celeste (’l mezzo cerchio del moto superno), quello che nella scienza dell’astronomia (in alcun’arte) si chiama Equatore e che sta nel mezzo dei due tropici (sempre riman tra ’l sole e ’l verno), secondo le motivazioni da te enunciate (per la ragion che di’), dista (si parte) da qui (quindi) verso il nord (verso settentrïon), quanto gli (li) Ebrei lo possono o vedere distante in direzione sud.

Ma se ti compiacesse (Ma se a te piace), gradirei sapere (volontier saprei) quanta strada avremo ancora da percorrere (quanto avemo ad andar), essendo che il promontorio s’eleva più di quanto siano in grado di fare i miei occhi (ché ’l poggio sale più che salir non posson li occhi miei)”.

Ed elli a me: «Questa montagna è tale,
che sempre al cominciar di sotto è grave;
90 e quant’om più va sù, e men fa male.
Però, quand’ella ti parrà soave
tanto, che sù andar ti fia leggero
93 com’a seconda giù andar per nave,
allor sarai al fin d’esto sentiero;
quivi di riposar l’affanno aspetta.
96 Più non rispondo, e questo so per vero».

Prontamente il duca, a lui in risposta (Ed elli a me): “La struttura di codest’altura (Questa montagna) è tale che in principio la scoscesa è sempre molto gravosa (al cominciar di sotto è grave), mentre man man che l’uom la risale, la pendenza diminuisce (e quant’om più va sù, e men fa male). Perciò (Però), quando la stessa ti parrà particolarmente agibile (quand’ella ti parrà soave tanto), al punto che il rimontarla ti sarà semplice (che sù andar ti fia leggero) come per la nave che caldeggi la corrente (com’a seconda giù andar per nave), allor sarai giunto al temine di codesto (al fin d’esto) sentiero; per cui attendi a riposarti in questo punto (quivi di riposar l’affanno aspetta).

Questo è quanto so per certo (questo so per vero), e non ho altro da porti in riposta (Più non rispondo).

E com’elli ebbe sua parola detta,
una voce di presso sonò: «Forse
99 che di sedere in pria avrai distretta!».

E non appena Virgilio ha terminato il suo discorso (E com’elli ebbe sua parola detta), una voce risuona nelle vicinanze (una voce di presso sonò): “Può esser che ti sentirai costretto a sederti anche prima (Forse che di sedere in pria avrai distretta)!”

Al suon di lei ciascun di noi si torse,
e vedemmo a mancina un gran petrone,
102 del qual né io né ei prima s’accorse.

All’udirla, ognun dei peregrini si volta (Al suon di lei ciascun di noi si torse), indi notando (e vedemmo), a poca distanza (ad una mancina), un enorme masso (un gran petrone), del qual nessun dei due s’era accorto precedentemente (del qual né io né ei prima s’accorse).

Là ci traemmo; e ivi eran persone
che si stavano a l’ombra dietro al sasso
105 come l’uom per negghienza a star si pone.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto IV • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 
Dunque i due viandanti s’avvicinano al punto di provenienza della voce (Là ci traemmo) e vi scorgono anime (e ivi eran persone) adagiate nell’ombra dietro al masso (che si stavano a l’ombra dietro al sasso), in atteggiamento d’evidente poltroneria (come l’uom per negghienza a star si pone).

E un di lor, che mi sembiava lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
108 tenendo ’l viso giù tra esse basso.

E una di loro (un di lor), che al pellegrino appare sfiancata (mi sembiava lasso), sta seduta abbracciandosi (sedeva e abbracciava) le ginocchia e mantenendo il volto (tenendo ’l viso) rivolto in basso, fra le stesse (giù tra esse).

«O dolce segnor mio», diss’io, «adocchia
colui che mostra sé più negligente
111 che se pigrizia fosse sua serocchia».

Allorché l’Alighieri dice (diss’io) al suo soave maestro (O dolce segno mio) di guardare (adocchia) colui che si palesa (mostra sé) come il più negligente, quasi come se la pigrizia gli fosse sorella (sua scrocchia).

Allor si volse a noi e puose mente,
movendo ’l viso pur su per la coscia,
114 e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».

Allor lo spirito si rivolge ai due poetanti in maniera riflessiva (si volse a noi e puose mente), alzando lo sguardo (movendo ’l viso) su per la coscia, poi affermando (e disse): “Adesso sali tu (Or va tu sù), che sei tanto abile (se’ valente)!”

Conobbi allor chi era, e quella angoscia
che m’avacciava un poco ancor la lena,
117 non m’impedì l’andare a lui; e poscia
ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,
dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole
120 da l’omero sinistro il carro mena?».

È in quel momento che Dante lo riconosce (Conobbi allor chi era), e quell’affanno (quella angoscia) che gli incalza ( m’avacciava) ancor un poco il respiro (la lena), non gli impedisce tuttavia d’avvicinarsi (non m’impedì l’andare) a lui; e dopo e flora il pellegrino raggiunto (poscia ch’a lui fu’ giunto), lo spirito, alzata a malapena (alzò a pena) la testa, gli chiede (dicendo) con percettibile sarcasmo: “Hai ben compreso (veduto) il motivo per cui (come ’l) il sole marcia sulla tua sinistra (da l’omero sinistro il carro mena)?”

Li atti suoi pigri e le corte parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
123 poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
di te omai; ma dimmi: perché assiso
quiritto se’? attendi tu iscorta,
126 o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».

L’abulico atteggiamento del penitente e le sue brevi, quanto ironiche, frasi (Li atti suoi pigri e le corte parole) smuovono un lieve riso sulla bocca del poeta (mosser le labbra mie un poco a riso), il quale dunque ribatte (poi cominciai): “Belacqua, vedendoti qui, ormai non mi preoccupo più per te (a me non dole di te omai); ma dimmi: perché stai seduto proprio qui (assiso quiritto se’)? sei in attesa della tua guida (attendi tu iscorta) oppure ti sei fatto nuovamente sopraffare dai tuoi vecchi vezzi (o pur lo modo usato t’ ha’ ripriso)?

Non si hanno notizie precise ed inconfutabili, riguardo al tal Belacqua, sebbene, secondo alcune ricerche d’archivio, potrebbe esser stato il fiorentino Duccio di Bonavia, liutaio della contrada, a poca distanza dalla residenza del poeta, di San Procolo; ammogliato e padre di due figli, Vanni e Dino, dicerie dei tempi lo tramandano come uomo di bottega smisuratamente inoperoso, al punto di passar la maggior parte del suo tempo comodamente seduto e svogliato.

Il discepolo, notando lo spirito dell’amico nell’Antipurgatorio, scioglie ogni dubbio sull’eventuale destinazione dello stesso al regno infernale, cosicché potendo smettere d’impensierirsi a riguardo.

Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
ché non mi lascerebbe ire a’ martìri
129 l’angel di Dio che siede in su la porta.

Ed egli (elli): “O fratello (frate), a che gioverebbe salire (andar in sù che porta) per il poggio? nel caso l’angelo celeste (ché l’angel di Dio), il quale siede sull’ingresso (che siede in su la porta) del Purgatorio, non mi permetterebbe d’accedere alle pene espiatorie (lascerebbe ire a’ martìri).

Prima convien che tanto il ciel m’aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
132 perch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri,
se orazïone in prima non m’aita
che surga sù di cuor che in grazia viva;
135 l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».

Prima è necessario (convien) ch’io stia nell’Antipurgatorio (di fuor da essa) finché il cielo non abbia fatto intorno a me il numero di rotazioni corrispondenti alla durata della mia esistenza (che tanto il ciel m’aggiri quanto fece in vita), perch’io tentennai fino al termine della stessa (’ndugiai al fine) il sincero pentirmi (i buon sospiri) delle mie colpe, a meno che (se), prima di quel momento, non mi venga in soccorso (in prima non m’aita) una preghiera che però provenga da un cuore in grazia divina (surga sù di cuor che in grazia viva); altra orazione a che varrebbe (l’altra che val), che in ciel non sarebbe ascoltata (’n ciel non è udita)?”

Sorta di temporaneo contrappasso impone ai peccatori di sostare nell’Antipurgatorio per il tempo coincidente, nella durata, a quello che da viventi dedicarono ai loro peccati; il sentito pregar dei viventi potrà ridurre la loro pena, a condizion che le invocazioni provengano da cuori in grazia di Dio, altrimenti fosse, non verrebbero prese minimamente in considerazione.

E già il poeta innanzi mi saliva,
e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco
138 meridïan dal sole, e a la riva
139 cuopre la notte già col piè Morrocco».

E nel mentre il vate (già il poeta) ha iniziato a salire, davanti al suo protetto (innanzi mi saliva), spronandolo (e diceva) ormai seguirlo (Vienne omai); e ch’egli noti aver il sole già raggiunto il meridiano (vedi ch’è tocco meridïan dal sole), e la notte copre già con il suo piede la riva del Marocco (e a la riva cuopre la notte già col piè Morrocco).

La tarda ora viene valutata in base alla posizione del sole che, toccando il meridiano celeste, si trova allo zenit e di fronte la notte già inizia a posarsi sul Marocco ove, quando in Purgatorio è mezzogiorno, sono infatti le sei di sera.

Indi, narrerà l’autore, in quinto Canto di seconda Cantica: “Io era già da quell’ombre partito, e seguitava l’orme del mio duca, quando di retro a me, drizzando ’l dito…”