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Divina Commedia: Purgatorio, Canto II

François Lafon (1846-1920), Dante et Virgile sur les rives du Purgatoire, 1886

 
Ancor estasiato della subitanea rinascita del giunco dopo il delicato strappo di Virgilio, Dante, in rosseggiar d’aurora ed al fianco del maestro, con lo stesso sta in riflessione su quale sia il miglior cammino da intraprendere quando, dal fondo del mare, ecco apparire uno sfolgorio che si rivelerà effonder di luce dell’angelo condottiero che traghetta gli spiriti dalla foce del Tevere al Purgatorio.

La visione è quasi accecante, data la sua immensa luminescenza, ragion per cui il discepolo si vede costretto ad abbassare il capo, poi rivolgendo sguardo alla sua rassicurante guida in cerca di delucidazioni a riguardo ed il vate, non appena compreso chi sia la fulgente creatura, intima al proprio protetto di genuflettersi e congiunger le mani in segno di devozione, nel mentre osservandola avvicinarsi, apporre segno della croce alle disorientate anime interne al vascello da lei condotto, che in simultanea coralità intonano solenne Salmo, indi lasciarle al lido per poi riandarsene spedito.

Dalla la schiera delle stesse s’avvicina all’Alighieri lo spirito di tal Casella e fra i due avvengono vari tentativi d’abbraccio, ovviamente nell’insieme vanificatisi data l’eterea consistenza del penitente, ormai privo delle mortali spoglie.

Alternativo scambio d’emozione viaggia dunque sul filo della richiesta, lui avanzata dal pellegrino, di deliziarlo ancora una volta della sua voce, cantando così come spesso fece in vita alleviando l’afflitto animo del poeta; in favorevole risposta lo spirito intona “Amor che ne la mente mi ragiona”, interpretandolo con una tal liricità da coinvolger tutti i presenti ad un silenzioso ed estatico ascolto, perlomeno fino all’arrivo di Catone che, con tono perentorio, rispedisce ai loro doveri ogni spirito, sulla cui scia del confuso e turbato andirivieni, anche i due viandanti riprendono sollecitamente il loro tragitto.

Prima parte di canto s’apre con numerosi riferimenti astronomici, fra i quali albe e tramonti che allegoricamente si stagliano sull’ampio sfondo celeste in una sorta di metafora riguardante la rinascita dei peccatori diretti alla cima del monte; ultima parte di terzine è invece riservata all’amichevole incontro succitato che, dall’emozional trasporto rimato fra vocaboli, parrebbe esser stato un confidenziale rapporto del quale l’Alighieri si giovò a suon di musica pizzicata sulla propria sofferenza.

In epoca medievale le arti in genere venivano considerate uno strumento morale che consentisse alla spiritualità d’elevarsi oltre il mero piacere del goderne, celestial concezione che il rimprovero di Catone rimembra alle anime in un battibaleno, affinché le stesse non perdano di vista la retta via; sagace maestria rende onore all’autore della Commedia nell’aver saputo richiamar fra righe entrambe le concezioni, ovvero tendendo un parallelismo fra il personale compiacersi nell’abbandonarsi alle lusinghe della canzone ed il rimprovero del guardiano celeste, quasi a voler sottolineare quant’ancor egli debba proseguire per purificarsi, pur con una goccia d’amor proprio nel farlo tramite una melodia proveniente da una sua stessa opera.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto II • Luca signorelli (1450-1523), Arrivo dell'angelo in purgatorio,1499-1502, Duomo di Orvieto • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Luca signorelli (1450-1523), Arrivo dell’angelo in purgatorio, 1499-1502
Duomo di Orvieto

 

Già era ‘l sole a l’orizzonte giunto
lo cui meridïan cerchio coverchia
3 Ierusalèm col suo più alto punto;

Il (‘l) sole è ormai (Già) giunto all’(a l’)orizzonte il (lo) cui meridiano (meridïan cerchio) sovrasta (coverchia) Gerusalemme (Ierusalèm) col suo punto più alto;

e la notte, che opposita a lui cerchia,
uscia di Gange fuor con le Bilance,
6 che le caggion di man quando soverchia;

e la notte, che nella parte opposta ruota attorno alla sfera celeste (che opposita a lui cerchia), fuoriesce (uscita) dal (di) Gange sotto il segno della Bilancia (con le Bilance), che gli verrà meno (le caggion di man) quando la stessa diverrà predominante (soverchia);

sì che le bianche e le vermiglie guance,
là dov’i’ era, de la bella Aurora
9 per troppa etate divenivan rance.

per modo (sì) che, nell’esatto punto in cui si trova il pellegrino (là dov’i’ era), le candide e purpuree (bianche e vermiglie) guance della (de la) meravigliosa aurora (bella Aurora) diventano aranciognole (rance), per effetto del tempo che scorre (troppa etate).

È in completo aggancio all’astronomia che l’autore della Commedia comunica fra le righe esser le ore diciotto a Gerusalemme, mezzanotte alla foce del Gange e le sei di mattina sulla spiaggia del Purgatorio, dove l’aurora inizia a rosseggiare al giunger del sole; secondo la struttura dantesca Gerusalemme si trova infatti al centro delle terre emerse, nell’emisfero boreale, al nord dell’equatore ed essendo il Purgatorio agli antipodi, la sua postazione è localizzabile nell’emisfero australe, interamente sommerso dalle acque, immaginaria posizione di luoghi sulla quale numerosi commentatori si son trovati in disaccordo, Purgatorio a parte, per mancata corrispondenza reale sulle carte geografiche.

Restando comunque in linea al fiorentin rimatore, i suoi versi narrano della sfera solare sotto il segno dell’Ariete, sull’orizzonte dello zenit di Gerusalemme; la notte, si trova in posizione opposta, nella Bilancia, e quest’ultima l’abbandonerà una volta doppiato l’equinozio d’autunno, quando nel segno entrerà il sole e la notte inizierà ad esser più duratura del giorno.

Noi eravam lunghesso mare ancora,
come gente che pensa a suo cammino,
12 che va col cuore e col corpo dimora.

I due peregrini sono ancor sul lungomare (Noi eravam lunghesso mare ancora), come coloro che stiano ragionando del proprio (come gente che pensa a suo) cammino e che marciano con il (che va col) cuore, pur rimanendo fermi fisicamente (che va col cuore e col corpo dimora).

Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
15 giù nel ponente sovra ’l suol marino,
cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
un lume per lo mar venir sì ratto,
18 che ’l muover suo nessun volar pareggia.

Ed ecco, come quando (qual) Marte, rannuvolato dalla luminosità mattutina (sorpreso dal mattino), rosseggia per effetto dei densi vapori (per li grossi vapor) verso ponente (giù nel), a filo della marina superficie (sovra ’l suol marino), tale appare all’Alighieri (cotal m’apparve), in maniera di ricordarlo come se ancor lo stesse osservando (s’io ancor lo veggia), un lume sopraggiungere dal mare in maniera tanto celere (per lo mar venir sì ratto) da non poter competere con la sua velocità nessun uccello nel suo volare (che ’l muover suo nessun volar pareggia).

Dal qual com’io un poco ebbi ritratto
l’occhio per domandar lo duca mio,
21 rividil più lucente e maggior fatto.

E non appena Dante distoglie un attimo lo sguardo (Dal qual com’io un poco ebbi ritratto l’occhio) per chiederne delucidazioni al suo duca (per domandar lo duca mio), la rivede ancor più brillante e d’aumentate dimensioni (rividil più lucente e maggior fatto).

Poi d’ogne lato ad esso m’appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
24 a poco a poco un altro a lui uscìo.

Poi, da ciascun lato dello stesso (d’ogne lato ad esso), alla vista del poeta appaiono (m’appario) un imprecisato biancore (un non sapeva che bianco), e, al di sotto di quel candido splendore, a poco a poco ne sbuca (a lui uscìo) un altro.

Lo mio maestro ancor non facea motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
27 allor che ben conobbe il galeotto,
gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.
Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
30 omai vedrai di sì fatti officiali.

Il maestro rimane ancora in silenzio (ancor non facea motto), mentre i primi bianchi si rivelano esser (apparver) due ali; almeno fino a quando ben gli è chiaro chi sia il barcaiolo (allor che ben conobbe il galeotto), individuato il quale egli grida (gridò) con batticuore al suo protetto spronandolo a genuflettersi (Fa, fa che le ginocchia cali). Costui è infatti l’angelo (Ecco l’angel) di Dio e il discepolo giunga le (piega) le mani; ormai, gli anticipa la savia guida, egli potrà più volte vedere codesti messaggeri divini (omai vedrai di sì fatti officiali).

Vedi che sdegna li argomenti umani,
sì che remo non vuol, né altro velo
33 che l’ali sue, tra liti sì lontani.

Da come lo stesso pellegrino potrà notare, l’angelica presenza disdegna gli strumenti solitamente utilizzati dagli uomini (Vedi che sdegna li argomenti umani), sicché rifiutando remi (sì che remo non vuol), né altra vela in alternativa alle sue ali (altro velo che l’ali sue), seppur in luoghi così (tra liti sì) lontani.

L’aggraziata e splendente creatura è diametralmente opposta a Caronte il quale, al contrario, utilizza remi agitandoli rabbiosamente, porta un’incolta, sudicia ed ingrigita barba, decisamente antitetica al candor dell’angeliche ali e sbraita come un forsennato, in maniera del tutto divergente al pacato e rassicurante mutismo del messo celeste.

E fu proprio proprio l’infernal traghettatore, prima dell’intervento di Virgilio, a ricusar inizialmente passaggio al suo protetto, lui consigliando di condursi tramite una più leggera ed a lui consona imbarcazione: “Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare: più lieve legno convien che ti porti” (Inferno, Canto III, 91-93); “lieve legno” che ora il peregrino si ritrova davanti agli occhi.

Remi utilizzati anche dallo stesso Ulisse, nell’umana, superba ed incosciente brama di sfidare le leggi divine: “de’ remi facemmo ali al folle volo” (Inferno, Canto XXVI, 125).

Vedi come l’ ha dritte verso ’l cielo,
trattando l’aere con l’etterne penne,
36 che non si mutan come mortal pelo».

L’Alighieri può osservar da sé come le sue ali siano dritte e rivolte al (Vedi come l’ ha dritte verso ’l) cielo, solcando l’aria con l’eterne piume (trattando l’aere con l’etterne penne), che non fanno muta come quelle del (si mutan come) il mortal piumaggio (pelo) degli uccelli.

Poi, come più e più verso noi venne
l’uccel divino, più chiaro appariva:
39 per che l’occhio da presso nol sostenne,
ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
42 tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.

Poi, man man che il paradisiaco (divino) uccello s’avvicina ai due viandanti (come più e più verso noi venne), tanto più sfolgorante appare (più chiaro appariva): dunque non riuscendo gli occhi di Dante a sostenerne il bagliore (per che l’occhio da presso nol sostenne), egli abbassa lo sguardo (ma chinail giuso); e l’angelo s’appressa alla sponda (e quei sen venne a riva) con un vascello (vasello) molto celere (snelletto) e leggero, al punto da navigar appena solcando la superficie dell’acqua (tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva).

Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
45 e più di cento spirti entro sediero.
Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto II • Domenico Morelli (1826-1901), Dante e Virgilio nel Purgatorio • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Domenico Morelli (1826-1901), Dante e Virgilio nel Purgatorio

Il celestial nocchiero sosta (stava) in (Da) poppa, magnifico a tal punto da render beatitudine anche a chi semplicemente ne ascolti la descrizione (tal che faria beato pur descripto); e un centinaio abbondante d’anime siede all’interno (più di cento spirti entro sediero) della navicella.

‘In exitu Isräel de Aegypto’
cantavan tutti insieme ad una voce
48 con quanto di quel salmo è poscia scripto.

‘In exitu Isräel de Aegypto’, elle cantano tutte insieme all’unisono (cantavan tutti insieme ad una voce), con tutta la parte seguente di quanto di quel salmo fu scritto (con quanto di quel salmo è poscia scripto).

“Nella fuga di Israele dall’Egitto”, incipit del salmo 113 della Vulgata, o 114 nel testo ebraico, che celebra la liberazione, ai tempi di Mosè, degli Ebrei dalla prigionia del faraone d’Egitto e glorifica l’Altissimo per aver concesso il miracoloso passaggio attraverso il mar Rosso, osannando il popolo d’Israele ed indicato nella Giudea il proprio sacrario.

La Vulgata, o Volgata, è una traduzione in latino della Bibbia fatta dallo scrittore, teologo e santo romano Sofronio Eusebio Girolamo (347-420) nel quarto secolo, a partir dalla remota versione greca ed ebraica, nell’intento di rendere un’opera maggiormente accessibile al volgo; la stessa dicitura “vulgata editio” significa infatti “edizione per il popolo”.

Poi fece il segno lor di santa croce;
ond’ei si gittar tutti in su la piaggia:
51 ed el sen gì, come venne, veloce.

Poi l’angelo le benedisce con il segno della croce (Poi fece il segno lor di santa croce); ond’elle si catapultano tutte quante sul litorale (ond’ei si gittar tutti in su la piaggia): ed il celeste timoniere se ne va, lesto come se n’era venuto (ed el sen gì, come venne, veloce).

La turba che rimase lì, selvaggia
parea del loco, rimirando intorno
54 come colui che nove cose assaggia.

La schiera rimasta (La turba che rimase) lì, appare maldestra del luogo (selvaggia parea del loco), guardandosi la stessa tutt’intorno (rimirando intorno) come chi stia sperimentando nuove esperienze.

Da tutte parti saettava il giorno
lo sol, ch’avea con le saette conte
57 di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,
quando la nova gente alzò la fronte
ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
60 mostratene la via di gire al monte».

Ogni parte è fittamente illuminata dal sole (Da tutte parti saettava il giorno lo sol) che, con le sue invincibili (conte) saette ha (ch’avea) già cacciato dal meridiano (di mezzo ’l ciel) il Capricorno, quando gli spiriti appena giunti (la nova gente) alzano (alzò) la fronte verso i due poeti, lor chiedendo (ver’ noi, dicendo a noi) di mostrar lor la strada per giungere (mostratene la via di gire) al monte.

Nel periodo del dantesco viaggio il sole sorge in Ariete e, al suo levarsi, il Capricorno, lontano dall’Ariete di novanta gradi, gradatamente declina dal meridiano celeste.

E Virgilio rispuose: «Voi credete
forse che siamo esperti d’esto loco;
63 ma noi siam peregrin come voi siete.

Virgilio risponde (rispuose) specificando esser lui ed il suo protetto anch’essi, come loro, peregrini (ma noi siam peregrin come voi siete), a discapito di quanto le stesse anime, erroneamente, li credano (Voi credete) esperti del luogo in cui si trovano (d’esto loco).

Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
per altra via, che fu sì aspra e forte,
66 che lo salire omai ne parrà gioco».

Egli continua narrando d’esser lì arrivati poco prima, rispetto al loro gruppo (Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco), ma da differente tragitto (per altra via), la cui percorrenza fu talmente disagevole e difficoltosa (che fu sì aspra e forte), che ormai il salir (che lo salire omai) per il Purgatorio, al confronto, sembrerà una sciocchezza (lo salire omai ne parrà gioco).

L’anime, che si fuor di me accorte,
per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
69 maravigliando diventaro smorte.

L’anime, accorgendosi esser il discepolo ancor vivente (ch’i’ era ancor vivo), avendone notato l’attività respiratoria (che si fuor di me accorte, per lo spirare), impallidiscono dallo sbalordimento (maravigliando diventaro smorte).

E come a messagger che porta ulivo
tragge la gente per udir novelle,
72 e di calcar nessun si mostra schivo,
così al viso mio s’affisar quelle
anime fortunate tutte quante,
75 quasi oblïando d’ire a farsi belle.

E come al messo (a messager) che porta l’ulivo, s’ammucchiano le persone per ascoltar le nuove notizie (tragge la gente per udir novelle), e nessuno si fa remore ad accalcarsi (di calcar nessun si mostra schivo), così tutte quante quelle fortunate anime s’ammassano appresso al pellegrino (al viso mio s’affisar), quasi scordando di dirigersi alla purificazione (quasi oblïando d’ire a farsi belle).

In epoca dantesca, coloro che portavano buone notizie tenevano in mano, agitandolo, un rametto d’ulivo, sulla base d’antiche tradizioni.

Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi, con sì grande affetto,
78 che mosse me a far lo somigliante.

L’Alighieri vede una di loro farsi avanti (vidi una di lor trarresi avante) come a volerlo abbracciare (per abbracciarmi), con una tal quantità (sì grande) d’affetto, da spronar il poeta ad emularne il gesto (che mosse me a far lo somigliante).

Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
81 e tante mi tornai con esse al petto.

Oh diafani spiriti, fuorché nelle sembianze (Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto)! – afferma Dante fra sé e sé – tre volte dietro a lei le mani cinsi (avvinsi) ed altrettante mi ritrovai con le stesse al petto (tante mi tornai con esse).

Essendo lo spirito privo del corpo, abbracciandolo lo si oltrepassa e le braccia ritornano vuote a sé. Il gesto rievoca il secondo ed il sesto libro nell’Eneide ove si descrive rispettivamente il tentar abbraccio di Enea all’anima della moglie Creusa del padre Anchise.

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
84 e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

Il discepolo percepisce d’essersi sbiancato dallo stupore (Di maraviglia, credo, mi dipinsi); di conseguenza lo spirito sorride e si ritrae (per che l’ombra sorrise e si ritrasse) ed il pellegrino, seguendolo, si spinge (e io, seguendo lei, oltre mi) oltre, come per volerlo convincere ad un nuovo tentativo d’abbraccio.

Soavemente disse ch’io posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
87 che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto II • Maestro degli Antifonari di Padova, Incontro di Dante e Casella, Manoscritto Egerton MS 943, XVI secolo, British Library • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Maestro degli Antifonari di Padova, Incontro di Dante e Casella
Manoscritto Egerton MS 943, XVI secolo
British Library

 
Delicatamente l’anima gli consiglia di darsi pace (Soavemente disse ch’io posasse); in quello stesso istante l’Alighieri la riconosce (allor conobbi chi era), dunque pregandola (e pregai che) di soffermarsi (s’arrestasse) un poco al fin di conversare con lui (per parlarmi).

Rispuosemi: «Così com’io t’amai
nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
90 però m’arresto; ma tu perché vai?».

Ella, rispondendogli (Rispuosemi): “Così com’io provai per te dell’affetto (t’amai) quand’ancora ero vivente (nel mortal corpo), ugualmente (così) t’amo libera (sciolta) dallo stesso: ed è per questa ragione che mi fermo (però m’arresto); ma tu perché vai?”

Lo spirito è curioso di sapere per qual motivo il poeta vaghi per il Purgatorio, essendo ancor in vita.

«Casella mio, per tornar altra volta
là dov’io son, fo io questo vïaggio»,
93 diss’io; «ma a te com’è tanta ora tolta?»

“Casella mio”, risponde Dante (diss’io), “è per ritornare ancora qui dove mi trovo ora (per tornar altra volta là dov’io son) che ho intrapreso (fo io) questo viaggio; ma a te com’è stato che ti sia stato levato così tanto tempo?”

Il discepolo intende dire d’aver intrapreso il proprio percorso al fin d’assicurarsi, prima della morte fisica, la salvezza della propria anima, affinché, a fine vita, egli possa ritrovarsi al Purgatorio anziché all’Inferno.

Non vi sono notizie di tal Casella, se non il sentimento d’affetto che lo legava al dantesco poeta che traspare con infinita soavità e riconoscenza nelle terzine a lui dedicate, dalle quali s’evince che le sublimi doti canore dello stesso avrebbero lenito i suoi tormenti d’amore, riguardanti Beatrice.

Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
96 più volte m’ ha negato esto passaggio;

Dunque la stessa, in risposta (Ed elli a me): “Non m’è stato fatto alcun torto (Nessun m’è fatto oltraggio), in quanto se l’angelo che prende chi vuole e quando vuole, a sua discrezione (se quei che leva quando e cui li piace), più volte m’ha rifiutato codesto (negato esto) passaggio;

ché di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
99 chi ha voluto intrar, con tutta pace.

poichè il suo volere ha matrice divina (ché di giusto voler lo suo si face): a dir la verità, son tre mesi ch’egli imbarca chiunque lo desideri (veramente da tre mesi elli ha tolto chi ha voluto intrar), senza opporsi in alcun modo.

Su codesti sei versetti, ancor alquanto arcani ai più, si son dibattuti i maggiori dantisti, tuttavia mai arrivando ad una certa, unanime e logica interpretazione a riguardo, tuttavia in verosimile eco al Giubileo del 1300, bandito dal pontefice Bonifacio VIII (1230 circa – 1303), che ha in un certo senso sdoganato ogni anima nella decisione d’imbarcarsi secondo proprio desio.

Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto
dove l’acqua di Tevero s’insala,
102 benignamente fu’ da lui ricolto.

Quindi (Ond’) io, ch’ero rivolto al mare (ch’era ora a la marina vòlto) nel punto in cui il Tevere sala le sue acque (dove l’acqua di Tevero s’insala), ovvero in zona imbarco, dall’angelo fui bonariamente accolto (benignamente fu’ da lui ricolto).

A quella foce ha elli or dritta l’ala,
però che sempre quivi si ricoglie
105 qual verso Acheronte non si cala».

A quella stessa foce ha ora l’angelo orientato le sue ali (elli or dritta l’ala), in quanto là si radunano coloro che non sono stati destinati a precipitare nell’(però che sempre quivi si ricoglie qual non si cala verso) Acheronte”.

E io: «Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l’amoroso canto
108 che mi solea quetar tutte mie doglie,
di ciò ti piaccia consolare alquanto
l’anima mia, che, con la sua persona
111 venendo qui, è affannata tanto!».

Il pellegrino (E io): “Se nuovi decreti non t’impediscono di ricordare o di cantare (Se nuova legge non ti toglie memoria o uso) quell’amorevole canzone (a l’amoroso canto) ch’era solita scemar ogni mio patimento (che mi solea quetar tutte mie doglie), con esso ti possa garbare di consolare assai (di ciò ti piaccia consolare alquanto) l’anima mia, che, qui giungendo con un corpo in carne ed ossa (con la sua persona venendo qui), tanto è affaticata (affannata)!”

Ovviamente l’Alighieri, a differenza degli spiriti essendo ancor vivente, marcia con il carico fisico del proprio corpo, con conseguente stanchezza che sulla sua anima si riflette.

‘Amor che ne la mente mi ragiona’
cominciò elli allor sì dolcemente,
114 che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Casella inizia dunque (cominciò elli allor) a cantar ‘Amor che ne la mente mi ragiona’ tanto amabilmente (sì dolcemente), che la dolcezza di quella melodia ancor riecheggia nell’animo del poeta (ancor dentro mi suona).

“Amor che ne la mente mi ragiona” è l’inizio della canzone, posta dall’Alighieri in apertura del terzo trattato del Convivio e dedicata a colei che vien definita “donna gentil”, che si scoprirà poi esser la Filosofia.

Lo mio maestro e io e quella gente
ch’eran con lui parevan sì contenti,
117 come a nessun toccasse altro la mente.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto II • Priamo della Quercia (1400-1467), Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Priamo della Quercia (1400-1467), Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450

 
Dante ed il suo maestro e tutte quelle anime intorno a Casella (Lo mio maestro e io e quella gente ch’eran con lui) appaiono talmente compiaciute (parevan sì contenti), da sembrar che non abbiano nessun altro pensiero a cui rivolger (come a nessun toccasse altro) la mente.

Noi eravam tutti fissi e attenti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
120 gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
qual negligenza, quale stare è questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
123 ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».

L’intera comitiva s’immobilizza completamente assorta dalla sua lirica (Noi eravam tutti fissi e attenti a le sue note); ed ecco l’onorabile vecchio, ossia Catone, richiamar l’anime lor gridando contro: “Cosa vuol dir tutto questo (Che è ciò), spiriti indolenti?

qual negligenza, qual pigrizia è questa (quale stare è questo)? Correte al monte a svestirvi del guscio (a spogliarvi lo scoglio) che vi ostacola la visione divina (ch’esser non lascia a voi Dio manifesto)”.

Come quando, cogliendo biado o loglio,
li colombi adunati a la pastura,
126 queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,
se cosa appare ond’elli abbian paura,
subitamente lasciano star l’esca,
129 perch’assaliti son da maggior cura;

Come quando, pizzicando biada (cogliendo biado) o loglio, i (li) colombi riuniti al pasteggio (adunati a la pastura), miti, senza mostrarsi nella loro usal vanagloria (sanza mostrar l’usato orgoglio), nel caso appaia un qualcosa ad intimidirli (se cosa appare ond’elli abbian paura), istantaneamente abbandonano il cibo, perché sopraffatti da ben altra preoccupazione (perch’assaliti son da maggior cura);

così vid’io quella masnada fresca
lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
132 com’om che va, né sa dove rïesca;

similarmente il discepolo vede (così vid’io) quell’appena giunto (fresca) drappello (masnada) abbandonar il (lasciar lo) canto, e fuggir verso il costone (ver’ la costa) della montagna, come colui che si dia alla fuga (com’om che va), senza saper senza saper dove andare (né sa dove rïesca);

132 né la nostra partita fu men tosta.

 

e il ripartir due due viandanti si fa altrettanto celere (né la nostra partita fu men tosta).

In aggancio di terzina fra un canto e l’altro il pellegrino s’affiancherà maggiormente alla sua guida, nonostante “Avvegna che la subitana fuga dispergesse color per la campagna, rivolti al monte ove ragion ne fruga” …