Arte, Ambiente, Cultura e Informazione

Divina Commedia: Purgatorio, Canto I

Priamo della Quercia (1400-1467), Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450

 
Collegata all’Inferno dalla natural burella e contornata dal mare, l’imponente altura del Purgatorio accoglie gli spiriti ivi indirizzati sul proprio litorale, al quale gli stessi approdano in maniera alternativa, rispetto a Dante e Virgilio, ossia imbarcandosi alla foce del Tevere sotto custodia d’un angelo ed attraverso l’onde conducendosi per l’appunto alla Spiaggia, rappresentante l’inizio dell’Antipurgatorio, a sua volta comprendente le quattro Schiere nelle quali stanno coloro il cui pentimento sopraggiunge in punto di morte, i Negligenti, così suddivisi:

1° schiera: Morti scomunicati

Alta ripa
2° schiera: Pigri
3° schiera: Morti per violenza
4° schiera: Principi negligenti

Superato l’Antipurgatorio sette sono le Cornici che conducono alla vetta, all’interno delle quali si trovano:

I Cornice: Superbi

I Cornice: Invidiosi

III Cornice: Iracondi

IV Cornice: Accidiosi

V Cornice: Avari E Prodighi

VI Cornice: Golosi

VII Cornice: Lussuriosi

Di cornice in cornice peccati e relative pene diminuiscono di gravità, ricalcando l’assetto dei sette vizi capitali, con ordine inverso rispetto all’infernale, dato lo scemar della grevezza degli stessi.

La pena alla quale sono destinate le anime del Purgatorio è morale, essendo le stesse sottoposte a sofferenza derivante dall’impossibilità della visione divina, oltre che fisica, con assoggettamento alla legge del contrappasso. La loro redenzione non avviene tuttavia solo tramite punizione, giovandosi le stesse delle preghiere lor dedicate dai viventi, nonché proficuamente rinforzate dall’ammirazione d’esemplari immagini poste all’inizio di ciascuna cornice, con esempi elogianti la virtù contrapposta al peccato, indi, alla fine della stessa, con figurazioni atte a dimostrar l’avvenuta castigazione del vizio.

Gli spiriti, una volta purificatisi, vengono guidati da un angelo, posto in ogni cornice, verso la successiva, fino al raggiunger la sommità della sacra montagna sulla quale arrivare a completa catarsi; a differenza dei peccatori relegati nel regno infernale, che rimangono nei luoghi ove sono stati inviati, nel purgatorio le anime passano per tutte le cornici, in esse sostando al fin di redimersi nella misura in cui sono state contaminate dal vizio capitale corrispondente alla balza in cui transitano, poi effettuando rituale purificatorio in apice di montagna, alle soglie del Paradiso terrestre, tramite immersione nei fiumi Letè ed Eunoè, cedendo all’oblio il rimembrar delle proprie colpe, nel primo, rinvigorendo il ricordo delle buone azioni, nel secondo.

Inabissatosi nelle medesime acque anche l’Alighieri, giunto sarà il momento di lasciare la mano del suo adorato maestro, amorevolmente e timidamente afferrando quella della donna tanto amata in vita, ovvero l’aggraziata, cortese, munifica ed abbagliante Beatrice.
 
 

Canto I

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto I • Purgatorio, Divina Commedia, 1825, Ed. Nicolò Bettoni (1770-1842) • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Purgatorio, Divina Commedia, 1825, Ed. Nicolò Bettoni (1770-1842)

 
L’atmosfera che si respira nel proemio alla seconda Cantica è istantaneamente intrisa di speranza e leggerezza, a partir dalla sfumatura celeste nella quale il pellegrino adagia lo sguardo, fino alla visione, finora preclusa all’umanità, delle quattro stelle poste a metafora delle virtù cardinali.

Magnificenza d’intento scrittorio s’eviscera dall’accorato rivolgersi dell’Alighieri alle fidate e stimate Muse, fra le righe anticipando quello che sarà il primo passo verso un linguaggio maggiormente elevato e spirituale.

Il primo ed unico incontro del canto si srotola sulla persona di Catone, guardiano del Purgatorio che, d’acchito scambiando i due viandanti per peccatori evasi dagli infernali abissi, sembrerebbe volerne osteggiare il tragitto, sennonché, una volta sciolto il malinteso tramite gentile dialogar con Virgilio, al maestro ed al suo protetto non resta che proseguire, ma non prima che Dante si sia sottoposto a rito di purificazione attuato, per volontà divina, attraverso raccomandazione dello stesso Catone e messo in pratica dal vate con il consueto ed amabile garbo a lui innato fin dal primo incontro con il suo protetto.

La luce, or solare, or stellare, s’irradia sulle terzine ricalcando la fuoriuscita dalle tenebre dei due viandanti ed in un certo qual senso facendo capolino negli occhi dello stesso Alighieri durante il lavaggio del volto che la sua stimata guida gli effettua, con estrema dolcezza, con del giunco inumidito dal moto dell’onde marine in ciclica toccata e fuga sullo stesso.

Il momento è sacrale, cristallino, intenso.

Se ne può udir il sibilo del silenzio, annusar il profumo dell’aria e visualizzar il biancore circostante, in una sorta d’armonica catarsi che si fa nuovo punto di partenza verso una purezza spirituale ancor più ineccepibile.

L’autore della Commedia snoda il proprio personaggio sul filo delle emozioni più profonde, passando di Cantica in Cantica parallelamente a quanto i suoi pensieri e battiti giochino a rimpiattino su mente e cuore, finemente, generosamente e magnificamente allungando la sua mano al lettore, lui tenendola stretta quanto quella del suo maestro, per sussurrargli la sua personale ed intima narrazione dell’esistenza oltre vita.

Una voce che ancor si può percepire e con la quale, a tratti, par di poter addirittura colloquiare in quanto, come scrisse del sommo poeta Vittorio Sermonti, “L’inesauribile grandezza di Dante non sta in quel che può dirne qualcun altro, per ben detto che gli venga, ma in quello che continua a dire lui a chi ha orecchi per ascoltarlo”.

Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
3 che lascia dietro a sé mar sì crudele;
e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
6 e di salire al ciel diventa degno.

Il sipario sul proemio della seconda Cantica s’alza sulla metafora d’una piccola imbarcazione a rappresentare l’intelletto dell’Alighieri (la navicella del mio ingegno) che, al fine di navigar per miglior contenuto (Per correr miglior acque), ormai (omai) alza le vele lasciandosi alle spalle la precedente narrazione degli orripilanti luoghi dell’Inferno (che lascia dietro a sé mar sì crudele) sull’onda dell’imminente suo raccontar del Purgatorio (e canterò di quel secondo regno), dove l’umano spirito si purifica (purga), sì meritandosi la salita al Paradiso (e di salire al ciel diventa degno).

Ma qui la morta poesì resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
9 e qui Calïopè alquanto surga,
seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
12 lo colpo tal, che disperar perdono.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto I • Charles Meynier (1768-1832), Calliope, 1789-1800 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Charles Meynier (1768-1832), Calliope, 1789-1800

 
La sua poesia, nell’Oltretomba atta a cantar di morte, egli s’augura possa dunque in codesto loco risorgere (Ma qui la morta poesì resurga) elevandosi nel linguaggio, ragion per cui il poeta nuovamente invoca (o) le sante Muse, a lor sentendosi d’appartenere completamente (poi che vostro sono); in particolar modo impetrando Calliope (e qui Calïopè alquanto surga) al fine d’esser guidato nella stesura delle sue rime (seguitando il mio canto), con la medesima musicalità (quel suono) la cui dirompente belllezza venne udita dalle (di cui le misere) miserabili Piche con tal potenza (di cui le Piche misere sentiro lo colpo tal), da sopprimerne ogni possibiltà di scampo (che disperar perdono).

Calliope, il cui nome letteralmente significa “dalla bella voce”, è personaggio mitologico greco, nonché una delle nove muse, protettrici delle arti; la stessa era la musa delle poesia epica designata dalle otto sorelle ad esibirsi nel canto, su sfida lanciata dalle Piche (Colimba, Iunce, Cencride, Cissa, Cloride, Acalantide, Nessa, Pipo e Dracontide), le nove figlie del re di Macedonia, Pierio.

È il quinto libro delle ovidiane Metamorfosi a narrar di loro, talmente superbe da creder di poter competere con le Muse (Clio, Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore, Erato, Polimnia, Urania e Calliope), perciò con le stesse gareggiando ed affidando prima dimostrazione cantoria ad una di loro, sfidata in secondo turno dalla musa Calliope, quest’ultima concretizzando in sublime melodia la prevedibile sconfitta dell’altezzose ed ingiurianti Pieridi, successivamente al loro vendicativo attacco trasformate in gazze (Piche), su intervento della dea greca della guerra, della sapienza, della giustizia e dell’ingegno, Atena, ed affidando ai boschi il loro acuto ed irato sbraitar.

Dolce color d’orïental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
15 del mezzo, puro infino al primo giro,
a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
18 che m’avea contristati li occhi e ’l petto.

La differente, confortante e ritemprante atmosfera del luogo si manifesta alla vista d’un cielo soavemente azzurro come l’orientale (Dolce color d’orïental) zaffiro, che si colloca (s’accoglieva) nel rasserenante aspetto dell’aria, cristallina fino all’orizzonte (nel sereno aspetto del mezzo puro in fino al primo giro) e rigenerante lo sguardo del pellegrino (a li occhi miei ricominciò diletto) nell’immediatezza successiva al suo fuoriuscire dall’oscurità delle tenebre eterne (tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta) che in lui avevano rabbuiato (che m’avea contristati) il cuore (’l petto) e gli (li) occhi.

L’ “orïental zaffiro” è una varietà pregiatissima della pietra proveniente dalle Indie, d’eterea e diafana tonalità.

Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’orïente,
21 velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

Il bel pianeta (lo bel pianeto) che sprona all’amore (d’amar conforta), Venere, porta gaio splendore in tutta la parte orientale del cielo (faceva tutto rider l’orïente), lievemente annebbiando (velando) la costellazione dei Pesci lui accodata (ch’erano in sua scorta).

Venere, ultima stella in coda al tramonto, in principio primavera, quindi nella stagione in cui si svolge il viaggio della Commedia, con il suo bagliore offusca la costellazione dei Pesci, con la quale si trova in congiunzione in quel periodo, a sua volta precedente quella dell’Ariete.

I’ mi volsi a man destra, e puosi ment
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
24 non viste mai fuor ch’a la prima gente.

Dante si volge a (I’ mi volsi a man) destra, convogliando la propria attenzione verso il polo opposto (e puosi ment a l’altro polo), ovvero quello dell’emisfero australe, indi notando (e vidi) quattro stelle che mai da nessuno furono viste, se non da Adamo ed Eva (non viste mai fuor ch’a la prima gente).

Le quattro stelle citate stanno allegoricamente a simbolizzare le virtù cardinali di Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza, trasmesse dal’Altissimo nel primo uomo e nella prima donna da lui creati; il fiorentin verseggiatore, immaginando l’Eden in cima al monte del Purgatorio, ne racconta l’impossibilità della visione da parte degli uomini, a conseguenza dell’esilio agli antipodi dei primi genitori del genere umano, con riflesso sull’intera progenie.

Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
oh settentrïonal vedovo sito,
27 poi che privato se’ di mirar quelle!

Il cielo sembra rallegrarsi del loro scintillio (Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle), al punto che nell’Alighieri sopraggiunge intimo rammarico per il fatto che l’emisfero settentrionale ne sia reso (oh settentrïonal sito) vedovo, in quanto (poi che) lo stesso sottratto della possibilità di contemplarle (privato se’ di mirar quelle).

Com’io da loro sguardo fui partito,
un poco me volgendo a l’altro polo,
30 là onde ’l Carro già era sparito,
vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista,
33 che più non dee a padre alcun figliuolo.

Non appena il pellegrino distoglie lo sguardo dalle stelle (Com’io da loro sguardo fui partito), rivolgendolo leggermente all’emisfero australe (un poco me volgendo a l’altro polo), là dove l’Orsa Maggiore è già scomparsa (onde ’l Carro già era sparito), poco distante da sé vede un vecchio solitario (vidi presso di me un veglio solo), ad un primo sguardo ispirante tanto riguardo (degno di tanta reverenza in vista) quanto quello che un figlio dovrebbe riservare al proprio padre (che più non dee a padre alcun figliuolo).

La costellazione dell’Orsa Maggiore, infatti, nell’emisfero australe non appare sulla linea dell’orizzonte.

Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a’ suoi capelli simigliante,
36 de’ quai cadeva al petto doppia lista.

Porta (portava) una lunga barba brizzolata (e di pel bianco mista), similare alla sua chioma (a’ suoi capelli simigliante) della quale due ciocche cadono suddividendosi sul di lui torace (de’ quai cadeva al petto doppia lista).

Li raggi de le quattro luci sante
fregiavan sì la sua faccia di lume,
39 ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.

Il barlume delle quattro stelle (Li raggi de le quattro luci sante) illuminano il suo volto d’un tal sfolgorio (fregiavan sì la sua faccia di lume), che Dante lo osserva come se avesse il sole davanti (ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante).

Trattasi del politico, militare, magistrato e scrittore romano Marco Porcio Catone Uticense (95 a.C.- 46 a.C.), il quale percorse il proprio arco vitale all’insegna d’una zelante e mirabile arsura di sapere, appagata da passion di filosofia, ed in assidua fede alla disciplina spirituale come ineluttabile bagaglio d’animo ed intelletto, atto ad una sapiente e raziocinante conduzione socio-politica d’assoluto credo repubblicano.

Animoso guerriero, viaggiatore assetato di conoscenza, onesto ed oculato amministratore di finanze pubbliche, responsabile governante ed integerrimo ricusante qualsiasi forma d’adulazione, condotta morale e lodabili gesta furono per molti antichi autori stimolo al decantarne le imperturbabili virtù, sull’eco delle quali l’Alighieri sembrerebbe aver ceduto inflessibilità a tolleranza, nel collocarlo a guardia del Purgatorio, essendo lo stesso morto per suicidio dopo aver appreso del trionfo, a Tapso, dell’acerrimo nemico Cesare.

Indefesso paladino della libertà Repubblicana, dopo aver fornito mezzi a coloro in cui ribolliva desiderio di fuga, aver disquisito di filosofia con i pochi amici rimasti ed abbandonatosi all’ultimo piacere della lettura fra le platoniche pagine di Fedone, pose fine al suo tenace palpito, ad Utica, trafiggendosi il ventre tramite spada.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto I • Giovan Battista Langetti (1625-1676), Cato (La morte di Catone Uticense) ca. 1670m Museo Statale Ermitage, San Pietroburgo • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Giovan Battista Langetti (1625-1676), Cato (La morte di Catone Uticense) ca. 1670
Museo Statale Ermitage, San Pietroburgo

 

«Chi siete voi che contro al cieco fiume
fuggita avete la pregione etterna?»,
42 diss’el, movendo quelle oneste piume.

Erroneamente credendoli dannati in fuga dagli inferi (fuggita avete la pregione etterna), tramite risalita dal ruscelletto sotterraneo (che contro al cieco fiume), l’anziano spirito chiede ai due viandanti chi siano (Chi siete voi?), agitando quella rispettabile barba (diss’el, movendo quelle oneste piume).

«Chi v’ ha guidati, o che vi fu lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
45 che sempre nera fa la valle inferna?

Poi continua chiedendo chi li abbia (Chi v’ ha) guidati, o che cosa abbia fatto loro luce (vi fu lucerna) per facilitare la loro fuoriuscita dalla (uscendo fuor de la) profonda notte che perennemente oscura l’abisso infernale (sempre nera fa la valle inferna).

Son le leggi d’abisso così rotte?
o è mutato in ciel novo consiglio,
48 che, dannati, venite a le mie grotte?»

Perseverando nell’equivoco, egli si chiede pertanto se le leggi dell’Inferno siano state trasgredite (Son le leggi d’abisso così rotte?) o se possan essersi mutate e rinnovate le disposizioni celesti (o è mutato in ciel novo consiglio), essendo che i dannati sono giunti fino alle pareti rocciose (che, dannati, venite a le mie grotte) del monte di cui lui è guardiano.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto I • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 

Lo duca mio allor mi diè di piglio,
e con parole e con mani e con cenni
51 reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.

Il duca ghermisce quindi il suo protetto (Lo duca mio allor mi diè di piglio) per un braccio e, con parole, mani e gesti (cenni) lo pone in posizione genuflessa, facendogli chinare il capo in segno di reverenza (reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio).

Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
54 de la mia compagnia costui sovvenni.

Poi risponde all’anima (Poscia rispuose lui): “Non son venuto qui per mia decisione (Da me non venni): una donna scese dai cieli (del ciel) e per le (li) sue preghiere (prieghi) accorsi in aiuto, come guida, di colui che mi è a fianco (de la mia compagnia costui sovvenni).

La virgiliana affermazione “Da me non venni” ricalca le parole con le quali Dante, al sessantunesimo verso del decimo Canto infernale, ripose a simile quesito lui posto dal Cavalcanti a bordo sepolcro: “E io a lui: «Da me stesso non vegno…”.

Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
di nostra condizion com’ell’è vera,
57 esser non puote il mio che a te si nieghi.

Ma dato l’esser tuo desio (Ma da ch’è tuo voler) una maggiormente dettagliata spiegazione (che più si spieghi) riguardo alla nostra condizione (di nostra condizion) per quella che è in realtà (com’ell’è vera), non puo esser il mio voler quello di negartela (esser non puote il mio che a te si nieghi).

Questi non vide mai l’ultima sera;
ma per la sua follia le fu sì presso,
60 che molto poco tempo a volger era.

Costui (Questi) non vide mai la morte eterna (l’ultima sera); ma, a causa della sua aberrante alterigia, la stessa gli fu talmente vicina (ma per la sua follia le fu sì presso), ch’egli in poco tempo l’avrebbe sperimentata (che molto poco tempo a volger era).

La sperimentazione del fine vita a cui allude il vate è allegorico riferimento, più che alla morte fisica, al rischio di perdere irrecuperabilmente la possibilità della salvezza eterna, situazione in cui il pellegrino si trovava quando smarrito e confuso nella selva oscura, poi iniziando il tanto agognato recupero della retta via preso per mano dal suo amorevole e savio maestro.

Sì com’io dissi, fui mandato ad esso
per lui campare; e non lì era altra via
63 che questa per la quale i’ mi son messo.

Così, com’io ho appena raccontato (Sì com’io dissi), fui inviato a lui (mandato ad esso) perché la sua vita terrena proseguisse (per lui campare); e non vi era altro percorso al di fuori di questo per il quale io mi son inoltrato (non lì era altra via che questa per la quale i’ mi son messo).

Mostrata ho lui tutta la gente ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
66 che purgan sé sotto la tua balìa.

Ho mostrato al mio discepolo tutti i peccatori (Mostrata ho lui tutta la gente ria); ed ara voglio mostrargli quegli spiriti (e ora intendo mostrar quelli spirti) che si purificano sotto la tua sorveglianza (purgan sé sotto la tua balìa).

Com’io l’ ho tratto, saria lungo a dirti;
de l’alto scende virtù che m’aiuta
69 conducerlo a vederti e a udirti.

Com’io l’abbia condotto fin qui (l’ ho tratto), sarebbe troppo lungo da esporti (saria lungo a dirti); proviene dal cielo (scende de l’alto) la virtù che m’agevola (m’aiuta) il condurlo al tuo cospetto (conducerlo a vederti e a udirti).

Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
72 come sa chi per lei vita rifiuta.

Or ti garbi di renderti gradita (Or ti piaccia gradir) la sua venuta: egli va cercando la libertà, ch’è tanto preziosa (sì cara), come ben sa chi ha rinunciato alla vita in suo onore (per lei vita rifiuta).

L’allusione è ovviamente riferita allo stesso Catone, morto in nome della libertà.

Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
75 la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.

Tu lo (’l) sai, poiché (ché) per lei non ti fu amaro morire ad (amara la morte in) Utica, ove lasciasti il tuo corpo (la vesta) che nel giorno del Giudizio (ch’al gran dì) sarà resa ai beati in tutto il suo puro splendore (sì chiara).

Non son li editti etterni per noi guasti,
ché questi vive e Minòs me non lega;
78 ma son del cerchio ove son li occhi casti
di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
81 per lo suo amore adunque a noi ti piega.

I decreti celesti non son stati da noi violati (Non son li editti etterni per noi guasti), perché (ché) costui (questi) è ancor vivo (vive) ed io non son soggetto al giudizio di Minosse; ma sto relegato nel (son del) cerchio dove stanno (ove son) i casti occhi della (di) tua Marzia, la qual al vederla (che ’n vista) ancor sembra implorarti (ti prega), o santo petto, di riprenderla al tuo fianco (che per tua la tegni): in nome del (per lo) suo amore dunque sii tu accondiscendente nei nostri confronti (adunque a noi ti piega).

Virgilio, relegato nel limbo fra gli spiriti magni, non è soggetto alla giurisdizione di Minosse, che si nonne a guardiano all’ingresso del secondo Cerchio.

Marzia fu la giovine moglie di Catone, il cui sostar nel limbo è accennato nella quarantatreesima terzina del quarto Canto dell’Inferno: “Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia; e solo, in parte, vidi ’l Saladino”.

Lasciane andar per li tuoi sette regni;
grazie riporterò di te a lei,
84 se d’esser mentovato là giù degni».

Concedici di passare (Lasciane andar) per i (li) tuoi sette regni; a lei stessa porterò la gratitudine che devo a te (grazie riporterò di te a lei), sempre che ti compiaccia d’esser menzionato (se d’esser mentovato là giù degni)”.

«Marzïa piacque tanto a li occhi miei
mentre ch’i’ fu’ di là», diss’elli allora,
87 «che quante grazie volse da me, fei.

Sul ricordo del sentimento che fu, lo spirito risponde (diss’elli) allora d’aver tanto amato Marzia (Marzïa piacque tanto a li occhi miei), durante la vita terrena (mentre ch’i’ fu’ di là), al punto da soddisfarle qualsiasi richiesta a lui da lei pervenuta (che quante grazie volse da me, fei).

In quel “Marzïa piacque tanto a li occhi miei” si respira una lieve nostalgia che rimbalza all’amor di quinto Canto che sospinse gli occhi di Paolo e Francesca e che, fra la quarantaquattresima e la quarantaseiesima terzina, ricamò la passione in nove versetti: “Per più fiate li occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso; ma solo un punto fu quel che ci vinse. Quando leggemmo il disiato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutto tremante. Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante”
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto I • Dante Gabriel Rossetti (1828–1882), Paolo e Francesca da Rimini, 1867, National Gallery of Victoria • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Dante Gabriel Rossetti (1828–1882), Paolo e Francesca da Rimini, 1867
National Gallery of Victoria

 

Or che di là dal mal fiume dimora,
più muover non mi può, per quella legge
90 che fatta fu quando me n’usci’ fora.

Tuttavia, ora che la donna si trova al di là dell’Acheronte (Or che di là dal mal fiume dimora), la stessa non ha più alcuna influenza sulle sulle azioni (più muover non mi può), a causa delle disposizioni divine (per quella legge) che seguirono alla sua uscita (che fatta fu quando me n’usci’ fora) dal limbo.

Catone, non essendo battezzato, sostava fra i limbicoli quando il Cristo, disceso fra morte e resurrezione, varcò gli infernali confini pre prelevar i Patriarchi, fra i quali lui medesimo; da qual momento allo spirito è dunque impedito, per disposizione divina, qualsiasi contatto con la donna, non trovandosi più lo stesso fra i dannati.

Ma se donna del ciel ti move e regge,
come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
93 bastisi ben che per lei mi richegge.

Ma al senile guardiano è sufficiente saper, come annunciato da Virgilio (tu di’), che vi sia donna proveniente dal regno celeste a muoverne e sostenerne il tragitto (se donna del ciel ti move e regge), risultando vane le lusinghe lui rivolte (non c’è mestier lusinghe) dal poeta latino: sarà sufficiente che le richieste provengano da quest’ultimo a nome di Beatrice (bastisi ben che per lei mi richegge).

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
96 sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;
ché non si converria, l’occhio sorpriso
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
99 ministro, ch’è di quei di paradiso.

Egli dunque vada (Va), ma che prima s’adopri per recingere in vita il suo protetto con un (e fa che tu costui ricinghe d’un) giunco liscio (schietto), oltre che (e che li) lavargli il volto (’l viso), cosicché ogni sozzura (sì ch’ogne sucidume) infernale venga di conseguenza cancellata (quindi stringhe);

in quanto non sarebbe dignitoso (ché non si converria) presentarsi davanti al primo guardiano (andar dinanzi al primo ministro), ch’è uno degli angeli del paradiso (ch’è di quei di paradiso), con gli occhi oscurati da qualsiasi (l’occhio sorpriso d’alcuna) nebbia.

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l’onda,
102 porta di giunchi sovra ’l molle limo:
null’altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
105 però ch’a le percosse non seconda.

Lo spirito informa poi i due peregrini che la battigia dell’isolotto in cui si trovano (Questa isoletta intorno ad imo ad imo), laggiù dove la stessa è sottoposta al batter dell’onde (là giù colà dove la batte l’onda), è ricoperta di giunchi adagiati sopra la sua morbida fanghiglia (porta di giunchi sovra ’l molle limo): nessun’altra pianta che fosse dotata d’abbondanti frasche o rigido tronco (null’altra pianta che facesse fronda) vi potrebbe crescere (vi puote aver vita), non potendo la stessa favorire l’impeto della marea (però ch’a le percosse non seconda).

Poscia non sia di qua vostra reddita;
lo sol vi mosterrà, che surge omai,
108 prendere il monte a più lieve salita.»

Pertanto, una volta terminato il rito di purificazione, i due poetanti vengono spronati a non ritornare ove ora stanno (Poscia non sia di qua vostra reddita); ma sarà la sfera celeste, ormai prossima al sorgere, a mostrar loro (lo sol vi mosterrà, che surge omai) come iniziare la salita della montagna nel punto di sua minor pendenza (prendere il monte a più lieve salita).

Così sparì; e io sù mi levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
111 al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

A discoro concluso Catone si dilegua (Così sparì); indi l’Alighieri si rialza (e io sù mi levai) senza proferir parola (sanza parlare), poi completamente appoggiandosi al proprio duca (e tutto mi ritrassi al duca mio) e lui rivolgendo lo sguardo (e li occhi a lui drizzai).

El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
volgianci in dietro, ché di qua dichina
114 questa pianura a’ suoi termini bassi».

Virgilio inizia a parlare (El cominciò): “Figliuolo (Figliuol), segui i miei passi: torniamo indietro (volgianci in dietro), perché (ché), di qua, codesta (questa) pianura digrada nella sua parte più bassa (a’ suoi termini bassi)”.

L’alba vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
117 conobbi il tremolar de la marina.

La luminosità dell’alba prevale sull’ultima ora notturna (L’alba vinceva l’ora mattutina) che le si ritira davanti (che fuggia innanzi), così che, in lontananza (sì che di lontano), il pellegrino discerne il marino ondeggiamento (conobbi il tremolar de la marina).

Il termine “Mattutina”, secondo linguaggio liturgico, è l’ora precedente l’aurora, quindi avente significato opposto a quello letterale del vocabolo.

Noi andavam per lo solingo piano
com’om che torna a la perduta strada,
120 che ’nfino ad essa li pare ire in vano.

I due viandanti marciano per il deserto falsopiano (Noi andavam per lo solingo piano) alla stregua dell’uomo che ritorni sulla smarrita via (com’om che torna a la perduta strada) accompagnato dalla percezione d’avanzare invano fino al raggiungimento della stessa (che ’nfino ad essa li pare ire in vano).

Quando noi fummo là ’ve la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
123 dove, ad orezza, poco si dirada,
ambo le mani in su l’erbetta sparte
soavemente ’l mio maestro pose:
126 ond’io, che fui accorto di sua arte,
porsi ver’ lui le guance lagrimose;
ivi mi fece tutto discoverto
129 quel color che l’inferno mi nascose.

Giunti i due poeti dove (Quando noi fummo là ’ve) la rugiada ancor resiste (pugna col) al sole, trovandosi la stessa in un punto (per essere in parte) in cui (dove), essendo all’ombra (ad orezza), evapora con indugio (poco si dirada), il maestro, con estrema grazia, posa (soavemente ’l mio maestro pose) entrambe (ambo) le mani aperte (sparte) sulla tenera erba (eretta): quindi il discepolo (ond’io), perfettamente conscio della ritualità del suo gesto (che fui accorto di sua arte), pone al duca le sue lagrimanti (porsi ver’ lui le lagrimose) guance; in quel preciso luogo (ivi) Virgilio riporta totalmente alla luce il colorito del proprio protetto (ivi mi fece tutto discoverto quel color) che l’inferno gli aveva celato (mi nascose).

Le lacrime a fil di guancia potrebbero i avere un doppio significato, ovvero esser quelle sfregianti il volto del pellegrino in conseguenza a quanto visionato nell’inferno, come un’ esplosiva commozione durante l’intangibilità del rito di purificazione.

Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
132 omo, che di tornar sia poscia esperto.

Il poeta e la sua guida raggiungono poi il solingo litorale (Venimmo poi in sul lito diserto), che mai ebbe occasione di veder navigar (mai non vide navicar) le sue acque da uomo che abbia poi sperimentato la via del ritorno (che di tornar sia poscia esperto).

Allusione che inevitabilmente richiama alla memoria il folle viaggio d’Ulisse e la nefasta conclusione dello stesso, come riportato al centoquarantunesimo verso del ventiseiesimo Canto di prima cantica: “e la prora ire in giù, com’altrui piacque”.

Un “com’altrui piacque” che, in codesto canto, nel fasciar di giunco i danteschi fianchi, rende la volontà di Dio palpabile nella sua sfumatura benevola, anziché punitiva.

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
135 l’umile pianta, cotal si rinacque
136 subitamente là onde l’avelse.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Purgatorio, Canto I • Guglielmo Giraldi, Divina Commedia, XV secolo, Biblioteca Apostolica Vaticana, MS. Urb. Lat 365 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Guglielmo Giraldi, Divina Commedia, XV secolo
Biblioteca Apostolica Vaticana
MS. Urb. Lat 365

 
Ivi il duca lo cinge secondo volontà divina (Quivi mi cinse sì com’altrui piacque), come peraltro appena disposto dallo stesso Catone: oh qual meraviglia (maraviglia) si manifesta agli occhi di Dante! poiché non appena colto Virgilio (ché qual elli scelse) l’umile giunco (pianta), lo stesso rinasce (cotal si rinacque) prontamente (subitamente) nel medesimo punto in cui il maestro l’aveva estirpata (là onde l’avelse).

Il proemio si conclude sulla massima solennità rituale, poi cedendo pagina al secondo Canto ove “Già era ‘l sole a l’orizzonte giunto lo cui meridïan cerchio coverchia Ierusalèm col suo più alto punto”…