Divina Commedia: Paradiso, Canto XXXIII

Filippo Bigioli (1798-1878), Trionfo della Divinità, ca. 1860

 
In mistica esperienza asceso agli sconfinati orizzonti dell’Empireo, compiendo immaginifico cammino di redenzione prendendo coscienza della terrena essenza, attraversandone corruzioni, perpetui tormenti e pentimenti in opprimente attesa d’accolta espiazione, Dante Alighieri contempla San Bernardo orar Maria di Nazareth affinché interceda permettendogli d’ottener benedizione da mortal creatura mai ricevuta: tendere sguardo nel mistero divino da vivente e tale rimanendo, l’abate rivolgendosi alla Madre Celeste come a colei che, più alta e umile anima, perenne fonte di carità e speranza, donandosi Madre nobilitò natura umana e ad essa ancor destando l’Amor di Dio mediante il Figlio, preghiera quindi dipingendo di magnanima dedizione, confessando di non aver desiato veder l’Altissimo tanto ardentemente, quanto anela possa estatica ed unitiva apparizione mirar il poeta, illustrandone il viaggio intrapreso dalle viscere degli inferi e la custodita fede di poter librarsi verso l’ultima salvezza, infine, qualora largizione accordata, implora perché al cospetto dell’Eterno occhi non abbia offuscati e purezza di sentimenti, anche dopo simil misericordia, mantenga.

Il Santo, osservando lo sguardo della Regina del Cielo abbandonar il proprio, per addentrarsi nella luce dell’Onnipotente, ben intende pronunciata prece esser stata accolta e pertanto, albeggiante sorriso manifestando, esorta il discepolo a guardare in alto e l’Alighieri, da febbricitante passione oramai ineluttabilmente pervaso, senza un’istante attender segue invito provando la sensazione di non posseder parole abili a riportar di visione descrizione, né facoltà di conservarne ricordo, cosicché, azzardando invocar grazia di poter al contrario serbar memoria ed altrettanto lasciar testimonianza di trascendente gloria al domani, il vate s’inoltra nell’infinita/mente ed indugiando nelle profondità della quale, coglie il sussistente legame tra gli elementi dell’Universo costituente un insieme unico ed armonico, rivelazione a cui, al progressivo trasmutar di spiritual consapevolezza, succede scorger tre sfere d’egual ampiezza, ma differente colorazione e mentre la seconda, il Sommo d’acchito interpreta riflesso della prima, la restante ravvisa come un fuoco dalle precedenti al contempo generato: Dante Alighieri, giunge quindi a contezza di guardar l’Imperituro Fulgore che in Sé trova origine, fondamento e comprensione, ardendo ed effondendo l’Amore che, «move il sole e l’altre stelle».
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXXIII • Carl Christian Vogel von Vogelstein (1788-1868), Dante Alighieri adornato da dieci episodi della Divina Commedia, 1842-44 • TerzoPianeta.info • https://terzopianeta.info
Carl Christian Vogel von Vogelstein (1788-1868), Dante Alighieri adornato da dieci episodi della Divina Commedia, 1842-44

 

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
3 termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
6 non disdegnò di farsi sua fattura.

“Vergine Madre, Figlia del Tuo Figlio, la più umile ed alta d’ogni creatura, punto fermo della Provvidenza (etterno consiglio), Tu sei colei che nobilitò a tal punto la natura umana, dal compiacersi il suo Creatore d’incarnarsi in essa (fattore non disdegnò di farsi sua fattura).

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
9 così è germinato questo fiore.

Nel tuo ventre si riabilitò (riaccese) il patto d’amore per il cui ardore (caldo) è germinato questo fiore nell’eterna pace del Paradiso.

Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
12 se’ di speranza fontana vivace.

Nell’Empireo (Qui) sei fiaccola di carità (meridïana face) per noi beati, e sulla Terra (giuso), fra i mortali, se vivifica (vivace) sorgente (fontana) di speranza.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
15 sua disianza vuol volar sanz’ali.

Signora (Donna), sei tanto immensa ed altrettanto vali, che chiunque non aspiri alla Tua intercessione (ricorre a te) — nell’aspirar alla (vuol a) grazia — vanta la pretesa d’un desiderio (disianza) che voglia volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
18 liberamente al dimandar precorre.

La Tua benevolenza (benignità) non giunge in soccorso esclusivamente (pur) di chi la invoca (domanda), ma molte volte (fïate) precede (precorre) la richiesta (al dimandar) autonomamente (liberamente).

San Bernardo dischiude Canto con solenne preghiera attraverso cui chiedere — a beneficio dell’Alighieri — caritatevole intercedere alla Madonna e l’Eterno da Lei talmente ispirato dall’adagiarLe in grembo — per mano del Santissimo Spirito — il Cristo Suo Figlio, nel tal evento l’umanità tutta rigenerando l’alleanza celeste precedentemente svilita dal peccato originale, la Beata Vergine in Paradiso rappresentando trionfale riferimento di “caritate” e “speranza” per tutte l’anime e per chiunque ambisca alla Sua assistenza, senza la quale sarebbe vano sperare alla salvezza dello spirito, benevolo sostegno che talvolta perviene ancor prima d’esser implorato, per effetto di smisurata amorevolezza.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
21 quantunque in creatura è di bontate.

In Te è misericordia, in Te è carità (pietate), in Te è magnificenza, in Te si congrega (s’aduna) la quantità massima di bene (quantunque è di bontate) che una creatura possa ospitare in sé.

Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
24 le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
27 più alto verso l’ultima salute.

Quest’uomo — il qual dal miserevole abisso (l’infima lacuna) dell’Universo, fin a quassù (qui), ha osservato (vedute), una per una, tutti i beati scevri del corpo (spiritali) — or Ti supplica affinché Tu gli venga conceda, per puro atto di grazia, il vigore necessario (di virtute tanto) al levar ulteriormente sguardo (che possa con li occhi levarsi più alto), predisponendosi alla visione della Suprema Salvezza.

E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
30 ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
33 sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.

Ed io, che nel desiderio di vedere Dio mai arsi più di quant’ora nella brama che si lui a vederLo (ch’i’ fo per lo suo), ti porgo ogni mia prece (tutti miei prieghi), pregando che non siano insufficienti (sieno scarsi), perché Tu, con le Tue orazioni (co’ prieghi tuoi), possa dissolvere ogni ombra (ogne nube li disleghi) — alla sua condizione mortale (mortalità) correlata — cosicché la Somma Beatitudine (sì che ’l sommo piacer) gli si palesi (dispieghi).

Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
36 dopo tanto veder, li affetti suoi.

Ancor ti prego, Regina; che puoi ciò che Tu vuoi e che Tu — dopo così strabiliante visione (tanto veder) — possa preservare integri (conservi sani) le sue percezioni (li affetti suoi).

Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
39 per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

La Tua salvaguardia (guardia) primeggi (Vinca) sugli impulsi della sua condizione terrena (i movimenti umani): guarda Beatrice ed insieme a li quanti beati s’aggregano alle mie preghiera con le mani a Te giunte (per li miei prieghi ti chiudon le mani)!”

Dopo aver elencato le innumerevoli e clementi virtù di Maria — scrigno d’ogni bene — san Bernardo spiega come l’appello di Dante — alla fine del suo lungo e spossante viaggio nell’Oltretomba — sia speranzoso di riceverNe il clemente aiuto, al fin di prepararsi al vedere l’Altissimo, desiderio che l’insigne guida sente appartener visceralmente anche a se stesso, come mai accadutogli in precedenza, ragion per la quale richiesta aggiuntiva è quella che la Vergine contribuisca a mantener saldi nel pellegrino sensazioni, sentimenti e memoria, conservandone lo stato di grazia, per modo da farlo resistere alle seducenti tentazioni che nevitabilmente lo istigheranno al posar di nuovo passo sul mondo, alla prostrata prece accoratamente unendosi Beatrice e la globalità dell’anime.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXXIII • François-Maurice Roganeau (1883-1973), Preghiera di San Bernardo, La Divina Commedia dipinta, 1912 • TerzoPianeta.info • https://terzopianeta.info
François-Maurice Roganeau (1883-1973), Preghiera di San Bernardo, 1912

 

Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l’orator, ne dimostraro
42 quanto i devoti prieghi le son grati;

Gli occhi di Maria — prediletti e venerati da Dio — nell’esser fissi in un san Bernardo oratore gli dimostrano quanto le sue devote preghiere Le siano gradite (grati);

indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s’invii
45 per creatura l’occhio tanto chiaro.

indi s’indirizzano (addrizzaro) all’Alba Eterna (l’etterno lume), verso la quale è inimmaginabile (nel qual non si dee creder) che da parte d’alcuna creatura s’orienti sguardo parimenti terso (l’occhio tanto chiaro).

La Madonna dimostra sincero ascolto a san Bernardo nel non distoglierne mai sguardo ed attentamente seguendone l’intero discorso, terminato il quale i di Lei occhi “a l’etterno lume s’addrizzaro”.

Il termine “oratore” assume in questo caso il significato di ‘colui che prega’.

E io ch’al fine di tutt’i disii
appropinquava, sì com’io dovea,
48 l’ardor del desiderio in me finii.

E l’Alighieri che — come ineluttabile (sì com’io dovea) — è prossimo all’avvicinarsi al desiderio supremo (al fine di tutt’i disii appropinquava), eleva in sé, al massimo livello, fervor di brama (l’ardor del desiderio in me finii).

Bernardo m’accennava, e sorridea,
perch’io guardassi suso; ma io era
51 già per me stesso tal qual ei volea:

San Bernardo gli fa cenno sorridendo (m’accennava, e sorridea) al fin di spronarlo a guardare in alto (perch’io guardassi suso); ma il discepolo è già per suo conto (me stesso) come il Santo anela che sia (qual ei volea):

ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
54 de l’alta luce che da sé è vera.

dacché il suo sguardo (ché la mia vista), nel purificarsi (venendo sincera), s’immerge sempre più (e più e più intrava) nel trascendente irraggiamento (per lo raggio de l’alta luce) che in sé è verità (vera).

All’appropinquarsi della desiata ultima visione, Dante ribolle in petto, nell’alzare sguardo anticipando richiesta di san Bernardo.

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
57 e cede la memoria a tanto oltraggio.

Da quel momento in poi (quinci) la visione dell’Alighieri surclassa (il mio veder fu maggio) la possibilità delle parole di riportarne (che ’l parlar mostra), quest’ultime al cospetto della stessa sopraffatte (ch’a tal vista cede a tanto oltraggio), così come sopraffatta n’è la facoltà mnemonica (e cede la memoria).

Qual è colüi che sognando vede,
che dopo ’l sogno la passione impressa
60 rimane, e l’altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
63 nel core il dolce che nacque da essa.

Similmente a chi veda oniriche immagini (Qual è colüi che sognando vede), al destarsi (che dopo ’l sogno) alla mente imprimendosi l’orma dell’emozioni e nulla più restandole ancorato (la passione impressa rimane, e l’altro non riede), tale si percepisce Dante (cotal son io), essendo quanto da lui visto dissoltosi pressoché completamente alla memoria (ché quasi tutta cessa), sebben nel cuore seguiti a stillarsi la dolcezza ivi originatasi (e ancor mi distilla nel core il dolce che nacque da essa).

Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
66 si perdea la sentenza di Sibilla.

Così si squaglia (disigilla) la neve al Sole; così al vento si spaginò (perdea) l’oracolo della (la sentenza di) Sibilla, scritto su leggiadre (levi) foglie.

Quanto visionato annienta ogni possibilità di nitido ricordo — e di conseguenza defraudando le parole di qualsivoglia potere narrativo — Dante paragonandosi a chi si risvegli privo di concrete reminiscenze oniriche, sebben intriso d’emozioni sperimentate sognando, eventuali tentativi di rievocazione sciogliendosi come neve alla calura solare o scompaginandosi come il fogliame al quale — come tratteggiato da Virgilio — la Sibilla Cumana affidava oracolari responsi impopssibili da interpretare in quanto le foglie, per l’appunto, scompigliate da ventosi sbuffi.

O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
69 ripresta un poco di quel che parevi,
e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
72 possa lasciare a la futura gente;

O Somma Luce che tanto T’elevi al di sopra dell’uman intelletto (ti levi da’ concetti mortali), ripristina (ripresta) alla mia mente un poco di come m’apparisTi (di quel che parevi) e potenzia il mio linguaggio (fa la lingua mia tanto possente), per modo ch’io possa lasciare ai postumi (a la futura gente) anche solamente una scintilla (ch’una favilla sol) della Tua gloria;

ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
75 più si conceperà di tua vittoria.

giacché la Tua invincibile potenza (vittoria) sarà maggiormente intelligibile (più si conceperà), qualora alla mia memoria ne affiorasse anche una minima parte (per tornare alquanto), riecheggiandone i miei versi (e per sonare un poco in questi versi).

L’Alighieri asserisce d’aver visto della “somma luce” quel poco a lui visibile e di quel poco ancor meno rammentando ed indi confidando nella Misericordia nell’auspicio di riuscir a ricamar degnamente in poesia quanto osservato, per riportarne agli uomini allo scopo d’offrir loro una maggior accessibilità alla celeste “vittoria”.

Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
78 se li occhi miei da lui fossero aversi.

Dante — a causa della potenza del bagliore dal quale è stato investito (per l’acume ch’io soffersi del vivo raggio) — dubbio alcuno ha (credo) sul fatto che si sarebbe smarrito se sol gli occhi da esso avesse distolto (da lui fossero aversi).

E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
81 l’aspetto mio col valore infinito.

Ed egli rammenta quanto fu il costante regger chiarore (E’ mi ricorda per questo a sostener) che gli rese l’ardimento di tollerarlo (ch’io fui più ardito), tanto da congiungere il proprio sguardo (tanto ch’i’ giunsi l’aspetto mio) col valore infinito.

Oh abbondante grazia ond’io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
84 tanto che la veduta vi consunsi!

Oh copiosa grazia da e per cui trassi ardimento (ond’io presunsi) d’inoltrarmi nell’Indefettibile Eternità, fin al limite della capacità visiva (tanto che la veduta vi consunsi)!

Più volte in corso di Commedia, a partir dall’ingresso del Purgatorio, è stato spiegato come la luce di Dio accresca la facoltà visiva di chi la guarda, l’Alighieri traendone inoltre l’audace ardire dell’osservazione, a lui palesandosi tre visioni eterne, subitanee, sincroniche e consecutive.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXXIII • Elena Mastropaolo (1974), Canto XXXIII del Paradiso, 2020 • TerzoPianeta.info • https://terzopianeta.info
Elena Mastropaolo, Canto XXXIII del Paradiso, 2020
Per gentile concessione di Edizioni Chartesia.

 

Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
87 ciò che per l’universo si squaderna:

Nella profondità dell’Onnipotente Dante vede annidarsi (Nel suo profondo vidi che s’interna) — rilegato dall’amore in univoco volume — ciò che nell’Universo rimane sparpagliato (si squaderna):

sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
90 che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.

L’Alighieri vede le sostanze, gli accidenti e la loro relazione quasi miscelati (conflati insieme), in maniera tale che quant’egli va narrando (che ciò ch’i’ dico) non ne è che un semplice barlume.

La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
93 dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.

Dante è certo d’aver osservato (credo ch’i’ vidi) il principio primo (La forma universal) di questa coesione (nodo), in quanto dall’asserirlo si sente pervadere d’una propagata delizia (perché più di largo, dicendo questo, mi sento ch’i’ godo).

Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ’mpresa
96 che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

Una sola parte (punto) della visione gli provoca più oblio (m’è maggior letargo) che venticinque secoli riguardo all’impresa che sbalordì Nettuno al notar l’ombra della nave d’Argo.

E finalmente l’Alighieri vede l’Ente Supremo, innanzitutto tramite la pluralità del Creato nell’unità del suo Creatore, l’espressione “in un volume” difatti rappresentando — in suadente e deliziosa metafora, peraltro già apparsa nel trentasettesimo e trentottesimo versetto del diciassettesimo Canto di Paradiso — l’unità dell’Essere e del Vero, ciò che viceversa nel mondo reale si dissemina e diversifica nella varietà dell’esistere.

Le “sustanze” e gli “accidenti” si riferiscono rispettivamente alle ‘forme sostanziali’ ed alle ‘forme accidentali’, vale a dire a tutto quanto è in sé e perpetuamente a sé identico, poiché forgiato direttamente dall’Iddio e i fenomeni derivanti dalle forme sostanziali e pertanto — essendo provocati da cause seconde — casuali e transitori.

La vulcanica gioia deflagrante nell’animo di Dante è parallela al di lui struggente tentativo di scriverne, un solo istante — ovvero il repentino in cui si svolge il tutto — rivelandosi per il poeta “maggior letargo” di quanto non lo sia la manovra dell’imbarcazione Argo a secoli di distanza, degli Argonauti menzionando tanto il diciottesimo Canto infernale quanto il secondo di questa Cantica.

Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
99 e sempre di mirar faceasi accesa.

Con medesimo sbigottimento (Così) la mente dell’Alighieri, totalmente sospesa, rimira (mirava) con sguardo fisso, immobile ed attento, facendosi sempre più smaniosa (faceasi accesa) di contemplazione (mirar).

A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
102 è impossibil che mai si consenta;

Al cospetto di simile Luce si diventa tali ch’è infattibile (impossibil che mai si consenta) affrancarsi (volgersi) da lei per guardar qualcosa di diverso (altro aspetto);

però che ’l ben, ch’è del volere obietto,
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
105 è defettivo ciò ch’è lì perfetto.

in quanto il bene, oggetto ed obiettivo della volontà (però che ’l ben, ch’è del volere obietto), si compendia completamente (tutto s’accoglie) in Lei ed al di fuori di quella è difettoso (defettivo) quel che al Suo interno (lì) è perfetto.

Sul finir della prima visione un Dante a metà strada fra stordimento e stupore, s’abbandona alla meraviglia della luce dalla quale “volgersi da lei per altro aspetto è impossibil che mai si consenta”, poiché custode di bene e perfezione.

Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
108 che bagni ancor la lingua a la mammella.

Dante or smarrisce parola (Omai sarà più corta mia favella) — dell’opaco rimembrato (pur a quel ch’io ricordo) — similmente ad un infante (fante) ancor cullato da seno materno (bagni la lingua a la mammella).

Non perché più ch’un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
111 che tal è sempre qual s’era davante;

Non perché si manifesti (fosse) più d’un’unica immagine (semplice sembiante) nella Vivifica Rifulgenza (vivo lume ch’io mirava), ch’è comunque identica a quella ch’era precedentemente (che tal è sempre qual s’era davante);

ma per la vista che s’avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
114 mutandom’io, a me si travagliava.

ma per la vista di Dante che si fortifica nell’atto della contemplazione (s’avvalora in me guardando), quell’unica immagine (una sola parvenza) trasmutando ai suoi occhi (a me si travagliava) al di lui mutare (mutandom’io).

Il passaggio dalla prima alla seconda visione non implica il mutar dell’immagine di Dio — ch’è invariabile — ma il cambiamento della “vista” dell’Alighieri che si potenzia al contemplarLo e la sua capacità di parlarne è simile alla lallazione del neonato che ancor nemmen distingue oggetto da soggetto.

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
117 di tre colori e d’una contenenza;

Nella profonda ed abbacinante essenza del Fulgore Celeste (chiara sussistenza de l’alto lume) all’Alighieri par di notare (parvemi) tre sfere (giri) di medesima dimensione (d’una contenenza) e differente gradazione fra loro (tre colori);

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
120 che quinci e quindi igualmente si spiri.

e la prima (l’un) sembra riflettersi (parea reflesso) nella seconda (da l’altro) come arcobaleno con arcobaleno (iri da iri), mentre la terza sembra un fuoco che spiri da entrambi con egual intensità (quinci e quindi igualmente si spiri).

Nella seconda visione Dante assiste esterrefatto alla dinamicità trinitaria nell’immodificabile unità del Creatore, a lui paventandosi tre d’egual proporzioni, seppur di sfumatura cromatica distinta, fra i primi due instaurandosi una rifrazione affine a quella fra arcobaleni — del cui rapporto citano quarta e quinta terzina, e rispettive note, del dodicesimo Canto di Paradiso — il terzo disco parendo un “foco che quinci e quindi igualmente si spiri”, le suddette entità ovviamente essendo Padre, Figlio e Spirito Santo.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXXIII • Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1912-41 • TerzoPianeta.info • https://terzopianeta.info
Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1912-41

 

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
123 è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.

Oh quant’è manchevole (corto) e fievole (fioco) il raccontarne (dire), rispetto alla percezione dell’esperienza vissuta (al mio concetto)! e quel che ho compreso (questo) è così esiguo rispetto a quanto visionato, da non bastar definirlo (questo, a quel ch’i’ vidi, è tanto, che non basta a dicer) ‘poco’.

O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
126 e intendente te ami e arridi!

O Fiamma Imperitura (luce etterna) che nella Tua unicità risiedi (sola in te sidi) e in Te trai origine, fondamento e comprensione, d’Amore ardendo e Amore irradiando (arridi)!

Tal è il fascinoso compiacimento dell’Alighieri da sentir quasi urlar fra elegiache righe il suo toccante rammarico al non poterne stilar meritatamente, egli dunque sfiatando afflitto cruccio ad adorante invocazione.

Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
129 da li occhi miei alquanto circunspetta,
dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
132 per che ’l mio viso in lei tutto era messo.

Quella sfera (circulazion) che in Dio (te) appare concepita (sì concetta pareva) come luce riflessa, viene scrutata lungamente (alquanto circunspetta) dagli occhi di Dante, verosimilmente a lui sembrando (mi parve) che al Suo interno (dentro da sé) — d’egual tonalità (del suo colore stesso) — sia dipinta la figura umana (pinta de la nostra effige): per questa ragione il volto dell’Alighieri è interamente in Lei assorto (per che ’l mio viso in lei tutto era messo).

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
135 pensando, quel principio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
138 l’imago al cerchio e come vi s’indova;

Come il matematico (Qual è ’l geomètra) ch’appieno si concentra (tutto s’affligge) nel calcolar la quadratura del (per misurar lo) del cerchio e, sebben ragionandoci (pensando), non trova la formula di cui necessita (quel principio ond’elli indige), tale è Dante di fronte a quell’ignota visione (tal era io a quella vista nova): volendo vedere come l’immagine (imago) imana s’adatti (si convenne) al divin cerchio e come vi si disponga (s’indova);

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
141 da un fulgore in che sua voglia venne.

ma le ali dell’intelletto dell’Alighieri (le proprie penne) son inidonee a tanto (non eran da ciò): fintantoché (se non che) la di lui mente non vien travolta (fu percossa) da un fulgore nel quale (in che) il suo desiderio s’appaga (sua voglia venne).

La terza visione svela il Cristo adagiato nel Padre, nella maestosa bellezza dell’incarnazione del Creatore, della quale accenna l’undicesimo canto di Paradiso e che Dante vede dipinta, il suo fremente cuore sussultando d’emozione, al contrario la sua mente dimenandosi alla ricerca d’un’interpretazione plausibile, l’Alighieri — nello sforzo di comprendere “come si convenne l’imago al cerchio e come vi s’indova” — rassomigliando allo studioso di matematica alla ricerca di formule.

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
144 sì come rota ch’igualmente è mossa,
145 l’amor che move il sole e l’altre stelle.

All’immaginazione di Dante — libratasi a Solenne Maestosità — adesso mancan energie (A l’alta fantasia qui mancò possa); ma ogni suo desiderio e proposito ormai volge — come uniforme è il moto d’una ruota (sì come rota ch’igualmente è mossa) — sospinto dall’Amore che muove il Sole e le altre Stelle.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXXIII • Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), Studio per Dantis Amor, ca. 1860 • TerzoPianeta.info • https://terzopianeta.info
Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), Studio per Dantis Amor, ca. 1860

 
Sipario cala sulla Commedia, sublime ed universale opera letteraria concepita da Dante Alighieri, in virtù d’inestimabile ispirazione asceso a Sommo Poeta dell’umano essere, intimamente dipinto nel corso d’un viaggio all’unisono immanente e trascendente, egli stesso mostrandosi e dibattendosi fra terrene incompiutezze, limiti, cadute, timori, speranze, ardimentosa volontà di conoscere l’oltre, d’emancipazione, di sfiorare e magnificare l’Amore, in un fiumar d’inchiostro vertiginoso, temerario, colto, mordace, a tratti dilettevole, delicato e teneramente vulnerabile; imperituro scrigno di camaleontici volteggi di terzine su cui scivolare contemplando del toscano il lungimirante e visionario estro, peraltro leale autore ed editore delle contrastanti sfumature di colui che fu e per eccellenza rimane, il vate, illustratosi titubante e disorientato pellegrino ancor indegno lungo tortuoso sentiero verso la Suprema Salvezza ed altrettanto prescelto alla Verità dell’Altissimo: ad eterno fulgore precluso a mortale giungendo, costantemente protetto e guidato da illuminate Anime, nel durante da esse accogliendo moniti ed al contempo — stregua di battesimal fonti — cercando di carpirne le nobiltà tanto al fine di dissetar interior brama d’evolvere, sapere e conseguentemente, riuscir a proseguire e portare a termine cammino armato di consoni sentimenti: in principio ed epilogo rispettivamente levando elegiaco canto alla paterna saviezza di Virgilio ed alla santità del monaco cistercense Bernardo, interponendo tra i due Maestri, colei, ragion di ciascun battito in petto.

In apice al cuor dell’Alighieri incessantemente palpita Beatrice — in un continuo e quanto mai dovuto inno alla donna melodiato nell’intera Commedia — adorata ed in vita non potuta amar esaudendo l’inspiegabile, nel regno dei Cieli disegnata di beltà soavemente devastante, tanto d’abbacinar al sol guardarla, nei femminei e sfolgoranti occhi, Dante irreversibilmente naufragando come nel mar più impetuoso, profondo ed a lei promettendosi in eterno legame acceso da ossequiosa fedeltà ed illimitata riconoscenza, mai mancando di trasmutar, irrimediabilmente travolto da beata e dolorosa infatuazione, sensibilità in parole sottolineandone l’incantevole fascino e magnificenza, tessendo trame di versi espression d’ancestral emozione ch’è l’Amore.

Amore che filo rosso si fa per l’intero poema, fremente scossa cardiaca che all’Alighieri stravolge e sconquassa l’intelletto, or vissuto in spiritual passione — nel destinarsi a Beatrice — or abbigliandosi d’ardente Carità in devozione all’Onnipotente ed alla Vergine, nel susseguirsi di Canti altresì alternandosi tematiche letterarie, filosofiche, socio-politiche e religiose, sullo sfondo del burrascoso rapporto di Chiesa ed Impero, Dante tratteggiando le invettive più impetuose e deplorevoli — sovente intrise di malinconica nostalgia per la natia città, di sé palesando sanguigno aspetto con estrema intensità — medesimamente il poeta-viaggiatore meravigliosamente manifestando poliedrica e resiliente personalità, pronunciandosi deferente e sardonico, ardito ed irresoluto, fragile e poderoso, grave ed ironico, ma, soprattutto, straordinariamente umano nel sapersi lenir ferite con veracità ed eccelsa eleganza, sollevando peccati e virtù, collocando anime — fra dannazione e beatitudine — in trascinante narrazione d’inconsuete atmosfere a partir dalla “selva oscura ché la diritta via era smarrita”, degli Inferi di poi dell’imponente altura del Purgatorio — risalendo con la miracolosa leggiadria di Beatrice da una sfera celeste all’altra fin all’Empireo e placidamente adagiandosi effondendo lieta beatitudine ne “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXXIII • Alessandro Marcucci, Dante Alighieri, 1903 • TerzoPianeta.info • https://terzopianeta.info
Alessandro Marcucci, Dante Alighieri, 1903

 
 
 
 

Skip to content