...

Divina Commedia: Paradiso, Canto XXVII

Eduard von Steinle (1810-1886), Dante legge a Beatrice e alla sua famiglia, ca. 1900

 
«Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo», levano in coro le anime e tale è la gioiosa armonia ad echeggiar nel paradisiaco Cielo delle Stelle Fisse, da suscitare commossa ebrezza in cuor di Dante, egli percependo in siffatto inneggiare alla Trinità, «riso de l’universo», reale ricchezza appagante ogni desiderio; ma d’improvviso, delle quattro luci a sé difronte, ovvero Adamo, i santi Giacomo, Giovanni e Pietro, di quest’ultimo vede il bagliore intensificarsi, mutando dal candore proprio delle volte di Giove, al rosseggiante firmamento di Marte, seguito da crescente silenzio che il beato s’accinge a squarciare erompendo aspra invettiva contro la Curia dell’epoca, accusandola di corruzione della quale a giovarsi — sostiene — è persin Lucifero, sicché, nel mentre il poeta osserva ogni spirito, Beatrice compresa, assumer medesime infuocate sfumature, l’Apostolo va imputando a Bonifacio VIII usurpazione del soglio pontificio ed altrettanto accusando i successori Clemente V e Giovanni XXII di trarre lucro dalla Chiesa, pertanto preannunciando prossimo intervento della Provvidenza, parimenti a quanto compì mediante Scipione in favore di Roma. Infine — rivolgendosi al vate in amorevole appellativo di «figliuol» — lo esorta a non tacere riguardo la detta profezia, quando farà ritorno nel mondo terreno; Terra verso cui, frattanto i beati ascendono all’Empireo, Beatrice invita l’Alighieri ad osservar per prender coscienza dello spazio percorso, dopodiché sospingendolo al IX Cielo, il Primo Mobile: uniforme ed ottenente virtù di ruotare rapidamente ed esercitar influsso astrale sui Cieli sottostanti, dalla mente dell’Altissimo, la quale lo ammanta egualmente esso avvolge in sé le altre sfere celesti, come appunto solo il Creatore può comprendere.

Il Sommo, in principio disorientato dalla peculiare omogenea luminosità e soccorso dall’adorata guida, d’ella in conclusione ascolta ammonimento nei confronti della cupidigia in petto all’umano essere, impedendone protender mire oltre l’intime brame, limite sconosciuto — afferma — alla sola fanciullezza, ove al contrario risiedono fede ed innocenza, le stesse però svanendo assieme all’infanzia e gli individui dedicandosi ad ogni vizio, a guisa di coloro che incapaci di parlare, amano e rispettano la madre, dipoi crescendo serbando speranza «di vederla sepolta», adducendo malvagità, assente alla nascita, alla mancanza d’un’autorità, laica o ecclesiastica, dunque predicendo intercessione divina, a merito di cui «vero frutto verrà dopo ‘l fiore».
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXVII • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri, 1889 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri, 1889

 

‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,
cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso,
3 sì che m’inebrïava il dolce canto.

‘Gloria al l Padre, al Figlio, allo Spirito Santo’, inizia ad intonare tutto il Paradiso, del suo dolce canto inebriando l’Alighieri.

Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso
de l’universo; per che mia ebbrezza
6 intrava per l’udire e per lo viso.

Quanto Dante visiona gli sembra una sorta di sorriso (Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso) dell’Universo; per effetto del quale ebbrezza lo pervade attraverso l’udito (intrava per l’udire) e la vista (lo viso).

Non appena l’Adamo dello scorso Canto si silenzia, l’intero regno celeste intona il ‘Gloria Patri’, uno degli inni più più solenni ed antichi della Chiesa, dal cui ascolto l’Alighieri rimane estaticamente rapito, il percepirlo attraverso il senso uditivo e visivo rappresentandone una sorta di pre-beatificazione, data l’ormai sempre più vicina visione del Padre Eterno.

Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
oh vita intègra d’amore e di pace!
9 oh sanza brama sicura ricchezza!

Ebbro di lietezza, Dante esalta l’assenza, nella beatitudine celeste, di desiderio, come già sostenuto — dalla devota nobildonna Piccarda Donati — fra il settantesimo ed il settantottesimo verso del terzo Canto di questa Cantica: “Frate, la nostra volontà quïeta virtù di carità, che fa volerne sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta. Se disïassimo esser più superne, foran discordi li nostri disiri dal voler di colui che qui ne cerne; che vedrai non capere in questi giri, s’essere in carità è qui necesse, e se la sua natura ben rimiri”.

Dinanzi a li occhi miei le quattro face
stavano accese, e quella che pria venne
12 incominciò a farsi più vivace,
e tal ne la sembianza sua divenne,
qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte
15 fossero augelli e cambiassersi penne.

Davanti agli occhi di Dante i quattro involucri di luce (face) stano acessi, e quella ch’era arrivata per prima (pria venne) incomincia a divenir (farsi) più vivida (vivida), divenendo nel suo aspetto (ne la sembianza sua) tale e quale a come diverrebbe Giove (Iove), se lui (s’elli) e Marte fossero uccelli (augelli) e si scambiassero (cambiassersi) le penne.

Le “quattro face” sono le fiammeggianti custodie dell’anime di Adamo e dei santi Giacomo, Giovanni e Pietro, ch’é “quella che pria venne”, ossia lo spirito da cui il vate ha ricevuto le prime domande sulle virtù teologali — nella fattispecie riguardo la Fede — il beato mutando tonalità di luce dal candore peculiare a Giove verso la fiammeggiante colorazione di Marte, nella metafora dei due volatili che si scambiano il piumaggio carpendosi il di lui repentino divampare.

La provedenza, che quivi comparte
vice e officio, nel beato coro
18 silenzio posto avea da ogne parte,
quand’io udi’: «Se io mi trascoloro,
non ti maravigliar, ché, dicend’io,
21 vedrai trascolorar tutti costoro.

La Provvidenza, che in Paradiso (quivi) ripartisce (comparte) l’avvicendarsi degli incarichi (vice e officio), ha imposto (posto avea) silenzio, in ogni punto (da ogne parte), al santo coro, quando l’Alighieri sente (quand’io udi’): “Se io mutassi colore (mi trascoloro), non te ne stupire (ti maravigliar), dacché, mentre parlerò (ché, dicend’io), vedrai che tutte le anime cambieranno tonalità (trascolorar tutti costoro).

Sullo sfondo dell’improvviso mutarsi del coro, San Pietro anticipa a Dante di non doversi assolutamente meravigliare dell’eventuali variazioni cromatiche che si verificheranno in ogni spirito al suo discorrere.

Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio che vaca
24 ne la presenza del Figliuol di Dio,
fatt’ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
27 che cadde di qua sù, là giù si placa».

Colui che s’arroga il diritto d’insediarsi al (Quelli ch’usurpa), sulla Terra, al mio posto (luogo), quel posto ch’è vacante al cospetto di Cristo (che vaca ne la presenza del Figliuol di Dio), ha fatto del luogo del mio martirio e della mia sepoltura (cimitero) una fogna (cloaca) traboccante sangue e puzzo; di cui sul mondo si compiace (là giù si placa) il perfido precipitato da quassù (onde ’l perverso che cadde di qua sù)”.

L’usurpante il trono papale è il pontefice Bonifacio VIII (1230-1303), in carica al momento della filippica che l’autore della Commedia srotolerà nelle prossime terzine per voce di San Pietro, beato il cui martirio avvenne nel colle Vaticano, in base a tradizione ritenuto sito di sepoltura, come peraltro già accennato nei quattro versetti conclusivi del nono Canto di Paradiso: “Ma Vaticano e l’altre parti elette di Roma che son state cimitero a la milizia che Pietro seguette, tosto libere fien de l’avoltero”.

Per mano di Bonifacio VIII, il cimitero/Vaticano divenne una lugubre conca racchiudente il “sangue” versato per le battaglie interne alla cristianità e la “puzza” della dilagante corruzione in seno alla corte pontificia.

Di quel color che per lo sole avverso
nube dipigne da sera e da mane,
30 vid’io allora tutto ’l ciel cosperso.

A questo punto l’Alighieri vede (vid’io allora) tutto il Cielo cosperso di quel colore che le nubi assumono (nube dipigne), di sera e di mattina (da mane), per azione del sole in posizione a loro opposta (avverso).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXVII • Domenico Mastroianni (1876-1962), Divina Commedia, ca. 1900 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Domenico Mastroianni (1876-1962), Divina Commedia, ca. 1900

 

E come donna onesta che permane
di sé sicura, e per l’altrui fallanza,
33 pur ascoltando, timida si fane,
così Beatrice trasmutò sembianza;
e tale eclissi credo che ’n ciel fue
36 quando patì la supprema possanza.

E come una donna onesta che, sebben sicura di sé, s’intimidisce (timida si fane) per colpe (fallanza) altrui, al sol sentirne parlare (pur ascoltando), così Beatrice muta aspetto (trasmutò sembianza); e una simile (tale) eclissi Dante reputa possa essersi verificata in Cielo (credo che ’n ciel fue) solamente durante la passione del Figlio di Dio (quando patì la supprema possanza).

Il “color che per lo sole avverso nube dipigne da sera e da mane” è quello appartenente ad ogni tramonto e alba, quell’infiammarsi di vermiglia gradazione che subitamente si spande anche sulle guance di Beatrice, turbata al sol racconto dell’altrui negligenze.

Alternative interpretazioni leggono pallore sulle femminee guance, inoltre sul vocabolo “eclissi” immaginando una foschia celeste simile a quella che seguì alla crocifissione di Cristo.

Poi procedetter le parole sue
con voce tanto da sé trasmutata,
39 che la sembianza non si mutò piùe:

Poi San Pietro seguita a parlare (procedetter le parole sue) con voce non meno alterata di quanto ne siano mutate le sembianze (tanto da sé trasmutata, che la sembianza non si mutò piùe):

«Non fu la sposa di Cristo allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
42 per essere ad acquisto d’oro usata;

“La Chiesa (sposa di Cristo) non venne nutrita (allevata) con il mio sangue, con quello di Lino e di Cleto, per venire sfruttata a fini di lucro (essere ad acquisto d’oro usata);

ma per acquisto d’esto viver lieto
e Sisto e Pio e Calisto e Urbano
45 sparser lo sangue dopo molto fleto.

ma affinché divenisse guida all’acquisir beatitudine (per acquisto d’esto viver lieto) e Sisto, Pio, Callisto ed Urbano sparsero il loro sangue dopo molto dolore (fleto).

San Pietro tratteggia una lista dei pontefici della Chiesa primitiva, la cui vita votata e sacrificata al cristianesimo:

San Lino di Volterra (10-76/79), primo successore di San Pietro e come lui martirizzato;

a sostituirlo fu il romano sant’Anacleto (?-92 circa), terzo papa;

settimo trono per San Sisto I (42-126), anch’egli di Roma;

San Pio I di Aquileia (?-154), decimo;

infine i romani San Calisto I (?-222), sedicesimo, e San Urbano I (?-230), diciassettesimo.

Non fu nostra intenzion ch’a destra mano
d’i nostri successor parte sedesse,
48 parte da l’altra del popol cristiano;

La nostra intenzione non era che i nostri successori sedessero in parte (mano) a destra ed in parte a sinistra (da l’altra) della cristianità (del popol cristiano);

né che le chiavi che mi fuor concesse,
divenisser signaculo in vessillo
51 che contra battezzati combattesse;

tantomeno (né) che le chiavi che mi furono concesse divenissero contrassegno di bandiera (signaculo in vessillo) in nome del quale combattere contro altri cristiani (battezzati);

né ch’io fossi figura di sigillo
a privilegi venduti e mendaci,
54 ond’io sovente arrosso e disfavillo.

né ch’io divenissi effigie (figura) sui sigilli dei privilegi papali venduti in malafede (mendaci), per i quali spesso arrossisco (ond’io sovente arrosso) e m’adiro (disfavillo).

Le tre principali circostanze da cui sgorga lo sdegno di San Pietro furono:

la divisione in fazioni della cristianità, designando come ‘eletti’ i Guelfi alla propria destra e come ‘reprobi’ i Ghibellini alla propria sinistra, sulla falsariga figurativa del giorno in cui verrà proninciato il Giudizio Universale;

le guerriglie provocate fra cristiani battezzati, inalberando stendardi con le chiavi di San Pietro disegnate ad emblema;

la riproduzione dell’immagine di San Pietro sui sui sigilli dei privilegi pontifici accordati dietro pagamento.

In vesta di pastor lupi rapaci
si veggion di qua sù per tutti i paschi:
57 o difesa di Dio, perché pur giaci?

Da quassù si vedono (veggion) lupi rapaci, travestiti da (In vesta di) pastori, in attività per tutti i pascoli (paschi): Perché, Dio; t’attardi ancora (pur giaci) a difesa del tuo gregge?

I “lupi rapaci” fuoriescono da evangeliche pagine, secondo Matteo: “Intrinsecus autem sunt lupi rapaces” — “Ma interiormente sono lupi rapaci”, mentre il supplicante quesito rivolto al Signore rimanda ai biblici Salmi: “Exsurge, quare, obdormis, Domine?” — “Alzati, Signore, perché dormi?”

Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
s’apparecchian di bere: o buon principio,
60 a che vil fine convien che tu caschi!

Gente di Cahors (Caorsini) e di Guascogna (Guaschi) si predispone a (s’apparecchian di) bere il nostro sangue: o nobile (buon) principio, in che miserabile (vil) fine sei destinato a piombare!

Con “Caorsini” si richiama il pontefice Giovanni XXII (1244-1334), nativo del francese comune di Cahors, già nominato nel XVIII Canto di Paradiso, mentre è papa Clemente V (1264-1314) ad essere celato nella parola “Guaschi”, dacché, come riporta l’ottantaduesimo verso del diciassettesimo Canto di Paradiso, era detto “’l Guasco”, lo stesso veemente deplorato fra l’ottantaduesimo e l’ottantasettesimo rigo del diciannovesimo Canti infernale: “ch’el non starà piantato coi piè rossi: ché dopo lui verrà di più laida opra, di ver’ ponente, un pastor sanza legge, tal che convien che lui e me ricuopra. Nuovo Iasón sarà, di cui si legge ne’ Maccabei; e come a quel fu molle suo re, così fia lui chi Francia regge”.

Ma l’alta provedenza, che con Scipio
difese a Roma la gloria del mondo,
63 soccorrà tosto, sì com’io concipio;

Ma l’irraggiungibile (alta) Provvidenza, che con Scipione assicurò (difese) a Roma il glorioso dominio del mondo, accorrerà presto in soccorso (soccorrà tosto), così com’io percepisco (concipio);

e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
ancor giù tornerai, apri la bocca,
66 e non asconder quel ch’io non ascondo».

e tu, figliolo, che per il corporal peso (lo mortal pondo) ritornerai ancora sulla Terra (giù), parla (apri la bocca) e non nascondere (asconder) quel ch’io non nascondo a te”.

La percezione di San Pietro è possibile per la sua facoltà, propria ad ogni anima in beatitudine, di leggere nell’Onnipotente starà all’Alighieri narrarne sul mondo, ove ritornerà con il peso del suo corpo in carne ed ossa.

Sì come di vapor gelati fiocca
in giuso l’aere nostro, quando ’l corno
69 de la capra del ciel col sol si tocca,
in sù vid’io così l’etera addorno
farsi e fioccar di vapor trïunfanti
72 che fatto avien con noi quivi soggiorno.

Così come l’atmosfera terrestre (l’aere nostro) fiocca all’ingiù (in giuso) vapori gelati, quando il Capricorno è in congiunzione con il Sole (’l corno de la capra del ciel col sol si tocca), Dante similmente vede l’etere celeste adornarsi (in sù vid’io così l’etera addorno farsi) e fioccar all’insù di vapori trionfanti che con loro si erano trattenute nell’Ottavo Cielo (che fatto avien con noi quivi soggiorno).

Ci si riferisce a periodo invernale, quando la costellazione del Capricorno è in congiunzione con il Sole e la neve fa capolino nell’aria.

Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto,
75 li tolse il trapassar del più avanti.

Lo sguardo dell’Alighieri ne segue gli aspetti (Lo viso mio seguiva i suoi sembianti), continuando a seguirli fintantoché lo spazio di mezzo (e seguì fin che ’l mezzo), divenendo sterminato (per lo molto), impedisce alla sua vista di spingersi oltre, fino a loro (li tolse il trapassar del più avanti).

Il “mezzo” è lo spazio interposto fra colui che ha la percezione d’un oggetto e l’oggetto stesso.

Onde la donna, che mi vide assolto
de l’attendere in sù, mi disse: «Adima
78 il viso e guarda come tu se’ vòlto».

Pertanto Beatrice (Onde la donna), vedendolo libero dall’impegno di guardare verso l’alto (che mi vide assolto de l’attendere in sù), gli dice: “Abbassa lo sguardo (Adima il viso) ed osserva quanto hai ruotato (come tu se’ vòlto)”.

Da l’ora ch’io avea guardato prima
i’ vidi mosso me per tutto l’arco
81 che fa dal mezzo al fine il primo clima;

Rispetto al momento in cui Dante aveva precedentemente (Da l’ora ch’io avea prima) guardato in giù, si rende conto d’essersi spostato (i’ vidi mosso me) per tutto l’arco meridiano tracciato dalle terre emerse dal centro all’estremità (che fa dal mezzo al fine il primo clima);

Beatrice sprona l’Alighieri a valutare l’arco di circonferenza percorso e tenendo conto del frazionamento della sfera terrestre in sette climi, attuato per mano d’antichi geografi, egli avrebbe roteato con il Cielo delle Stelle Fisse “dal mezzo al fine il primo clima”, quindi di novanta gradi.

sì ch’io vedea di là da Gade il varco
folle d’Ulisse, e di qua presso il lito
84 nel qual si fece Europa dolce carco.

così da riuscire a scorgere (sì ch’io vedea), al di là del Cadice (da Gade), le acque follemente profanate da (il varco folle) Ulisse, e di qua dal Gadice fino alla spiaggia (lito) nella quale Europa si fece dolce carico (carco).

Ad occidente del Cadice, in Spagna, si può scorgere l’imprudente e famigerata rotta intrapresa da Ulisse e, dalla parte opposta, il Mar Mediterraneo, fino alla Fenicia, ovvero il “lito” che le ovidiane ‘Metamorfosi’ narrano della ninfa Europa saltata sulle spalle di Giove, precedentemente tramutatosi in toro, poi dallo stesso rapita.

Alternative letture suppongono che al posto della Fenicia Dante si riferisca a Creta, dove effettivamente venne condotta la ninfa.

E più mi fora discoverto il sito
di questa aiuola; ma ’l sol procedea
87 sotto i mie’ piedi un segno e più partito.

E all’Alighieri una zona ben più vasta di codesta sfera terrestre (il sito di questa aiuola), sarebbe stata visibile (mi fora discoverto); ma il Sole ha seguitato il proprio corso (’l sol procedea) sotto i suoi piedi, per più del tratto (partito) d’un segno zodiacale.

Finendo sotto i piedi di Dante, il Sole dista da lui all’incirca di trenta gradi, limitandone ampiezza visuale.

La mente innamorata, che donnea
con la mia donna sempre, di ridure
90 ad essa li occhi più che mai ardea;

La mente innamorata dell’Alighieri, che corteggia (donnea) perennemente la sua signora (con la mia donna sempre), arde animosamente della brama (più che mai ardea) di ricondurre a lei lo sguardo (ridure ad essa li occhi);

e se natura o arte fé pasture
da pigliare occhi, per aver la mente,
93 in carne umana o ne le sue pitture,
tutte adunate, parrebber nïente
ver’ lo piacer divin che mi refulse,
96 quando mi volsi al suo viso ridente.

e se mai la natura o l’arte realizzarono opere — nei modellar corpi (in carne) umani o nei suoi dipinti (ne le sue pitture) — di tal bellezza da catturare gli (fé pasture da pigliare) occhi, attraverso i i quali ammaliar l’anima (per aver la mente), anche qualor raggruppate nell’insieme, nulla parrebbero (tutte adunate, parrebber nïente) al raffronto della celestial beltà (ver’ lo piacer divin) che Dante vede rifulgere (mi refulse) nella donna amata al volgersi verso i di lei occhi sorridenti (quando mi volsi al suo viso ridente).

L’Alighieri è talmente infatuato della sua bella e soave Beatrice, da sciogliersi e smarrisrsi ad ogni suo sorriso, arrivando a paragonarne l’avvenenza alle più sublimi opere naturali ed artistiche, in tre terzine dichiarando un amore senza confini ed oltre qualsivoglia dimensione.

E la virtù che lo sguardo m’indulse,
del bel nido di Leda mi divelse,
99 e nel ciel velocissimo m’impulse.

E la virtù a lui elargita dai suoi occhi (che lo sguardo m’indulse), l’affranca (mi divelse) dalla costellazione dei Gemelli (del bel nido di Leda), proiettandolo (m’impulse) nel Cielo più veloce di tutti gli altri.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXVII • Giorgio Kienerk (1869-1948), Beatrice, 1903 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Giorgio Kienerk (1869-1948), Beatrice, 1903

 

Le parti sue vivissime ed eccelse
sì uniforme son, ch’i’ non so dire
102 qual Bëatrice per loco mi scelse.

Tutte le sue parti, luminosissime (vivissime) ed elevate (eccelse), son talmente uniformi da lasciare Dante in dubbio sul punto ov’egli sia stato immesso (ch’i’ non so dire qual per loco mi scelse) da Beatrice.

Il Cielo “velocissimo” è il nono, ossia il Primo Mobile, o Cristallino, com’è noto il più vasto e celere in assoluto, talmente uniforme da ingannare l’Alighieri su quale sia stato il varco d’ingresso.

Ma ella, che vedëa ’l mio disire,
incominciò, ridendo tanto lieta,
105 che Dio parea nel suo volto gioire:

Ma ella, che avverte il suo desiderio di conoscenza (vedëa ’l mio disire), inizia a parlare, sorridendo con tal letizia (incominciò, ridendo tanto lieta) da sembrar che sia Dio a gioir direttamente nel suo volto:

Beatrice, come sempre, legge ogni perplessità mentale del poeta e, dolcemente sorridendo, il suo viso palesa così tanta gaiezza da parer ella avere fattezze divine che l’affascinato Dante non manca di captare.

«La natura del mondo, che quieta
il mezzo e tutto l’altro intorno move,
108 quinci comincia come da sua meta;

“La struttura dell’Universo (natura del mondo), che rende immobile (quieta) il proprio centro (mezzo), imprimendo moto (move) a tutto quanto gli sia intorno, s’attiva qui (quinci comincia) come da sua origine (meta);

e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che s’accende
111 l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove.

e questo Cielo non ha altra collocazione (altro dove) che la mente divina, nella quale s’accende l’amore che lo fa ruotare (’l volge) e la virtù ch’esso spiove (ch’ei piove).

Beatrice inizia il discorso partendo dall’immobilità della Terra e di ciò che le gravita attorno, ogni movimento producendosi nel nono Cielo, a sua volta situato nella mente celeste che lo muove attraverso l’amore, permettendone gli influssi astrali.

Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
sì come questo li altri; e quel precinto
114 colui che ’l cinge solamente intende.

La luce e l’amore d’Iddio l’accludono (lui comprende) in una sferoidale cavità (d’un cerchio), così come questo Cielo include gli altri; e quell’involucro (precinto) è intellegibile (intende) solamente a colui che lo contiene in sé (’l cinge).

Non è suo moto per altro distinto,
ma li altri son mensurati da questo,
117 sì come diece da mezzo e da quinto;

Il suo moto non viene generato (distinto) dal movimento di un altro Cielo, ma son gli altri Cieli che si commisurano a lui (mensurati da questo), al pari di quanto il dieci (sì come diece) si commisura alla propria metà (da mezzo) e quinta parte (da quinto).

e come il tempo tegna in cotal testo
le sue radici e ne li altri le fronde,
120 omai a te può esser manifesto.

ormai ti sarà pienamente comprensibile (omai a te può esser manifesto) come il tempo mantenga (tegna) le sue radici in cotal vaso (testo) e le fronde negli altri vasi.

Non azionato da nessun altro Cielo, il Primo Mobile accoglie in sé i Cieli sottostanti, dei quali stimola i movimenti, gli stessi rispettivamente adeguandosi, come il dieci si rapporta tanto al cinque quanto al due e all’Alighieri sarà ormai ben chiaro come il nono Cielo si possa metaforizzare come una pianta con le radici nell’Ente Supremo e le frasche diramate negli altri Cieli.

Oh cupidigia, che i mortali affonde
sì sotto te, che nessuno ha podere
123 di trarre li occhi fuor de le tue onde!

Oh cupidigia, ch’affondi sotto di te gli umani (moratali) a tal punto, che nessuno è in grado (ha podere) di trarre lo sguardo al di fuor delle tue onde!
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXVII • Egbert van Heemskerck II (ca. 1676-1744), Allegoria della cupidigia • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Egbert van Heemskerck II (ca. 1676-1744), Allegoria della cupidigia

 

Ben fiorisce ne li uomini il volere;
ma la pioggia continüa converte
126 in bozzacchioni le sosine vere.

La buona volontà (il volere) germina negli uomini naturalmente (Ben); ma l’incessante (continüa) pioggia trasmuta in bozzacchi le vere susine.

La savia guida giunge in conclusion di sermone biasimando l’avidità umana che offusca il bene verso cui gli uomini nascono predisposti, così come un inarrestabile acquazzone rovina le susine.

I “bozzacchioni”, o ‘bozzacchi’, una sorta di susina priva di polpa e di conseguenza, esposta a disidratazione.

Fede e innocenza son reperte
solo ne’ parvoletti; poi ciascuna
129 pria fugge che le guance sian coperte.

Sincerità (Fede) ed innocenza si trovano esclusivamente nei fanciulli (son reperte solo ne’ parvoletti); poi ciascuna d’esse si dilegua (fugge) prima che le guance si ricoprano del primo pelo (sian coperte).

Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,
che poi divora, con la lingua sciolta,
132 qualunque cibo per qualunque luna;

L’uno (Tale) ancor farfugliante nel parlare (balbuzïendo), digiuna, poi, quando la sua lingua è sciolta, trangugia qualsivoglia alimento (divora qualunque cibo) in ogni periodo dell’anno (per qualunque luna);

e tal, balbuzïendo, ama e ascolta
la madre sua, che, con loquela intera,
135 disïa poi di vederla sepolta.

e un altro (tal), ancor farfugliante nel parlare, ama ed ascolta la propria madre, poi, una volta appreso ad esprimersi in maniera fluida (con loquela intera), desiderando (disïa) vederla sepolta.

Così si fa la pelle bianca nera
nel primo aspetto de la bella figlia
138 di quel ch’apporta mane e lascia sera.

Così s’abbruna (si fa nera) la pelle bianca all’apparir (nel primo aspetto) dalla bella figlia di colui
che porta la mattina ed abbandona la ( ch’apporta mane e lascia) sera.

Esempio primo di sincerità ed innocenza sono i bambini che, purtroppo, una volta adulti scemano ogni virtù, taluni osservando i digiuni di vigilia e poi, abbuffandosi, altri perdendo completamente l’affetto materno, nel complesso i pargoli spesso sciupandosi nella crescita come s’imbrunisce

Tu, perché non ti facci maraviglia,
pensa che ’n terra non è chi governi;
141 onde sì svïa l’umana famiglia.

Tu, al fin d’evitare sbalordimenti a riguardo (perché non ti facci maraviglia), pensa che nel mondo terrestre (’n terra) non v’è nessuno che governa; ragion per la quale l’intera umanità è soggetta a tali traviamenti (onde sì svïa l’umana famiglia).

Ma prima che gennaio tutto si sverni
per la centesma ch’è là giù negletta,
144 raggeran sì questi cerchi superni,
che la fortuna che tanto s’aspetta,
le poppe volgerà u’ son le prore,
147 sì che la classe correrà diretta;

Ma prima che l’intero mese di gennaio esca totalmente dall’inverno (tutto si sverni), per la centesima frazion del giorno che sul mondo è ignorata (centesma ch’è là giù negletta), queste sfere celesti (questi cerchi superni) irraggeranno influssi tali (raggeran sì), che la tanto attesa burrasca (fortuna che tanto s’aspetta), volgerà le poppe ove stanno (u’ son) le prue (prore), per modo che la flotta (classe) navigherà nella giusta direzione (correrà diretta);

148 e vero frutto verrà dopo ’l fiore».

e un vero frutto si produrrà dal (verrà dopo ’l) fiore”.

Ultimo consiglio donato al pellegrino è quello di non sbigottirsi oltremodo, in quanto il mondo privo di degne redini che ne sappiano mantenere la retta via, ma giungerà presto il girono in cui gli influssi celesti orienteranno correttamente l’intera umanità, da ogni fiore nascendo un buon frutto.

In base ai calcoli di antichi astronomi arabi, la “centesma” ora è la frazione di tempo minima — corrispondente alla centesima parte del giorno — utilizzata nel calendario gregoriano ed attualmente nella Chiesa ortodossa, viceversa sfuggente al conteggio del calendario giuliano.

Narrazione dell’autore seguiterà ad aprire il successivo Canto sulla scia del sermone appena concluso di Beatrice: “Poscia che ’ncontro a la vita presente d’i miseri mortali aperse ’l vero quella che ’mparadisa la mia mente…”
 
 
 
 

Skip to content