Divina Commedia: Paradiso, Canto XXII

Francesco De Mura (1696-1782), Storie di San Benedetto, 1740

 
Canto s’apre sul disorientamento di Dante all’udir lo schiamazzante strillar degli spiriti contemplativi, in seguito al discorso con cui Pietro Damiani aveva concluso le precedenti terzine, Beatrice puntualmente intervenendo a rassicurarlo nel dirgli che in Paradiso tutto avviene secondo zelante amore celeste e la donna, a metà strada fra un dolce rimprovero ed una ferreo incentivo, intimandogli di voltarsi verso i beati che gli sono quasi appresso, l’Alighieri soddisfacendo la di lei richiesta e posando gli occhi su una lucente miriade d’anime che discendono la scala dorata per raggiungerlo e compiacerlo.

Fra queste la maggiore prende parola, sfondando l’esitazione sul sentor della quale trasmuta in parole i quesiti da Dante repressi per titubanza a parlare, nondimeno lo spirito, sapendo quant’egli brami conoscerne l’identità, tracciando una propria breve biografia e — seppur non nominandosi direttamente — senz’ombra di dubbio lasciando intender d’esser vissuto come il santificato Benedetto da Norcia, monaco fondatore dell’Ordine benedettino e fra i tanti beati in sua compagnia indicandone due al nome degli eremiti “Maccario” e “Romualdo”, poi proseguendo sull’onda d’una confidenza che pian piano s’accresce fra lui e l’Alighieri, quest’ultimo chiedendogli se sarà mai possibile vederne le fattezze oltre luce, l’anima parlante anticipandogli che ciò sarà fattibile soltanto una volta posato passo nell’Empireo, Cielo supremo, l’unico immobile ed autonomo, ove ogni desiderio si completa.

Nell’ultima parte del cortese colloquiar è protagonista il biasimo di san Benedetto nei confronti dei benedettini corrotti, l’invettiva allargandosi anche alla degenerazione interna all’Ordine domenicano ed a quello francescano, un trasversale, profondo e durevole degrado difficilmente reversibile, una volta terminato l’amareggiato biasimo lo spirito ritornando fra i propri santi compari e con essi riprendendo ad ascendere, così come avviene per Dante e Beatrice, prossimi al cielo delle Stelle fisse, l’ottavo, il poeta invocando la Costellazione dei Gemelli — sotto la qual egli nacque in Firenze — affinché gli vengano donate l’energia e l’abilità necessarie per trascrivere l’ultima parte del privilegiato viaggio, dacché la più elevata e complessa da ricondurre degnamente ad inchiostro.

In conclusione Beatrice invita il timido ed infatuato compagno di cammino a riguardare i Cieli già visitati, nella contemplazione degli stessi a ritroso Dante elencandoli tutti ed ilarmente dileggiando la Terra che, dall’alto, appare come un minuscolo ed irrisorio “globo” dal “vil sembiante”, una contesa “aiuola” in balia della brutalità umana, dalla cui riprovevole violenza l’Alighieri s’affranca per ristorarsi sguardo, posando gli occhi ne “li occhi belli” dell’amata.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXII • Alberto Martini (1876-1954), Beatrice, 1922 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Alberto Martini (1876-1954), Beatrice, 1922

 

Oppresso di stupore, a la mia guida
mi volsi, come parvol che ricorre
3 sempre colà dove più si confida;

Pervaso da sbigottimento (Oppresso di stupore), Dante si volge alla sua guida, come un pargolo (parvol) che corra sempre a rifugiarsi (ricorre) là ove sa di potersi fidare maggiormente (colà dove più si confida);

e quella, come madre che soccorre
sùbito al figlio palido e anelo
6 con la sua voce, che ’l suol ben disporre,
mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo?
e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,
9 e ciò che ci si fa vien da buon zelo?

e Beatrice (quella), come una madre che si precipiti in immediato soccorso (soccorre sùbito) al figlio impallidito ed ansimante (palido e anelo) tramite le sue parole (con la sua voce) — che son solite chetarlo (che ’l suol ben disporre) — gli dice: “Tu non sai d’essere in Paradiso (cielo)? e non sai che in Paradiso è tutto santo e tutto quanto v’accade (ciò che ci si fa) proviene da intensificatosi ardor di carità (buon zelo)?

L’Alighieri si rassicura cullato dall’onnipresente amorevolezza della donna amata, nelle sue sfumature materne già delineata tanto nella ventisettesima terzina del trentesimo Canto di Purgatorio (Così la madre al figlio par superba, com’ella parve a me; perché d’amaro sente il sapor de la pietade acerba) quanto nella trentaquattresima del primo Canto del Paradiso (Ond’ella, appresso d’un pïo sospiro, li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante che madre fa sovra figlio deliro).

Come t’avrebbe trasmutato il canto,
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
12 poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;

Dal momento (poscia) che il grido dei beati t’ha sconvolto a tal punto (mosso cotanto), ora sei in grado di comprendere (mo pensar lo puoi) quanto t’avrebbero disorientato (Come t’avrebbe trasmutato) il loro canto e il mio sorriso (io ridendo);

nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi,
già ti sarebbe nota la vendetta
15 che tu vedrai innanzi che tu muoi.

nel qual grido, se tu ne avessi inteso la preghiera intrinseca (i prieghi suoi), già ti sarebbe nota la vendetta divina che avrai modo di conoscere prima della tua morte (che tu vedrai innanzi che tu muoi).

Il “canto” del quale s’accenna è quello di cui Dante chiese a Pietro Damiani perché non fosse intonato in quel Cielo, come accadde nei precedenti, or la beata e clemente guida riagganciandolo nel discorso per spiegargli quanto l’avrebbero sconquassato l’intensificarsi del di lei sorriso oppure un’intero inno, dato l’immenso sbigottirsi del protetto di fronte al breve urlo delle anime — a conclusione del precedente Canto — e del quale se l’Alighieri afferrasse il senso dell’invocazione propria allo strepito, comprenderebbe taluni decreti di giustizia celeste, tuttavia a lui quello strillo risultando insostenibile, di conseguenza perpetrandosi l’enigmaticità di taluni eventi.

La spada di qua sù non taglia in fretta
né tardo, ma’ ch’al parer di colui
18 che disïando o temendo l’aspetta.

La spada celeste (di qua sù) non ferisce con anticipo, tantomeno con ritardo (non taglia in fretta né tardo), eccetto che per (ma’ ch’al parer di) colui che l’attenda con brama o timore (disïando o temendo l’aspetta).

La “spada di qua” è il giudizio d’Iddio, il qual colpisce con zelante tempismo, al contempo venendo percepito ritardatario da chi ne sia impaziente o in acconto da chi ne abbia paura.

Ma rivolgiti omai inverso altrui;
ch’assai illustri spiriti vedrai,
21 se com’io dico l’aspetto redui».

Ma ora rivolgiti altrove (rivolgiti omai inverso altrui); dacché vedrai famosissimi (assai illustri) spiriti, se com’io ti dico riconduci (redui) a loro lo sguardo (aspetto)”.

Come a lei piacque, li occhi ritornai,
e vidi cento sperule che ’nsieme
24 più s’abbellivan con mutüi rai.

Assecondando il voler della donna amata (Come a lei piacque), Dante rivolge il proprio sguardo (li occhi ritornai) ove indicato, notando un centinaio di sfere (e vidi cento sperule) che, reciprocamente irraggiandosi (con mutüi rai), l’una con l’altra s’accrescono in beltà (’nsieme più s’abbellivan).

Su incoraggiamento di Beatrice a guardarsi intorno, l’Alighieri ne soddisfa richiesta ponendosi in osservazione d’una luminosa e nutrita schiera di beati che s’irradiano vicendevole bellezza tramite sfavillio.

Io stava come quei che ’n sé repreme
la punta del disio, e non s’attenta
27 di domandar, sì del troppo si teme;

Dante si percepisce (Io stava) come chi in sé reprima l’acume (la punta) del desiderio, non azzardandosi a porre domande (e non s’attenta di domandar), nel timore d’eccessivamente osare (sì del troppo si teme);

e la maggiore e la più luculenta
di quelle margherite innanzi fessi,
30 per far di sé la mia voglia contenta.

ed ecco farsi avanti (innanzi fessi) la maggiore e la più preziosa (luculenta) di quelle perle (margherite), allo scopo di compiacerlo con tutta se stessa (per far di sé la mia voglia contenta).

Il pellegrino trattiene a stento la sua smania di sapere, decidendo di silenziarla nel dubbio d’apparir irriverente, sennonché il più grande fra gli spiriti presenti — scintillanti come una fiumana di preziose gemme — lo avvicina, apprestandosi a parlare.

La definizione dei beati come “margherite” appare per la terza volta, le precedenti due rispettivamente al trentaquattresimo (Per entro sé l’etterna margarita) e centoventisettesimo (E dentro a la presente margarita) versetto del secondo e sesto Canto di Paradiso.

Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi
com’io la carità che tra noi arde,
33 li tuoi concetti sarebbero espressi.

Poi, dall’interno della luce che s’effonde, l’Alighieri sente provenire tali parole (dentro a lei udi’): “Se tu conoscessi come la conosco io (vedessi com’io) la carità che arde in noi, manifesteresti le tue perplessità (li tuoi concetti sarebbero espressi).

Ma perché tu, aspettando, non tarde
a l’alto fine, io ti farò risposta
36 pur al pensier, da che sì ti riguarde.

Ma affinché tu, tentennando (aspettando), non t’attardi a raggiunger la celeste meta (non tarde a l’alto fine), io risponderò esclusivamente (ti farò risposta pur) al tuo pensiero, che ti fai tanto riguardo ad esprimere (da che sì ti riguarde).

Il beato parlante asserisce che se Dante fosse a conoscenza — come lo è lui stesso — dello spirito di carità che fiammeggia in ogni anima del Paradiso, non avrebbe remora alcuna a dichiarare ogni dubbio, ma di fronte a silenzio, nonché allo scopo di non rallentarne il prodigioso viaggio ascetico, il premuroso spirito s’affretta a rispondere ben conoscendo cosa l’Alighieri desideri scoprire, ovvero la sua identità.

Quel monte a cui Cassino è ne la costa
fu frequentato già in su la cima
39 da la gente ingannata e mal disposta;

Quel monte sui cui versanti si trova (a cui è ne la costa) Cassino, ai tempi era popolato nelle sue falde (fu frequentato già in su la cima) da gente traviata ed astiosa (ingannata e mal disposta);

e quel son io che sù vi portai prima
lo nome di colui che ’n terra addusse
42 la verità che tanto ci soblima;

ed io son il tale (quel) che per primo lassù portai il nome di colui che in Terra addusse quella verità che ci eleva all’eterna beatitudine;
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXII • Ruggero Focardi (1864-1934), Paradiso, Canto XXII, 1930 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Ruggero Focardi (1864-1934), Paradiso, Canto XXII, 1930

 

e tanta grazia sopra me relusse,
ch’io ritrassi le ville circunstanti
45 da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.

e sopra di me risplendette (relusse) talmente tanta grazia, ch’io allontanai i borghi limitroi (ritrassi le ville circunstanti) dall’empio culto (cólto) che fuorviò (sedusse) il mondo.

Questi altri fuochi tutti contemplanti
uomini fuoro, accesi di quel caldo
48 che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.

Questi altri spiriti (fuochi) contemplanti furono (fuoro) tutti uomini infiammati da quell’ardor di carità (accesi di quel caldo) che origina i fiori ed i frutti santi.

Egli si descrive come il primo cristiano che riuscì a contrastare il paganesimo a Montecassino — promontorio sovrastante il frusinate comune di Cassino — là ove gli individui andavano ricondotti sulla retta via che conduce a Dio, opera per la quale il monaco si spese per tutto il corso della propria esistenza e riuscendo a convertire anche i paesi confinanti, grazie allo spessore della misericordia divina in lui effusa e così avvampando gli animi di coloro che gli furono seguaci con quel fervor celeste (caldo) che fa fiorire pensieri divini, fruttificando opere di bene.

Trattasi del monaco cristiano, oltre che fondatore dell’Ordine benedettino, san Benedetto da Norcia (480-547), discendente d’un’aristocratica, potente e religiosissima famiglia umbra il quale, smosso in giovanissima età dallo sdegno nei confronti della dilagante corruzione cittadina ed ecclesiastica, dopo un primo triennio trascorso in eremitaggio in una scoscesa e malagevole grotta del romano monte Taleo, in prossimità di Subiaco, decise di dedicarsi compiutamente al monachesimo in ritiro cenobitico, predicando la parola di Cristo e fondando il monastero di Montecassino attorno al 529, poi, a distanza d’una decade componendo la celebre, severa e rigorosa Regola disciplinare, riguardante la condotta dei monaci suoi adepti ed ivi concludendo il arco vitale attorniato dal loro sincero affetto e sentita venerazione.

Qui è Maccario, qui è Romoaldo,
qui son li frati miei che dentro ai chiostri
51 fermar li piedi e tennero il cor saldo».

Qui v’è Maccario, qui v’è Romoaldo, qui vi son i miei confratelli (frati) che dimorarono (fermar li piedi nei chiostri, mantenendo cuor saldo)”.

“Maccario” potrebbe essere San Macario d’Alessandria (300-395) o san Macario l’Egiziano (300-391), detto ‘il Grande’, ambedue anacoreti vissuti nella medesima epoca, ma nulla consente d’escludere la possibilità che ci si riferisca ad altri, il tal nome essendo in voga in tutti gli anacoreti d’Oriente, mentre il ravennate Romualdo degli Onesti (951/953-1027) fu abate fondatore, nel 1012, dell’eremo di Camaldoli in Casentino, nella diramazione del sottordine benedettino misto, vale a dire eremo-cenobitico, della Congregazione camaldolese.

L’espressione “fermar li piedi nei chiostri” richiama il principio della ‘stabilitas loci’ introdotto dalla regola benedettina con la quale si prescrisse ai monaci dimora nel medesimo monasteri fin alla loro dipartita, fra le cui mura nutrendo perseveranza di fede (mantenendo cuor saldo).

E io a lui: «L’affetto che dimostri
meco parlando, e la buona sembianza
54 ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
così m’ha dilatata mia fidanza,
come ’l sol fa la rosa quando aperta
57 tanto divien quant’ ell’ ha di possanza.

E Dante a lui in risposta: “L’affetto che dimostri al conversar con me (meco parlando) e la tua palese benevolenza (la buona sembianza) ch’io vedo e noto nella totalità del vostro ardore, ha enormemente accresciuto la mia confidenza (così m’ha dilatata mia fidanza), al pari di quanto il Sole faccia con la rosa nel riuscir a dischiuderla al massimo livello (quando aperta tanto divien quant’ ell’ ha di possanza).

Però ti priego, e tu, padre, m’accerta
s’io posso prender tanta grazia, ch’io
60 ti veggia con imagine scoverta».

Pertanto (Perciò) ti prego, e tu, padre, dimmi con certezza (m’accerta) s’io riuscirò mai ad acceder a cotanta misericordia (posso prender tanta grazia), per modo da riuscire a vederti scevro dello splendore che t’avvolge (ti veggia con imagine scoverta)”.

Ond’elli: «Frate, il tuo alto disio
s’adempierà in su l’ultima spera,
63 ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.

Ond’egli: “Fratello, il tuo elevato desiderio s’esaudirà (s’adempierà) nell’ultima sfera (spera) celeste, ove s’esaudiscono tutti gli altri e il mio.

Ivi è perfetta, matura e intera
ciascuna disïanza; in quella sola
66 è ogne parte là ove sempr’era,
perché non è in loco e non s’impola;
e nostra scala infino ad essa varca,
69 onde così dal viso ti s’invola.

Lassù ogni desiderio (ciascuna disïanza) divien pienamente maturo ed raggiunge interezza; solamente in quel Cielo tutto si trova dov’è da sempre (in quella sola è ogne parte là ove sempr’era), non essendo circoscritto in uno spazio (non è in loco) e non ruota intorno ai poli (s’impola); e la nostra scala giunge (varca) fino ad esso, dunque per questo sottraendosi dalla tua vista (onde così dal viso ti s’invola).

Infin là sù la vide il patriarca
Iacobbe porger la superna parte,
72 quando li apparve d’angeli sì carca.

Infin lassù il patriarca Giacobbe ne vide estendersi (porger) la parte superiore (superna), quando la scala gli apparve tanto stipata (sì carca) d’angeli.

Con incantevole metafora della sfera solare alimentante una rosa, l’Alighieri professa personale percezione d’un’aumentata complicità estemporaneamente generatasi sulla cordialità di san Benedetto e sulla visione dell’amor divino innato ad ogni beato, che intensamente s’irradia tutt’intorno ed è proprio a cavallo della sopraggiunta “fidanza” che Dante s’auspica di poter in futuro vedere il beato al di là della sua coltre di luce, lo stesso rispondendogli che ciò potrà avvenire solamente nell’Empireo, là ove ogni “disïanza” si completa data l’indipendenza della sfera per antonomasia surclassante qualsiasi dimensione spazio-temporale.

La visione completa della “scala” fu possibile solo a Giacobbe — come riportato nella ‘Genesi’ — mentre all’Alighieri la parte superiore “s’invola”, alla sua vista sottraendosi come descritto nella decima terzina dell’antecedente Canto: “di color d’oro in che raggio traluce vid’io uno scaleo eretto in suso tanto, che nol seguiva la mia luce”.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXII • William Blake (1757-1827), La scala di Giacobbe, 1805 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
William Blake (1757-1827), La scala di Giacobbe, 1805

 

Ma, per salirla, mo nessun diparte
da terra i piedi, e la regola mia
75 rimasa è per danno de le carte.

Ma, oggi (mo) nessuno stacca (diparte) i piedi da terra per risalirla, e la mia Regola ormai si trasmette per danneggiar le carte.

Le mura che solieno esser badia
fatte sono spelonche, e le cocolle
78 sacca son piene di farina ria.

I muri ch’eran soliti (solieno) esser badia son divenute una tana (sono fatte spelonche) di ladri e i cappucci (le cocolle) son sacchi pieni dei farina avariata (ria).

Ma grave usura tanto non si tolle
contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto
81 che fa il cor de’ monaci sì folle;

Ma non esiste usura tanto grave d’arrecar offesa alla volontà divina (non si tolle contra ’l piacer di Dio), quanto quell’usufrutto (frutto) per il quale il cuor dei monaci impazzisce smisuratamente (sì folle);

ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
è de la gente che per Dio dimanda;
84 non di parenti né d’altro più brutto.

Allorché quanto (ché quantunque) posseduto dalla Chiesa appartiene in toto a chi elemosina in nome del Padre Eterno (tutto è de la gente che per Dio dimanda);

San Benedetto si rammarica tristemente del fatto che nessuno sia più stimolato a risalir la scala che conduce alla salvezza eterna, rimasta una semplice trascrizione alla quale vien dato ben poco credito, le mura dei monasteri ormai ricolme di monaci ladruncoli ed approfittatori, in effetti ai tempi sfregiando ingratamente l’Altissimo diffuse pratiche di comodato delle rendite conventuali e non rispettando in tal maniera il diritto dei bisognosi di ricevere aiuto materiale e spirituale, da parte di una Chiesa sempre più traviata ed insensibile nei suoi gregari.

La carne d’i mortali è tanto blanda,
che giù non basta buon cominciamento
87 dal nascer de la quercia al far la ghianda.

La carne dei mortali è tanto suscettibile (blanda) alle seduzioni materiali, dal non esser sufficiente, in terra, un buon proposito iniziale (cominciamento), il medesimo durando giusto il tempo che intercorre dalla nascita d’una quercia alla produzione (al far) delle sue ghiande.

Pier cominciò sanz’oro e sanz’argento,
e io con orazione e con digiuno,
90 e Francesco umilmente il suo convento;

San Pietro (Pier) fondò il convento scevro da ricchezze (cominciò sanz’oro e sanz’argento), io tramite orazioni e digiuno e san Francesco d’Assisi con profonda umiltà;

e se guardi ’l principio di ciascuno,
poscia riguardi là dov’è trascorso,
93 tu vederai del bianco fatto bruno.

e se consideri (guardi) l’iniziale periodo d’ogni rispettiva comunità (’l principio di ciascuno), poi riflettendo sulla loro evoluzione (poscia riguardi là dov’è trascorso), noterai (vederai) un cambiamento simile a quello del bianco che tramuta in bruno.

Veramente Iordan vòlto retrorso
più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,
96 mirabile a veder che qui ’l soccorso».

Invero (Veramente), il volgersi del Giordano a ritroso (Iordan vòlto retrorso) ed il Mar Rosso ritraendosi su voler divino (e ’l mar fuggir, quando Dio volse), furono miracoli stupefacenti in maggior misura (fu più mirabile) di quanto non lo sarà (che qui) il prossimo soccorso”.

Il santo beato ammonisce l’effetto delle seduzioni materiali sull’animo umano e la transitorietà di nobili proponimeti, durevoli il tempo che intercorre dalla semina d’una quercia alla formazione delle ghiande, a tal proposito inducendo Dante a riflettere sulla degenerazione dei vari Ordini, a partir dal domenicano e francescano di cui trattarono san Tommaso e san Bonaventura nell’undicesimo e dodicesimo Canto di Paradiso ed or concludendo con il degrado dell’Ordine benedettino, con trasversale tradimento degli sforzi dei loro iniziatori ed ogni singolo sacrificio dagli stessi compiuti fra povertà, preghiera, inedia e modesta condotta esistenziale, la variazione d’ogni comunità religiosa essendo evidente, ad un semplice sguardo, come il cambiamento dal giorno alla notte (del bianco fatto bruno) e non interverrà di certo l’Onnipotente con eventi miracolosi, come viceversa fece fermando il flusso del fiume Giordano per permettere l’accesso di Giosuè alla Terra Promessa o come quando divise le acque del Mar Rosso con l’intento di facilitare a Mosè nel transitar dall’Egitto al Sinai.

Così mi disse, e indi si raccolse
al suo collegio, e ’l collegio si strinse;
99 poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.

Queste le parole del beato (Così mi disse), poi rientrando nella propria congregazione (al suo collegio) di beati e la stessa compattandosi (si strinse); poi su se stessa vorticando e risalendo in gruppo (come turbo, in sù tutto s’avvolse).

Concluso l’accorato sermone, san Benedetto si ritira fra le quinte delle sue anime compagne, pronte ad avvolgerlo ed a riprendere ascesa in sfolgorante compagine.

La dolce donna dietro a lor mi pinse
con un sol cenno su per quella scala,
102 sì sua virtù la mia natura vinse;

La dolce Beatrice (donna) sospinge l’Alighieri (mi pinse) dietro a loro, spronandolo a salire su per quella scala, con un sol cenno, tanto la di lei (sì sua) virtù beatifica vincendo la sua;

né mai qua giù dove si monta e cala
naturalmente, fu sì ratto moto
105 ch’agguagliar si potesse a la mia ala.

giammai sul mondo terrestre (né mai qua giù), ove si sale e si scende secondo le materiali leggi della natura (dove si monta e cala naturalmente), si verificò (fu) un moto tanto repentino (ratto) che si possa comparare alla fulmineità del volo di Dante (ch’agguagliar si potesse a la mia ala).

S’io torni mai, lettore, a quel divoto
trïunfo per lo quale io piango spesso
108 le mie peccata e ’l petto mi percuoto,
tu non avresti in tanto tratto e messo
nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno
111 che segue il Tauro e fui dentro da esso.

Possa un giorno tornare (S’io torni mai), lettore, a quella gloria celeste (a quel divoto trïunfo) per la quale spesso piango i miei peccati percuotendomi il petto (le mie peccata e ’l petto mi percuoto), quant’è vero che minor tempo m’è servito per visionare la costellazione che viene dopo quella del Toro (in quant’ io vidi ’l segno che segue il Tauro) ed in essa addentrarmi (fui dentro da esso), rispetto a quello che tu avresti impiegato a metter e levar dal fuoco (non avresti in tanto tratto e messo nel foco) il dito.

All’Alighieri è sufficiente un semplice e silente gesto della donna amata per accondiscenderla, indi avanzando sulla scala con devota lestezza sfidante i limiti umani e nell’immediato tornando ad interpellare i lettori coll’augurarsi di poter un giorno far ritorno alla beatitudine celeste sfiorata e paragonando la sveltezza dell’immettersi nella costellazione dei Gemelli — seguente a quella del Toro e nella quale Dante s’immergerà dirigendosi al Cielo delle stelle Fisse — non solo alle ben più lente salite e discese di scale terrestri, ma addirittura azzardando raffronto con l’infinitesimale durata d’un dito che s’avvicini e ritragga dalla fiamma, ancor prima d’aver toccato il fuoco.

O glorïose stelle, o lume pregno
di gran virtù, dal quale io riconosco
114 tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
con voi nasceva e s’ascondeva vosco
quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,
117 quand’io senti’ di prima l’aere tosco;

O stelle elargenti gloria (glorïose), o luce feconda d’immane (lume pregno di gran) virtù, dal cui influsso s’originò, qualunque esso (dal quale io riconosco tutto, qual che si) sia, il mio ingegno, a voi in congiunzione (vosco), sorgeva (nasceva) e tramontava (s’ascondeva) quello ch’è il padre d’ogni vita terrestre (mortal), la prima volta ch’io percepii (quand’io senti’) l’aria della Toscana (aere tosco;

e poi, quando mi fu grazia largita
d’entrar ne l’alta rota che vi gira,
120 d’entrar ne l’alta rota che vi gira,

e poi, quando mi venne elargito il privilegio d’acceder all’alto Cielo che vi fa ruotare (fu grazia largita d’entrar ne l’alta rota che vi gira), sorte mi destinò alla zona celeste che vi accoglie (la vostra regïon mi fu sortita).

A voi divotamente ora sospira
l’anima mia, per acquistar virtute
123 al passo forte che a sé la tira.

A voi devotamente or aspira (sospira) il mio animo, al fin di conseguire la facoltà necessaria all’ardua prova (per acquistar virtute al passo forte) che l’avvince (a sé la tira).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXII • Guglielmo Giraldi, Manoscritto Urbinate Latino 365, XV secolo • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Guglielmo Giraldi, Manoscritto Urbinate Latino 365, XV secolo

 
Un Alighieri teneramente invocante parla alle stelle, eccelsi astri ch’egli ritiene fautori del propio intelletto, dato esser venuto alla luce sotto il segno zodiacale dei Gemelli, ai nati sotto codesta costellazione l’astrologia del Medioevo ascrivendo peculiare predisposizione allo studio ed alle arti, ragion per la quale il poeta s’affida ai luccicanti astri celesti nell’auspicio di trovar adeguate parole per rendere i versi degni nel descrivere i prossimi Cieli ch’egli è in procinto di visitare.

«Tu se’ sì presso a l’ultima salute»,
cominciò Bëatrice, «che tu dei
126 aver le luci tue chiare e acute;

Beatrice riprende a parlare (cominciò): “Tu sei talmente vicino alla salvezza suprema ( se’ sì presso a l’ultima salute) ch’è impossibile che i tuoi occhi non siano liberi ed attenti (che tu dei
aver le luci tue chiare e acute);

e però, prima che tu più t’inlei,
rimira in giù, e vedi quanto mondo
129 sotto li piedi già esser ti fei;

e dunque (però), prima di penetrare ulteriormente in tal salvezza (che tu più t’inlei), riguarda (rimira in) giù e valuta (vedi) quanto spazio di creato (mondo) hai già percorso (sotto li piedi già esser ti fei);

sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo
s’appresenti a la turba trïunfante
132 che lieta vien per questo etera tondo.»

per modo che il tuo cuor, per quanto gli sia possibile (quantunque può), si presenti gioioso al cospetto del (giocondo s’appresenti a la) trionfante drappello (turba) d’anime che liete a te stan per giungere, attraverso quest’etere (che lieta vien per questo etera) tondo”.

A Dante viene consigliato di buttar una riassuntiva occhiata sulla parte di tragitto già marciato, per meglio prepararsi all’incontro con il seguente manipolo di tripudianti spiriti pronti ad accoglierlo e e verso di lui già avanzanti nella diafana sfera celeste.

Il termine “etere” rappresenta l’impalpabile e trasparente sostanza della quale è costituito l’Empireo e l’aggettivo “tondo” ne conforma la sfericità.

Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
135 tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;

Con lo sguardo (viso) l’Alighieri ripercorre tutti i (ritornai per tutte quante) sette Cieli (le spere) precedenti, notando il pianeta terrestre (e vidi questo globo) ed apparendogli talmente misero da suscitargli sorriso (ch’io sorrisi del suo vil sembiante);

e quel consiglio per migliore approbo
che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
138 chiamar si puote veramente probo.

e da quel momento reputando (approbo) come migliore il giudizio di coloro che la spregiano (che l’ha per meno); e chi pensa ad altro si può considerare davvero virtuoso (chiamar si puote veramente probo).

La Terra, vista così dall’alto e, soprattutto, dopo egli aver estaticamente macinato beatitudine, arriva a un goliardico Dante come una miserevole palla sospesa nel vuoto e così miserevole per cui il più denigrante dei giudizi sarebbe calzante, fermo restando che si possa considerar ineccepibilmente degno sol chi dedichi i propri pensieri a Dio.

Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell’ombra che mi fu cagione
141 per che già la credetti rara e densa.

L’Alighieri vede la figlia di Latona accesa (incensa), senza quelle macchie scure (quell’ombra) che tempo addietro lo convinsero presentasse zone dense e rarefatte (per che già la credetti rara e densa).

La “figlia di Latona” è la dea Diana, personificazione della Luna e Dante la vede illuminata di luce solare riflessa, senza più quegli aloni che tempo addietro lo avevano portato a credere che sulla sua superficie vi fossero variazioni di densità, ipotesi ampiamente inficiatagli da Beatrice all’interno del secondo Canto di Paradiso.

L’aspetto del tuo nato, Iperïone,
quivi sostenni, e vidi com’ si move
144 circa e vicino a lui Maia e Dïone.

Da qui (quivi), o Iperïone, son riuscito a tollerare (sostenni) la vista (aspetto) del tuo figliolo (nato), osservando come gli ruotino in prossimità (e vidi com’ si move circa e vicino a lui) Mercurio (Maia) e Venere (Dïone).

Il figlio di Iperïone è la divinità greca Helios, o il romano Apollo, rappresentante il Sole, del quale ora l’Alighieri riesce a reggere la vista ad occhio nudo, mentre “Maia e Dïone” figurano come madri di Mercurio e Venere, indirettamente menzionando le divinità-pianeti attraverso le due dee.

Quindi m’apparve il temperar di Giove
tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro
147 il varïar che fanno di lor dove;

Quindi gli appare il temperato (temperar) influsso di Giove fra il padre ed il figlio; egli perciò comprendendo appieno (mi fu chiaro) quali siano le loro variazioni orbitali (il varïar che fanno di lor dove);

Giove è compreso fra il glaciale Saturno ed il focoso Marte, rispettivamente suoi, padre e figlio.

e tutti e sette mi si dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
150 e come sono in distante riparo.

e tutti e sette palesano a Dante (mi si dimostraro) la loro grandezza, velocità e a che distanza sono poste le rispettive sedi planetarie (come sono in distante riparo).

L’aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom’io con li etterni Gemelli,
153 tutta m’apparve da’ colli a le foci;

Dalle catene montuose alle coste ove sfociano i fiumi (da’ colli a le foci), all’Alighieri — mentre ruota intorno con gli eterni Gemelli — appare quell’aiuola terrestre che inferocisce l’umanità (ci fa tanto feroci);

La cosiddetta “aiuola” è la Terra emersa, in tal maniera appellata per le sue ridotte dimensioni e perché soggetta alla ferocia degli uomini che se ne la contendono.

154 poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.

infine volgendo e fermando adorante sguardo sugli occhi di Beatrice.

Paragone fra l’amata ed un’alata bestiola aprirà successivo capitolo: “Come l’augello, intra l’amate fronde, posato al nido de’ suoi dolci nati la notte che le cose ci nasconde…”
 
 
 
 

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