Divina Commedia: Paradiso, Canto XXI

Sandro Botticelli (ca. 1444-1510), Divina Commedia, 1492-95

 
Dopo un paio di Canti d’assenza, Beatrice ricompare fra terzine, l’autore della Commedia donandole incipit e narrando d’un Alighieri beatamente perso nel suo volto, le cui fattezze stavolta rimangono seriose, la donna dandone subitanea giustificazione nell’affermar che la sua beltà — accrescendosi nell’ascesa — qualora lei sorridesse aumenterebbe ulteriormente e non verrebbe tollerata dai terreni occhi di Dante e con tal affermazione rendendogli noto d’essere ascesi al settimo Cielo, di Saturno, poi invitandolo a porre minuziosa attenzione a quanto vedrà, in prima istanza alla dorata scala che dal planetario suolo s’erge ai Cieli e della cui lunghezza non s’intravede la fine.

Dalla santa gradinata, uno stupefatto Alighieri vede discendere una fiumana di luminescenti ed esultanti anime, una fra esse avvicinandosi a lui ed alla donna amata e in Dante ribollendo una forte smania di porle domande, ma non carpendone permesso dallo sguardo di Beatrice, saggiamente decidendo di desistere, sennonché la beata guida percependo le sue titubanze e spronandolo a parlare, il pellegrino allor aprendosi ad un paio di quesiti, ovvero chiedendo allo spirito il motivo del suo appressarsi e la ragion per la quale non si sentano cantare inni come nei precedenti Cieli.

Dopo aver esaurientemente risposto, su aggiuntiva richiesta di Dante, il beato vorticando al sol piacere d’assecondar il discepolo, s’appresta ad esaudir ogni interrogativo, giungendo, in ultimo, a dichiarar la propria identità, quindi svelando d’esser il benedettino Pietro Damiani, l’anima tracciando una decina di terzine autobiografiche e concludendo con il rimarcar quanto i decreti divini siano impenetrabili tanto all’umanità quanto alle creature celesti, al suo silenziarsi la totalità degli spiriti contemplativi presenti accerchiando ed urlando esuberanti, ennesimo spettacolo divino pareggiatosi al cospetto dell’Alighieri, sempre più sbalordito e pervaso da misericordiosa bellezza.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXI • Tiburzio ‘Ezio’ Anichini (1886-1948) Divina Commedia, 1925 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Tiburzio ‘Ezio’ Anichini (1886-1948) Divina Commedia, 1925

 

Già eran li occhi miei rifissi al volto
de la mia donna, e l’animo con essi,
3 e da ogne altro intento s’era tolto.

Già lo sguardo di Dante è tornato a fissarsi sul viso della sua signora (Già eran li occhi miei rifissi al volto de la mia donna) — e l’animo con essi — distogliendosi da qualsivoglia altra attenzione (e da ogne altro intento s’era tolto).

Il poeta ritorna a teneramente annidarsi negli occhi della donna amata, come ogni volta abbandonando qualsiasi altro pensiero al di fuori di lei.

E quella non ridea; ma «S’io ridessi»,
mi cominciò, «tu ti faresti quale
6 fu Semelè quando di cener fessi:

E Beatrice (quella) non sorride (ridea); ma, rivolgenosi al suo protetto, inizia a parlargli (mi cominciò), dicendogli: “S’io ridessi tu faresti la medesima fine (quale fu) di Semele quando s’incenerì (di cener fessi):

ché la bellezza mia, che per le scale
de l’etterno palazzo più s’accende,
9 com’hai veduto, quanto più si sale,
se non si temperasse, tanto splende,
che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,
12 sarebbe fronda che trono scoscende.

poiché la mia bellezza — che come hai potuto constatare (com’hai veduto) di persona, nell’ascesa al Paradiso (per le scale de l’etterno palazzo) sempre più s’accresce (s’accende), esponenzialmente alla risalita (quanto più si sale), se non si mitigasse (temperasse), risplenderebbe a tal punto (tanto splende), che le tue facoltà terrene (’l tuo mortal podere), dinnanzi al suo sfolgorio parrebbero un ramo squarciato da un fulmine (sarebbe fronda che trono scoscende).

Noi sem levati al settimo splendore,
che sotto ’l petto del Leone ardente
15 raggia mo misto giù del suo valore.

Noi siam ascesi (sem levati) al settimo pianeta (splendore) il quale, in congiunzione con il (che sotto ’l petto del) Leone ardente, irragia ora sulla terra (raggia mo giù) il proprio influsso (valore) miscelato (misto) al suo.

Beatrice appare seriosa e nello spiegar la causa del mancato sorriso, richiama a paragone la mitologica Semele, figlia del re di Tebe Cadmo e personaggio delle ovidiane ‘Metamorfosi’ la quale, gravida di Giove — divinità suprema i cui simboli tuoni e lampi — in conseguenza alla pretesa d’abbracciarlo nella piena manifestazione della sua folgore divina, ne venne incenerita e similare sorte metaforicamente avverrebbe per l’Alighieri in quanto, com’egli stesso ha verificato più volte, lo splendore della beata sua guida s’incrementa ad ogni passaggio di sfera ed in tal caso sarebbe così potente da non poter esser supportato dall’apparato visivo in dote all’uomo — indi a lui — con tal spiegazione frattanto la donna informandolo della loro avvenuta ascensione al Cielo di Saturno, il settimo e ultimo dei Cieli planetari, congiunto alla costellazione leonina ed al calor della stessa mitigando le sue gelide irradiazioni, dall’amalgama dell’astral miscela emanandosi la loro influenza celeste.

Come ritenuto da taluni astronomi dell’epoca, sebben ipotesi non condivisa all’unanimità, nel marzo/aprile del 1300 — quindi nel periodo concomitante al viaggio di Dante nell’Oltretomba — Saturno e la costellazione del Leone erano effettivamente congiunti.

Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
e fa di quelli specchi a la figura
18 che ’n questo specchio ti sarà parvente».

Fissa (Ficca di retro) la concentrazione (mente) ai tuoi occhi, riflettendo in essi l’immagine (e fa di quelli specchi a la figura) che ti si manifesterà (sarà parvente) nello specchio di questo pianeta”.

Qual savesse qual era la pastura
del viso mio ne l’aspetto beato
21 quand’io mi trasmutai ad altra cura,
conoscerebbe quanto m’era a grato
ubidire a la mia celeste scorta,
24 contrapesando l’un con l’altro lato.

Chi fosse al corrente (Qual savesse) di qual era l’appagamento (la pastura) dello sguardo di Dante (del viso mio) nel contemplar la beata donna (ne l’aspetto beato), nel momento in cui egli deviò interesse ad altro (quand’io mi trasmutai ad altra cura), sarebbe consapevole (conoscerebbe) quanto gli garbasse (m’era grato) ubbidire alla sua celeste scorta, contrappesando ambedue le due sensazioni (l’un con l’altro lato).

Beatrice sprona dunque l’Alighieri a mantenersi zelantemente accorto nel prestar attenzione a ciò che visionerà ed a far specchio dei suoi occhi a quanto rispecchiato in Saturno; l’immensità del suo compiacerla sarebbe tangibile a chiunque osservasse l’innamorato uomo ed il piacere da lui provato derivando tanto dall’osservar la sua signora quanto dall’agire secondo le di lei indicazioni.

Dentro al cristallo che ’l vocabol porta,
cerchiando il mondo, del suo caro duce
27 sotto cui giacque ogne malizia morta,
di color d’oro in che raggio traluce
vid’io uno scaleo eretto in suso
30 tanto, che nol seguiva la mia luce.

Nella cristallina sfera celeste (Dentro al cristallo) che, girando intorno alla terra (cerchiando il mondo), porta la parola (’l vocabol) del sua prezioso re (caro duce), sotto le cui direttive s’annientò ogni ingiustizia (sotto cui giacque ogne malizia morta), Dante vede — dorata e luccicante di raggi solari (di color d’oro in che raggio traluce) — una scala innalzata verso l’alto a talmente lunga (uno scaleo eretto in suso tanto), dal non esser le sue facoltà visive in grado di vederla completamente (che nol seguiva la mia luce).

Il “caro duce” si riferisce all’antica e mitologica divinità di Saturno — figlio di Urano, personificazione del Cielo, e di Gea, dea della Terra — del quale l’Alighieri qui predilige evidenziar mirabili qualità, tralasciando di menzionare il mito secondo il quale egli evirò il padre, nel mentre d’un amplesso tellurico, al fin di detronizzarlo per liberar se stesso ed i suoi fratelli dal ventre di madre terra, dov’erano insabbiati, sennonché venendogli pronosticato medesimo destino da un oracolo, Saturno premunendosi mangiando tutti i propri pargoli, ad eccezion del figlioletto Giove, a lui nascosto dalla nonna Gea in una grotta del monte Ida ed una volta cresciuto il ragazzo spodestando il padre ed esiliandolo.

Saturno — il greco Krónos — fu anche il dio romano collegato all’età dell’oro, dell’era menzionandone il quattordicesimo Canto infernale ed il ventiduesimo, ventottesimo e trentatreesimo purgatoriali.

La scala è emblema per antonomasia della relazione verticale fra l’uomo e l’Altissimo, elevazione contemplativa assunta a simbolo dall’esegesi biblica e protagonista, in riferimento a Giacobbe, del terzo sogno dell’Alighieri, descritto nel ventisettesimo Canto di Purgatorio.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXI • Salvador Dalí (1904-1989), La scala celeste, 1965 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Salvador Dalí (1904-1989), La scala celeste, 1965

 

Vidi anche per li gradi scender giuso
tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume
33 che par nel ciel, quindi fosse diffuso.

Dante vede anche discenderne gli scalini (Vidi anche per li gradi scender giuso) da una moltitudine d’anime luminose (splendor), da credere ch’ogni stella del cielo (ch’io pensai ch’ogne lume che par nel ciel), si riversi su d’essi (quindi fosse diffuso).

E come, per lo natural costume,
le pole insieme, al cominciar del giorno,
36 si movono a scaldar le fredde piume;

E come, per natural istinto (costume), i corvi grigi (pole), all’albeggiar (al cominciar del giorno), si levano in gruppo (insieme) a scaldar le infreddolite piume;

poi altre vanno via sanza ritorno,
altre rivolgon sé onde son mosse,
39 e altre roteando fan soggiorno;

poi talune spariscono senza tornare (altre vanno via sanza ritorno), altre rientrano al punto da quale avevano spiccato il volo (re rivolgon sé onde son mosse), altre ancora volteggiano in loco (roteando fan soggiorno);

tal modo parve me che quivi fosse
in quello sfavillar che ’nsieme venne,
42 sì come in certo grado si percosse.

simile frangente all’Alighieri pare stia verificando nei Cieli, allo sfavillar delle anime nell’istante in cui sfiorano ogni dislivello di gradinata (che ’nsieme venne sì come in certo grado si percosse).

Tale è la miriade di beati scintillanti — trattasi degli spiriti contemplativi — da render a Dante l’impressione che tutte le stelle del firmamento stiano discendendo per quella sacra scala, i cui gradini verosimilmente rappresentano i vari stadi di beatitudine ed i ruoli dall’Eterno affidati ad ogni anima, il concitato andirivieni delle stesse raffrontato a delle “pole”, grigiastre cornacchie che si levano in volo ad intiepidire le piume irrigidite e che leggenda vuole s’accordarono a san Benedetto da Norcia (480-547) nel suo viaggio, da Subiaco a Cassino, intrapreso fra il 525 ed il 529, ivi fondando, sulla sommità del rilievo di Montecassino, l’omonima, celebre e antichissima abbazia.

E quel che presso più ci si ritenne,
si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando:
45 ’Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.

E il brillante spirito brillio ch’è s’è appressato più degli altri all’Alighieri e Beatrice (quel che presso più ci si ritenne), divien così splendente (si fé sì chiaro), da far pensare a Dante, fra sé sé, di notarne chiaramente (veggio ben) l’amore che il beato gli sta silenziosamente manifestando (m’accene).

.

Ma quella ond’io aspetto il come e ’l quando
del dire e del tacer, si sta; ond’io,
48 contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’.

Ma colei della quale l’Alighieri attende le modalità (quella ond’io aspetto il come) e i tempi (’l quando) del dire e del tacere, rimane ferma e silenziosa (si sta); indi Dante, in contrasto (ond’io contra ’l disio) con la sua smania di parlare, ritiene opportuno nulla chiedere (fo ben ch’io non dimando’).

Per ch’ella, che vedëa il tacer mio
nel veder di colui che tutto vede,
51 mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».

Perch’ella, che percepisce il suo silenzio attraverso la visione divina (che vedëa il tacer mio
nel veder di colui che tutto vede), gli dice: “Sciogli (Solvi) il tuo impetuoso desiderio (caldo desio)”.

Come sempre il discepolo osserva Beatrice in silente richiesta d’approvazione a parlare, ma il non reagir in alcun modo della donna lo convince che sia meglio tacere, nonostante l’incontenibile voglia di parlare e sapere, allorché ella — alla quale il pensar dell’Alighieri è palese in quanto nella di lui mente leggendolo attraverso Dio a cui nulla è celato — incentivandolo a parlare, saziando sete voglia di chiedere e sete d’apprendere.

E io incominciai: «La mia mercede
non mi fa degno de la tua risposta;
54 ma per colei che ’l chieder mi concede,
vita beata che ti stai nascosta
dentro a la tua letizia, fammi nota
57 la cagion che sì presso mi t’ha posta;

E Dante prende parola (incominciai): “I miei meriti mi rendono indegno della (La mia mercede non mi fa degno de la) tua risposta; ma per colei che mi concede di chiedere, beata vita che stai nascosta nella tua grazia (letizia), portami a conoscenza (fammi nota) della cagione che ti ha condotto così vicino (fammi nota la cagion che sì presso mi t’ha posta);

e dì perché si tace in questa rota
la dolce sinfonia di paradiso,
60 che giù per l’altre suona sì divota».

e dimmi perché in questa sfera (rota) celeste si tace la dolce sinfonia di Paradiso che giù per le altre sfere suona carica di devozione (sì divota)”.

Anticipando d’esser immeritevole di risposta, ma d’osar domanda su concessione e sprone di Beatrice, l’Alighieri chiede all’anima di spiegare la ragion per la quale proprio lei s’è avvicinata così tanto e perché in Saturno non s’odano inni come nei Cieli precedenti.

«Tu hai l’udir mortal sì come il viso»,
rispuose a me; «onde qui non si canta
63 per quel che Bëatrice non ha riso.

Lo spirito risponde: “Tu hai l’udito (udir) mortale al pari della vista (sì come il viso), motivo per cui (onde) qui non si canta ed il medesimo per il quale (per quel che) Beatrice non ha sorriso.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXI • Domenico Mastroianni (1876-1962), Divina Commedia, ca. 1900 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Domenico Mastroianni (1876-1962), Divina Commedia, ca. 1900

 

Giù per li gradi de la scala santa
discesi tanto sol per farti festa
66 col dire e con la luce che mi ammanta;

Giù per i gradini (li gradi) della santa scala discesi solamente per festeggiare la tua presenza (sol per farti festa) con le mie parole (col dire) e con la luce che m’avvolge (ammanta);

né più amor mi fece esser più presta,
ché più e tanto amor quinci sù ferve,
69 sì come il fiammeggiar ti manifesta.

nessun surplus di carità a rendermi più lesta (né più amor mi fece esser più presta), dacché da qui in su (ché quinci sù) avvampa (ferve) nelle anime eguale, se non mggiore, ardor di carità (più e tanto amor), così come il loro fiammeggiar te n’è dimostrazione (ti manifesta).

Ma l’alta carità, che ci fa serve
pronte al consiglio che ’l mondo governa,
72 sorteggia qui sì come tu osserve».

Ma l’elevata (alta) carità, che ci rende pronte a sottostare (fa serve) alla volontà divina (consiglio) che governa il mondo, ripartisce quassù le mansioni (sorteggia qui) così come tu le osservi”.

Il beato risponde lapalissiano e conciso, spiegando a Dante come sia l’inno che il non sorridere di Beatrice siano stati evitati in quanto inaccessibile alla sua comprensione di terrena fattura, aggiungendo d’averli affiancati per gioiosamente glorificare la presenza dell’Alighieri ed in aggiunta sottolineando di non goder di particolari eccedenze di carità, viceversa avendone in altrettanta quantità ad alcune anime e meno rispetto ad altre, a testimonianza di ciò il loro intenso rifulgere, in base ad un preciso compito affidato a ciascuna di loro dall’Onnipotente.

«Io veggio ben», diss’io, «sacra lucerna,
come libero amore in questa corte
75 basta a seguir la provedenza etterna;

In risposta Dante afferma (diss’io): “Io ben vedo, o sacra luce (lucerna), come il libero amore, in questo Cielo (questa corte), sia sufficiente ad assecondare (basta a seguir) l’Eterna Provvidenza;

ma questo è quel ch’a cerner mi par forte,
perché predestinata fosti sola
78 a questo officio tra le tue consorte.»

ma è proprio questo punto che m’è ostico alla comprensione (quel ch’a cerner mi par forte), ossia perché fosti la sola predestinata, fra le tue consorti, a questo compito (officio)”.

Né venni prima a l’ultima parola,
che del suo mezzo fece il lume centro,
81 girando sé come veloce mola;

E nemmeno l’Alighieri ha finito di pronunciare (Non venni prima) l’ultima parola, che lo spirito fa (il lume fece) centro del proprio asse mediano (del suo mezzo), girando su di sé come una celere macina di mulino (veloce mola);

Sul rapporto fra ardor di carità e voler divino Dante ha ormai le idee ben chiare, all’opposto non riuscendo a capire perché proprio quel beato — e non un altro — sia stato deputato a colloquiare con lui, vale a dire su cosa verta la scelta dell’Eterno a riguardo e, in repentina ribattuta, l’anima manifesta la sua felicità nell’aver possibilità d’ulteriore delucidazione, da improvvisare impaziente giravolta su di sé, come una ruota di macinatoio nel pien dell’opera.

poi rispuose l’amor che v’era dentro:
«Luce divina sopra me s’appunta,
84 penetrando per questa in ch’io m’inventro,
la cui virtù, col mio veder congiunta,
mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio
87 la somma essenza de la quale è munta.

poi rispondendo lo spirito di carità a lei intrinseco (l’amor che v’era dentro): “La luce della grazia del Creatore confluisce in me (sopra me s’appunta), permeandomi attraverso codesto chiarore nel quale son annidata (per questa in ch’io m’inventro), la cui virtù, unendosi alla mia percezione intellettuale (col mio veder congiunta), m’eleva (mi leva sopra me) così tanto, per modo ch’io possa contemplare (ch’i’ veggio) l’Ente Supremo da cui s’esprime (la somma essenza de la quale è munta).

Quinci vien l’allegrezza ond’io fiammeggio;
per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,
90 la chiarità de la fiamma pareggio.

Da qui proviene la letizia della quale (Quinci vien l’allegrezza ond’io) fiammeggio; poiché alla mia visione (per ch’a la vista mia) del Signore, alla sua nitidezza (quant’ ella è chiara) corrispondo (pareggio) il bagliore della mia fiamma.

La luminescente essenza esprime in parole semplici il concetto della misericordia di Dio che le permette, previa fusione con il di lei intelletto, d’accederne all’estatica visione, ella ricambiando con lampeggiante incremento della propria luminosità.

Ma quell’alma nel ciel che più si schiara,
quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,
93 a la dimanda tua non satisfara,
però che sì s’innoltra ne lo abisso
de l’etterno statuto quel che chiedi,
96 che da ogne creata vista è scisso.

Ma né l’anima (alma) più lucente del Paradiso (quell’alma nel ciel che più si schiara), tantomeno quel Serafino che ha fisso più degli altri il suo sguardo in Dio (più l’occhio ha fisso), non potrà soddisfare (satisfara) appieno la tua domanda, essendo che quanto brami di sapere (quel che chiedi) s’inoltra talmente nell’abisso dell’eterno statuto, da esser imperscrutabile (scisso) alla vista d’ogni creatura (ogne creata).

E al mondo mortal, quando tu riedi,
questo rapporta, sì che non presumma
99 a tanto segno più mover li piedi.

E al mondo mortale, quando tu vi farai ritorno (riedi), riporta (rapporta) questo, per modo che non abbia mai la presunzione (presumma) di non instradarsi (mover li piedi) mai più verso un traguardo (segno) tanto inarrivabile.

La mente, che qui luce, in terra fumma;
onde riguarda come può là giùe
102 quel che non pote perché ’l ciel l’assumma».

La mente umana, che quassù riflette luce, sul mondo è offuscata (in terra fumma); pertanto tieni presente (onde riguarda) come potrebbe verificarsi laggiù (può là giùe) quel che non può (pote) essere nemmeno una volta assunti dai Cieli (perché ’l ciel l’assumma)”.

Ritorna ancora una volta, con tassativa verità di fondo, la nozione dell’inviolabilità dei decreti celesti e, in ammonimento di coda, lo spirito conclude con lo scoraggiare chiunque abbia la benché minima intenzione d’immettersi in un rompicapo irrisolvibile tanto dagli umani quanto dagli stessi beati o intelligenze angeliche che siano, pertanto nemmen potendosi anche sol immaginare che l’intelletto umano possa misurarsi con ciò ch’è arcano a priori, questo, in sostanza, quanto Dante dovrà riferire agli uomini, una volta ritornato sul mondo.

Sì mi prescrisser le parole sue,
ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi
105 a dimandarla umilmente chi fue.

Così il sermone dello spirito saturnino impone un limite all’Alighieri (mi prescrisser le parole sue), il pellegrino abbandonando l’argomento (ch’io lasciai la quistione) e riducendosi semplicemente a chiedergli di dichiarare la propria identità (mi ritrassi a dimandarla umilmente chi fue).

Reso perfettamente conscio delle proprie manchevolezze — comuni al genere umano e non solo — Dante si rasserena e passa al chiedere al beato chi sia stato durante la sua esistenza terrena.

«Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,
e non molto distanti a la tua patria,
108 tanto che ’ troni assai suonan più bassi,
e fanno un gibbo che si chiama Catria,
di sotto al quale è consecrato un ermo,
111 che suole esser disposto a sola latria.»

“Fra le due coste (liti) d’Italia sorgon dei monti (sassi), non molto distanti dalla tua Firenze, per modo che i tuoni rintronino al di sotto delle cime (tanto che ’ troni assai suonan più bassi), e formano una vetta appellata (fanno un gibbo che si chiama Catria, sotto la quale è consacrato un eremo (ermo), solitamente dedicato all’esclusivo culto di Dio (suole esser disposto a sola latria)”.

L’anima risponde partendo dalla localizzazione geografica del romitorio camaldolese di Fonte Avellana, situato fra la costa tirrenica e l’adriatica, sul dorsale appenninico, a ridotta distanza di quella che fu la città natia dell’Alighieri e per l’esattezza posizionato sulle pendici dell’isolata vetta di Catria, fra Pergola e Gubbio.

Così ricominciommi il terzo sermo;
e poi, continüando, disse: «Quivi
114 al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,
che pur con cibi di liquor d’ulivi
lievemente passava caldi e geli,
117 contento ne’ pensier contemplativi.

Così lo spirito si riavvia in terzo sermone a Dante (ricominciommi sermo); e poi, continuando, dice: “Nell’eremo mi dedicai al servizio d’Iddio con così tanta dedizione (al servigio di Dio mi fe’ sì fermo), da trascorrer agevolmente (lievemente passava caldi) estati ed inverni (geli) solamente (pur) mangiando cibi conditi con olio d’oliva (di liquor d’ulivi), compiaciuto nel dedicarmi a pensieri contemplativi.

La terzina espone fra le righe i dettami ascetici d’un’alimentazione a base di vegetali ed olio crudo, adeguamento ad escursioni termiche stagionali e attività di meditazione.

Render solea quel chiostro a questi cieli
fertilemente; e ora è fatto vano,
120 sì che tosto convien che si riveli.

Quel chiostro era solito (solea) dedicare (render) a questi Cieli numerose messe (fertilmente); ed ora s’è svuotato (fatto vano), così che presto sarà inevitabile che si sappia com’è realmente (sì che tosto convien che si riveli).

In quel loco fu’ io Pietro Damiano,
e Pietro Peccator fu’ ne la casa
123 di Nostra Donna in sul lito adriano.

In quel luogo io fui Pietro Damiano, e Pietro Peccatore fui nel convento (ne la casa) di Nostra Signora (Donna) sul litorale adriatico (lito adriano).

Sull’identificazione del “Pietro Peccatore” non v’è inopinabile certezza, la ravennate badia di Santa Maria in Porto Fuori individuata come la “casa di Nostra Donna” citata, essendo probabilmente stata fondata dal monaco Pietro degli Onesti (1050 circa-1119), sebbene alternativi documenti ne datino la fondazione prima dell’anno 1000, la questione rimanendo quantomeno a tutt’oggi sospesa nell’incertezza.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XXI • Pietro Berrettini da Cortona (1597-1669), San Pier Damiani offre alla Beata Vergine Maria il libro della regola, ca.1629 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Pietro Berrettini da Cortona (1597-1669)
San Pier Damiani offre alla Beata Vergine Maria il libro della regola, ca.1629

 

Poca vita mortal m’era rimasa,
quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
126 che pur di male in peggio si travasa.

Breve esistenza terrena mi rimaneva (Poca vita mortal m’era rimasa), quando venni convocato (fui chiesto) e quasi obbligato (tratto) ad indossare quel cappello, che si tramanda (travasa) di male in peggio.

In quel chiostro di Fonte Avellana — che ai suoi tempi pullulava di celebrazioni ed ora è sfollato e improduttivo — il beato rivela d’aver condotto vita come Pietro, o Pier, Damiani (1007-1072), mentre nel monastero di Nostra Signora, sul litoraneo adriatico, venne appellato Pietro Peccatore.

Nato a Ravenna come ultimo di sei figli e dopo breve tempo venendo allevato da fratelli e sorelle, in quanto rimasto orfano in tenera età, la posizione d’arciprete del fratello Damiano — maggiore e primogentito — gli permise d’intraprendere percorso di studi prima a Faenza e poi a Parma, all’incirca fra il 1032 ed il 1035 insegnando ed esercitando giurisprudenza, frattanto in lui germinando desiderio di vita monacale che l’uomo esternò iniziando ad indossare un silicio sotto il vestiario, vegliando, pregando, praticando digiuno ed opere caritatevoli, l’aneddoto da lui stesso narrato che lo diresse definitivamente all’orizzonte monastico è l’aver donato ad un cieco invitato a mensa — come Pietro soleva fare con persone bisognose — del pane scuro, conservando per sé quello bianco e di lì a poco nella gola del Damiani configgendosi una lisca di pesce, frangente inteso come sacrosanto fio al suo egoismo, nell’immediato egli donando al non vedente una miglior qualità di pane, dopo il generoso gesto la lisca estirpandosi dalla sua faringe.

Pietro divenne monaco a trent’anni nell’eremo di Fonte Avellana e solamente un lustro più tardi vi ricoprì ruolo di priore, fin da subito ostacolando eresie e prevaricazioni ecclesiastiche, costantemente il suo animo sanguigno ponendolo a sentita difesa e protezione dei propri monaci, auspicando un ritorno della Chiesa agli originari e puri valori cristiani ed inoltre patrocinando un assoluta e ben distinta divisione di ruoli fra la stessa e l’Impero, nello spendersi a sostegno dei propri principi dovendo di frequente allontanarsi dall’ascetica pace dell’eremitaggio, al fin di marciare per gran parte dell’Italia e dell’Europa, anche assolvendo ai numerosi ed eccelsi incarichi che gli sarebbero stati affidati, nel 1057 difatti nominato — con suo scarso entusiasmo, dato il suo visceral amor per l’esistenza eremitica — cardinale e vescovo di Ostia da papa Stefano IX (1020-1058), dunque toccandogli trasferirsi a Roma come consigliere papale ed ivi restando per un decennio, perlomeno fin ad ottenere, a seguito di martellanti insistenze con il pontefice Alessandro II (1015-1073), d’essere ricollocato a Fonte Avellana nel 1067, purché restando disponibile ad ogni eventuale richiamo per affrontare questioni di peculiare delicatezza, dopo aver ricoperto illustre carica ed aver svolto ragguardevoli funzioni, finalmente riprendendo la durissima condotta, a lui tanto cara, del monachesimo occidentale.

Ritornando da un viaggio all’eremo di Gamogna, uno fra i molteplici da lui fondati, s’ammalò improvvisamente e dimorò come ospite al monastero di Santa Maria Fuori le Mura, ov’esalò l’ultimo respiro nel febbraio del 1072.

Venne Cefàs e venne il gran vasello
de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
129 prendendo il cibo da qualunque ostello.

Vennero Cefàs e il gran ricettacolo (vasello) dello Spirito Santo, magri e scalzi, mendicando (prendendo) cibo da chiunque (da qualunque ostello).

Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
li moderni pastori e chi li meni,
132 tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.

Ora i pastori moderni vogliono seguaci che li sorreggano (chi rincalzi) da una parte e dall’altra (quinci e quindi) e che li trasportino (meni), dal tanto che son pesanti (gravi) e che li alzi da dietro (di rietro).

Cuopron d’i manti loro i palafreni,
sì che due bestie van sott’una pelle:
135 oh pazïenza che tanto sostieni!».

Coprono con i lor mantelli (manti) i cavalli (palafreni), cosicché cotto la medesima copertura (sott’una pelle) procedano (van) due bestie: oh pazienza divina che tanto tolleri (sostieni)!”.

“Cefàs” e “il gran vasello” furono i santi Pietro e Paolo, che affamati ed a piedi nudi sopravvivevano d’elemosine varie, al contrario dei moderni prelati che s’abbandonano ai piaceri del cibo, facendosi servire di tutto punto, sguazzando fra ozio, privilegi e servigi, la loro mole costringendoli ad esser sospinti per montare a cavallo, parimenti “bestie” coperte dal medesimo manto.

A questa voce vid’io più fiammelle
di grado in grado scendere e girarsi,
138 e ogne giro le facea più belle.

A queste parole (voce) l’Alighieri vede più anime fiammanti (fiammelle) scendere di gradino in gradino e rotear su se stesse (girarsi), ogni giro accrescendo la loro luminosa bellezza (le facea più belle).

Dintorno a questa vennero e fermarsi,
e fero un grido di sì alto suono,
141 che non potrebbe qui assomigliarsi;

Esse si posizionano (vennero a fermarsi) attorno allo spirito di Pietro Damiani (questa), emettendo un urlo così squillante (e fero un grido di sì alto suono), da non aver paragone di confronto sulla terra;

142 né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono.

tantomeno Dante lo comprende (né io lo ’ntesi), dal tanto che il frastuono lo investe (sì mi vinse il tuono).

Il sipario cala su un tripudio di beati festosi ed urlanti i quali, nell’attorniar Damiano, esplodono una lucentezza briosa e solenne, l’enigmaticità del loro grido riconfermando il grande mistero celeste, inoppugnabile all’uomo.

Un carico di sbigottimento coglierà l’Alighieri in apertura del prossimo capitolo: “Oppresso di stupore, a la mia guida mi volsi, come parvol che ricorre sempre colà dove più si confida…”
 
 
 
 

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