Divina Commedia: Paradiso, Canto XX

Federico Zuccari (1540-1609), Dante Historiato, 1586-1588

 
Incipit di Canto è il paragone fra la luminosità delle stelle che adombrano la volta celeste e quella degli spiriti giusti costituenti l’Aquila, dato l’intensificarsi del loro bagliore al silenziarsi, mutismo a cui segue l’intonazione d’un inno fino al riprender parola, stavolta la voce parendo fuoriuscire passando prima dal collo dell’imponente rapace, il timbro vocale difatti rimembrando all’Alighieri il suono d’una zampogna o il torrentizio scrosciar.

Dante viene spronato ad osservarne attentamente l’occhio, dacché in esso dimoranti i beati più meritevoli, al posto della pupilla troneggiando re David, mentre a stazionare nella raffigurazione del ciglio un quintetto d’anime, ovvero l’imperatore Traiano, il biblico sovrano Ezechia, indi nuovamente un imperatore in colui che fu Costantino, a seguire il regnante Guglielmo il Buono, infine Rifeo — mitologico combattente al fianco d’Enea — di cui narra l’Eneide.

All’udir presentazione degli spiriti e nell’immediato ripensando a quanto a lui precedentemente rivelato riguardo alla salvezza preclusa a chiunque sia scevro di fede, nella mente dell’Alighieri s’origina l’ennesima perplessità, ossia come sia possibile che i pagani Traiano e Rifeo ne siano degni, in ribattuta l’Aquila spiegando che prima d’abbandonar vita terrena essi ripudiarono il paganesimo a favor di cristianità, in conclusione a Dante venendo svelato il mistero della predestinazione, in contemporanea a savio e generale ammonimento, vale a dire quello di scoraggiare gli uomini dal lasciarsi indurre in tentazione nel disquisir su questioni ultraterrene inaccessibili al loro intelletto.

L’argomentata delucidazione è distensiva panacea alla mente di Dante e concomitante al di lei discorrere è il meraviglioso sfavillio di Traiano e Rifeo i quali, sfolgorando in simultanea, paiono riprodurre battito di palpebre dell’Aquila e rendergli ulteriore estasiante esperienza da custodire ed annoverare come nuova tappa nel privilegiato viaggio a lui accordato.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XX • Michelangelo Schiavonio, La Divina Commedia di Dante Alighieri con varie annotazioni e copiosi rami adornata, 1757 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Michelangelo Schiavonio
La Divina Commedia di Dante Alighieri con varie annotazioni e copiosi rami adornata, 1757

 

Quando colui che tutto ’l mondo alluma
de l’emisperio nostro sì discende,
3 che ’l giorno d’ogne parte si consuma,
lo ciel, che sol di lui prima s’accende,
subitamente si rifà parvente
6 per molte luci, in che una risplende;

Quando colui che illumina (alluma) tutto il mondo tanto tramonta (sì discende) nel nostro emisfero, per modo che il giorno ovunque scompaia (d’ogne parte si consuma), il cielo — che precedentemente era rischiarato (prima s’accende) della sua luce (che sol di lui) — subitamente riprende a scintillare (si rifà parvente) in una pluralità di stelle (per molte luci), nelle quali si riflette l’unica luce solare (in che una risplende);

Al calar del sole — ovvero “colui che tutto ’l mondo alluma” — il cielo si rabbuia, sennonché la sua volta rischiarandosi nuovamente per effetto degli astri stellari che assorbono e riverberano la potente luce della focosa sfera.

Errata convinzione medievale era quella che le stelle risplendessero di luce riflessa della sfera solare, celatasi sotto l’orizzonte al suo tramontar.

e questo atto del ciel mi venne a mente,
come ’l segno del mondo e de’ suoi duci
9 nel benedetto rostro fu tacente;

e questo fenomeno celeste (atto del ciel) a Dante viene in mente non appena il simbolo del potere (’l segno del mondo) e dei suoi imperatori (duci) si silenzia (fu tacente) nel santo becco (benedetto rostro);

però che tutte quelle vive luci,
vie più lucendo, cominciaron canti
12 da mia memoria labili e caduci.

poiché tutte quelle sfavillanti anime (vive luci), man mano accrescendo in splendore (vie più lucendo), intonano (cominciaron) canti che alla memoria dell’Alighieri son fugaci ed effimeri (labili e caduci).

In Dante si ricama metafora stellare in quanto al tacer dell’Aquila — contrassegno d’autorità terrena e dei governanti che l’esercitano — il chiarore dei beati che la compongono s’amplifica, gli stessi dileggiandosi in un inno non fissatosi alla mente del poeta.

O dolce amor che di riso t’ammanti,
quanto parevi ardente in que’ flailli,
15 ch’avieno spirto sol di pensier santi!

O dolce amor che di gaudio (riso) t’avvolgi (ammanti), quanto sembravi ardente all’interno di quei flauti (in que’ flailli) che sol santi pensieri spiravano (ch’avieno spirto)!

L’Alighieri è piacevolmente investito dall’impeto di carità che dagli spiriti giusti s’effonde con fervente veemenza, gli stessi restituendo l’immagine di flauti dai quale s’irraggino sacri pensieri, tuttavia al termine “flailli” alternative interpretazioni affibbiando il significato di ‘fiaccole’, ad ogni modo dall’anime provenendo inebriante, rilucente e melodico fascio d’ardente misericordia.

Poscia che i cari e lucidi lapilli
ond’io vidi ingemmato il sesto lume
18 puoser silenzio a li angelici squilli,
udir mi parve un mormorar di fiume
che scende chiaro giù di pietra in pietra,
21 mostrando l’ubertà del suo cacume.

Dopo (Poscia) che le preziose e sfolgoranti pietruzze (lucidi lapilli) — delle quali Dante ha visto adornarsi (ond’io vidi ingemmato) il luminoso disco di Giove (sesto lume) — cessano il loro angelico canto (puoser silenzio a li angelici squilli), egli sembra percepir il mormorio d’un torrente (udir mi parve un mormorar di fiume) che discenda cristallino (scende chiaro giù) di pietra in pietra, confermando l’abbondante zampillo (mostrando l’ubertà) della propria sorgente (del suo cacume).

E come suono al collo de la cetra
prende sua forma, e sì com’al pertugio
24 de la sampogna vento che penètra,
così, rimosso d’aspettare indugio,
quel mormorar de l’aguglia salissi
27 su per lo collo, come fosse bugio.

E come il suono prende la sua forma tanto sul collo della cetra, quanto nella bocca della cornamusa (sì com’al pertugio de la sampogna) all’insufflarvi il fiato (vento che penètra), similmente, rimuovendo qualsivoglia remora (così, rimosso d’aspettare indugio), quel mormorar dell’Aquila (de l’aguglia) le risale (salissi) attraverso il collo, come fosse cavo (bugio).

Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
per lo suo becco in forma di parole,
30 quali aspettava il core ov’io le scrissi.

ivi si fa (Facesi) voce, quindi fuoriuscendo dal (uscissi per lo) suo becco in forma di parole, le medesime attese dall’Alighieri con tutto il cuore (quali aspettava il core), lì ove le ha indelebilmente impresse (ov’io le scrissi).

La voce con la quale l’Aquila riprende sermone, a Dante par sopraggiungerle dal collo, percorrendo il quale restituisce un suono ch’evoca quello originantesi nel manico d’una chitarra, nell’insufflazione in zampogna ed ancora rassomigliando al torrentizio gorgheggiar d’acque che nel loro gorgoglio richiamino la potenza della fonte, l’intero processo armonico concretizzandosi in parole al pellegrino tanto care e vagheggiate.

«La parte in me che vede e pate il sole
ne l’aguglie mortali», incominciommi,
33 «or fisamente riguardar si vole,
perché d’i fuochi ond’io figura fommi,
quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,
36 e’ di tutti lor gradi son li sommi.

L’Aquila inizia a parlare rivolgendosi all’Alighieri: “La parte di me che nell’aquile terrene (ne l’aguglie mortali) vede e regge (pate) la luce del sole, è opportuno che venga da te osservata attentamente (or fisamente riguardar si vole), dacché degli spiriti fiammeggianti grazie ai quali sagomo la mia immagine (perché d’i fuochi ond’io figura fommi), quelli onde l’occhio mi lampeggia in testa posseggono il più elevato grado di beatitudine (e’ di tutti lor gradi son li sommi).

Dante viene invitato a scrutare gli occhi dell’Aquila — quella parte con la quale i volatili popolanti la terra riescono a sostenere il bagliore solare — nei quali s’adagiano i beati più meritori.

Colui che luce in mezzo per pupilla,
fu il cantor de lo Spirito Santo,
39 che l’arca traslatò di villa in villa:

Colui che rifulge al centro della pupilla (luce in mezzo) fu il cantore dello Spirito Santo, che traslocò (trasòlatò) l’arca di città (villa) in città:

ora conosce il merto del suo canto,
in quanto effetto fu del suo consiglio,
42 per lo remunerar ch’è altrettanto.

Ora conosce il merito (merto) del suo canto, in quanto originatosi dalla sua volontà (effetto fu del suo consiglio), grazie al riconoscimento corrispettivo (per lo remunerar ch’è altrettanto).

Il “cantor de lo Spirito Santo” — in quanto autore del ‘Libro dei Salmi’ — che dimora al centro della pupilla è re David, biblico sovrano d’Israele più volte citato in corso di Commedia e qui menzionato nel suo esser artefice del trasferimento, di città in città, della Santa Arca nella quale erano custodite le tavole della Legge, come peraltro accennato nel decimo Canto di Purgatorio, spirito che ora si rende perfettamente conto di quanto il suo scriver sotto dettatura dello Spirito Santo gli fu straordinario canto adeguatamente premiato in termini di grazia.

Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
colui che più al becco mi s’accosta,
45 la vedovella consolò del figlio:

Dei cinque che formano la circonferenza che mi fa da (mi fan cerchio per) ciglio, colui che maggiormente mi s’appressa (accosta) al becco, consolò la giovane vedova (vedovella) del figlio:
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XX • Etienne Delaune (1519-1583), Triomphe de Trajan d'après Marc-Antoine, XVI secolo • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Etienne Delaune (1519-1583), Triomphe de Trajan d’après Marc-Antoine, XVI secolo

 

ora conosce quanto caro costa
non seguir Cristo, per l’esperïenza
48 di questa dolce vita e de l’opposta.

ora conosce quanto costi caro non vivere seguendo (seguir) la parola di Cristo, avendo sperimentato sia la grazia celeste che la dannazione (per l’esperïenza di questa dolce vita e de l’opposta).

L’Aquila procede con lo stilar lista delle cinque insigni anime disposte sulla sua arcata cigliare, partendo dalla zona in prossimità del becco la prima d’esse conducendo esistenza nella persona dell’ex imperatore romano Marco Ulpio Nerva Traiano (53 d.C. – 117 d.C.), colui che sperimentò sia dannazione che beatitudine e del quale si riporta l’episodio del suo annullare partenza per la guerra, preferendo dedicarsi al consolar la disperata vedova di suo figlio, stanando l’assassino e vendicandone l’uccisione.

Della donna in questione si narra come ‘vedovella’ nella ventiseisima terzina del decimo Canto purgatoriale (i’ dico di Traiano imperadore; e una vedovella li era al freno, di lagrime atteggiata e di dolore).

E quel che segue in la circunferenza
di che ragiono, per l’arco superno,
51 morte indugiò per vera penitenza:

E quello che lo segue nel cerchio del quale sto discorrendo (in la circunferenza di che ragiono), nella sua parte più alta (o, per l’arco superno), ritardò (indugiò) la propria morte con la vera penitenza:

ora conosce che ’l giudicio etterno
non si trasmuta, quando degno preco
54 fa crastino là giù de l’odïerno.

ora conosce l’immutabilità della giustizia divina (che ’l giudicio etterno non si trasmuta), quando una degna orazione (degno preco) posticipa l’oggi al domani (fa crastino là giù de l’odïerno).

Il secondo beato al rimontar della parabola ciliare è Ezechia (VIII secolo a.C. – VII scolo a.C.), sovrano di Giuda il quale — come riportato nel ‘Libro dei Re’ e nel ‘Libro di Isaia’— in punto di morte per malattia, a lui pronosticata dal profeta Isaia, invocò l’Ente Supremo al fin di sopravvivere ed in tal modo guadagnando ancora quindici anni di vita, in Paradiso apprendendo quanto gli arcani decreti celesti siano invariabili, nonostante una prece possa rinviare al domani quanto previsto per l’oggi.

L’altro che segue, con le leggi e meco,
sotto buona intenzion che fé mal frutto,
57 per cedere al pastor si fece greco:

L’altro che segue, con leggi e insegna imperiale (meco), commise cattive azioni (fé mal frutto) e, seppur in (sotto) buona fede (intenzion), si fece greco per accondiscendere al pontefice (cedere al pastor):

ora conosce come il mal dedutto
dal suo bene operar non li è nocivo,
60 avvegna che sia ’l mondo indi distrutto.

ora conosce come gli effetti della sua malevole condotta (il mal dedutto) non gli siano stati deleteri (non li è nocivo), in quanto derivati da bendisposte intenzioni, benché alle stesse sia conseguita rovina mondiale (avvegna che sia ’l mondo indi distrutto).

Il terzo spirito fu l’imperatore romano Flavio Valerio Aurelio Costantino (274 d.C.- 337 d.C.), alias Costantino I, anche detto ‘il Vincitore’ e ‘il Grande’, colui che “si fece greco” nel trasferirsi da Roma a Bisanzio, nell’anno 330 — con leggi e stemma dell’Impero rappresentato dall’Aquila (meco) — per compiacer volontà del pontefice Silvestro I (?-335), tuttavia in tal modo mescolano il potere monarchico a quello spirituale ed inconsapevolmente indirizzando entrambi a corruzione e decadimento, tema carissimo all’Alighieri, nonché filo rosso dell’intero poema.

Gli avvenimenti non ebbero devastanti ritorni per Costantino, dato il suo aver agito sulla scia di benintenzionati proponimenti.

E quel che vedi ne l’arco declivo,
Guiglielmo fu, cui quella terra plora
63 che piagne Carlo e Federigo vivo:

E quello che vedi nell’arco discendente (declivo), fu Guglielmo, rimpianto da quei territori (cui quella terra plora) che si dispera (piagne) per Carlo e Federico, attuali governanti viventi (vivo):

ora conosce come s’innamora
lo ciel del giusto rege, e al sembiante
66 del suo fulgore il fa vedere ancora.

ora conosce quanto siano amorevoli i Cieli nei confronti d’un probo sovrano (come s’innamora lo ciel del giusto rege), e lo testimoniano ulteriormente nelle sfolgoranti sembianze concesse al suo spirito (al sembiante del suo fulgore il fa vedere ancora).

Quarta anima disposta in principio alla curva declinante è Guglielmo II d’Altavilla, sovrano di Puglia e Sicilia soprannominato ‘il Buono’ per la sua eccelsa dirigenza e per tal motivo fortemente compianto, a differenza delle deprecabili conduzioni sul regno, suddiviso fra i due nuovi reggenti in carica all’epoca, ossia tra il re di Napoli Carlo II d’Angiò (1254-1309), ed re di Sicilia e Gerusalemme, oltre che sovrano del Sacro Romano Impero e cugino di Guglielmo, Federico II di Svevia (1194-1250), la cui madre fu Costanza d’Altavilla (1154-1198), nota imperatrice citata nel terzo Canto di Purgatorio e corrispondente di Paradiso.

Elogiante propensione celeste nei confronti dei rarissimi sovrani che si distinsero per onesta dirigenza è destinata a Guglielmo e lui stesso lo sperimenta per mezzo di lauto e copioso chiarore divino da lui propagantesi.

Chi crederebbe giù nel mondo errante
che Rifëo Troiano in questo tondo
69 fosse la quinta de le luci sante?

Chi, giù nel mondo terreno (errante), che Rifëo Troiano fosse il quinto dei santi beati (de le luci sante) in questo cerchio (tondo)?
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XX • John Flaxman (1755-1826), La divina comedia di Dante Alighieri disegnata da Giovanni Flaxman, scultore inglese, ed incisa da Tommaso Piroli Romano, 1793 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
John Flaxman (1755-1826)
La divina comedia di Dante Alighieri disegnata da Giovanni Flaxman, scultore inglese,
ed incisa da Tommaso Piroli Romano, 1793

 

Ora conosce assai di quel che ’l mondo
veder non può de la divina grazia,
72 ben che sua vista non discerna il fondo.»

Ora conosce parecchio di quanto all’umanità non sia concesso (assai di quel che ’l mondo non può) vedere della grazia divina sebben il suo sguardo non possa addentrarvisi in profondità (ben che sua vista non discerna il fondo)”.

Il beato del quale chiunque si stupirebbe a constatarne presenza nel regno celeste è tal “Rifëo Troiano”, sbalordimento in primis esploso in Dante e di cui è l’Aquila stessa ad accennar per prima, ben intendendo l’incredulità trasmessa dallo specifico frangente, al punto che lo stesso Rifeo, sebben ovviamente avvantaggiato nella conoscenza dei decreti divini rispetto ai mortali, non ha raggiunto piena comprensione della propria salvezza eterna.

Personaggio della virgiliana Eneide, di ‘Ripheus’ tratteggiò per tre volte l’eroico Enea, durante il racconto a Didone di quella che fu la disfatta di Troia.

Quale allodetta che ’n aere si spazia
prima cantando, e poi tace contenta
75 de l’ultima dolcezza che la sazia,
tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta
de l’etterno piacere, al cui disio
78 ciascuna cosa qual ell’è diventa.

Come l’allodola (Quale alodetta) che voli nell’etere dapprima (che ’n aere si spazia prima) cantando e poi ammutolendosi gratificata (tace contenta) dalla saziante dolcezza in chiusura (l’ultima) del suo canto, tale all’Alighieri pare l’immagine improntata al voler d’Iddio (tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta), nel cui desiderio ogni (al cui desio ciascuna) cosa creata diviene ciò ch’è (qual ell’è diventa) da sempre.

La pura “imago de la ’mprenta de l’etterno piacere” è verosimilmente accreditata all’Aquila, nonostante non ci sia inopinabile certezza interpretativa, nondimeno stando su questa linea considerandola come colei nella quale è impresso il suggello divino e che, compiutamente soddisfatta della trattazione esplicativa appena conclusa, s’abbandona a ritrovato silenzio e leggiadro volo.

E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio
lì quasi vetro a lo color ch’el veste,
81 tempo aspettar tacendo non patio,
ma de la bocca, «Che cose son queste?»,
mi pinse con la forza del suo peso:
84 per ch’io di coruscar vidi gran feste.

Ed ancorché in Paradiso (E avvegna lì) Dante sia (ch’io fossi) trasparente alle proprie perplessità (al dubbiar mio) come (quasi) il vetro alle gradazioni cromatiche delle quali s’abbiglia (a lo color ch’el veste), quel suo dubitare è inviso a silenziosa attesa (tempo aspettar tacendo non patio) e dalla sua bocca — spinto dalla zavorra dei propri dubbi (mi pinse con la forza del suo peso) — vocalizzandosi un: “Che cose son queste?”, quesito al quale consegue un notevole brillio degli spiriti al pensiero di rispondere (per ch’io di coruscar vidi gran feste).

L’Alighieri è talmente stupefatto all’aver visto Rifeo in Paradiso, da non riuscire a trattener il proprio scetticismo a riguardo, dunque parlando nonostante il suo saper d’esser letto in pensieri e titubanze, nitido come una vetrata ai propri colori, come sempre alla sua domanda l’anime andando in fibrillazione per la foga di rispondergli.

Poi appresso, con l’occhio più acceso,
lo benedetto segno mi rispuose
87 per non tenermi in ammirar sospeso:

Immediatamente dopo (Poi appresso), con sguardo (l’occhio) ancor più radioso, la sacra Aquila gli risponde (il benedetto segno mi rispuose) per non tenerlo sulle spine (per non tenermi in ammirar sospeso):

«Io veggio che tu credi queste cose
perch’io le dico, ma non vedi come;
90 sì che, se son credute, sono ascose.

“Io noto come (veggio che) tu creda a queste cose perch’io le dico, ma non comprendendole appieno (non vedi come); per modo che, anche quando (se son) credute, ti siano ostiche (ascose).

Fai come quei che la cosa per nome
apprende ben, ma la sua quiditate
93 veder non può se altri non la prome.

Ti comporti (Fai) come colui che memorizza (apprende ben) ogni cosa per il suo nome, ma essendo impossibilitato a scorgerne (veder non può) la vera essenza (ma la sua quiditate) qualora non decifrata per mezzo di qualcun altro (ma altri non la prome).

L’Aquila concretizza verbalmente a Dante il suo crederle sulla cieca fiducia di quanto da lei asserito, quantunque non riuscendo a capire appieno quanto visto ed udito, un pò come chi ben conosca il nome d’un oggetto, senza esser minimamente a conoscenza del suo contenuto.

Regnum celorum vïolenza pate
da caldo amore e da viva speranza,
96 che vince la divina volontate:

Dall’ardore di carità (da caldo amore) e dalla viva speranza il regno dei Cieli (Regnum celorum vïolenza pate) tollera (pate) violenza, quest’ultima prevaricante (che vince) sulla volontà (volontate) divina:

non a guisa che l’omo a l’om sobranza,
ma vince lei perché vuole esser vinta,
99 e, vinta, vince con sua beninanza.

non come (a guisa che) l’uomo che ne sopraffaccia un altro (’omo a l’om sobranza), ma la volontà dell’Onnipotente lasciandosi vincere per suo steso volere (vince lei perché vuole esser vinta) e, fingendosi soggiogata (vinta), primeggiando con la propria magnificenza (beninanza).

La prima vita del ciglio e la quinta
ti fa maravigliar, perché ne vedi
102 la regïon de li angeli dipinta.

Il primo beato situato sul ciglio ed il quinto ti provocano stupore (fa maravigliar), perché ne vedi la presenza in Paradiso (la regïon de li angeli dipinta).

Ella prosegue col dichiarar che la prevaricazione della quale è oggetto il voler celeste, non viene subita passivamente, ma è lo stesso Dio a concederla, dandosi per oppresso ed in seguito vincendo per magnanimità, poi il sacro rapace addentrandosi nel merito della questione, vale a dire svelando apertamente i dilemmi dell’Alighieri riguardo alla redenzione di Traiano e Rifeo, rispettivamente in prima e quinta posizione.

D’i corpi suoi non uscir, come credi,
Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
105 quel d’i passuri e quel d’i passi piedi.

Dai loro corpi mortali (suoi) non uscirono, come credi, Pagani (Gentili), ma Cristiani, in sentita (ferma) fede, Rifëo nella futura passione di Cristo (quel d’i passuri) e Traiano in quella già avvenuta (quel d’i passi piedi).

I due morirono abbandonando i loro corpi in fede al cristianesimo, Rifeo prima della crocifissione di Cristo, Traiano dopo il suo martirio.

Il vocaboli “passuri” starebbe per ‘destinato a patire’, mentre i “passi piedi” si riferiscono a quelli del Figlio di Dio già inchiodato alla croce.

Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede
già mai a buon voler, tornò a l’ossa;
108 e ciò di viva spene fu mercede:

Difatti Traiano resuscitò dall’Inferno (Ché l’una tornò a l’ossa de lo ’nferno), ove non è giammai possibile restituirsi al vero bene (u’ non si riede già mai a buon voler); e ciò fu la ricompensa (mercede) ad un’intensa speranza (di viva spene):

di viva spene, che mise la possa
ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,
111 sì che potesse sua voglia esser mossa.

intensa speranza, che potenziò le preghiere orientate (mise la possa ne’ prieghi fatti) al Creatore affinché ne resuscitasse lo spirito (per suscitarla), per modo da spronarla al perseguimento del bene (sì che potesse sua voglia esser mossa).

L’anima glorïosa onde si parla,
tornata ne la carne, in che fu poco,
114 credette in lui che potëa aiutarla;

La gloriosa anima di cui (onde) si parla, una volta rientrata nel suo corpo (tornata ne la carne), nel quale rimase per breve tempo (in che fu poco), confidò nel Signore come possibile aiuto (credette in lui che potëa aiutarla);

e credendo s’accese in tanto foco
di vero amor, ch’a la morte seconda
117 fu degna di venire a questo gioco.

e credendo, s’infiammò d’un tal ardor di carità (s’accese in tanto foco di vero amor), che alla seconda morte divenne degna di risalire a codesta beatitudine (questo gioco).

Traiano era relegato al Limbo quando, per ascoltata intercessione del beatificato papa Gregorio X (1210-1276), venne resuscitato e, rivestitosi delle proprie spoglie mortali, si rianimò in assidua fede cristiana, in sé coltivando e germinando immane spirito di carità e giungendo a seconda dipartita traboccante quel “vero amor”, per effetto del quale venne reputato degno d’accedere ai Cieli.

L’altra, per grazia che da sì profonda
fontana stilla, che mai creatura
120 non pinse l’occhio infino a la prima onda,
tutto suo amor là giù pose a drittura:
per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
123 l’occhio a la nostra redenzion futura;

L’altra — per grazia che sgorga (stilla) da una sorgente (fontana) talmente profonda, d’esser impedito a qualsiasi creatura di penetrarne lo sguardo (non pinse l’occhio) fin al punto in cui scaturiscono le sue acque (infino a la prima onda) — in terra dedicò completamente il proprio amore alla giustizia (tutto suo amor là giù pose a drittura): per questo (che) Dio, grazia su grazia, gli palesò (li aperse l’occhio) il mistero della nostra redenzione futura;

ond’ei credette in quella, e non sofferse
da indi il puzzo più del paganesmo;
126 e riprendiene le genti perverse.

ond’egli (ei) credette in quella, da ciò non sopportando più (indi non sofferse) il tanfo (puzzo) del paganesimo; e ne biasimò i seguaci sviati (le genti perverse).

L’altra anima è quella di Rifeo, colui che in vita arrivò a disconoscere il credo pagano sposando quello cristiano e spendendosi a tal punto a favor di giustizia, d’accumular tanta di quella grazia da vedersi spalancar le porte del Paradiso.

Quelle tre donne li fur per battesmo
che tu vedesti da la destra rota,
129 dinanzi al battezzar più d’un millesmo.

Quelle tre donne che tu vedesti alla destra della ruota del carro-Chiesa, gli vennero instillate attraverso il (li fur per) battesimo, più d’un millennio prima della sua istituzione (dinanzi al battezzar più d’un millesmo).

Le “tre donne” sono le tre virtù teologali che Dante ebbe occasione di contemplare, in sembianza di ballerine, durante il suo transitar nel Paradiso Terrestre, come fissato ad inchiostro fra la quarantunesima e quarantatreesima terzina del ventinovesimo Canto della precedente Cantica: “Tre donne in giro da la destra rota venian danzando; l’una tanto rossa ch’a pena fora dentro al foco nota; l’altr’era come se le carni e l’ossa fossero state di smeraldo fatte; la terza parea neve testé mossa; e or parëan da la bianca tratte, or da la rossa; e dal canto di questa l’altre toglien l’andare e tarde e ratte” e proprio di Fede, Speranza e Carità vennero infuse a Rifeo direttamente dall’Altissimo, in quanto il sacramento del battesimo istituito un abbondante millennio dipoi.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XX • Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1912-41 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1912-41

 

O predestinazion, quanto remota
è la radice tua da quelli aspetti
132 che la prima cagion non veggion tota!

O predestinazione, quant’è distante (remota) la tua ragione (radice) dagli sguardi di coloro (da quelli aspetti) ai quali non è fattibile vedere (veggion) Dio , causa (cagion) prima, nella sua compiutezza (tota)!

E voi, mortali, tenetevi stretti
a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,
135 non conosciamo ancor tutti li eletti;

E voi, uomini mortali, guardatevi bene dal (tenetevi stretti al) giudicare: poiché noi, ai quali il Padre Eterno è visibile (che Dio vedemo), ancor non conosciamo tutti gli eletti;

ed ènne dolce così fatto scemo,
perché il ben nostro in questo ben s’affina,
138 che quel che vole Iddio, e noi volemo».

e ci è (ed ènne) in tal modo soave la limitazione ingiunta (dolce così fatto scemo), perché la nostra felicità (il nostro bene) si perfeziona (s’affina) in questa letizia (ben), di voler (e noi volemo) ciò che Dio desidera (che quel che vole Iddio)”.

L’Aquila termina il suo discorso invocando quella tanto bistrattata predestinazione della quale l’uomo nulla può conoscere alla perfezione, anche ai beati non essendo del tutto noti i criteri elettivi, da qui la raccomandazione agli uomini di non lasciarsi traviare dalla brama di giudicare enigmaticità al loro intelletto non accessibili e l’esternazione, da parte degli spiriti giusti, del compiacersi dei freni a loro imposti come manifestazione del rispetto assoluto dell’Eterno, rivolgendosi al quale gli spiriti giusti s’esprimono alla seconda persona plurale, nell’unicità del loro essere in personale patto di fede.

Così da quella imagine divina,
per farmi chiara la mia corta vista,
141 data mi fu soave medicina.

Così le parole di quella divina immagine son dolce toccasana per l’Alighieri (data mi fu soave medicina), al fin di renderlo conscio delle proprie limitazioni visive (per farmi chiara la mia corta vista).

La “soave medicina” che ristora l’animo di Dante consiste nell’averlo informato dell’impossibilità di sondare alcune sfaccettature celesti, l’imperscrutabilità delle stesse scemandone l’ansia della non raggiunta comprensione, dato il non esser a lui attribuibile.

E come a buon cantor buon citarista
fa seguitar lo guizzo de la corda,
144 in che più di piacer lo canto acquista,
sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda
ch’io vidi le due luci benedette,
147 pur come batter d’occhi si concorda,
148 con le parole mover le fiammette.

E come un buon chitarrista favorisce il buon cantante (cantor) caldeggiandolo con le vibrazioni delle corde (fa seguitar lo guizzo de la corda) — di conseguenza il canto enfatizzandosi in delizia (in che più di piacer lo canto acquista) — similmente, durante il parlar dell’Aquila (mentre ch’e’ parlò), l’Alighieri rimembra così d’aver visto (sì mi ricorda ch’io vidi) le due luci benedette balenare (mover le fiammette) in accordo alle (con le) parole, con la medesima simultaneità con la quale battono le palpebre (pur come batter d’occhi si concorda).

Armoniosa similitudine riaggancia la metafora d’inizio Canto, l’Aquila venendo paragonata ad un musicista che assecondi colui che canta, derivandone eufonica prestazione, nel mentre Rifeo e Traiano sfolgorando, a tempo sulle parole, dall’interno di quegli occhi che paiono vibrar consonante apertura e chiusura di palpebre.

Successivo Canto s’aprirà direttamente sull’incantevole viso di Beatrice: “Già eran li occhi miei rifissi al volto de la mia donna, e l’animo con essi, e da ogne altro intento s’era tolto…”
 
 
 
 

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