Divina Commedia: Paradiso, Canto XVIII

Raffaello Sorbi (1844-1931), Dante incontra Beatrice, 1903

 
In ultima tappa nel Cielo di Marte, Beatrice coglie il suo Dante in affranta riflessione sull’esilio pronosticato, la beata donna raccomandandogli di non ceder allo sconforto e consolandolo nell’assicurargli ch’ella pregherà sentitamente Dio, intercedendo per lui, alle sue parole l’Alighieri incrociandone il soave sguardo, ancor una volta infinitamente sciogliendosi nei di lei rassicuranti, affabili e fascinosi occhi i quali, tuttavia, non gli è possibile descrivere in maniera esaustiva, causa la scarsa memoria e l’impotenza dei suoi versi nel riuscir a raffigurar siffatta beltà — di riflesso divino – ad ogni modo il poeta chetandosi nell’animo al sol guardarli ed in essi soffermandosi a tal punto dal venir spronato dalla sua amata a ricercar ulterior bellezza, presente anche tutt’intorno, oltre i delicati confini delle sue ammalianti iridi.

L’attenzione di Dante ritorna dunque a Cacciaguida, il cui frizzante scintillio è rivelatore della sua brama di nuovamente parlare, difatti l’anima spiegando al pronipote che nella sacra e scintillante croce brillano gli spiriti militanti che protagonisti furono d’esistenze terrestri enormemente celebri e lodevoli, all’Alighieri potenzialmente utili e nobili spunti poetici, indi il trisavolo anticipandogli ch’egli andrà a narrargli taluni percorsi vitali, ogni beato da lui cimentato a loro appressandosi tramite scivolamento sulla fulgente insegna cristiana e ad aprire santa sequela è Giosuè, seguito da Giuda Maccabeo, Carlo Magno e Orlando, poi Guglielmo d’Orange e Rinoardo, infine, a chiuder corteo, Goffredo di Buglione e Roberto il Guiscardo.

Nel tentennante girarsi verso Beatrice in silente richiesta di suo consiglio sul da farsi, dall’accentuata — e mai vista prima — radianza luminosa dei suoi occhi Dante percepisce d’esser asceso al Cielo di Giove, il sesto, rispetto alla vermiglia e focosa sfumatura di Marte, la successiva sfera celeste presentandosi in argentata nuance ed in esso accogliendo gli spiriti giusti, fra loro intrecciati in modo da sagomar sfolgoranti lettere dell’alfabeto, per l’esattezza trentacinque, originando una frase dal solenne significato e intersecandosi in tutta gaiezza, lieto frangente a cavallo del qual l’Alighieri s’appella in speranzosa invocazione alle Muse, al fin di nutrir la propria ispirazione, per modo da riuscir nel difficoltoso intento di tramutar in scritto la sublime visione, resa ancor più strabiliante dal sopraggiunger di migliaia d’altre anime splendenti, che assumono varie e rispettive sembianze, a testimonianza della magnificenza d’Iddio.

Il Canto vira improvvisamente nella sua parte finale, Dante chiudendolo in piena invettiva contro la corruzione papale, per contrastar la quale il suo accorato appello s’eviscera direttamente all’Altissimo, nel confidente desio d’una svolta verso la retta via, da parte dell’intera umanità.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XVIII • Libero Andreotti (1875-1933), Dante Alighieri • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Libero Andreotti (1875-1933), Dante Alighieri

 

Già si godeva solo del suo verbo
quello specchio beato, e io gustava
3 lo mio, temprando col dolce l’acerbo;

Ormai Cacciaguida, nella sua beatitudine di riverbero divino (Già quello specchio beato), s’appaga in solitaria (si godeva solo) del suo pensiero (verbo), mentre Dante si compiace del proprio (e io gustava lo mio), con la dolcezza di quanto udito (col dolce) mitigando l’amara (temprando l’acerbo) previsione futura.

L’Alighieri ed il suo trisavolo restano per alcuni attimi sospesi ed intimamente racchiusi nelle loro meditazioni, il poeta ammorbidendo il cruccio del pronosticato esilio con quanto lui benevolente narrato dall’avo, riguardo all’affabile ospitalità scaligera che gli verrà serbata come esule.

e quella donna ch’a Dio mi menava
disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono
6 presso a colui ch’ogne torto disgrava».

e Beatrice, sua guida verso l’Onnipotente, inizia a parlare (quella donna ch’a Dio mi menava disse): “Varia il riflettere (Muta pensier); pensa ch’io sono vicina (presso) a colui ch’esonera da ogni colpa (ch’ogne torto disgrava).

Io mi rivolsi a l’amoroso suono
del mio conforto; e qual io allor vidi
9 ne li occhi santi amor, qui l’abbandono:

Dante si volge verso l’amorevole voce della sua confortatrice (Io mi rivolsi a l’amoroso suono dl mio conforto); e dell’amore ch’egli allor vede in quei santi occhi, qui tralascia descrizione (l’abbandono):

non perch’io pur del mio parlar diffidi,
ma per la mente che non può redire
12 sovra sé tanto, s’altri non la guidi.

non soltanto (pur) perch’egli dubiti delle proprie capacità scrittorie (perch’io del mio parlar diffidi), ma poiché il suo intelletto non è in grado d’elevarsi a tal punto sopra se stessa (per la mente che non può redire sovra sé tanto), qualora non condotto da misericordia divina (s’altri non la guidi).

L’Alighieri vien spronato dalla sua signora a mutare il proprio punto di vista, la beata donna rammentandogli il suo incessante pregare per lui presso l’Eterno, allor il suo innamorato discepolo intersecandone lo sguardo e sciogliendosi sul traboccante amore esondante dalle di lei iridi, il cui incanto Dante nemmeno tenta di descrivere in quanto, oltre che dubitando del fatto che i suoi versi siano in grado d’assolvere a tal eletta missione, la sua memoria terrena incapace di ricordarlo degnamente, se non sorretta e pilotata dall’Ente Supremo.

Tanto poss’io di quel punto ridire,
che, rimirando lei, lo mio affetto
15 libero fu da ogne altro disire,
fin che ’l piacere etterno, che diretto
raggiava in Bëatrice, dal bel viso
18 mi contentava col secondo aspetto.

Di quell’istante (punto) Dante può solamente riportare (Tanto poss’io ridire) che, contemplando Beatrice (rimirando lei), il suo sentimento (affetto) è libero da qualsivoglia ulteriore desiderio (libero fu da ogne altro disire), essendo che l’eterna bellezza (fin che ’l piacere etterno) di Dio in lei irraggiantesi, lo appaga (mi contentava) nella celeste luce riflessa (col secondo aspetto) nei di lei meravigliosi occhi (dal bel viso).

Vincendo me col lume d’un sorriso,
ella mi disse: «Volgiti e ascolta;
21 ché non pur ne’ miei occhi è paradiso».

Abbacinandolo con il baglior (Vincendo me col lume) d’un sorriso, ella gli dice: “Volgiti e ascolta; dacché non soltanto nel mio sguardo sta la compiutezza della beatitudine (ché non pur ne’ miei occhi è paradiso)”.

All’Alighieri non resta ch’esprimere in terzine quant’è completamente rapito dalla sua amata nella paradisiaca rifrazione oculare che lo avvolge e ne rimane così estasiato da venir riportato alla realtà proprio da un sorriso della santa, che lo incoraggia a cercare grazia anche altrove, esortandolo a voltarsi verso il di lui trisnonno.

Come si vede qui alcuna volta
l’affetto ne la vista, s’elli è tanto,
24 che da lui sia tutta l’anima tolta,
così nel fiammeggiar del folgór santo,
a ch’io mi volsi, conobbi la voglia
27 in lui di ragionarmi ancora alquanto.

Come talvolta sul mondo si legge (si vede qui alcuna volta) il sentimento nello sguardo (l’affetto ne la vista), a condizion ch’esso sia talmente abbondante (s’elli è tanto) da rapire l’intera (che da lui sia tutta tolta), così nel fiammeggiare del fulgente Cacciaguida (del folgór santo), al quale Dante si rivolge (a ch’io mi volsi), egli carpisce la smania (conobbi la voglia in lui) di parlargli ancora un poco (alquanto).

L’ardente brillar del progenitore comunica al pellegrino quant’egli abbia ancora voglia di conversare con lui.

El cominciò: «In questa quinta soglia
de l’albero che vive de la cima
30 e frutta sempre e mai non perde foglia,
spiriti son beati, che giù, prima
che venissero al ciel, fuor di gran voce,
33 sì ch’ogne musa ne sarebbe opima.

Egli (El) comincia: In questo quinto livello (soglia) dell’albero che si nutre dall’alto (vive de la cima) e incessantemente fruttifica (frutta sempre), senza mai perder fogliame, vi sono gli spiriti di coloro che sulla terra (giù), prima d’ascendere al regno celeste (prima che venissero al ciel), ebbero ampia nomea (fuor di gran voce) da compiacere qualsiasi ispiratrice poetica (sì ch’ogne musa ne sarebbe opima).

Però mira ne’ corni de la croce:
quello ch’io nomerò, lì farà l’atto
36 che fa in nube il suo foco veloce».

Pertanto scruta lungo i bracci della (Però mira ne’ corni de la) croce: quello ch’io nominerò (nomerò), in quel punto agirà (lì farà l’atto) con la medesima celerità del fulmine nella nuvola che lo produce (che fa in nube il suo foco veloce).

Cacciaguida riprende pertanto a parlare principiando con la metafora del Paradiso ritratto come un “albero” il cui nutrimento non giunge dalle radici, bensì dalla “cima”, ovvero dal Creatore, una pianta sempreverde e ad ininterrotta produzione di frutti, frequente immagine biblica e mistico-medievale utilizzata in celestial allegoria, sulla quale l’Alighieri viene sollecitato a porre la massima attenzione alla croce cristiana pullulante di beati i quali, durante la loro esistenza terrena, riscossero gran fama letteraria e, per tal ragione, potenziali ispiratori per il pronipote, in second’ordine pungolato a dedicar massima attenzione ad osservare quanto repentinamente si sposteranno non appena interpellati, quasi fossero saette fuoriuscenti dai rispettivi nembi.

Io vidi per la croce un lume tratto
dal nomar Iosuè, com’el si feo;
39 né mi fu noto il dir prima che ’l fatto.

Dante vede un’anima lucente (lume) scorrere per la croce al chiamar Giosuè (Io vidi per la croce un lume tratto la nomar Iosuè), nello stesso attimo in cui il suo nominativo viene pronunciato (com’el si feo); difatti l’Alighieri non riuscendo a percepire la chiamata (né mi fu noto il dir) prima dell’azione (che ’l fatto).

La concomitanza fra la chiamata e la risposta collima a tal punto da non palesarsi consequenzialità temporale fra le due.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XVIII • Gustave Doré (1832-1883), Giosuè alla conquista di Gabaon, ferma su di essa il Sole e sulla valle Aialo, la luna, The Bible Gallery, 1859 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Gustave Doré (1832-1883)
Giosuè alla conquista di Gabaon, ferma su di essa il Sole e sulla valle Aialo, la luna
The Bible Gallery, 1859

 

E al nome de l’alto Macabeo
vidi moversi un altro roteando,
42 e letizia era ferza del paleo.

E al nome dell’aristocratico (de l’alto) Maccabeo, Dante vede muoversi un altr’anima, roteando su se stessa e l’immensa gioia facendola vorticare come la frusta con la trottola (letizia era ferza del paleo).

Giosuè (?-1245 a.C.), biblico condottiero ebraico, nonché successore di Mosè ed eroica personalità — venerata sia dalla Chiesa cattolica che da quella ortodossa — dell’Antico Testamento, appartenente alla tribù israelitica di Efraim e comandante del popolo d’Israele nella riconquista della terra promessa.

Giuda Maccabeo (190 a.C. – 160 a.C.), membro dell’antica e nobiliare famiglia degli Asmonei, paladino della ribellione, insieme ai suoi quattro fratelli, dell’insurrezione popolare contro la tirannia del sovrano dell’Impero seleucide Antioco Epifane (215 a.C. circa – 164 a.C. circa), storicamente noto come re Antioco IV.

Il “paleo” era un’antica trottola, priva di punta metallica, alla quale veniva dato iniziale moto rotatorio srotolando una cordicella e poi mantenendola in movimento tramite l’utilizzo d’una frusta.

Così per Carlo Magno e per Orlando
due ne seguì lo mio attento sguardo,
45 com’occhio segue suo falcon volando.

Allo stesso modo (Così), i due spiriti di Carlo Magno ed Orlando vengono seguiti (ne seguì) dall’attento sguardo dell’Alighieri, come l’occhio del falconiere segue il volo del suo falcone.

Il celeberrimo Carlo Magno (742-814), alias Carlo I detto “il Grande”, viene qui citato per il suo ruolo a salvaguardia della Chiesa e per l’attuata unificazione istituzionale dell’Occidente sotto l’ala dell’araldica aquila imperiale, come accennato nel sesto Canto di codesta Cantica, mentr’è invece il trentunesimo Canto infernale a trattar del di lui nipote Orlando (736-778), nelle opere letterarie delineato come il più intrepido ed integerrimo dei dodici paladini franchi che trovò la morte a tradimento sull’ispanico suolo di Roncisvalle e protagonista della famosa ‘Chanson de Roland’, poema cavalleresco del ciclo carolingio, oltre che uno fra i componimenti più ragguardevoli della letteratura medievale francese, la cui stesura avvenuta nell’undicesimo secolo, si ritiene, sebben senza assoluta certezza, per mano dello scrittore e monaco cristiano Turoldo.

Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
e ’l duca Gottifredi la mia vista
48 per quella croce, e Ruberto Guiscardo.

Poi la sua vista capta (Poscia trasse) scivolare su quella croce (Poscia trasse) Guglielmo, Rinoardo, il duca Gottifredi e Roberto Guiscardo.

A proseguire sfilata il fidato consigliere di Carlo Magno e prode combattente Guglielmo d’Aquitania (750 circa – 812) — conte di Tolosa, duca di Narbona e marchese di Gotia — nelle composizioni poetiche indicato come Guglielmo d’Orange in riferimento all’omonimo ciclo di chanson de geste sviluppatosi intorno alla sua persona, fra le cui pagine tal Rinoardo, leggendario personaggio che viene raccontato come un saraceno dalle modeste origini di cui il Guglielmo romanzato attuò conversione cristiana, inoltre giovandosene come compagno d’armi in virtù della sua smodata forza fisica.

Goffredo di Buglione (1060-1100) e Roberto Guiscardo (1015-1085) chiudono la parata, il primo cavaliere franco e uno fra i comandanti militari della prima crociata, il secondo un condottiero normanno il quale, con scaltrezza, sanguinaria invasione ed investitura papale, a partir dal 1059 divenne duca di Puglia, Calabria e Sicilia, con riferita fama d’aver sconfitto i Saraceni, del periodo storico tratteggiando il ventottesimo Canto dell’Inferno, il quattordicesimo versetto direttamente designandolo: “per contastare a Ruberto Guiscardo”.

Indi, tra l’altre luci mota e mista,
mostrommi l’alma che m’avea parlato
51 qual era tra i cantor del cielo artista.

Indi, reinserendosi nel traffico di beati (tra l’altre luci mota e mista), l’anima che fino a poco prima colloquiava con Dante (m’avea parlato), gli si mostra (mostrommi qual era) fra i cantori del cielo.

Cacciaguida si allontana dall’Alighieri ritornando alla sua iniziale postazione e, nel riprender canto, evidenziando le sue eccellenti qualità canore, in eco fra i beati marziani.

Io mi rivolsi dal mio destro lato
per vedere in Beatrice il mio dovere,
54 o per parlare o per atto, segnato;

Dante si rivolge verso destra per comprendere cosa fare attraverso (vedere il mio dovere in) Beatrice, alla ricerca di un’indicazione per mezzo d’una sua parola oppure d’un suo gesto (o per parlare o per atto, segnato);

e vidi le sue luci tanto mere,
tanto gioconde, che la sua sembianza
57 vinceva li altri e l’ultimo solere.

e vede i suoi occhi (luci) tanto puri (mere) e giocondi, che il suo aspetto gli par surclassare in bellezza tutti precedenti suoi soliti, così come anche il più recente (la sua sembianza vinceva li altri e l’ultimo solere).

E come, per sentir più dilettanza
bene operando, l’uom di giorno in giorno
60 s’accorge che la sua virtute avanza,
sì m’accors’io che ’l mio girare intorno
col cielo insieme avea cresciuto l’arco,
63 veggendo quel miracol più addorno.

E come l’uomo, percependo un accrescimento di letizia (per sentir più dilttanza) nell’esercizio (operando) del bene, quotidianamente (di giorno in giorno) si rende conto dell’evoluzione della propria virtù morale (che la sua virtute avanza), così l’Alighieri s’accorge che l’orbita della sua rotazione celeste s’è ampliata (’l mio girare intorno col cielo insieme avea cresciuto l’arco), lui notando la sua miracolosa Beatrice adornarsi oltremodo di beltà (veggendo quel miracol più addorno).

E qual è ’l trasmutare in picciol varco
di tempo in bianca donna, quando ’l volto
66 suo si discarchi di vergogna il carco,
tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,
per lo candor de la temprata stella
69 sesta, che dentro a sé m’avea ricolto.

E similmente a come in un ristretto arco di (qual è in picciol varco) tempo una donna di pallido incarnato (bianco) trasmuta, quando il suo volto s’alleggerisce (si discarichi) del carico di vergogna, così accade nello sguardo di Dante, al volgersi (tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto) dalla sua amata al guardarsi tutt’intorno, nel candore temperato del sesto pianeta che l’ha appena accolto in sé.

Come sempre affidandosi compiutamente alla sua gentile, disponibile e materna conduttrice, l’Alighieri ne coglie un incremento dello splendore, frattanto avvertendosi in uno spazio d’orbita più ampio e da ciò deducendo d’esser salito al Cielo susseguente e, nell’osservarlo staccando gli occhi da Beatrice, in lui verificandosi la medesima e celere variazione di colore che avviene sulle guance di una donna di pelle chiara, allo sparir del rossore sulle sue gote pennellato dall’imbarazzo.

Potenzialmente due sono le interpretazioni possibili, vale a dire che il passaggio cromatico avvenga dalla gradazione vermiglia di Marte a quella più chiara di Giove oppure che il trasferimento s’intenda giunger al nuovo astro direttamente dal volto di Beatrice sul avverrebbe rifrazione di tonalità.

Io vidi in quella giovïal facella
lo sfavillar de l’amor che lì era
72 segnare a li occhi miei nostra favella.

Dante, in quell’astro (facella) gioviale, vede lo sfavillar di carità delle anime ivi ospitate (che lì era), plasmare (segnare) davanti ai suoi occhi i segni del linguaggio umano (nostra favella).

E come augelli surti di rivera,
quasi congratulando a lor pasture,
75 fanno di sé or tonda or altra schiera,
sì dentro ai lumi sante creature
volitando cantavano, e faciensi
78 or D, or I, or L in sue figure.

E come ucceli che s’alzano in volo dai fiumi (augelli surti di rivera) — quasi a vicendevolmente congratularsi del loro pasto (congratulando a lor pasture) — dei propri stormi formano (di sé fanno) or un cerchio or altra sagoma (schiera), così quelle sante creature, dall’interno dei loro rivestimenti di luce (dentro ai lumi) — cantano volteggiando (volitando), assumendo le sembianze (e faciensi in sue figure) or d’una D, or d’una I, or d’una L.

Come “nostra favella” ci si riferisce l’alfabeto italiano, gli spiriti sistemandosi in modo da formar talune sue lettere e, nel farlo, gioiosamente rallegrandosene.

Prima, cantando, a sua nota moviensi;
poi, diventando l’un di questi segni,
81 un poco s’arrestavano e taciensi.

Prima, si muovono accompagnando il disegno melodico del canto (cantando, a sua nota moviensi); poi, dopo essersi disposti a raffigurare una di queste lettere (diventando l’un di questi segni), si fermano brevemente, silenziandosi (un poco s’arrestavano e taciensi).

O diva Pegasëa che li ’ngegni
fai glorïosi e rendili longevi,
84 ed essi teco le cittadi e ’ regni,
illustrami di te, sì ch’io rilevi
le lor figure com’io l’ho concette:
87 paia tua possa in questi versi brevi!

O sacra Musa (diva Pegasëa) che rendi gloria e longevità al genio poetico (li ’ngegni fai glorïosi e rendili longevi), e lor con te (esse teco) conferendo gloria e longevità a città (cittadi) e regni, illuminami con la luce della tua ispirazione (illustrami di te), cosicché io possa ritracciare (sì ch’io rilevi) le lor figurazioni (figure) al pari di quanto da me concepite (sì ch’io rilevi): appaia il tuo potere (paia tua possa) in questi pochi (brevi) versi!

Tant’è la singolare magnificenza della visione, da stimolare nell’Alighieri una speranzosa invocazione alle Muse, la “diva Pegasëa” richiamandola a livello generale, dato l’esser stato — secondo la mitologia classica — un calcio dell’alato cavallo Pegaso a far sgorgare dal monte Elicona la celebre fonte Ippocrene, erogatrice per antonomasia d’ispirazione poetica.

Mostrarsi dunque in cinque volte sette
vocali e consonanti; e io notai
90 le parti sì, come mi parver dette.

A Dante dunque le sante creature si mostrano in cinque per (volte) sette fra vocali e consonanti; ed egli nota le singole lettere nell’ordine in cui gli vengono tratteggiate (le parti sì, come mi parver dette).

‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai
fur verbo e nome di tutto ’l dipinto;
93 ‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.

‘Amate la giustizia’, per primi (primai) — nell’intera presentazione grafica (di tutto ’l dipinto) — si palesano (fur) un verbo e un sostantivo (nome); ‘Voi che giudicate il mondo’, seguirono ultimi (fur sezzai).

Le lettere formate sono trentacinque e la frase risultante è l’incipit del ‘Libro della Sapienza’, anche detto ‘Sapienza di Salomone’, testo compreso nella Bibbia cattolica, ma non in quella ebraica, che prescrive agli uomini di potere di governare in assidua fede alla giustizia.

Poscia ne l’emme del vocabol quinto
rimasero ordinate; sì che Giove
96 pareva argento lì d’oro distinto.

Poi i beati confluiscono bloccandosi (Poscia rimasero ordinate) sulla emme finale del quinto vocabolo; per modo che Giove paia un disco argentato (pareva argento), abbellito da quella cifra dorata (pareva argento lì d’oro distinto).

Il “vocabol quinto” è la parola “Terram” e l’addossarsi delle abbaglianti anime sull’ultima sua lettera, rende l’immagine della sesta sfera celeste interamente argentea, in un punto della quale spicca un aureo ed ornante segno.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XVIII • Francesco Scaramuzza (1803-1886), Dante, Paradiso, Canto XVIII, 1873 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Francesco Scaramuzza (1803-1886), Dante, Paradiso, Canto XVIII, 1873

 

E vidi scendere altre luci dove
era il colmo de l’emme, e lì quetarsi
99 cantando, credo, il ben ch’a sé le move.

E l’Alighieri ancor vede scendere altre luci sul vertice (dove era il colmo) della barra mediana dell’emme, e lì chetarsi (quetarsi) cantando, a suo parer (credo), in onore del bene che a sé le orienta (move).

Alla vista di quegli spiriti cantanti, in Dante si ricama l’opinione si stia dedicando una lauda all’Altissimo, sebben egli non ne sia inconfutabilmente certo, considerata la sua difficoltà, come già accaduto precedente, nell’interpretare inni celesti.

Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi
surgono innumerabili faville,
102 onde li stolti sogliono agurarsi,
resurger parver quindi più di mille
luci e salir, qual assai e qual poco,
105 sì come ’l sol che l’accende sortille;

Poi, come dal cozzar (nel percuoter) di ciocchi infiammati (arsi) schizzano molteplici scintille (surgono innumerabili faville) — dalle quali (onde) gli stolti sono soliti (sogliono) ricavar profezie (agurarsi) — così migliaia di beati (più di mille luci) paiono sprizzar (resurger) e dislocarsi, chi salendo un po’ di più, chi un po’ di meno (salir, qual assai e qual poco), nella zona a loro destinata dalla sfera solare che le ha infuocate (sì come ’l sol che l’accende sortille);

e quïetata ciascuna in suo loco,
la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi
108 rappresentare a quel distinto foco.

ed assestatasi ognuna di loro nel proprio posto (e quïetata ciascuna in suo loco), Dante vede rappresentarsi — per mano di quel fuoco adornante (distinto) la superficie di Giove — la testa ed il collo d’un aquila (aguglia).

Il “sol che l’accende” è metafora di Dio che a quelle migliaia d’anime soffiò respiro in corpo all’atto della creazione ed or ne ha predisposto il rispettivo grado di beatitudine, ciascuna d’esse zampillando dalla sommità della famigerata emme ed assumendo predestinata postazione e la metamorfosi dando origine alla raffigurazione d’un aquila, verosimilmente sovrastante una maiuscola gotica somigliante ad un giglio, il tutto riagganciando l’araldico stemma imperiale.

Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi;
ma esso guida, e da lui si rammenta
111 quella virtù ch’è forma per li nidi.

Colui che lassù (lì) dipinge, non ha modelli di riferimento a guidarlo (non ha chi ’l guidi); ma è lui stesso maestro che guida (esso), a da lui si riceve il suggello (rammenta) di quella virtù informativa che conforma gli uccelli di nido in nido (ch’è forma per li nidi).

La terzina, alquanto arcana, metterebbe in relazione ogni essere vivente tramite calco a lui impresso dall’Eterno, modellatore assoluto privo di qualsiasi riferimento al di sopra di Lui.

L’altra bëatitudo, che contenta
pareva prima d’ingigliarsi a l’emme,
114 con poco moto seguitò la ’mprenta.

Le altre anime beate (L’altra bëatitudo), che prima sembravano essersi felicitate (contenta pareva) nell’essersi forgiate in giglio (d’ingigliarsi), con vago movimento (poco moto) integrano (seguitò) l’emblema.

O dolce stella, quali e quante gemme
mi dimostraro che nostra giustizia
117 effetto sia del ciel che tu ingemme!

O dolce Giove (stella), quali e quante gemme mi han dimostrato come la giustizia terrena (nostra) s’origina dall’influsso (effetto sia) del ciel che tu abbellisci!
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XVIII • Lino Bianchi Barriviera (1906-1985), L'Aquila della Giustizia, 1983 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Lino Bianchi Barriviera (1906-1985), L’Aquila della Giustizia, 1983

 

Per ch’io prego la mente in che s’inizia
tuo moto e tua virtute, che rimiri
120 ond’egli a esce il fummo che ’l tuo raggio vizia;

Per questo io prego la mente divina — dalla quale s’elargiscono l’influsso del tuo moto e la tua virtù — che sondi (rimiri) da dove esce il fumo che inquina (vizia il tuo raggio);

sì ch’un’altra fïata omai s’adiri
del comperare e vender dentro al templo
123 che si murò di segni e di martìri.

affinché una seconda volta ormai s’incollerisca (sì ch’un’altra fïata omai s’adiri) del commercio che avviene all’interno (comperare e vender dentro) a tempio che venne edificato sui miracoli e sul martirio (che si murò di segni e di martìri).

Ad estatico e solenne spettacolo ultimato, l’Alighieri s’abbandona ad una sentita ammirazione nei confronti di Giove, il cui influsso effonde giustizia sul mondo, a sua volta l’astro ricevendo moto e virtù dal divino, inevitabilmente la giustizia terrena essendo imprescindibile e derivando da quella celeste, motivo per cui Dante s’augura spassionatamente che Dio indaghi e punisca la compravendita di sacralità messa in atto dalla Curia corrotta, il cui ignobile agire inquina le benefiche radiazioni di Giove, ira che si ripeterebbe per la seconda “fïata”, essendo la stessa già esplosa in Cristo allorquando scacciò i mercanti dal tempio di Gerusalemme, come narrato dall’evangelista Matteo.

O milizia del ciel cu’io contemplo,
adora per color che sono in terra
126 tutti svïati dietro al malo essemplo!

O milizia dei Cieli che ancor sto contemplando, intercedi (adora) per coloro che sono sulla terra completamente deviati sulle orme dell’infausto esempio (tutti svïati dietro al malo essemplo)!

Già si solea con le spade far guerra;
ma or si fa togliendo or qui or quivi
129 lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra.

Tempi addietro s’era soliti battagliare (Già si solea far guerra) con le spade; ma ora lo si fa depauperando a questo o a quel fedele (togliendo or qui or quivi) il pane che il misericordioso (’l pïo) Padre mai ricuserebbe (serra) a nessuno.

Il “malo essemplo” sarebbe quello della riprovevole condotta papale, scevra d’ogni moralità, al punto da non combatter più guerre sol con le spade come ai tempi che furono — probabilmente con tal locuzione l’autore della commedia alludendo alle crociate — ma facendo della scomunica il mezzo primo di rivalsa, ancorché non vi siano attestazioni storiche ad avallarne eco, il “pan che ’l pïo Padre a nessun serra” rappresentando, per l’appunto, i Sacramenti, in special modo l’Eucarestia, utilizzata come ricatto a proprio vantaggio per abrogare i benefici ecclesiastici ed appropriarsene.

Ma tu che sol per cancellare scrivi,
pensa che Pietro e Paulo, che moriro
132 per la vigna che guasti, ancor son vivi.

Ma tu che scrivi sol per cancellare, pensa che Pietro e Paolo, i quali morirono per la vigna celeste che tu danneggi (guasti), ancor son vivi.

Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro
sì a colui che volle viver solo
135 e che per salti fu tratto al martiro,
136 ch’io non conosco il pescator né Polo».

Certamente tu potrai dire: “È in me talmente radicato il desiderio (I’ ho fermo ’l disiro sì) nei confronti di colui che volle viver solo e che tramite un ballo venne condotto (per salti fu tratto) al martirio, ch’io nemmen so chi siano tanto il pescatore quanto Paolo (non conosco il pescator né Polo)”.

Sebben non costituisca inconfutabile verità, per la maggio parte dei chiosatori il destinatario di tal terzina sarebbe papa Giovanni XXII (1244-1334), colui che tanto sarebbe devoto all’asceta Giovanni Battista — benché esclusivamente ed avidamente nell’immagine del santo ritratta sui fiorini d’oro — da non rimembrar nemmeno chi furono Pietro e Paolo apostoli, coloro che alla “vigna” del Signore, metafora delle Chiesa, dedicarono sincera devozione, viceversa Sua Santità danneggiandola per amor di denaro.

Quel “volle viver solo” attiene al fatto che Giovanni Battista vivesse fra le desertiche dune. Il santo morì — secondo quanto riportato nel Vangelo secondo Luca — per mano d’Erode Antipa (20 a.C. – dopo il 39 a.C.), tetrarca di Perea e Galilea il quale, come vendetta per esser stato da Battista pubblicamente condannato per la relazione con Erodiade (15 a.C. – 39 a.C.), principessa ebraica precedentemente moglie del di lui fratellastro, a tutta prima lo incarcerò, poi decidendo di decapitarlo per offrire la sua testa, su un vassoio d’argento, come premio in onore ad una sensuale danza ballata da Salomè (14 d.C. circa – 62/71 d.C.), figlia d’Erodiade.

La pesca era l’attività alla quale si dedicava Pietro, mentre “Polo” era forma popolare del nome Paolo.

L’aggregarsi degli spiriti giusti in sembianza di dorata aquila, sarà incipit del prossimo Canto: “Parea dinanzi a me con l’ali aperte la bella image che nel dolce frui liete facevan l’anime conserte…”
 
 
 
 

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