Divina Commedia: Paradiso, Canto XVII

Commedia con commento di Iacopo della Lana, XIV secolo, MS 67, Biblioteca del Seminario di Padova

 
Spronato da Beatrice a dar serenamente voce alle proprie perplessità, Dante prende coraggio e si rivolge a Cacciaguida, lui chiedendo delucidazioni riguardo ai nefasti pronostici che gli vennero preannunciati — tanto nel suo transitar nel regno infernale quanto in passaggio al Purgatorio — per modo d’affrontar con precauzionale consapevolezza ciò che destino gli serberà.

Rilucendo, il benevolo trisavolo prende parola esprimendosi con assoluta chiarezza nel profetizzar all’Alighieri il futuro allontanarsi dalla sua amata Firenze e da qualsivoglia possedimento, il poeta trovandosi a sperimentare la faticosa esistenza a servizio di varie signorie e frattanto sopportando i costanti attacchi da parte d’altri esuli ai quali, nel tempo, la sorte infliggerà duri colpi.

La prima tappa al di fuori dei confini natii sarà Verona, sotto l’ala di Bartolomeo I della Scala, Dante giovando della massima disponibilità e sincera dedizione a lui dedicate dal condottiero ed in territorio veronese avendo inoltre l’occasione di conoscerne l’allor giovanissimo fratello Cangrande I della Scala, signore della città fra il 1311 ed il 1329, da cui riceverà protezione, nonché l’esponente più noto e stimato della dinastia scaligera per le sue abili capacità militari e governative, al quale l’autore della Commedia dedicherà l’ultima Cantica del sommo poema.

Dopo aver ricevuto raccomandazione del progenitore di non covar odio nei confronti dei propri compaesani, visto il lungo sopravviver al lor fio, Dante gli confida la cautelativa decisione di ben riflettere sui versi che andrà a scrivere, professandosi certo che il narrar zelantemente il suo peregrinar nell’Oltretomba non possa che esser l’unica maniera d’acquisir distinta, vasta ed eterna nomea, tuttavia al contempo temendo d’irritar più persone nel portar alla luce quanto visto ed udito, l’avo nell’immediato asserendo quanto l’assidua fede alla verità sia l’unica via da perseguire in fase di resoconto, eventuali fastidi originandosi esclusivamente in animi scorretti ed impuri, in generale i lettori non potendo che arricchirsi di quanto descritto, nel privilegio d’immedesimarsi, attraverso i racconti dell’Alighieri, nel singolare viaggio d’Oltretomba concessogli per grazia divina.

A chiusura del trittico dedicato, Cacciaguida abbandonerà la scena dopo aver ricoperto prezioso ruolo storico-narrativo, il suo intero sermone adagiatosi sullo sfondo d’un solenne ed intimo rapporto parentale tanto caro a Dante nel suo legame fra terra e cielo, riconoscenza e stima.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XVII • Anonimo tedesco, Dante Alighieri incontra Beatrice Portinari, ca. 1850 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Anonimo tedesco, Dante Alighieri incontra Beatrice Portinari, ca. 1850

 

Qual venne a Climenè, per accertarsi
di ciò ch’avëa incontro a sé udito,
3 quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;

Come colui che raggiunse (Qual venne a) Climene — quello (quei) che ancor oggi fa sì che i padri siano poco indulgenti (scarsi) nei confronti dei propri figli — per accertarsi di ciò ch’aveva udito contro se stesso (incontro a sé);

tal era io, e tal era sentito
e da Beatrice e da la santa lampa
6 che pria per me avea mutato sito.

tale e quale si sente l’Alighieri (era io), al contempo captato (e tal era sentito) da Beatrice e dalla beata luce (santa lampa) che prima s’era spostata al fin d’avvicinarlo (pria per me avea mutato sito).

Come sempre letto nel pensiero dalla sua amata, Dante si percepisce alla stregua di Fetonte — mitologico figlio d’Apollo, re del Sole, e di Climene — il quale, come narrano l’ovidiane Metamorfosi, viene deriso da Epafo – figlio di Zeus — quest’ultimo ritenendone falsa la paternità divina, ragion per la quale Fetonte si rivolge in cerca di chiarimenti ai genitori ed al padre chiedendo, a suggello della confermata parentela, di poter guidare il suo carro, deviando il quale il ragazzo verrà istantaneamente fulminato da Giove; l’episodio — assunto ad ammonimento al fin di salvaguardarsi da eccessive e deleterie accondiscendenze nei confronti della prole — viene menzionato per ben cinque volte all’interno del sommo poema, come ad esempio alla trentaseiesima terzina del diciassettesimo Canto infernale: “Maggior paura non credo che fosse quando Fetonte abbandonò li freni, per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse”.     

Per che mia donna «Manda fuor la vampa
del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca
9 segnata bene de la interna stampa:

Pertanto la sua signora (Per che mia donna) lo incoraggia dicendogli d’esternar il suo ardente desiderio (Manda fuor la vampa) per modo che, palesandosi, renda manifesta l’intensità della sua impronta interiore (sì ch’ella esca segnata bene de la interna stampa):

non perché nostra conoscenza cresca
per tuo parlare, ma perché t’ausi
12 a dir la sete, sì che l’uom ti mesca».

e non tanto perch’ella e Cacciaguida traggano maggior comprensione del poeta tramite le sue parole (nostra conoscenza cresca per tuo parlare), ma affinché l’Alighieri s’avvezzi (perché t’ausi) nel render nota (a dir) la propria sete, cosicché gli si possa versar da bere (sì che l’uom ti mesca).

Beatrice insiste perché Dante, verbalizzando le proprie incertezze, estrinsechi quanto provato nell’animo; nonostante lei e Cacciaguida siano perfettamente in grado d’interpretare i suoi silenti pensieri, il lor metterli in voce è pratica alla quale difatti il pellegrino si dovrebbe abituare, per meglio venir dissetato nella sua arsura di conoscenza.

«O cara piota mia che sì t’insusi,
che, come veggion le terrene menti
15 non capere in trïangol due ottusi,
così vedi le cose contingenti
anzi che sieno in sé, mirando il punto
18 a cui tutti li tempi son presenti;

“O mia cara radice (piota) che talmente t’elevi (che sì t’insusi) da riuscir a vedere (così vedi) — similmente a come l’intelletto umano sia consapevole (come veggion le terrene menti) di quanto in un triangolo non siano contenuti (capere) due angoli ottusi — i transitori avvenimenti prima che si verifichino (le cose contingenti anzi che sieno in sé), contemplando (mirando) il punto in cui tutti i tempi son presenti;

mentre ch’io era a Virgilio congiunto
su per lo monte che l’anime cura
21 e discendendo nel mondo defunto,
dette mi fuor di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch’io mi senta
24 ben tetragono ai colpi di ventura;

mentr’io, in compagnia di (era congiunto a) Virgilio risalivo il promontorio ove si purificano (su per lo monte che cura) le anime e discendevo nel regno della morte perenne (mondo defunto), mi furono avanzate nefaste dichiarazioni riguardo alla (parole gravi di) mia vita futura, benché (avvegna ch’) io mi senta ben solido nei confronti di fronte alle percosse della sorte (tetragono ai colpi di ventura);

per che la voglia mia saria contenta
d’intender qual fortuna mi s’appressa:
27 ché saetta previsa vien più lenta».

ebbene il mio desiderio sarebbe soddisfatto (per che la voglia mia saria contenta) nel venir a conoscenza di quale sia il destino che m’attende (d’intender qual fortuna mi s’appressa): dacché freccia prevista giunge con maggior lentezza (ché saetta previsa vien più lenta)”.

Filando ardimento sull’affabile sperone dell’amata, l’Alighieri chiede dunque al suo trisavolo spiegazioni approfondite sugli ostici vaticini a lui inoltrati — tanto all’Inferno quanto al Purgatorio— al beato rivolgendosi in geometrica metafora, vale a dire come a colui che veda al di sopra di tutto con la medesima chiarezza attraverso cui la mente degli uomini afferra come in un triangolo non siano presenti angoli ottusi e Dante ritenendo che l’apprender con anticipo eventuali sventura sia di soccorso nel fronteggiarle, così come una freccia di cui si preveda il lancio dia la possibilità di farsene scudo.

Così diss’io a quella luce stessa
che pria m’avea parlato; e come volle
30 Beatrice, fu la mia voglia confessa.

Questa la richiesta dell’Alighieri (Così diss’io) a quella luce stessa che prima gli aveva parlato; e nel palesar la propria brama (fu la mia voglia confessa), egli appaga la volontà di (come volle) Beatrice.

La “luce stessa che pria m’avea parlato” è ovviamente la sfavillante anima di Cacciaguida.

Né per ambage, in che la gente folle
già s’inviscava pria che fosse anciso
33 l’Agnel di Dio che le peccata tolle,
ma per chiare parole e con preciso
latin rispuose quello amor paterno,
36 chiuso e parvente del suo proprio riso:

Con paterna amorevolezza l’avo non gli risponde (quello amor paterno né rispuose) con ambiguità (per ambage) — come quella dalla quale i pagani (in che la gente folle) già si lasciavano lusingare nei periodi antecedenti l’uccisione dell’Agnello (s’inviscava pria che fosse anciso l’Agnel) di Dio che toglie i peccati (le peccata tolle) del mondo — bensì con un linguaggio (latin) preciso e parole accessibili (chiare), celato (chiuso) e lampante (parvente) nello sfavillio della sua gioia (del suo proprio riso):

Con il termine “ambage” si rimanda agli arcani responsi oracolari dei pagani, frequentemente equivoci prima della venuta de “l’Agnel di Dio”, espressione che ricalca le parole di Giovanni l’evangelista: “Ecce agnus Dei, qui tollit peccatum mundi”.

«La contingenza, che fuor del quaderno
de la vostra matera non si stende,
39 tutta è dipinta nel cospetto etterno;

“Il succedersi degli eventi (La contingenza) — che non esulino (si stende) al di fuor del contesto terrestre (de la vostra matera) — è contemporaneamente raffigurato, nella sua totalità, alla presenza (tutta è dipinta nel cospetto) del Padre Eterno;

necessità però quindi non prende
se non come dal viso in che si specchia
42 nave che per torrente giù discende.

ciò nondimeno il contingente non divien per forza necessario (necessità però quindi non prende), similmente a come il moto d’una barca (nave) che discende giù per il torrente non sia direttamente determinato dallo sguardo nel quale si riflette (dal viso in che si specchia).

Il paragone esplica l’assunto secondo cui, seppur l’intero scorrer degli eventi s’adagi simultaneamente e con atemporalità alla vista del Creatore, lo sguardo celeste non ne determina per forza di cose la successione, proprio come non è il guardar un’imbarcazione fra le torrentizie onde a provocarne il moto, pur potendone preveder il percorso.

Da indi, sì come viene ad orecchia
dolce armonia da organo, mi viene
45 a vista il tempo che ti s’apparecchia.

Dallo sguardo dell’Altissimo (Da indi), al pari di quanto la soavità melodica d’un (sì come dolce armonia da) organo giunga all’udito (viene ad orecchia), mi si rivela agli occhi (mi viene a vista) la futura esistenza (il tempo) che ti si prospetta (s’apparecchia).

Lo sguardo celeste, da cui deriva la possibilità, per Cacciaguida, di vedere il futuro del pronipote, vien raffrontato all’eufonica musica d’un organo, le cui note s’effonde nell’apparato uditivo.

Qual si partio Ipolito d’Atene
per la spietata e perfida noverca,
48 tal di Fiorenza partir ti convene.

Parallelamente a come (Qual) Ippolito s’allontanò (si partio) da Atene a causa della spietata e perfida matrigna (noverca), sarai obbligato ad abbandonare Firenze (tal di Fiorenza partir ti convene).

Questo si vuole e questo già si cerca,
e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
51 là dove Cristo tutto dì si merca.

Questo si vuole e già si sta tentando d’attuare (cerca), e presto (tosto) verrà portato a compimento da parte di (fatto a) chi ciò sta tramando (pensa) là dove si mercanteggia (merca) il Cristo da mane a sera (tutto dì).

Ippolito era il mitologico figlio di Teseo che si trovò a dover fuggire da Atene per aver rifiutato gli approcci amorosi della matrigna Fedra la quale, per bieca vendetta, invertì la versione dei fatti accusandolo, davanti al di lui padre, d’esser stata sedotta, il genitore credendo alla sua menzogna; Cacciaguida anticipa a Dante simil cacciata dalla sua adorata città natia, macchinazione alla quale già starebbe lavorando il pontefice Bonifacio VIII (1230-1303) architettando — in collaborazione con i guelfi neri di Corso Donati — la capitolazione di Firenze a Carlo di Valois (1270-1325) e l’allontanamento della fazione di parte bianca.

La colpa seguirà la parte offensa
in grido, come suol; ma la vendetta
54 fia testimonio al ver che la dispensa.

La colpa verrà accollata (La colpa seguirà) pubblicamente (in grido), come avvien di prassi (suol), alla parte lesa (offensa); ma la vendetta dell’Onnipotente sarà testimonianza della verità (fia testimonio al ver) che lo assegna (la dispensa).

Come di consuetudine, la responsabilità verrà posta in capo agli espulsi, ma la giustizia divina farà il suo corso portando a galla la verità.

Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
57 che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu lascerai tutte le cose piacevoli alle quali sei maggiormente legato (ogne cosa diletta più caramente); e questo è quel dardo (quello strale) che l’arco dell’esilio saetta per primo (pria).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XVII • François-Maurice Roganeau (1883-1973), Cacciaguida predice il futuro di Dante, La Divina Commedia dipinta, 1912 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
François-Maurice Roganeau (1883-1973), Cacciaguida predice il futuro di Dante
La Divina Commedia dipinta, 1912

 

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
60 lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.

Tu proverai sia com’è salato il (sì come sa di sale lo) pane altrui, quanto duro sia il tragitto (calle) del scender e risalir per l’altrui scale.

Dante proverà la sofferenza proveniente dall’esser strappato a quanto di più caro al suo petto, al contempo provando la durezza del doversi addestrare ad abitudini non familiari.

Il sale nel pane vien citato in quanto in Toscana è preparato tradizionalmente insipido.

E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
63 con la qual tu cadrai in questa valle;

E quel che ti risulterà più gravoso (graverà le spalle), sarà la malvagia e folle (scempia) compagnia con la quale tu cadrai in questa valle di lacrime;

che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr’ a te; ma, poco appresso,
66 ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.

la quale ti si volterà contro (si farà contr’ a te) colma d’ingratitudine, sconsideratezza e sfacciataggine (che tutta ingrata, tutta matta ed empia); ma, poco dopo (appresso), sarà lei (ella), non tu, ad aver le tempie rosse.

Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì ch’a te fia bello
69 averti fatta parte per te stesso.

Le sue azioni (il suo processo) saranno testimonianza (farà la prova) della di lei barbarie (bestialitate); di conseguenza per te sarà stato positivo essertene affrancato (sì ch’a te fia bello averti fatta parte per te stesso).

La “compagnia malvagia e scempia” che condividerà triste uscita dai fiorenti confini è quella della compagine d’altri fuoriusciti, ovvero all’aggregazione che andò formandosi fra guelfi bianchi e ghibellini ‘messi alla porta’, alle cui cospirazioni inizialmente Dante aderì, in seguito affrancandosene e ricevendo in risposta costanti e meschine riprensioni.

Le tempie, vermiglie tra sangue e vergogna, verosimilmente sarebbero quelle degli sconfitti nella battaglia della Lastra, zona sui declivi collinari di Monterinaldi ove, nel luglio del 1304, i guelfi bianchi fuoriusciti tentarono, invano, d’irrompere in Firenze, attacco armato a cui l’Alighieri non prese parte, non condividendone l’efferatezza, il devastante esito dandogli sacrosanta ragione.

Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
72 che ’n su la scala porta il santo uccello;

Il tuo primo rifugio, nonché prima dimora (ostello), sarà la cortese accoglienza dell’insigne uomo dell’Italia settentrionale (del gran Lombardo) nel cui stemma di famiglia, sopra la scala, troneggia l’aquila imperiale (il santo uccello);

ch’in te avrà sì benigno riguardo,
che del fare e del chieder, tra voi due,
75 fia primo quel che tra li altri è più tardo.

colui di te avrà talmente benevolo (sì benigno) riguardo che, tra voi due, il realizzarsi d’un desiderio precederà il chiederne, all’opposto di quanto solitamente accade (del fare e del chieder fia primo quel che tra li altri è più tardo).

Il “gran Lombardo” che per primo ospitò Dante fu il signore di Verona Bartolomeo I della Scala (1277-1304), uomo talmente generoso e disponibile il quale, da quanto s’evince dalle terzine, parrebbe realizzasse ogni desiderio dello stimato ospite ancor prima che venisse espresso.

In cima alla scala illustrata sullo scudo gentilizio di famiglia, Bartolomeo fece aggiungere il “santo uccello”, plausibilmente in omaggio all’emblema araldico di Federico II di Svevia (1194-1250), del quale sposò la pronipote Costanza d’Antiochia (1270 circa – 1304).

Con lui vedrai colui che ’mpresso fue,
nascendo, sì da questa stella forte,
78 che notabili fier l’opere sue.

Con lui vedrai chi, nascendo, ricevette un tal ed intenso influsso dal Cielo di Marte (’mpresso fue sì da questa stella forte), da giovarne in nomea le memorabili gesta (che notabili fier l’opere sue).

Non se ne son le genti ancora accorte
per la novella età, ché pur nove anni
81 son queste rote intorno di lui torte;

Le persone non se ne son ancora accorte per la sua giovane (novella) età, essendo solamente nove anni che le sfere celesti (queste rote) gli ruotano (torte) intorno;

Trattasi di Cangrande I della Scala (1291-1329), a cui marziani influssi stimolarono leggendarie prodezze, delle quali — al momento del suo narrarne da parte di Cacciaguida — nessuno essersi ancor conto, data la giovanissima età di nove anni.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XVII • Lodovico Pogliaghi (1857-1950), Ingresso trionfale di Cangrande Della Scala in Padova, Il Rinascimento e le Signorie italiane di Francesco Bartolini, 1897 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Lodovico Pogliaghi (1857-1950), Ingresso trionfale di Cangrande Della Scala in Padova
l Rinascimento e le Signorie italiane di Francesco Bartolini, 1897

 

ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni,
parran faville de la sua virtute
84 in non curar d’argento né d’affanni.

ma prima che ’l Guasco inganni l’insigne (alto) Arrigo, precoci faville del suo valore morale (de la sua vitte) saranno evidenti nella di lui incuria del denaro e della fatica (in non curar d’argento né d’affanni).

Il “Guasco” fu sdegnosa apposizione affibbiata a papa Clemente V (1264-1314), già apparso nel diciannovesimo Canto dell’Inferno ed animosamente spregiato per aver rimosso la propria protezione apostolica ad Arrigo VII di Lussemburgo (1273-1313) — oltre che aizzandogli contro guelfi ed Angioini — dopo averlo personalmente convinto all’entrata in Italia, clamorosamente tradendolo con turpe raggiro.

Le sue magnificenze conosciute
saranno ancora, sì che ’ suoi nemici
87 non ne potran tener le lingue mute.

Le sua nota magnanimità raggiungerà siffatta popolarità (Le sue magnificenze conosciute saranno ancora) che perfin i suoi nemici non potranno tacerne (ne potran tener le lingue mute).

A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;
per lui fia trasmutata molta gente,
90 cambiando condizion ricchi e mendici;

Affidati a lui ed alle sue elargizioni (A lui t’aspetta e a’ suoi benefici); da (per) lui molta gente verrà modificata (fia trasmutata), invertendo (cambiando) reciproca condizione facoltosi e mendicanti (mendici);

e portera’ne scritto ne la mente
di lui, e nol dirai»; e disse cose
93 incredibili a quei che fier presente.

e porterai impresse nella memoria queste notizie sul suo conto (portera’ne scritto ne la mente di lui), e lo tacerai (nol dirai)”; e Cacciaguida narra eventi (disse cose) che risulteranno incredibili anche a coloro che direttamente v’assisteranno (a quei che fier presente).

La munificenza di Cangrande toccò vette inaspettate, con inattendibile eco di notorietà e talvolta scambiando vissuti d’abbienti e disagiati.

È il diciottesimo Canto di Purgatorio a tratteggiare d’Alberto I della Scala, padre di sei figli, fra i quali i tre maschi Bartolomeo, Alboino e, per l’appunto, Cangrande: alla morte del primogenito Bartolomeo, nel 1304 gli successe Alboino il quale, una volta divenuto maggiorenne Cangrande, se lo aggregò, ambedue, nel 1311, rivestiti dell’incarico di vicari imperiali di Verona da Arrigo VII e dall’anno successivo, alla dipartita d’Alboino, Cangrande assumendo il timone in solitaria.

Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose
di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie
96 che dietro a pochi giri son nascose.

Indi aggiunge (Poi giunse): “Figlio, queste son i chiarimenti (le chiose) di quel che ti fu detto; ecco le insidie che t’aspettano nel giro di qualche anno (dietro a pochi giri son nascose).

Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie,
poscia che s’infutura la tua vita
99 vie più là che ’l punir di lor perfidie».

Però non voglio (vo’) che in te covi rancore (invidie) verso i tuoi concittadini (vicini), giacché (poscia che) la tua vita si protrarrà nel futuro ben più avanti nel tempo, rispetto al castigo prescritto per la (vie più là che ’l punir di) lor malvagità (perfidie).

Poi che, tacendo, si mostrò spedita
l’anima santa di metter la trama
102 in quella tela ch’io le porsi ordita,
io cominciai, come colui che brama,
dubitando, consiglio da persona
105 che vede e vuol dirittamente e ama:

Dopo che la santa anima, nel silenziarsi (tacendo), dimostra d’essersi alleggerita (si mostrò spedita) nell’aver completato (di metter) la trama in quella tela della quale Dante le aveva posto l’ordito (ch’io le porsi ordita), il poeta inizia a parlare (io cominciai), come fosse colui che, colto da perplessità (dubitando), brama consiglio da una persona che vede, vuole ed ama in fede a Dio:

Dopo aver paternamente esortato l’Alighieri al non farsi sangue amaro sull’onda delle avverse vicissitudini che lo travolgeranno, Cacciaguida cheta la sua voce, il vate incantevolmente allegorizzandone il sopraggiunto mutismo al perfezionamento dell’intreccio di spiegazioni dal beato ricamate, sulla stoffa a lui posta da Dante.

«Ben veggio, padre mio, sì come sprona
lo tempo verso me, per colpo darmi
108 tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;

Son alquanto consapevole (Ben veggio), padre mio, di come il tempo mi sproni addosso (verso me) al fin d’infierirmi una di quelle scosse (per colpo darmi tal), che accrescono in gravità difronte all’inerzia (ch’è più grave a chi più s’abbandona);

per che di provedenza è buon ch’io m’armi,
sì che, se loco m’è tolto più caro,
111 io non perdessi li altri per miei carmi.

è perciò opportuno ch’io m’attrezzi (buon ch’io m’armi) di prudenza (provedenza), cosicché, una volta defraudato del mio luogo prediletto (se loco m’è tolto più caro), io non me ne veda proibiti ulteriori a causa dei (io non perdessi li altri per) miei versi (carmi).

Giù per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte del cui bel cacume
114 li occhi de la mia donna mi levaro,
e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s’io ridico,
117 a molti fia sapor di forte agrume;

Giù per l’Inferno (lo mondo sanza fine amaro), e per il monte dalla cui bella cima (cacume) m’ascesero (mi levaro) gli occhi della mia signora (donna), poi attraverso i Cieli, di pianeta in pianeta (poscia per lo ciel, di lume in lume), ho appreso cose (quel) che s’io riporto (ridico), per molti avranno un sapore fortemente sgradevole (fia sapor di forte agrume);
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XVII • Marie Spartali Stillman (1844-1927), Beatrice, 1896 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Marie Spartali Stillman (1844-1927), Beatrice, 1896

 

e s’io al vero son timido amico,
temo di perder viver tra coloro
120 che questo tempo chiameranno antico».

e s’io viceversa mi mostrassi riluttante nel raccontar la verità (al vero son timido amico), temo di perder popolarità (viver) fra i posteri (coloro che questo tempo chiameranno antico)”.

L’Alighieri, a metà strada fra grata consapevolezza e nuovi dubbi, confida un’ultimo e titubante timore al trisnonno, ossia quello d’urtare taluni uomini al poetar in maniera zelantemente fida alla verità, allo stesso tempo ritenendo che il celar la stessa potrebbe minare la sua risonanza letteraria postuma.

Il “forte agrume” è termine che all’epoca si riferiva al sapor di qualsivoglia ortaggio dal sapore deciso.

La luce in che rideva il mio tesoro
ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
123 quale a raggio di sole specchio d’oro;

La luce nella quale sfolgorava (in che rideva) il mio tesoro, ch’io lì trovi, si fa dapprima più splendente (fé prima corusca), come un raggio di sole riflesso nella lamina d’uno specchio dorato;

indi rispuose: «Coscïenza fusca
o de la propria o de l’altrui vergogna
126 pur sentirà la tua parola brusca.

quindi risponde: “Solamente (pur) le coscienze offuscate (fusca) dalla propria o dall’altrui vergogna percepiranno asprezza nelle tue parole (sentirà la tua parola brusca).

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua visïon fa manifesta;
129 e lascia pur grattar dov’è la rogna.

Ma nondimeno, levata qualsivoglia (rimossa ogne) menzogna, rivela la totalità di quanto da te visto (tutta la tua visione) nei tre regni dell’oltremondo; e lascia pur che chi ha (dovè) la rogna si gratti.

Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
132 lascerà poi, quando sarà digesta.

Perché se la tua voce sarà sgradita (molesta) ad un primo assaggio (gusto), quando poi sarà digesta, lascerà un vivifico nutrimento (vital nodrimento) di sé.

Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
135 e ciò non fa d’onor poco argomento.

Questo tuo grido farà come il vento quando percuote la più alte cime; e ciò ti rende un onore tutt’altro che di poco conto (non fa d’onor poco argomento).

Cacciaguida, affettuosamente ritenuto da Dante una gemma preziosa, si ravviva rifulgendo di letizia nel nucleo del suo stesso bagliore, rispondendo ch’esclusivamente le coscienze impure s’irriteranno al suon della verità, per poi gradatamente capirne l’inestimabile virtù intrinseca, l’elegiaco afflato dell’Alighieri sprigionandosi dal suo inchiostro come una folata di vento che, meravigliosamente impavida, si volgerà alle più elette sommità.

Però ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa
138 pur l’anime che son di fama note,
che l’animo di quel ch’ode, non posa
né ferma fede per essempro ch’aia
141 la sua radice incognita e ascosa,
142 né per altro argomento che non paia». 

Per questo, tanto in queste sfere celesti quanto in Purgatorio (nel monte) e nel regno infernale, ti son state mostrati soltanto spiriti di nota fama, dacché l’animo di colui che ascolta (quel ch’ode), non si compiace (posa), tantomeno si lascia persuadere (né ferma fede) su esempi che siano fondati su realtà poco conosciute od obliate (per essempro ch’aia la sua radice incognita e ascosa), né per altra argomentazione priva d’immediata evidenza (per altro argomento che non paia).

Ecco il motivo per cui a Dante, nel suo privilegiato peregrinar fra i tre regni, son state presentate sol anime d’elevato spessore, artistico o storico che fosse, non essendo l’interesse dei lettori calamitato da storie di poco conto o scarso seguito.

Prossimo capitolo s’avvierà sulle speculari e silenti riflessioni di trisavolo e pronipote: “Già si godeva solo del suo verbo quello specchio beato, e io gustava lo mio, temprando col dolce l’acerbo…”
 
 
 
 

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