Divina Commedia: Paradiso, Canto XVI

Raffaele Giannetti (1837-1915), Primo incontro di Dante e Beatrice, 1877

 
Nel Cielo di Marte, Dante ricama soave principio stupefacendosi al cospetto della nobiltà d’animo di Cacciaguida, consapevole di quanto siffatta virtù vada assiduamente coltivata come il più aggraziato dei giardini, al fin di mantenerne intatta la floridezza, poi tornando ad affabilmente dialogar col proprio trisavolo, tuttavia repentinamente a lui rivolgendosi non più con il ‘tu’, bensì con un referente ‘voi’, sul quale l’adorata Beatrice si lascia andare ad un premuroso e rallegrato sorriso, in gesto rimembrante la dama di Malehaut quando al primo incontro tra Lancillotto e Ginevra, si palesa fingendo di tossire, perché l’amato cavaliere capisca d’esser stato scoperto nei sentimenti.

Quattro sono le precise domande poste dall’Alighieri allo spirito del progenitore, ovverosia si svelare i suoi antenati, la sua data di nascita, la densità demografica di Firenze ai suoi tempi ed informazione sulle famiglie più ragguardevoli d’allora, quesiti ai quali Cacciaguida inizia a rispondere sull’onda d’un incontenibile ed evidente fervore, quindi della sua voce abbigliando la bellezza di quaranta terzine e solitario versetto conclusivo, partendo con il dichiarare i propri natali, proseguendo con brevissimo accenno ai propri avi ed agli abitanti di Firenze, dunque aprendo una lunga lista di casate passate in mnemonica rassegna e le cui vicissitudini resuscitate in fase di racconto al pronipote, portandolo a riflettere su come alla degenerazione delle città seguiti quella delle dinastie che la popolano, il beato spirito imputando la causa prima del generale sfascio alla mistura della popolazione scaturita dallo stanziarsi di cittadini sopraggiunti da località attigue, essi contaminando la purezza indigena del popolo fiorentino.

Terminata la lunga lista dei lignaggi più gloriosi, Cacciaguida s’avvia a fine sermone lasciando un po’ di sé nella sua “Fiorenza” custodita dall’antiche mura, un pezzo di cuore perdendo su quel “giglio” che “non era ad asta mai posto a ritroso” ed un’altro frammento cardiaco staccandosi da Dante, fra corruccio ed elegia, nell’ascoltarlo ed all’apprender quanto la sua amata Firenze — il nido che infausta sorte gli leverà agli occhi nei suoi ultimi anni di vita, ai suoi passi ingratamente impedendo di riposarsi sul suolo natio che gli fu nido, sentimento e musa — fosse pura, briosa, equanime, unitaria e prospera, nell’eco d’un anima marziana rimembrata nei passati albori dello splendore andato, il cui eco sfonda il petto d’autore e lettore.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XVI • Guglielmo Giraldi, Manoscritto Urbinate Latino 365, XV secolo • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Guglielmo Giraldi, Manoscritto Urbinate Latino 365, XV secolo

 

O poca nostra nobiltà di sangue,
se glorïar di te la gente fai
3 qua giù dove l’affetto nostro langue,
mirabil cosa non mi sarà mai:
ché là dove appetito non si torce,
6 dico nel cielo, io me ne gloriai.

O nostra nobiltà di sangue di poco conto (poca), se incentivi gli uomini (la gente fai) a millantarti (glorïar di te) quaggiù sul mondo dove la nostra ambizione (l’affetto) è alquanto languida (langue), ciò non susciterà in me più alcun stupore (mirabil cosa non mi sarà mai): poiché ove l’aspirazione mantien la retta via (ché là dove appetito non si torce), intendo in Paradiso (dico nel cielo), io di te mi (me ne) gloriai.

La “nobiltà di sangue” è intesa come nobiltà d’animo nella sua concezione medievale e Dante ne raffronta il tender ad essa sulla terra o nei Cieli, nel regno di Dio non essendo possibile deragliar dalla retta via, come invece spesso succede in corso d’esistenza ed egli, al sol tastarne la paradisiaca magnificenza in Cacciaguida, nell’immediato comprende quanto nulla vi sia da sorprendersi se l’umanità viene costantemente orientata a glorificarsene.

Ben se’ tu manto che tosto raccorce:
sì che, se non s’appon di dì in die,
9 lo tempo va dintorno con le force.

Tu sei (se’) veramente (Ben) come un mantello (manto) che nell’immediato s’accorcia (tosto raccorce): per modo (sì) che, se non ti s’integra quotidianamente (s’appon di dì in die), il tempo ti rimpicciolisce giro giro tramite le sue forbici (va dintorno con le force).

In sartorial metafora la nobiltà d’animo vien descritta come una cappa la cui lunghezza debba esser valorizzata quotidianamente, pena il suo ridursi.

Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie,
in che la sua famiglia men persevra,
12 ricominciaron le parole mie;

Dal ‘voi’ che s’offrì (offerie) per la prima volta a Roma, nel cui utilizzo il suo popolo non si persevera (in che la sua famiglia men persevra), riprende il discorso dell’Alighieri (ricominciaron le parole mie);

Nel rivolgersi al proprio trisavolo, Dante passa dal ‘tu’ al ‘voi’, come già peraltro praticato nei confronti del pontefice Adriano V nel diciannovesimo Canto di Purgatorio, passando dal “Spirto in cui pianger matura quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi, sosta un poco per me tua maggior cura. Chi fosti e perché vòlti avete i dossi al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri cosa di là ond’io vivendo mossi” della trentunesima e trentaduesima terzina, al “Per vostra dignitate mia coscïenza dritto mi rimorse” del centotrentunesimo e centotrentaduesimo versetto.

L’abitudine all’utilizzo della seconda persona plurale all’interno d’una coversazione, secondo quanto asserito dall’Alighieri venne primariamente abbracciata nel tardo Impero dai Romani, sebben l’usanza in verità vide la luce nel terzo secolo d.C., verosimilmente Dante mal interpretando alcuni versi della ‘Farsaglia’ di Lucano in proposito ed invero il popolo laziale atto all’utilizzo della seconda persona singolare anche nel conversar con persone meritevoli di deferenza.

onde Beatrice, ch’era un poco scevra,
ridendo, parve quella che tossio
15 al primo fallo scritto di Ginevra.

quindi Beatrice, ch’era a breve distanza (un poco scevra), nel sorridere sembrò colei (ridendo, parve quella) che tossì sul (al) primo peccato messo a romanzo (fallo scritto) di Ginevra.

Nel celeberrimo romanzo francese in cui Ginevra e Lancillotto — leggendario guerriero alla corte di re Artù già citato nel quinto Canto infernale al centoventottesimo verso (di Lancialotto come amor lo strinse) — si dichiarano amore, è la dama di Malehaut, testimone in disparte d’incontro, a palesarsi fingendo di tossire, per avvisare il cavaliere, da ella amato, d’esser ormai al corrente dei sentimenti ch’egli aveva tenuto nascosto ed una sorta di parallelismo si crea con il bonario sorrider di Beatrice, al suo ascoltar la sventagliata di voi che il suo protetto dedicherà al proprio trisnonno.

Io cominciai: «Voi siete il padre mio;
voi mi date a parlar tutta baldezza;
18 voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io.

L’Alighieri riprende a parlare (Io cominciai): “Voi siete il mio capostipite (padre); voi mi permettete completa baldanza nel rivolgervi la parola (date a parlar tutta baldezza); voi m’elevate a tal punto, dal farmi sopravvalutar me stesso (levate sì, ch’i’ son più ch’io).

Il termine “beldezza” è qui inteso come amor proprio del poeta che Cacciaguida, al sessantasettesimo e sessantottesimo verso del precedente Canto, bramava d’udir, pregando il pronipote di manifestar qualsivoglia desiderio: “la voce tua sicura, balda e lieta suoni la volontà, suoni ’l disio”, Dante proclamandosi come immensamente e calorosamente incoraggiato all’aprirsi.

Per tanti rivi s’empie d’allegrezza
la mente mia, che di sé fa letizia
21 perché può sostener che non si spezza.

La mia mente è talmente inondata da mille gioie (Per tanti rivi s’empie d’allegrezza), dall’appagarsi di se stessa (che di sé fa letizia) nel riuscire a reggerla senza farsene soverchiare (perché può sostener che non si spezza).

L’Alighieri si compiace del fatto di riuscir a reggere emotivamente cotanta “allegrezza” e “letizia”, per modo da riuscir ad intrattener amorevole conversazione con Cacciaguida, parallelamente assecondandolo nella sua brama d’un piacevole e sincero colloquiar.

Ditemi dunque, cara mia primizia,
quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
24 che si segnaro in vostra püerizia;

Ditemi dunque, mio amato progenitore (cara mia primizia), chi furono i (quai fuor li) vostri antenati (antichi) e quale datazione venne registrata agli atti nel periodo delle (quai fuor li anni che si segnaro in) vostra fanciullezza (püerizia).

ditemi de l’ovil di San Giovanni
quanto era allora, e chi eran le genti
27 tra esso degne di più alti scanni».

ditemi quanti abitanti risiedevano all’epoca (quanto era allora) in Firenze (de l’ovil di San Giovanni), e quali (chi) eran le casate (genti) fra loro maggiormente meritorie (tra esso degne) dei seggi (di scanni) più prestigiosi (alti)”.

Lasciandosi addirittura andare nell’affettuosamente appellarlo “cara mia primizia”, Dante garbatamente avanza a Cacciaguida quattro quesiti, ovvero chi furono i suoi avi; quale fu il suo anno di nascita; all’epoca Firenze quanti dimoranti contava; infin quali eran in quegli anni le famiglie più altolocate e stimabili.

Come s’avviva a lo spirar d’i venti
carbone in fiamma, così vid’io quella
30 luce risplendere a’ miei blandimenti;

Similmente al ravvivarsi del (Come s’avviva) carbone allo soffiar del vento sulla (a lo spirar d’i venti in) fiamma, così l’Alighieri vede l’anima di Cacciaguida rifulgere alle sue blande esternazioni (vid’io quella luce risplendere a’ miei blandimenti);

e come a li occhi miei si fé più bella,
così con voce più dolce e soave,
33 ma non con questa moderna favella,
dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’
al parto in che mia madre, ch’è or santa,
36 s’allevïò di me ond’ era grave,
al suo Leon cinquecento cinquanta
e trenta fiate venne questo foco
39 a rinfiammarsi sotto la sua pianta.

e com’ella s’abbellisce (si fé più bella) allo sguardo di Dante (a li occhi miei), poi, con voce accresciuta sia in dolcezza che in soavità (più dolce e soave), seppur non nella lingua dei tempi nei quali visse il poeta (ma non con questa moderna favella), a lui dicendo (dissemi): “dal giorno dell’Annunciazione (Da quel dì che fu detto ‘Ave’) fin a quello del parto con cui mia madre, che adesso dimora in Paradiso (ch’è or santa), s’alleggerì (allevïò) del me di cui era gravida (ond’era grave), codesto pianeta di fuoco (questo foco) ha transitato per cinquecentottanta volte (cinquecento e cinquanta e trenta fiate) sotto la zampa del proprio Leone (sua pianta al suo Leon) per riaccendersi (rinfiammarsi).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XVI • Salvador Dalí (1904-1989), Cronologia di Cacciaguida, 1965 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Salvador Dalí (1904-1989), Cronologia di Cacciaguida, 1965

 
Cacciaguida sprizza luminoso entusiasmo, sfavillando oltremodo al sol pensier di poter appagar le curiosità del suo lontano parente ed iniziando il suo sermone con cadenza tipica volgare del primo Millecento, dapprincipio rispondendo alla seconda domanda, indi datando i suoi natali attorno al 1091, per riportar i quali facendo cenno alle volte in cui Marte è stato in congiunzione al suo confacente segno, nella costellazione del Leone, su calcoli effettuati in base al calendario fiorentino che quantificava gli anni ‘ab incarnatione’, vale a dire dal 25 marzo del primo anno a.C. ed i conteggi concernenti la nascita siderale di Cacciaguida — ossia quella in relazione al mese ‘sidereo’, quindi in rapporto ala rotazione della sfera lunare intorno al proprio asse, nonché al moto di rivoluzione intorno al pianeta terrestre — effettuati sui criteri di giudizio propri al celebre astronomo Alfragano, del quale la stima delle stelle più luminose srotolata sulla seconda, terza, quarta e quinta terzina del tredicesimo Canto del Paradiso: “quindici stelle che ’n diverse plage lo ciel avvivan di tanto sereno che soperchia de l’aere ogne compage; imagini quel carro a cu’ il seno basta del nostro cielo e notte e giorno, sì ch’al volger del temo non vien meno; imagini la bocca di quel corno che si comincia in punta de lo stelo a cui la prima rota va dintorno, aver fatto di sé due segni in cielo, qual fece la figliuola di Minoi allora che sentì di morte il gelo”.

Li antichi miei e io nacqui nel loco
dove si truova pria l’ultimo sesto
42 da quei che corre il vostro annüal gioco.

I miei antenati ed io nascemmo nel luogo (loco) dove ci s’incanala (si truova pria) nell’ultimo sestiere (sesto) sul tragitto in cui si svolge (da quei che corre) il vostro annuale palio (annüal gioco).

Basti d’i miei maggiori udirne questo:
chi ei si fosser e onde venner quivi,
45 più è tacer che ragionare onesto.

Ti sia sufficiente ascoltar ciò (Basti udirne) riguardo ai (d’i) miei avi (maggiori): chi gli stessi (ei) fossero (si fosser) e da dove venissero (onde venner quivi) è più opportuno tacerne che discorrerne con garbo (ragionare onesto).

Cacciaguida dunque prosegue rispondendo al primo quesito asserendo che, al pari dei progenitori, nacque nel quartiere fiorentino di San Pier Maggiore, in cui s’ergevan le cosiddette ‘case degli Alighieri’ e a tale zona si riferisce indicandola “ultimo sesto” e menzionando “annüal gioco”, poiché al crepuscolo del XII secolo, a motivo di ragioni amministrative e militari, la città perse la medievale suddivisione di quattro aree, passando a sei, appunto battezzate sestieri e dov’egli vide luce, divenne l’ultimo sul percorso del Palio in onore a San Giovanni Battista e che definisce “vostro”, ossia vissuto da Dante, poiché celebrazione iniziata in epoca successiva alla propria, confermando pertanto la facoltà delle anime di poter osservare il futuro.

Lo spirito non aggiunge altra notizia a riguardo, decidendo di mantener enigmatico riserbo ed auspicando che all’Alighieri possa bastar quanto detto.

Tutti color ch’a quel tempo eran ivi
da poter arme tra Marte e ’l Batista,
48 eran il quinto di quei ch’or son vivi.

Tutti coloro ch’a quel tempo erano atti alle armi (da poter arme) in Firenze (ivi), fra la statua di Marte ed il Battistero (’l Batista), erano un quinto di quelli oggigiorno esistenti (di quei ch’or son vivi).

Alla terza richiesta s’accenna a quante persone — abili nel maneggiar armi — permanessero fra la marziana statua sul Ponte Vecchio, già rammentata al centoquarantatreesimo e successivo versetto del tredicesimo Canto dell’Inferno e commento a seguito (I’ fui de la città che nel Batista mutò ’l primo padrone), e il battistero di san Giovanni, fonti storiche riportando effettivamente un incremento demografico da ventimila a centomila presenze tra l’inizio del dodicesimo secolo e quella del quattordicesimo.

Ma la cittadinanza, ch’è or mista
di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
51 pura vediesi ne l’ultimo artista.

Ma la cittadinanza, ch’è or amalgamata (misto) con chi provien dai Campi Bisenzio, da Certaldo e Figline Valdarno (Fegghine), ai tempi si mostrava (vediesi) pura fin al più dimesso artigiano (all’ultimo artista).

Oh quanto fora meglio esser vicine
quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo
54 e a Trespiano aver vostro confine,
che averle dentro e sostener lo puzzo
del villan d’Aguglion, di quel da Signa,
57 che già per barattare ha l’occhio aguzzo!

Oh quanto sarebbe (fora) meglio che quelle persone delle quali parlo (genti ch’io dico) fossero rimaste limitrofe (esser vicine), e che Firenze confinasse con (aver vostro confine) Galluzzo e Trespiano, piuttosto che le stesse le fossero interne (averle dentro), sopportando l’afrore (sostener lo puzzo) del villano d’Aguglione e di quello da Signa, la cui vista è aguzza al coglier qualsivoglia baratteria (che già per barattare ha l’occhio aguzzo)!

Il beato si rammarica della mescolanza avvenuta fra la popolazione fiorentina — fin ad allora autoctona in ogni suo componente — conseguita agli inurbati dei paesi attigui e compresi fra l’Incisa, Firenze e la Val d’Elsa e per questo ritenendo che sarebbe stato preferibile mantenersi ‘in statu quo ante’, di confini discorrendo e ad esempio territoriele portando Galluzzo e Trespiano, rispettivamente l’antico dazio sulla via senese e bolognese.

Il “villan d’Aguglion” fu il noto politico e giurista, originario della val di Pesa, Baldo d’Aguglione, influente e mutevole personalità nella Firenze di Dante ed a lui particolarmente inviso per il suo biasimevole favoritismo e per la reprensibile condotta esistenziale che lo vide implicato, nel 1299, in una falsificazione di documento processuali, a favor del priore Nicola Acciaioli, come narrato nel dodicesimo Canto di Purgatorio in esegesi alla centocinquesima riga: “ch’era sicuro il quaderno e la doga”; insieme a lui viene ricordato il magistrato Fazio Morubaldini, votato alla pratica del furto e della concussione, anch’esso sgradito all’Alighieri per aver operato intrighi contro l’Imperatore del Sacro Romano Impero Arrigo II di Lussemburgo (1273-1313).

Se la gente ch’al mondo più traligna
non fosse stata a Cesare noverca,
60 ma come madre a suo figlio benigna,
tal fatto è fiorentino e cambia e merca,
che si sarebbe vòlto a Simifonti,
63 là dove andava l’avolo a la cerca;

Se la gente ch’al mondo maggiormente devia (più traligna) non fosse stata matrigna (noverca) all’imperatore (per Cesare), viceversa benevola (ma benigna) come una madre nei confronti del proprio figlio, quel tal ch’è divenuto (fatto è) fiorentino, dedicandosi ad attività bancaria (e cambia) e commerciale (merca), sarebbe rimasto (vòlto) a Semifonte, là dove il nonno (l’avolo) batteva la campagna (andava a la cerca);

sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;
sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,
66 e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.

Montemurlo sarebbe (sariesi) ancor di proprietà dei Conti; i Cerchi sarebbero (sarieno) nella pieve (nel piover) d’Acone, e forse in Val di Greve i Buondelmonti.

Se la Curia non avesse prevaricato sull’Impero, salvaguardandolo in materno accudimento, i fiorentini banchieri e grossisti ancor starebbero a Semifonte, in Val d’Elsa, ed altre casate avrebbero mantenuto i loro possedimenti ad Acone, nella valle del Sieve ed in quella di Greve.

Sempre la confusion de le persone
principio fu del mal de la cittade,
69 come del vostro il cibo che s’appone;

Il miscuglio etnico della popolazione (confusion de le persone) fu da sempre fu causa prima del decadimento cittadino (principio del mal de la cittade), come lo è del vostro malessere il cibo che s’accumula;

e cieco toro più avaccio cade
che cieco agnello; e molte volte taglia
72 più e meglio una che le cinque spade.

dal momento che il toro cieco cade in anticipo (più avaccio) rispetto al cieco agnello; e molte volte taglia meglio una spada che cinque.

I conti Guidi erano guerrescamente contrapposti fra ghibellini e guelfi; i Cerchi erano in capofila dei guelfi bianchi; i Buondelmonti possedevano il castello di Montebuoni, andato distrutto, nella totalità devastanti effetti che Cacciaguida imputa all’eccessivo inurbamento succitato, allegorizzandone paragone con il cibo che si somma a quello indigesto, provocando disagio fisico.

Le metafore del “cieco toro” che casca prima del “cieco agnello” e dell’unica spada ch’è più affilata di cinque significano che una cittadina oggetta a malgoverno decade prima, qualora di maggiori dimensioni, e che un paese coeso e concorde opera meglio d’uno frammentato e multiforme.

Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
come sono ite, e come se ne vanno
75 di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
udir come le schiatte si disfanno
non ti parrà nova cosa né forte,
78 poscia che le cittadi termine hanno.

Se ti soffermi a riflettere (tu riguardi) come Luni ed Urbisaglia siano scomparse (sono ite), e come ad esse stiano a ruota (se ne vanno di retro) Chiusi e Senigallia, non ti parrà insolito (nova cosa), tantomeno intellegibile (né forte), apprender (udir) come le grandi famiglie (schiatte) si sfascino (disfanno) in seguito al venir meno delle città (poscia che le cittadi termine hanno).

Luni fu antica città etrusca sopra Carrara, dalla quale prende il nome la Lunigiana; l’odierna Urbisaglia, anticamente “Orbisaglia”, è un borgo dell’Appennino umbro-marchigiano che venne raso al suolo nel quinto secolo dai Visigoti; Chiusi è citta della Val di Chiana; l’attuale Sinigaglia è balneare e prosperoso luogo che nel quattordicesimo secolo si spopolò a causa della malaria e fu più volte depredato da signorotti e pirati.

Le vostre cose tutte hanno lor morte,
sì come voi; ma celasi in alcuna
81 che dura molto, e le vite son corte.

Le materialità terrene son completamente mortali (Le vostre cose tutte hanno lor morte), così come voi; ma tal caducità si camuffa in quelle più durevoli (celasi in alcuna che dura molto), mentre l’esistenza umana è alquanto breve (e le vite son corte).

Talune fallacità, agli occhi umani appaiono immortali.

E come ’l volger del ciel de la luna
cuopre e discuopre i liti sanza posa,
84 così fa di Fiorenza la Fortuna:

E come l’intercalarsi delle fasi lunari (’l volger del ciel de la luna) ricopre (cuopre) e sveste (discuopre) la fasce costiere senza tregua (i liti sanza posa), in egual modo su Firenze agisce la sorte (così fa di Fiorenza la Fortuna):

per che non dee parer mirabil cosa
ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini
87 onde è la fama nel tempo nascosa.

pertanto non deve sbigottir (per che non dee parer mirabil cosa) ciò ch’io dirò degli aristocratici (de li alti) fiorentini la cui nomea cadde nell’oblio (onde è la fama nascosa) nello scorrer del tempo.

Cacciaguida afferma che il destino s’accanì su Firenze al pari di come i cicli lunari influiscono sulle alte o basse maree, ragion per la quale Dante non dovrà meravigliarsi di quant’egli andrà a narrare riguardo al degradamento dell’aristocrazia fiorentina, entrando nel vivo del quarto interrogativo a lui posto dall’Alighieri ed elencando una quarantina d’esimie casate.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XVI • Augusto Bastianini (1875-1938), Firenze ai tempi di Cacciaguida, ca. 1902 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Augusto Bastianini (1875-1938), Firenze ai tempi di Cacciaguida, ca. 1902

 

Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
90 già nel calare, illustri cittadini;

Io vidi li Ughi ed i Catellini, i Filippi, i Greci, gli Ormanni e gli Alberichi, sebben già in fase di decadenza (già nel calare), ancor illustri cittadini;

e vidi così grandi come antichi,
con quel de la Sannella, quel de l’Arca,
93 e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.

e vidi, tanto autorevoli quanto nell’antichità (così grandi come antichi), alcuni esponenti delle dinastie (con quel de la) Sanella, dell’Arca, Soldanieri, Ardinghi e Bostichi.

Sovra la porta ch’al presente è carca
di nova fellonia di tanto peso
96 che tosto fia iattura de la barca,
erano i Ravignani, ond’è disceso
il conte Guido e qualunque del nome
99 de l’alto Bellincione ha poscia preso.

Nei pressi della (Sovra la) porta ch’al presente è carica della nuova fellonia ch’è talmente greve da divenir presto (di tanto peso che tosto fia) sfacelo (iattura) della barca, risiedevano i Ravignani, dai quali è disceso il conte Guido e chiunque abbia in seguito ereditato il (qualunque ha poscia preso del) nome del (de l’alto) Bellincione.

La “fellonia” richiama lo svigorito e menzognero comportamento dei Cerchi nei confronti del conte Carlo di Valois (1270-1325) e una variazione del termine affiora al ventiquattresimo verso del sesto Canto purgatoriale: “guarda come esta fiera è fatta fella”.

Dal Bellincione Berti, membro della patrizia stirpe dei Ravignani, discende, attraverso la di lui figlia Gualdrada, il conte, politico e condottiero Guido Guerra V (1220-1272) dei conti Guidi; tramite un’ulteriore figliola il ceppo del lignaggio Donati; collegamento d’una terza il ramo degli Adimari e per mezzo d’una quarta, unitasi in matrimonio con Alighiero I, gli Alighieri, per modo che sia il nonno che un cugino di Dante tal nome avevano in capo.

Quel de la Pressa sapeva già come
regger si vuole, e avea Galigaio
102 dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.

Gli appartenenti alla dinastia (Quel de la) Pressa eran davvero consapevoli (sapeva già) di come si dovrebbe governare (regger si vuole), e i Galigai già avevano (avea) in casa l’elsa e l’impugnatura (’l pome) della spada dorata.

La doratura del pomo e dell’elsa della spada era segno distintivo dei cavalieri.

Grand’era già la colonna del Vaio,
Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
105 e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.

Era già rinomato (Grand’) il blasone con la colonna del vaio, così come le famiglie Sacchetti, Giuochi, Fifanti, Barucci, Galli e coloro che s’imbarazzano d’aver manipolato (quei ch’arrossan per) lo staio.

Il “vaio” è un’araldica pelliccia nella quale sono unite in treccia campanule azzurre ed argentate ed la “colonna” è la banda verticale dello scudo gentilizio; un palo di vaio vermiglio sul campo rappresentava lo stemma della casata Pigli.

Coloro “ch’arrossan per lo staio” furono i Chiaramontesi, colpevoli d’aver manomesso la misurazione del sale, come illustrato nel dodicesimo Canto di Purgatorio, in calce alla trentaseiesima terzina, nel vocabolo “doga”, insieme al “quaderno” poco fa menzionato.

Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
era già grande, e già eran tratti
108 a le curule Sizii e Arrigucci.

La stirpe dalla quale discesero (Lo ceppo di che nacquero) i Calfucci era già eccelsa (grande), e già avevano ricoperto ragguardevoli cariche pubbliche (eran tratti a le curule) i Sizi e gli Arrigucci.

La parola “curule” riaggancia la ‘sella curulis’ dei primi pretori romani.

Oh quali io vidi quei che son disfatti
per lor superbia! e le palle de l’oro
111 fiorian Fiorenza in tutt’i suoi gran fatti.

Oh quanta potenza potei vedere in coloro (Oh quali io vidi quei) che s’autodistrussero con (son disfatti per) la loro superbia! e lo stemma con le palle d’oro rendeva onore a Firenze in qualsiasi eccellente impresa (fiorian Fiorenza in tutt’i suoi gran fatti).

Coloro che “son disfatti per lor superbia” furono verosimilmente gli Uberti, condannati al rogo e dei quali vennero distrutte le dimore e profanati i sepolcri; ne tratta il decimo Canto infernale.

Le “palle d’oro” fuguravano nell’emblema dei Lamberti e sempre la Cantica infernale ne tratteggia, al suo ventottesimo Canto.

Così facieno i padri di coloro
che, sempre che la vostra chiesa vaca,
114 si fanno grassi stando a consistoro.

Così facevano i progenitori (avi) padri di coloro che ora, ad ogni posto vacante nella (sempre che vaca) vostra chiesa, s’arricchiscono presenziando in consiglio come influenti prelati (si fanno grassi stando a consistoro).

Membri delle casate Tosinghi e Visdomini s’approfittarono oltremisura, a proprio vantaggio, d’ogni diocesi fiorentina vacante, vantando diritto d’amministrazione sulle rendite vescovili.

L’oltracotata schiatta che s’indraca
dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente
117 o ver la borsa, com’agnel si placa,
già venìa sù, ma di picciola gente;
sì che non piacque ad Ubertin Donato
120 che poï il suocero il fé lor parente.

Già iniziava l’ascesa (venìa sù), seppur d’umili origini (ma di picciola gente), la tracotante congrega (L’oltracotata schiatta) che si fa drago alle calcagna di (s’indraca dietro a) chi fugge, all’opposto rabbonendosi (si placa) come un agnello verso chi mostri i denti o la borsa; per modo da disdegnar (sì che non piacque ad) Ubertin Donati del fatto che poi il suocero li avesse imparentati (il fé lor parente).

Indomiti profittatori, gli Adimari-Cavicciuli si fecero strada nel benessere con infima vanagloria ed il “suocero” du cui si parla è sempre Bellincione Berti il quale, come già detto, aveva dato in sposa una figlia a un Donati, con il convolar a nozze dell’altra figlia agli Adimari, legando a parentela le due famiglie, con sentita indignazione dell’Ubertin.

Già era ’l Caponsacco nel mercato
disceso giù da Fiesole, e già era
123 buon cittadino Giuda e Infangato.

I Caponsacchi eran già discesi giù da Fiesole, nelle adiacenze del Mercato Vecchio, e già eran divenuti eminenti (buon) cittadini i Giuda e gli Infangato.

Io dirò cosa incredibile e vera:
nel picciol cerchio s’entrava per porta
126 che si nomava da quei de la Pera.

Io dirò una cosa incredibile, ma veritiera (e vera): nella cerchia antica (nel picciol cerchio) s’entrava per una porta che prendeva nome dalla famiglia dei (si nomava da quei de la) Pera.

Nella vecchia cinta muraria, alle spalle di San Pier Scheraggio, v’era Porta Peruzza, il cui appellativo in omaggio ai Della Pera, fatto che provocherebbe incredulità nell’Alighieri, dato il tracollo totale della loro reputazione.

Ciascun che de la bella insegna porta
del gran barone il cui nome e ’l cui pregio
129 la festa di Tommaso riconforta,
da esso ebbe milizia e privilegio;
avvegna che con popol si rauni
132 oggi colui che la fascia col fregio.

Chiunque si pregi della (Ciascun che porta de la) bella insegna del gran signore (barone) i cui nome e meriti (’l pregio) vengono commemorati (riconforta) il giorno festivo in onore di san Tommaso, da esso furono investiti cavalieri nella concessone di lui fregiarsi (ebbe milizia e privilegio); nonostante oggigiorno (avvegna che oggi) colui che si fregia con una fascia quell’insegna, patteggi per (si rauni con) il popolo.

Il “gran barone” fu il marchese di Toscana Ugo il Grande (950 d.C. – 1001 d.C.), vice imperiale d’Ottone III di Sassonia (980 d.C. – 1002 d.C.); essendo morto il 21 dicembre del 1001, coincidente con quello di san Tommaso apostolo, per secoli di quella data avvenne celebrazione nell’antica chiesa di Badia, luogo di sepoltura d’Ugo.

A passar dalla parte del popolo, nonostante il vicariato imperiale del quale era fregiata la sua casata, fu invece il politico Giano della Bella (seconda metà del tredicesimo secolo – 1306 circa), fautore degli ‘Ordinamenti di giustizia’ in base ai quali la nobiltà veniva esclusa dal governo cittadino.

Già eran Gualterotti e Importuni;
e ancor saria Borgo più quïeto,
135 se di novi vicin fosser digiuni.

Già esistevano (eran) i Gualterotti e gli Importuni); e Borgo Santi Apostoli sarebbe maggiormente tranquillo (saria più quïeto), se di nuovi vicini fosse scevro (novi vicin fosser digiuni).

La casa di che nacque il vostro fleto,
per lo giusto disdegno che v’ha morti
138 e puose fine al vostro viver lieto,
era onorata, essa e suoi consorti:
o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
141 le nozze süe per li altrui conforti!

La dinastia dalla quale ebbero origine le vostre sciagure (casa di che nacque il vostro fleto), per effetto della sacrosanta indignazione (lo giusto disdegno) che v’ha danneggiati (morti), interrompendo il (e puose fine al) vostro quieto (lieto) vivere, era degna onorata, e con lei l’intera sua consorteria (essa e suoi consorti): O Buondelmonte, qunto sbagliasti male rifuggire le nozze con una giovane di quella famiglia, dando retta ad errati parer.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XVI • Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921

 

Molti sarebber lieti, che son tristi,
se Dio t’avesse conceduto ad Ema
144 la prima volta ch’a città venisti.

Molti di coloro che son tristi, sarebbero lieti se Dio t’avesse lasciato annegare (conceduto) nell’Ema la prima volta che giungesti in (venisti a) città.

Ma conveniesi, a quella pietra scema
che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse
147 vittima ne la sua pace postrema.

Ma era destino (conveniesi) che Firenze, al logorio del proprio stato pacifico (ne la sua pace postrema), immolasse (fesse) una vittima su quella pietra tagliuzzata (scema) che piantona (guarda) il ponte.

Trattasi degli Amidei e proprio con una loro componente rifiutò di mantener promessa di matrimonio Buondelmonte de’ Buondelmonti (?-1216), dacché mal consigliato, indi i di lei familiari assassinandolo, a vendetta d’oltraggio, sotto la statua tronca, reputata di Marte, che presiede il Ponte Vecchio e in omaggio alla quale qualcuno non si rattristò per la vittima immolata, mentre altri se ne crucciarono, in Firenze l’episodio aprendo un bellicoso contrasto tra guelfi e ghibellini.

L’Ema è un corso torrentizio che sfocia tra la val di Greve ed il castello dei Buondelmonti.

Con queste genti, e con altre con esse,
vid’io Fiorenza in sì fatto riposo,
150 che non avea cagione onde piangesse.

Con questi genti, e con altre insieme ad esse, io vidi Firenze in cosiffata pace (sì fatto riposo), da non aver motivo alcuno per cui piangere (che non avea cagione onde piangesse).

Con queste genti vid’io glorïoso
e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio
153 non era ad asta mai posto a ritroso,
154 né per divisïon fatto vermiglio».

Con queste genti io vidi il suo popolo orgoglioso (glorïoso) e giusto, al punto che il giglio non era mai stato capovolto (posto a ritroso) sull’asta, tantomeno fattosi rosso per diatribe politiche (né per divisïon fatto vermiglio).

Cacciaguida conclude con infinita e malinconica nostalgia della Firenze che fu, nella quale mai accadde che la sua bandiera, con rispettivo giglio in effigie, venne capovolta e trascinata, com’era usanza fare con gli stendardi dei vinti.

Il “fatto vermiglio” potrebbe riferirsi al giglio sporcato di sangue durante le successive guerriglie, oppure al fatto che, da bianco su sfondo rosso venne modificato in rosso su sfondo bianco nel 1251, dopo la vittoria dei guelfi.

Sarà la madre di Fetonte ad alzar successivo sipario: “Qual venne a Climenè, per accertarsi di ciò ch’avëa incontro a sé udito, quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi…”
 
 
 
 

Skip to content