Divina Commedia: Paradiso, Canto XIV

Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1912-41

 
Nell’ultimo tratto del quarto Cielo, il quattordicesimo Canto s’apre sul silenzio di Tommaso d’Aquino e sulla presa di parola da parte di Beatrice, la quale incita gli spiriti sapienti a delucidare una questione tanto cara al suo Dante, vale a dire riguardo alla durata temporale del fascio di luce divina sulle anime e su come sia possibile che le stesse, quando nel giorno del Giudizio Universale verranno reinserite nei loro corpi, riescano a reggerne l’immenso bagliore.

Dopo un euforico ballo nascente sulla gaiezza dei beati nell’esaudire le richieste della donna — in tal maniera dissipando ogni perplessità giacente nella mente dell’Alighieri — a rispondere è una voce tenue, calda e delicata, quella di Salomone, non direttamente citato, il quale spiega come la luce Eterna avvolgerà gli spiriti per tutto il periodo della beatitudine, indi in eterno, aggiungendo che il giorno della resurrezione i loro corpi verranno corroborati nelle facoltà fisiche, per modo da riuscire a reggerne l’irraggiamento della grazia di Dio, della quale il sovrano d’Israele delinea il moto intimo in ogni anima, direttamente collegato all’ardor di carità d’ognuna.

Al semplice nominar le spoglie mortali, i beati s’uniscono in un collettivo ‘Amen’ che ne testimonia la smania di riunirsi alle proprie carni, nella rinnovata probità che le stesse — pregiandosi del rispettivo spirito effuso di misericordia — ritroveranno, suscitando acuita benevolenza nel Creatore, che le ama a sua immagine e somiglianza, gratificandole magnanimamente.

Nel frattempo, una schiera di nuove anime solari appare all’orizzonte rischiarando la volta celeste ed al contemplarle Dante raggiunge uno stato d’estatico stupore, misto ad ammirazione per quanto l’Altissimo sia in grado di manifestarsi attraverso di loro, brillanti a tal punto da faticarne l’osservazione e solamente l’infinita ed inesauribile bellezza di Beatrice ridona al poeta la forza della vista, la coppia nel mentre principiando ascesa al Cielo di Marte, che si palesa in tutta la sua rubiconda ed infuocata gradazione e nemmeno il tempo di manifestare gratitudine all’Onnipotente per aver avuto in dono la possibilità d’assistere a tal meraviglia, che ecco apparire due splendenti fasci di luce ricolmi d’altri beati — quelli degli spiriti militanti, che insieme alle Virtù popolano il quinto Cielo — porsi in forma di croce e pullulare in movimenti vivifici e sublimi al sol mirarli.

Da codeste anime fluttuanti s’eleva un glorifico inno al Signore, sulle note del quale l’Alighieri entra in visibilio, un attimo dopo scusandosi con i lettori per esser stato rapito da tal melodia, ancor prima di sciogliere i suoi occhi in quelli di Beatrice, nel Cielo di Marte non ancora deliziati di sguardo ed affinché il suo pubblico possa non giunger a credere ch’egli abbia trascurato o, ancor peggio relegato all’oblìo, la sua femminea ragione di vita, sulle ultime terzine si confida in intima ammissione, adducendo discolpa e sperando, nella sincerità delle sue parole, di rimediare ad eventuali malintesi, in cuor suo palpitando d’un amore, a parole indefinibile, per colei ch’è suo intimo respiro.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XIV • La Comedia di Dante Alighieri con la noua espositione di Alessandro Vellutello, 1544 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
La Comedia di Dante Alighieri
con la noua espositione di Alessandro Vellutello, 1544

 

Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro
movesi l’acqua in un ritondo vaso,
3 secondo ch’è percosso fuori o dentro:

Dal centro alla circonferenza (al cerchio), così come (e sì) dalla circonferenza al centro si muove l’acqua all’interno d’una bacinella tonda (in un ritondo vaso), a seconda che la percussione provenga dal bordo o dal mezzo (secondo ch’è percosso fuori o dentro):

ne la mia mente fé sùbito caso
questo ch’io dico, sì come si tacque
6 la glorïosa vita di Tommaso,
per la similitudine che nacque
del suo parlare e di quel di Beatrice,
9 a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:

nella mente di Dante (mia) balena nell’immediato (fé sùbito caso) il fenomeno riportato (questo ch’io dico), e ciò avviene non appena (sì come) lo spirito in gloria (la glorïosa vita) di Tommaso smette di parlare (si tacque), per l’analogia originatasi fra le sue parole (similitudine che nacque del suo parlare) e quelle (di quel) di Beatrice, la quale si compiace (a cui piacque) di principiar discorso in tal modo (sì cominciar):

In un rotondo catino d’acqua, se una percussione viene esercitata dal suo bordo, le onde che si vengono a formare sono soggette a moto centripeto, viceversa, qualora l’urto parta dal centro, l’oscillazione sarà centrifuga e nella tal metafora l’Alighieri lega il discorrere di d’Aquino — che parla dal confine della corona verso il centro, ove son posizionati appunto Dante e Beatrice — e quello di quest’ultima, il cui parlare parte dal mezzo e si spande verso l’esterno.

«A costui fa mestieri, e nol vi dice
né con la voce né pensando ancora,
12 d’un altro vero andare a la radice.

“A costui è essenziale andare alla (fa mestieri andare a la) radice d’un ulteriore verità (d’un altro vero), sebben non ve lo manifesti con la parola, tantomeno con il pensiero (e nol vi dice né con la voce né pensando ancora).

Diteli se la luce onde s’infiora
vostra sustanza, rimarrà con voi
15 etternalmente sì com’ell’ è ora;

Ditegli se la luce che germina (onde s’infiora) sulla vostra anima (sustanza), rimarrà eternamente con voi così com’ella è ora;

e se rimane, dite come, poi
che sarete visibili rifatti,
18 esser porà ch’al veder non vi nòi».

e, qualora così restasse (se rimane), dite come sarà possibile (esser porà), quanto tornerete ad essere (poi che sarete rifatti) visibili, che codesta luminosità non vi accechi (nòi), all’osservarla (al veder)”.

Beatrice, che come sempre legge nella mente dell’Alighieri — il pellegrino frattanto silente nella sua brama di sapere —anticipa i di lui quesiti, nello specifico chiedendo per quanto tempo i beati rimarranno avvolti nella luce divina e se la stessa non affaticherà i loro occhi nel momento della resurrezione, quando la loro carne si riunirà allo spirito.

Come, da più letizia pinti e tratti,
a la fïata quei che vanno a rota
21 levan la voce e rallegrano li atti,
così, a l’orazion pronta e divota,
li santi cerchi mostrar nova gioia
24 nel torneare e ne la mira nota.

Come coloro i quali — incitati (pinti) e trainati (tratti) da traboccante entusiasmo (più letizia) — danzano in cerchio (qui che vanno a rota) alzando (levan) la voce e, al tempo stesso (a la fïata), rinvigorendo i loro movimenti (rallegrano li atti), così, di fronte a quella richiesta puntuale ed ossequiosa (a l’orazion pronta e divota), le sante corone palesano rinnovata (li santi cerchi mostrar nova) gioia nel girare in tondo (torneare) e nella mirabile melodia (ne la mira nota).

Le anime manifestano spiccato e sentito entusiasmo nell’accondiscendere alla richiesta della santa donna.

Qual si lamenta perché qui si moia
per viver colà sù, non vide quive
27 lo refrigerio de l’etterna ploia.

Fra sé e sé, Dante riflette sul fatto che chi si lamenti della morte che sopraggiunge sulla terra (perché qui si moia), nell’ottica di dimorare in Paradiso (per viver colà sù), lo fa perch’ivi (quive) non ha avuto il privilegio di vedere (vide) il ristoro della perenne pioggia (lo refrigerio de l’etterna ploia) di beatitudine.

Alla vista della grazia che piove sui beati, l’Alighieri avanza una positiva concezione del trapasso terreno che, a suo parere, non potrebbe che venir condivisa da chiunque avesse il privilegio d’assistere a tal manifestazione di letizia.

Quell’uno e due e tre che sempre vive
e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno,
30 non circunscritto, e tutto circunscrive,
tre volte era cantato da ciascuno
di quelli spirti con tal melodia,
33 ch’ad ogne merto saria giusto muno.

Quel Dio ch’è uno e trino (Quell’uno e due e tre) e sempre vive e regna in questa Santissima Trinità (tre e ’n due e ’n uno), non circoscritto e che tutto circoscrive, dagli spiriti sapienti vien glorificato attraverso un canto talmente soave (di quelli spirti con tal melodia), da esser equanime premio (saria giusto muno) per qualsivoglia merito (ad ogne merto).

Le anime delle due ghirlande osannano il mistero della Santissima Trinità, nella doppia natura del Cristo e nell’esclusiva essenza divina, che tutto racchiude senza da nulla esser racchiusa e il semplice ascolto dell’inno celebrativo costituirebbe la giusta ricompensa per qualsiasi virtù.

E io udi’ ne la luce più dia
del minor cerchio una voce modesta,
36 forse qual fu da l’angelo a Maria,
risponder: «Quanto fia lunga la festa
di paradiso, tanto il nostro amore
39 si raggerà dintorno cotal vesta.

E Dante sente (io udi’) provenire una voce modesta dalla (ne la) luce più divinamente raggiante (dia) della corona interna (del minor cerchio) di beati — forse simile a quella dell’arcangelo Gabriele durante l’Annunciazione alla Beata Vergine (qual fu da l’angelo a Maria) — rispondere: “Per quanto perdurerà (fia lunga) il tripudio della beatitudine (la festa di paradiso), tanto il nostro amore s’abbiglierà della luminosità che irraggia (si raggerà dintorno cotal vesta).

Con incantevole timbro vocale, uno fra gli spiriti sapienti spiega al discepolo come il loro esser fasciati di celeste lucentezza sia perenne, dato il suo perdurare in linea alla loro condizione di grazia.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XIV • Julius Schnorr von Carolsfeld (1794-1872), Re Salomone e la Divina Sapienza, 1860 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Julius Schnorr von Carolsfeld (1794-1872), Re Salomone e la Divina Sapienza, 1860

 

La sua chiarezza séguita l’ardore;
l’ardor la visïone, e quella è tanta,
42 quant’ha di grazia sovra suo valore.

Il suo immane bagliore scaturisce (La sua chiarezza séguita) dall’ardore della nostra carità; ardor che seguita alla potenza della visione, e tal visione è talmente energica (quella è tanta), da esser proporzionale alla misericordia divina elargita in base alle qualità d’ognuno (quant’ha di grazia sovra suo valore).

Questo notevole luccicore è proporzionato all’ardore di carità di cui avvampa ogni anima, a sua volta tal ardore è correlato alla profondità della visione d’Iddio propria a ciascuna e ciò risulta fondamentale nel determinare la quantità di misericordia ricevuta, in maniera corrispettiva.

Come la carne glorïosa e santa
fia rivestita, la nostra persona
45 più grata fia per esser tutta quanta;

Non appena sarà (Come fia) rivestita la carne gloriosa e santa, la nostra persona sarà maggiormente gradita (più grata) al Creatore, in quanto riportata alla sua integrità (per esser tutta quanta);

per che s’accrescerà ciò che ne dona
di gratüito lume il sommo bene,
48 lume ch’a lui veder ne condiziona;

per tal ragione ella si potenzierà (per che s’accrescerà) della grazia illuminante (di gratüito lume) dall’Onnipotente, sommo bene, a noi concessa in dono (ciò che ne dona);

onde la visïon crescer convene,
crescer l’ardor che di quella s’accende,
51 crescer lo raggio che da esso vene.

ne consegue un costante ed inevitabile incremento dell’intensità di visione (onde la visïon crescer convene), al pari di quanto s’accrescerà l’ardore che della stessa s’infiamma e nutre (di quella s’accende) ed a sua volta aumentando la propagazione di luce (lo raggio) che dall’ardore proviene (da esso viene).

Ma sì come carbon che fiamma rende,
e per vivo candor quella soverchia,
54 sì che la sua parvenza si difende;

Ma così come il carbone che produce (rende) la fiamma, e che la surclassa nella vitalità dell’incandescenza (per vivo candor quella soverchia), per modo da mantenersi visibile (sì che la sua parvenza si difende);

così questo folgór che già ne cerchia
fia vinto in apparenza da la carne
57 che tutto dì la terra ricoperchia;

similmente (così) questo fulgore che fin d’ora ci avvolge (folgór che già ne cerchia) verrà sbaragliato (vinto), nel suo palese brillio (in apparenza), dai corpi che per ora sono ancor sepolti (da la carne che tutto dì la terra ricoperchia);

né potrà tanta luce affaticarne:
ché li organi del corpo saran forti
60 a tutto ciò che potrà dilettarne».

né potrà tanta luce spossarci (affaticarne) la vista: poiché (ché) gli organi del nostro corpo terreno saranno stati fortificati (forti), in modo da reggere la visione di tutto quanto li diletti (a tutto ciò che potrà dilettarne)”.

Nel giorno del Giudizio Universale, il corpo — temprato nelle sue parti vitali — s’impreziosirà del beato spirito a lui nuovamente congiunto, per modo da esser maggiormente benvoluto dall’Ente Supremo, con conseguente possibilità di poterLo direttamente osservare, motivo per cui, con ardor di carità ai massimi livelli, le facoltà visive corporali diverranno più efficienti dell’attuale luccichio fasciante, come fossero carbone che, nella sua arroventatura, vince sulla fiamma.

Tanto mi parver sùbiti e accorti
e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,
63 che ben mostrar disio d’i corpi morti:

Tanto all’Alighieri la anime delle due corone appaiono solerti (mi parver sùbiti) ed alacri (accorti) nel loro corale pronunziar (e l’uno e l’altro coro a dicer) “Amen!” (Amme!), dall’evidenziare in codesta esplicita maniera il desiderio delle loro spoglie mortali (che ben mostrar disio d’i corpi morti):

forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
66 anzi che fosser sempiterne fiamme.

forse non solamente (pur) per loro stesse, ma nella smania di riveder le rispettive madri (ma per le mamme), i padri e tutti gli altri che furono (fuor) cari al cuore, prima di trasmutare ad eterne (anzi che fosser sempiterne) fiamme.

Il sommo poeta vagheggia sullo smodato desiderio dei beati di riunirsi ai loro corpi, nonché di rivedere gli affetti più cari ed alle voci degli stessi affida un ‘Amen’ pronunciato nella forma popolare “Amme”.

Ed ecco intorno, di chiarezza pari,
nascere un lustro sopra quel che v’era,
69 per guisa d’orizzonte che rischiari.

Ed ecco nascere tutt’intorno alle sacre corone, uno sfolgorio (lustro), d’egual chiarore (di chiarezza pari), in aggiunta a quello già presente (sopra quel che v’era) e rassomigliante (per guisa) ad un orizzonte che si stia illuminando (rischiari).

E sì come al salir di prima sera
comincian per lo ciel nove parvenze,
72 sì che la vista pare e non par vera,
parvemi lì novelle sussistenze
cominciare a vedere, e fare un giro
75 di fuor da l’altre due circunferenze.

E così come al calar della (sali di) prima sera, fanno capolino nella volta celeste i primi barlumi di stelle (comincian per lo ciel nove parvenze), dallo sguardo confusamente distinguibili (sì che la vista pare e non par vera), a Dante sembra di scorger (parvemi cominciare a vedere), proprio in quella zona (lì), nuovi spiriti (novelle sussistenze) roteanti all’esterno delle (di fuor da) altre due corone (circunferenze).

Le nuove anime apparse nel quarto Cielo, di crepuscolare luce fasciate, al punto da esser appena percettibili, raffigurano verosimilmente la totalità di quelle solari, in aggiunta alle due dozzine appartenenti alla coppia di corone.

Oh vero sfavillar del Santo Spiro!
come si fece sùbito e candente
78 a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!

Oh verace (vero) sfavillar dello Spirito (Spiro) Santo! come diviene fulmineo (si fece sùbito) ed ardente (candente) alla vista dell’Alighieri la quale (a li occhi miei che), soverchiata (vinti), non riesce a sostenerlo (nol soffriro)!

Ma Bëatrice sì bella e ridente
mi si mostrò, che tra quelle vedute
81 si vuol lasciar che non seguir la mente.

Ma Beatrice gli si mostra talmente bella e sorridente, d’esser opportuno (si vuol) lasciar la sua immagine tra le visioni (quelle vedute) che la memoria non ebbe modo di fissare a sé (non seguir la mente).

Quindi ripreser li occhi miei virtute
a rilevarsi; e vidimi translato
84 sol con mia donna in più alta salute.

Quindi lo sguardo di Dante (li occhi miei) riguadagna (ripreser) la forza (virtute) di risollevarsi (a rilevarsi); ed egli si vede traslato (e vidimi translato), sol con la sua signora (mia donna), a un livello maggiore di beatitudine (in più alta salute).

Lo Spirito Santo rifulgente in esse trafigge gli occhi dell’Alighieri il quale, in un baleno, si corrobora per effetto della ridente beltà della donna amata, con ella avvertendosi in risalita a nuovo Cielo, ovvero il quinto, quello di Marte.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XIV • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri, 1889 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri, 1889

 

Ben m’accors’io ch’io era più levato,
per l’affocato riso de la stella,
87 che mi parea più roggio che l’usato.

Dante si rende conto appieno d’esser asceso (ben m’accors’io ch’io era più levato), per il fiammante brillar del pianeta (l’affocato riso de la stella), che gli pare (mi parea) più rosseggiante del solito (roggio che l’usato).

Marte è, da sempre, ritenuto il pianeta scarlatto e rovente per antonomasia.

Con tutto ’l core e con quella favella
ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto,
90 qual conveniesi a la grazia novella.

Con tutto il cuore (’l core) e con quel linguaggio in dote all’intera umanità (quella favella ch’è una in tutti), l’Alighieri offre al Signore tutto se stesso (a Dio feci olocausto), proprio come si confà (qual conveniesi) a quella nuova (novella) grazia ricevuta.

E non er’anco del mio petto essausto
l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi
93 esso litare stato accetto e fausto;

E nel suo animo ancor non s’è esaurito (er’anco del mio petto essausto) l’ardor del sacrificio, quand’egli s’accorge (ch’io conobbi) che la tal offerta votiva è già stata propiziamente accolta (esso litare stato accetto e fausto);

ché con tanto lucore e tanto robbi
m’apparvero splendor dentro a due raggi,
96 ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».

perché a lui appaiono (ché m’apparvero), dentro due zampilli di luce (raggi), dei beati splendenti (splendor) talmente abbaglianti (con tanto lucore) ed intrisi di cocente vermiglio (tanto robbi), dallo spronarlo a dir: “O Dio (Elïòs), quanto sublimemente li hai vestiti (che sì li addobbi) della tua luce!”.

L’esclamazione trova fondamento nell’assunto che il Sole — anticamente venerato nella divinità greca a sua personificazione, ovvero Helios — stia a simbolizzare l’Altissimo e la misericordia a lui innata, tuttavia è altrettanto plausibile che l’autore della Commedia utilizzi il termine “Elïòs” riagganciandosi ad ‘Ely’, vale a dire il nome ebraico con cui veniva indicato Padre Eterno e di cui Dante avrà probabilmente letto fra le pagine di ‘Magnae Derivationes’ — o ‘Liber derivationum’ — principale opera del giurista italiano, esperto in diritto canonico, Uguccione da Pisa (?-1210).

Come distinta da minori e maggi
lumi biancheggia tra ’ poli del mondo
99 Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;

Come la Via Lattea (Galassia), contraddistinta (distinta) da stelle (lumi) di svariate dimensioni (minori e maggi), biancheggia fra i poli celesti (del mondo) al punto (sì) da trarre in dubbio i grandi sapienti (che fa dubbiar ben saggi);

sì costellati facean nel profondo
Marte quei raggi il venerabil segno
102 che fan giunture di quadranti in tondo.

così costellati, quei due fastelli di luce (raggi) tracciano (facean) nel spessore (profondo) di Marte il venerando stemma (venerabil segno), delineando (che fan) nel cerchio (in tondo) le saldature dei (giunture di) quadranti.

L’Alighieri paragona i due nuovi fasci di spiriti apparsi alla Via Lattea — la cui natura mette a dura prova anche gli intelletti più sagaci — ed il loro intersecarsi, come a suddividere un cerchio in quattro identici quadranti, rende l’immagine della croce greca, ossia con bracci di medesima lunghezza, a differenza di quella latina, anche detta ‘crux immissa’ o ‘capitata’, nella quale invece i due segmenti hanno misure differenti, l’inferiore stando posizionato a tre quarti di quello maggiore.

Qui vince la memoria mia lo ’ngegno;
ché quella croce lampeggiava Cristo,
105 sì ch’io non so trovare essempro degno;

In questo frangente (Qui) la facoltà mnemonica di Dante ha la meglio sul suo intelletto (vince la memoria mia lo ’ngegno); essendo che in quella croce lampeggia l’immagine del Cristo in tal maniera che gli risulta impossibile (ch’io non so) trovare un idoneo (degno) termine di paragone (essempro);
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XIV • Tiburzio ‘Ezio’ Anichini (1886-1948) Paradiso, Canto XIV, 1925 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Tiburzio ‘Ezio’ Anichini (1886-1948) Paradiso, Canto XIV, 1925

 

ma chi prende sua croce e segue Cristo,
ancor mi scuserà di quel ch’io lasso,
108 vedendo in quell’albor balenar Cristo.

ma colui (chi) che prenda la sua croce, seguendolo (e segue Cristo), ancor saprà perdonare a Dante ciò ch’egli tralascia (mi scuserà di quel ch’io lasso) di descrivere in quanto, inabissato dal veder lampeggiare (vedendo balenare) il Cristo in quel luminoso candor (quell’albor).

Codesta magnifica visione, oltre che esser indelebile alla memoria dell’Alighieri ne limita le capacità intellettive, data la sua difficoltà a riportarne realisticamente e degnamente, egli confidando nella comprensione dei lettori per quanto la contemplazione del Cristo l’abbia piacevolmente annientato.

Alternativa parafrasi leggerebbe nella terzina la certezza dell’Alighieri che il perdono dei lettori possa concretizzarsi quando gli stessi, a loro volta, si troveranno a vivere medesima esperienza, con eguali effetti psicofisici.

Di corno in corno e tra la cima e ’l basso
si movien lumi, scintillando forte
111 nel congiugnersi insieme e nel trapasso:

Dall’una all’atra parte della fascia orizzontale (Di corno in corno) e tra la parte superiore (cima) e quella inferiore (’l basso) di quella verticale, fluiscono (si movien) lumi che scintillano possentemente (forte), tanto nella fase d’intersezione quanto in quella dell’oltrepasso (nel congiugnersi insieme e nel trapasso):

L’espressione “Di corno in corno”, scelta per rappresentare le due parti incrociate dei segmenti, richiama le due ali del fronte della legione romana allineata sul campo, denominate ‘cornua’.

Nell’intera croce v’è un fervente moto d’anime lucenti, le quali intensificano il lor furoreggiare tanto nell’incontrarsi sui punti di sutura quanto nel sorpassarsi.

così si veggion qui diritte e torte,
veloci e tarde, rinovando vista,
114 le minuzie d’i corpi, lunghe e corte,
moversi per lo raggio onde si lista
talvolta l’ombra che, per sua difesa,
117 la gente con ingegno e arte acquista.

così sulla terra (qui) si vedono (veggion) — in tragitto rettilineo od obliquo (diritte e torte), veloci o lente (e tarde), mutabili nell’aspetto (rinovando vista) — le particelle del pulviscolo atmosferico (minuzie d’i corpi), in forma allungata o poco estesa (lunghe e corte), spostarsi nel (moversi per lo) raggio di luce di cui talvolta si chiarisce (lista) l’ombra che, al fin di ripararsi (per sua difesa), la gente procaccia (acquista) con molteplici ed astute ingegnosità (ingegno e arte).

Rapisce la similitudine con gli eterei e fievoli corpuscoli atmosferici, piroettanti leggiadri nell’etere in giocosa danza sul lembo di sole che, beffardo, importuna la tranquillità della penombra d’un’ovattata stanza, ristoro d’oscurità in tanti istanti dell’umano essere cercato, ingannando pensieri al pari del fuoco della stella madre, la qual imperiosa e lieta, custodisce alla luna manto celeste.

E come giga e arpa, in tempra tesa
di molte corde, fa dolce tintinno
120 a tal da cui la nota non è intesa,
così da’ lumi che lì m’apparinno
s’accogliea per la croce una melode
123 che mi rapiva, sanza intender l’inno.

E come la giga e l’arpa, quando accordate in base alla tensione (in tempra tesa) di molte corde, producono (fa) un dolce suono (tintinnio) che rende impraticabile a chi l’ascolti il coglierne il disegno della composizione musicale (a tal da cui la nota non è intesa), così da quelle luci, ivi apparse a Dante (da’ lumi che lì m’apparinno), s’effonde lungo (s’accogliea per) la croce una melodia (melode) che lo ghermisce (mi rapiva), sebben egli non ne intenda il significato del testo cantato (sanza intender l’inno).

La “giga” è uno strumento ad arco tipico medievale non perfettamente individuabile, ma quasi certamente a suono pizzicato e, come l’arpa, viene portato ad esempio a conferma della difficoltà di discernerne il suono distinto d’ogni corda.

Ben m’accors’io ch’elli era d’alte lode,
però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci»
126 come a colui che non intende e ode.

L’Alighieri si rende pienamente conto (Ben m’accors’io) dell’esser l’inno (ch’elli era) una solenne glorificazione (d’alte lode), dato il giungergli ll’udito (però ch’a me venìa) le parole “Resurgi” e “Vinci”, tuttavia arrivandogli come a colui che non comprende (intende) appieno, nonostante le senta (e ode).

“Resurgere” e “Vinci” inneggiano sicuramente alla resurrezione di Cristo, ma nulla di più specifico è dato sapere dai versi che ne tratteggiano l’eco corale, peraltro non compiutamente inteso nemmeno da Dante stesso, secondo sua diretta asserzione.

Ïo m’innamorava tanto quinci,
che ’nfino a lì non fu alcuna cosa
129 che mi legasse con sì dolci vinci.

L’Alighieri s’innamora a tal punto (tanto quinci) del tal canto, d’affermare che fin a quell’istante (’nfino a lì) nient’altro l’aveva mai ammaliato (non fu alcuna cosa che mi legasse) con così dolci vincoli (vinci).

Forse la mia parola par troppo osa,
posponendo il piacer de li occhi belli,
132 ne’ quai mirando mio disio ha posa;

Può esser che il suo dire appaia alquanto impertinente (Forse la mia parola par troppo osa), posponendo l’incanto del bello sguardo (il piacer de li occhi belli) nella cui contemplazione (ne’ quai mirando) ogni suo desiderio si cheta (disio ha posa);

Il Dante infatuato è attraversato da un lieve senso di colpa per aver posposto la magnificenza degli occhi di Beatrice al piacere suscitato in lui dall’inno.

ma chi s’avvede che i vivi suggelli
d’ogne bellezza più fanno più suso,
135 e ch’io non m’era lì rivolto a quelli,
escusar puommi di quel ch’io m’accuso
per escusarmi, e vedermi dir vero:
138 ché ’l piacer santo non è qui dischiuso,
139 perché si fa, montando, più sincero.

ma chi rifletta (s’avvede) — considerando che quei vivificanti (che i vivi) suggelli di qualsivoglia beltà (d’ogne bellezza) accrescono il loro influsso (più fanno) ascendendo (più suso), e che l’Alighieri in quel Cielo ancor non li aveva osservati (ch’io non m’era lì rivolto a quelli) —lo potrà scusare (per escusarmi), appurando quant’egli sia veritiero (e vedermi dir vero): poiché la santa attrazione (’l piacer santo) di quegli occhi è inclusa in quanto da lui asserito (non è qui dischiuso), dato che, salendo (ché, montando), si purifica e perfeziona (si fa più sincero).

I “vivi suggelli” sono gli occhi della sua amata e dato per sottinteso il fatto che gli stessi s’elevino a perfezione proporzionalmente all’ascesa, Dante porta a sua discolpa l’aver affermato la sacrosanta verità, difatti, parallelamente all’invasamento sull’ode del glorifico inno, si staglia il suo rinnovato innamorarsi dello sguardo di Beatrice al suo osservarne, cosicché nessuno possa mai credere ch’egli l’abbia obliata, alla sua prima dichiarazione includendo la seconda.

Successiva narrazione partirà dalla “Benigna volontade in che si liqua sempre l’amor che drittamente spira, come cupidità fa ne la iniqua…”
 
 
 
 

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