Divina Commedia: Paradiso, Canto XI

Marcel Rieder (1862-1942), Dante e le amiche di Beatrice, 1895

 
Ancora nel Cielo del Sole assieme all’adorata Beatrice, Dante scaglia veemente invettiva contro il chimerico e deleterio fascino della materialità, dominante gran parte dell’umanità, con annesso inganno delle differenti professioni — alcune espressamente menzionate — laddove esercitate perseguendo secondi fini, altrimenti, in esclusivo desiderio di un ritorno pecuniario o di piacere.

Dopodiché, tra gli spiriti della corona, nel frattempo ritornati all’inizial postazione, Tommaso d’Aquino, in grado di leggere i pensieri del Sommo per divina virtù, riprende parola esplicando concetti precedentemente esposti ed attanaglianti la mente del poeta, ossia la corruzione dell’Ordine domenicano e la sapienza custodita da Salomone.

Il Santo principia da quando l’Altissimo individuò in due uomini i prediletti depositari ai quali affidare la salvaguardia della Chiesa, ovvero San Francesco d’Assisi e San Domenico di Guzmán, anime pie dall’obiettivo comune, a ragion per cui, afferma il frate esponente della Scolastica e dai contemporanei definito Doctor Angelicus, narrar d’uno equivale a raccontarli entrambi e dunque cominciando ad evocar l’esistenza del Giullare di Dio, cantandone trionfale apologia a partir dalla descrizione del luogo natio per poi dipingerne il cammino votato alla Povertà, unica e amata sposa, così accennando ai riconoscimenti conferitigli dai pontefici Innocenzo III e Onorio III, in ultimo il dono ricevuto dal Padre Eterno: le stigmate.

Conclude, Tommaso d’Aquino, denigrando l’immorale condotta di taluni domenicani che non s’attengono alla Regola dell’Ordine per sopraggiunta cupidigia, in tal modo svuotando di spiritualità la propria anima, questo, in sostanza, il significato intrinseco a quel ‘U’ ben s’impingua, se non si vaneggia’ tanto ostico all’Alighieri nel suo significato.

Per risolvere il secondo enigma, Dante dovrà invece aspettare ancora un poco, ma la pazienza che ne ha contraddistinto il lungo peregrinare, gli sarà affianco durante l’attesa, mano a mano il privilegiato da Dio avanzando la sua ascesa fino al meritato apice.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XI • Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921

 

O insensata cura de’ mortali,
quanto son difettivi silogismi
3 quei che ti fanno in basso batter l’ali!

O forsennata cupidigia terrena (insensata cura de’ mortali), quanto son difettosi (difettivi) quei sillogismi che ti fanno volare (batter l’ali) basso!

Dante esordisce con accalorato ammonimento nei confronti dell’umanità e del suo ambizioso ed avaro tendere verso frivoli passatempi e beni materiali.

I “silogismi” menzionati richiamano la logica deduttiva aristotelica che, sebben teoricamente inappuntabili, porterebbero a “difettivi” compimenti, qualora poggiati su ingannevoli principi o formulati in maniera inesatta.

Il “batter l’ali” — metafora già utilizzata in prima terzina del ventiseiesimo Canto infernale: “Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande che per mare e per terra batti l’ali, e per lo ‘nferno tuo nome si spande!” — nel suo volar rasoterra si riaggancia al settantaquattresimo versetto del precedente Canto, ove “chi non s’impenna sì che la sù voli”.

Chi dietro a iura e chi ad amforismi
sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
6 e chi regnar per forza o per sofismi,
e chi rubare e chi civil negozio,
chi nel diletto de la carne involto
9 s’affaticava e chi si dava a l’ozio,
quando, da tutte queste cose sciolto,
con Bëatrice m’era suso in cielo
12 cotanto glorïosamente accolto.

Chi intraprese la strada (sen giva) della giurisprudenza (dietro a iura) e chi quella della medicina (ad amforismi), chi seguendo carriera ecclesiastica (sacerdozio) e chi rincorrendo il potere (regnar) tramite soprusi od inganni (per forza o per sofismi), chi esercitando il furto (ruba) e chi dedicandosi alla pubblica amministrazione (civil negozio), chi lasciandosi sedurre dal piacere carnale (nel diletto de la carne involto) e chi abbandonandosi (si dava) all’ozio, viceversa mentre l’Alighieri, ormai affrancato dalla totalità di codeste illusorie inquietudini (quando, da tutte queste cose sciolto), insieme a Beatrice risalito (m’era suso) al Cielo del Sole, si percepisce tanto gloriosamente accolto.

Al plurale, il termine “iura” comprende il diritto civile e l’ecclesiastico, i cosiddetti ‘ius civile’ e ‘ius canonicum’ che Francesco Graziano, citato in trentacinquesima terzina appena un Canto fa, esercitò in compiacimento al regno celeste: “Quell’altro fiammeggiare esce del riso di Grazïan, che l’uno e l’altro foro aiutò sì che piace in paradiso”.

Poi che ciascuno fu tornato ne lo
punto del cerchio in che avanti s’era,
15 fermossi, come a candellier candelo.

Dopo che ciascuno degli appartenenti alla corona è ritornato nel punto del cerchio in cui si trovava precedentemente (in che avanti s’era), s’immobilizza (fermossi), come un cero (candelo) che sia fisso nel suo candeliere.

Il “punto del cerchio in che avanti s’era” è quello dove gli spiriti sostavano nel momento in cui ebbe inizio la loro rotazione.

E io senti’ dentro a quella lumera
che pria m’avea parlato, sorridendo
18 incominciar, faccendosi più mera:

E Dante, dall’interno di quel bagliore (lumera) che poco prima gli aveva (pria m’avea) parlato, il quale sorridendo si fa più vivo (mera), sente iniziar discorso (incominciar):

La radiazione luminosa dalla quale proviene la voce è quella in cui è custodita l’anima di Tommaso d’Aquino e al suo sorridere lo sfolgorio aumenta in maniera esponenziale.

«Così com’io del suo raggio resplendo,
sì, riguardando ne la luce etterna,
21 li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.

“Così com’io risplendo per irraggiamento della luce divina (del suo raggio), contemplandola (riguardando ne la luce etterna) similmente comprendo (sì apprendo) da dove provengono (onde cagioni) le tue perplessità (li tuoi pensieri).

Tommaso legge nella mente dell’Alighieri attraverso il chiarore d’Iddio nel pellegrino riflesso.

Tu dubbi, e hai voler che si ricerna
in sì aperta e ’n sì distesa lingua
24 lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna,
ove dinanzi dissi: ‘U’ ben s’impingua’,
e là u’ dissi: ‘Non nacque il secondo’;
27 e qui è uopo che ben si distingua.

Tu dubiti (dubbi) riguardo al mio discorso (lo dicer mio) — e desideri (hai voler) che lo stesso ti venga riproposto (si ricerna) in un linguaggio maggiormente comprensibile e corrente (in sì aperta e ’n sì distesa lingua), affinché sia abbordabile dalle tue facoltà ricettive (ch’al tuo sentir si sterna) — in riferimento a quando, innanzi, ti dissi: ‘U’ ben s’impingua’ e là ove (u’) dissi: ‘Non nacque il secondo’; e in tal frangente è necessario si facciano opportune distinzioni (qui è uopo che ben si distingua).

Le due locuzioni riportate richiamano rispettivamente il novantaseiesimo (u’ ben s’impingua se non si vaneggia) ed il centoquattordicesimo (a veder tanto non surse il secondo) verso del decimo Canto di codesta Cantica, a suo tempo discorrendo dell’Ordine domenicano e poi dell’impareggiabile saggezza in dote a Salomone.

La provedenza, che governa il mondo
con quel consiglio nel quale ogne aspetto
30 creato è vinto pria che vada al fondo,
però che andasse ver’ lo suo diletto
la sposa di colui ch’ad alte grida
33 disposò lei col sangue benedetto,
in sé sicura e anche a lui più fida,
due principi ordinò in suo favore,
36 che quinci e quindi le fosser per guida.

La provvidenza — che governa il mondo in base (con) a quel decreto (consiglio) rispetto al quale ogni creatura (ogne aspetto creato) si disorienta prima di raggiungerne il (è vinto pria che vada al) fondo, affinché (però che) la sposa di colui il quale, gridando a gran voce (ch’ad alte grida), l’aveva sposata con il proprio (disposò lei col) sangue benedetto, raggiungesse (andasse ver’) il suo amato (diletto) più sicura di sé ed anche a lui più fedele (fida) — conferì agli ordini (ordinò) due conduttori (principi) a sua custodia (in suo favore), che in ambedue i sensi la scortassero (quinci e quindi le fosser per guida).

Il “consiglio” è il disegno divino, imperscrutabile all’umanità ed a qualsiasi intelligenza creata; la “sposa” è la Chiesa militante, unita col sangue a Cristo sulla croce e assistita da due timonieri su direttiva celeste, le cui identità d’Aquino è in procinto di svelare.

L’un fu tutto serafico in ardore;
l’altro per sapïenza in terra fue
39 di cherubica luce uno splendore.

Uno fra i due arse di carità come un Serafino (L’un fu tutto serafico in ardore); l’altro, attraverso (per) la sua sapienza, effuse sul mondo lo sfavillio dei Cherubini (in terra fue di cherubica luce uno splendore).

I due “principi” posti a salvaguardia della Chiesa furono il religioso e poeta San Francesco d’Assisi (1181/1182-1226), nato Giovanni di Pietro di Bernardone, e San Domenico di Guzmán, già nominato al novantacinquesima linea dell’antecedente Canto (che Domenico mena per cammino), uomini di funzioni diversificate, ovvero al primo attribuita quella di potenziare la fede, al secondo incoraggiandola tramite cognizioni dottrinali (in sé sicura), i santi dunque assimilati all’ardore di carità ed alla sapienza, parallelamente correlati alle congrue intelligenze angeliche.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XI • Gian Giacomo Macchiavelli (1756-1811), La Divina commedia di Dante Alighieri con tavole in rame, 1821 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Gian Giacomo Macchiavelli (1756-1811), La Divina commedia di Dante Alighieri con tavole in rame, 1821

 

De l’un dirò, però che d’amendue
si dice l’un pregiando, qual ch’om prende,
42 perch’ad un fine fur l’opere sue.

Parlerò soltanto d’un di loro (De l’un dirò), essendo ch’elogiandone uno (però che l’un pregiando), su chiunque ricada la scelta (qual ch’om prende), si celebrano entrambi (d’amendue si dice), aspirando ad un comune obiettivo l’opera degli stessi (perch’ad un fine fur l’opere sue).

Indi Tommaso, optando per San Francesco, s’appresta a srotolare in venticinque celeberrime terzine l’omaggio a quella che fu l’onorabile, pia e temeraria esistenza del frate.

Intra Tupino e l’acqua che discende
del colle eletto dal beato Ubaldo,
45 fertile costa d’alto monte pende,
onde Perugia sente freddo e caldo
da Porta Sole; e di rietro le piange
48 per grave giogo Nocera con Gualdo.

Fra (Intra) il Tupino (Topino) ed il corso fluviale (l’acqua) che discende dal colle prescelto (eletto) dal beato Ubaldo, declina (pende) il fertile pendio d’un elevato promontorio (costa d’alto monte), per effetto del quale (onde) Perugia sente freddo e caldo, sul versante di Porta Sole; mentre sulla parete opposta (e di rietro) piangono sotto il greve (la piange per grave) giogo Nocera Umbra e Gualdo Tadino.

Il luogo di nascita di san Francesco, Assisi, viene descritto a partire dal fiume Tupino e “l’acqua che discende del colle eletto dal beato Ubaldo”, vale a dire il corso fluviale del Chiascio, sgorgante dal Subasio, rilievo che San Ubaldo Baldassini (1084-1160) predilesse come luogo d’eremitaggio prima di ricoprire carica vescovile in quel di Gubbio, paese natio, nonché medesima giogaia ch’espande su Perugia tanto il gelo portato dai venti e dalla neve, nei pressi di “Porta Sole”, quanto la calura estiva, guadagnandosi la città una posizione ottimale, il contrario di quel che invece succede sulla parete prospiciente, travolto dalle violente perturbazoni.

Di questa costa, là dov’ella frange
più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
51 come fa questo talvolta di Gange.

Da questo lato (costa), nel punto in cui la stessa scema maggiormente la propria pendenza (là dov’ella frange più sua rattezza), venne alla luce (nacque al mondo) un sole, in maniera similare a come talvolta sorge dal (fa di) Gange.

L’espressione “dov’ella frange più sua rattezza” indica un’inclinazione meno erta, in tal caso sul fianco montuoso rivolto verso la città perugina.

Quel “talvolta” è tempo d’equinozio di primavera, periodo durante il quale, secondo medievali concezioni geografiche, nel punto più orientale del meridiano di Gerusalemme, la sfera solare spuntava dalle indiane acque.

Però chi d’esso loco fa parole,
non dica Ascesi, ché direbbe corto,
54 ma Orïente, se proprio dir vuole.

Pertanto (Però) chi parli di questo luogo (d’esso loco fa parole), non lo chiami Assisi (dica Ascesi), dacché ne direbbe troppo poco (corto), ma Oriente, qualora ne voglia accennare con cognizion di causa (se proprio dir vuole).

Non era ancor molto lontan da l’orto,
ch’el cominciò a far sentir la terra
57 de la sua gran virtute alcun conforto;

Questo sole, ancor non era molto lontano dal suo sorgere (da l’orto), d’egli far sì che il mondo percepisse (ch’el cominciò a far sentir la terra) il prodigioso propagarsi della vigoria fecondatrice a lui propria (de la sua gran virtute alcun conforto);

San Francesco viene metaforizzato con l’astro solare, con il quale, essendo nato nella parte orientale di Perugia, condivide il punto di nascita ed indi in esso, nella sua vitale energia, identificato.

ché per tal donna, giovinetto, in guerra
del padre corse, a cui, come a la morte,
60 la porta del piacer nessun diserra;

difatti (ché), in giovane età (giovinetto), entrò in acceso dissapore con la figura paterna (in guerra del padre corse), in virtù dell’amore per una tal donna alla quale (a cui), al pari della (come a la) morte, nessuno riserva (diserra) benevola accoglienza (la porta del piacer);

La “tal donna” è la Povertà, alla quale un poco più che venticinquenne Francesco si votò in toto, suscitando l’implacabile ed irata riprovazione di Pietro Bernardone, facoltoso mercante di tessuti.

e dinanzi a la sua spirital corte
et coram patre le si fece unito;
63 poscia di dì in dì l’amò più forte.

e davanti all’autorità ecclesiastica cittadina (dinanzi a la sua spirital corte), nonché alla presenza del padre (et coram patre), a lei si maritò (le si fece unito); poi amandola di giorno in giorno con crescente intensità (poscia di dì in dì l’amò più forte).

L’episodio è inerente alla primavera del 1207, quando San Francesco venne convocato dal padre alla curia vescovile, il genitore estremamente contrariato della rinuncia, da parte del figlio, alla spettante eredità familiare, in quanto ormai indissolubilmente unitosi alla Povertà.

Questa, privata del primo marito,
millecent’anni e più dispetta e scura
66 fino a costui si stette sanza invito;

Costei (Questa), privata del primo marito, disdegnata (dispetta) e derelitta (scura) per più di millecent’anni, rimase senza proposte di matrimonio (si stette sanza invito) fino al giunger di Francesco (a costui);

Il “primo marito” del quale la Povertà venne “privata” è il Cristo, la stessa rimanendo in condizion di vedovanza, da tutti rifiutata, fino al suo esser cercata appunto da San Francesco, nel suo desiderio di condurre una vita austera e priva di qualsiasi materialità a tal punto da levarsi di dosso anche abiti e calzature, indossando esclusivamente un saio.

né valse udir che la trovò sicura
con Amiclate, al suon de la sua voce,
69 colui ch’a tutto ’l mondo fé paura;

tantomeno le giovò che l’umanità fosse venuta a conoscenza (né valse udir) dell’averla placidamente sperimentata (la trovò sicura), al suono della sua voce, con Amiclate, da parte di colui che incusse terrore (fé paura) all’intero (ch’a tutto ’l) mondo;

alla Povertà non valse interesse quanto narrato nella Farsalia di Lucano, ovverosia di un Cesare il quale, in piena guerra civile con Pompeo, piacevolmente la saggiò nell’esser ospitato all’interno della capanna del pescatore epirota Amiclate.

né valse esser costante né feroce,
sì che, dove Maria rimase giuso,
72 ella con Cristo pianse in su la croce.

tantomeno le giovò esser stata tenacemente fedele e prode (né valse esser costante né feroce) de ella piangere insieme al Cristo sulla croce, ai piedi della quale sostò (rimase giuso) la Beata Vergine sua madre (Maria).

Ma perch’io non proceda troppo chiuso,
Francesco e Povertà per questi amanti
75 prendi oramai nel mio parlar diffuso.

Ma perch’io non prosegua racconto in maniera eccessivamente enigmatica (proceda troppo chiuso), Francesco e Povertà siano ormai per te coloro ai quali mi riferisco parlando (prendi oramai nel mio parlar diffuso) di questi amanti.

D’Aquino svela finalmente l’arcano, nell’intento di farsi comprendere appieno da Dante, nel seguito discorsivo.

La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
78 facieno esser cagion di pensier santi;

La lor consonanza (concordia) e il loro radioso aspetto (i lor lieti sembianti), l’amore, la meraviglia e il dolce sguardo, originavano (facieno esser cagion di) santi pensieri in chi li osservasse;

La delicata e affiatata armonia descritta trapela dal poema come poetico e solenne amore fra un uomo e la sua intima devozione.

tanto che ’l venerabile Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
81 corse e, correndo, li parve esser tardo.

tanto che il rispettabile (’l venerabile) Bernardo fu il primo a rendersi scalzo (si scalzò prima) ed a rincorrere (e dietro corse) a cotanta pace spirituale, benché, pur correndo, gli paresse di proceder con lentezza (li parve esser tardo).

Bernardo da Quintavalle (1180-1241), abbiente galantuomo d’Assisi, fu il primo seguace di san Francesco e fondatore, nel 1211 a Bologna, del primo convento francescano.

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
84 dietro a lo sposo, sì la sposa piace.

Oh negletta (ignota) ricchezza! oh bene fruttuoso (ferace)! Si scalzò (Scalzasi) Egidio, si scalzò Silvestro per accodarsi a Francesco (dietro a lo sposo), sulla scia dello sconfinato fascino esercitato dalla Povertà (sì la sposa piace).

Il genuino e dimesso Egidio, insieme a Silvestro, sacerdote d’Assisi, furono ulteriori gregari del santo frate.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XI • Antoni Viladomat (1678-1755), Bernardo di Quintavalle dona le sue ricchezze ai poveri, ca. 1730 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Antoni Viladomat (1678-1755), Bernardo di Quintavalle dona le sue ricchezze ai poveri, ca. 1730

 

Indi sen va quel padre e quel maestro
con la sua donna e con quella famiglia
87 che già legava l’umile capestro.

Dunque Francesco (quel padre e quel maestro) s’incammina (sen va) assieme alla Povertà (la sua donna) e alla famiglia già recante in vita (legava) l’umile cordiglio.

La “famiglia” è verosimilmente la schiera di discepoli i quali, come figli, seguono il “padre e maestro” nel suo tragitto compiuto in fede alla propria sposa, indossando, in ossequente emulazione di mistica miseria, l’emblematico cinto che avvolge il saio dei frati, dal conte di Montefeltro descritto, nel ventisettesimo Canto infernale: “Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero, credendomi, sì cinto, fare ammenda”.

Né li gravò viltà di cuor le ciglia
per esser fi’ di Pietro Bernardone,
90 né per parer dispetto a maraviglia;

Non gli fece chinar capo (Né li gravò le ciglia) l’imbarazzo (viltà di cuor) d’esser figlio di Pietro Bernardone, né il fatto d’apparir tanto miserabile da suscitare stupore (per parer dispetto a maraviglia);

???

ma regalmente sua dura intenzione
ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
93 primo sigillo a sua religïone.

al contrario palesando a Innocenzo III (ad Innocenzio aperse), con smisurata dignità (regalmente), fermo proposito (sua dura intenzione) e da egli ricevendo (e da lui ebbe) la bolla pontificia (sigillo) per l’Ordine dei frati minori (a sua religïone).

Innocenzo III (1161-1216), natali come Lotario dei conti di Segni, ricoprì ruolo papale, come centosettantaseiesimo pontefice della Chiesa cattolica, dal 1198 fino alla sua dipartita; nel 1210 egli diede un primo avvallo orale alla rigidissimo programma a lui esposto da San Francesco.

Poi che la gente poverella crebbe
dietro a costui, la cui mirabil vita
96 meglio in gloria del ciel si canterebbe,
di seconda corona redimita
fu per Onorio da l’Etterno Spiro
99 la santa voglia d’esto archimandrita.

Dopo che i convertiti alla Povertà aumentarono seguendo le orme del frate (Poi che la gente poverella crebbe dietro a costui), la cui mirabile vita verrebbe cantata più gloriosamente dagli angeli celesti (meglio in gloria del ciel si canterebbe), il Santissimo Spirito, per mezzo Onorio III, pregiò di una seconda conferma (di seconda corona redimita) i sacri proponimenti di codesto arcipastore (la santa voglia d’esto archimandrita).

Il pontefice Onorio III (1150-1227), all’anagrafe Cencio Savelli, successe ad Innocenzo III nel 2016, rimanendo in carica fino alla morte; a lui San Francesco deve la seconda ricompensa ricevuta al suo Ordine.

E poi che, per la sete del martiro,
ne la presenza del Soldan superba
102 predicò Cristo e li altri che ’l seguiro,
e per trovare a conversione acerba
troppo la gente e per non stare indarno,
105 redissi al frutto de l’italica erba,
nel crudo sasso intra Tevero e Arno
da Cristo prese l’ultimo sigillo,
108 che le sue membra due anni portarno.

E dopo che — spronato dalla sete del martirio ebbe predicato la parola di Cristo e dei suoi apostoli (li altri che ’l seguiro) all’altero cospetto del Sultano (ne la presenza del Soldan superba), e, in conseguenza all’aver trovato resistenza al generale convertirsi del popolo musulmano (per trovare a conversione acerba troppo la gente), per non restare in loco inutilmente (stare indarno), rientrò ai migliori frutti dell’italico suolo (redissi al frutto de l’italica erba) — sul roccioso monte fra (nel crudo sasso intra) il Tevere e l’Arno ricevendo da Cristo l’ultimo segno (sigillo), che le sue carni (membra) portarono per due anni.

Consapevole di non riuscire nell’intento di massiccia conversione del sultano d’Egitto, erede di al-‘Adil I (1145-1218) e nipote di Saladino (1137-1193) al-Malik al-Kāmil e dei suoi sudditi, San Francesco lasciò la Terra Santa rientrando in suolo italico, ove era stato munifico seme e, sulla montagna della Verna, sovrastante il Casentino, fra l’alta valle del Tevere e l’alto Valdarno, ricevette il terzo dono divino, l’Onnipotente segnandone mani, piedi e costato con le stigmate, passione devotamente vissuta negli ultimi due anni d’umana parabola.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto XI • San Francesco, La Divina Commedia dipinta da François-Maurice Roganeau (1883-1973), 1912 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
San Francesco
La Divina Commedia dipinta da François-Maurice Roganeau (1883-1973), 1912

 

Quando a colui ch’a tanto ben sortillo
piacque di trarlo suso a la mercede
111 ch’el meritò nel suo farsi pusillo,
a’ frati suoi, sì com’a giuste rede,
raccomandò la donna sua più cara,
114 e comandò che l’amassero a fede;

Quando colui che a cotanto bene lo aveva predestinato (sortillo) si compiacque d’ascenderlo ai Cieli (piacque di trarlo suso), per ricever la gratificazione (mercede) della quale si rese degno attraverso un’esistenza condotta all’insegna dell’umiltà (ch’el meritò nel suo farsi pusillo), ai suoi confratelli (frati), così come fossero legittimi eredi (sì com’a giuste rede), raccomandandò la sua donna più cara, intimando loro d’amarla in perenne fedeltà (e comandò che l’amassero a fede);

e del suo grembo l’anima preclara
mover si volle, tornando al suo regno,
117 e al suo corpo non volle altra bara.

e dal grembo della Povertà (suo) la sua luminosissima anima decise di muoversi (mover si volle), tornando al suo regno celeste, per il suo corpo non desiando (volle) altra bara.

La “donna sua più cara” è ovviamente la Povertà, alla quale, in punto di morte, San Francesco direziona i frati che ne condivisero il tragitto spirituali e, in assidua fede alla stessa, egli venne sepolto, come da sua richiesta, nudo nella nuda terra.

Pensa oramai qual fu colui che degno
collega fu a mantener la barca
120 di Pietro in alto mar per dritto segno;

Ora puoi ben comprendere (Pensa oramai) chi (qual) fu colui che fu degno compagno (collega) di san Francesco nel mantener la Chiesa (barca di Pietro) sulla giusta rotta (per dritto segno) in mare aperto (in alto mar);

e questo fu il nostro patrïarca;
per che qual segue lui, com’el comanda,
123 discerner puoi che buone merce carca.

e questo fu il nostro fondatore (patriarca); quindi di coloro che ne obbediscono Regola (per che qual segue lui, com’el comanda), puoi comprenderne i meriti (discerner puoi che buone merce carca).

D’Aquino spiega all’Alighieri come gli sia adesso più semplice, dopo aver ascoltato la storia di San Francesco, immaginare come possa essere altrettanto colma di virtù quella del patriarca San Domenico, motivo per cui chi ne divenga gregario, non possa che far degna provvista di meriti in vista della beatitudine eterna.

Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda
è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote
126 che per diversi salti non si spanda;

Ma il suo gregge (pecuglio) s’è fatto ghiotto d’inconsuete pietanze (nova vivanda), sicché risultando ineluttabile (sì ch’esser non puote) il suo smarrirsi (spanda) per montuosi pascoli (salti) al di fuori portata (diversi);

e quanto le sue pecore remote
e vagabunde più da esso vanno,
129 più tornano a l’ovil di latte vòte.

e tanto più le sue pecore da lui (esso) s’allontanano girovagando (remote e vagabunde vanno), più rientrano (tornano) all’ovile povere (vòte) di latte.

Tuttavia, prosegue Tommaso in meravigliosa metafora pastorale, molti frati minori si sono lasciati sedurre dalle insidie della materialità, allontanandosi dalla retta via, con il risultato di rientrare “a l’ovil” defraudate della loro ricchezza interiore.

Ben son di quelle che temono ’l danno
e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
132 che le cappe fornisce poco panno.

Ce ne sono altresì (Ben) di quelle che, timorose delle conseguenze (temono ’l danno), si stringono al proprio pastore; ma son talmente (sì) poche, da esser sufficiente poco panno per dotarle (fornisce) di cappe.

E benché vi siano certamente molti religiosi fedelissimi alla regola domenicana, il loro numero è tanto esiguo che il confezionarne il saio richiederebbe una ridotta quantità di tessuto.

Or, se le mie parole non son fioche,
se la tua audïenza è stata attenta,
135 se ciò ch’è detto a la mente revoche,
in parte fia la tua voglia contenta,
perché vedrai la pianta onde si scheggia,
138 e vedra’ il corrègger che argomenta
139 ‘U’ ben s’impingua, se non si vaneggia’».

Ora, se le mie parole non son confuse (fioche), se il tuo ascolto (audïenza) è stato zelante (attenta), se richiami alla memoria (revoche) quanto già (ciò ch’è) detto, in parte il tuo desiderio di scioglierti dubbi sarà stato appagato (fia la tua voglia contenta), perché avrai compreso da dove (vedrai la pianta onde) l’albero si scheggia, e intenderai la correzione da me fatta (vedra’ il corrègger che argomenta) all’asserzione ‘U’ ben s’impingua, se non si vaneggia’”.

Tommaso conclude affermando che il suo primo sermone narrativo dovrebbe aver dissipato in Dante la sua prima irresolutezza, quella riferibile alla succitata locuzione, mentre per quanto concerne la seconda da lui esposta, chiarimento avverrà più avanti.

In susseguente balzar di Canto, avverrà che, “Sì tosto come l’ultima parola la benedetta fiamma per dir tolse, a rotar cominciò la santa mola…”
 
 
 
 

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