Divina Commedia: Paradiso, Canto X

Federico Zuccari (1540-1609), Divina Commedia, 1586-1588

 
Alighieri, in estatica contemplazione della bellezza dei Cieli, invita i lettori ad osservare la perfezione e il valore di tali sfere, carpendone l’incantevole mano del Creatore, al contempo dicendosi talmente catturato da quant’è in procinto d’incidere in versi, da sceglier occasione perché sia l’ultima di rivolgersi ad essi, quantunque sostenendo, ormai accuratamente preparati e così principiando, insieme a Beatrice, ascensione al Cielo del Sole ed oltrepassandone la soglia, tanto celere è stato il viaggio, senza nemmeno rendersi conto, quindi nell’immediato notando luci dall’intensità superiore a quella dell’astro solare, ragion per cui, Dante, a fronte di siffatto splendore, si trova impossibilitato a narrarne, giacché indescrivibile al linguaggio terreno.

Al poeta dunque s’avvicinano gli spiriti sapienti della prima corona, per la visione dei quali la beata guida lo sprona a ringraziare il Signore, data l’immensa grazia a lui accordata nel poter visitare il Paradiso da vivente, richiesta che l’Alighieri prontamente raccoglie, concentrandosi in intimo atto di gratitudine con tal meditazione, da distogliere per un attimo il pensiero dalla sua amata signora, poco dopo dividendosi fra lo sfavillio dei suoi occhi e la devota riconoscenza nei confronti dell’Altissimo.

Le anime beate, cantando, iniziano poi a girare intorno alla coppia come se danzassero, ripetendo la rotazione per tre volte, indi una fra loro dicendo a Dante che il privilegio a lui concesso lo rende oggetto di misericordia da parte dell’Onnipotente, a loro pertanto risultando spontaneo esaudire qualsivoglia desiderio lui voglia esprimere, dichiarazione a cui segue la curiosità dantesca di venire a conoscenza dell’identità dei vari spiriti della corona, allorché il beato parlante, dopo essersi svelato come Tommaso d’Aquino, esponendo una lunga sequela di nomi, partendo da Alberto Magno, proseguendo elenco con Francesco Graziano, Pietro Lombardo, Salomone, Dionigi l’Areopagita, Paolo Orosio, Severino Boezio, Isidoro di Siviglia, Beda il Venerabile, Riccardo di San Vittore e infine concludendo lista con Sigieri di Brabante.

All’ultima parola di Tommaso, melodie e giravolte riprendono repentine, effondendo armoniosa soavità nell’animo dell’Alighieri, con rammarico nel riferirsi impotente a descriver con realismo quanto si può percepire solamente se vissuto di persona, in conclusion di terzina egli andando completamente in visibilio per effetto della beatitudine.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto X • Henry James Holiday (1839-1927) Dante Alighieri • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Henry James Holiday (1839-1927), Dante Alighieri

 

Guardando nel suo Figlio con l’Amore
che l’uno e l’altro etternalmente spira,
3 lo primo e ineffabile Valore
quanto per mente e per loco si gira
con tant’ordine fé, ch’esser non puote
6 sanza gustar di lui chi ciò rimira.

Il Dio padre, forza prima ed indefinibile (lo primo e ineffabile Valore), osservando (Guardando nel) suo Figlio con lo Spirito Santo (l’Amore) che ambedue effondono illimitatamente (l’uno e l’altro etternalmente spira), creò (fé) con cotale armonia (tant’ordine) il moto che sprona tanto le Intelligenze angeliche che lo presiedono quanto lo spazio nel quale si palesa (quanto per mente e per loco si gira), da risultar impossibile (ch’esser non puote), a colui che contempli codesta assonanza (chi ciò rimira), anticipatamente non appagarsi dell’immagine di Dio (sanza gustar di lui) che tutto originò.

L’incipit è omaggio alla Santissima Trinità, trino sfondo concettuale sul quale s’articola l’intera Commedia; è nel perenne infondere Spirito Santo che il Padre Eterno e il di lui Figlio immortalano nell’esistenza del creato l’atto della creazione.

Leva dunque, lettore, a l’alte rote
meco la vista, dritto a quella parte
9 dove l’un moto e l’altro si percuote;

Il lettore viene dunque incentivato da Dante a rivolger gli occhi (Leva la vista) alle sfere celesti (a l’alte rote) insieme a lui (meco), orientandoli nel punto in cui (dritto a quella parte dove) il piano dell’equatore celeste e l’eclittica s’incrociano (l’un moto e l’altro si percuote);

Il punto indicato è quello ove, in periodo d’equinozio, il piano equatoriale e quello dell’eclittica giungono a intersezione; l’eclittica è l’apparente percorso che l’astro solare compie in un anno, rispetto allo sfondo della terra, ovvero l’intersezione della stessa con il piano geometrico, denominato appunto ‘eclittico’, sul quale si distende l’orbita terrestre, indi il ‘cerchio massimo’ della sfera celeste nel modello geocentrico, il cui raggio copre la distanza che intercorre fra il centro della Terra e quello del Sole.

e lì comincia a vagheggiar ne l’arte
di quel maestro che dentro a sé l’ama,
12 tanto che mai da lei l’occhio non parte.

e l’Alighieri prosegue spronando all’ammirazione, proprio in quella zona, dell’opera artistica (lì comincia a vagheggiar ne l’arte) di quel maestro che l’ama dentro di sé a tal punto da mai distoglierne sguardo (tanto che mai da lei l’occhio non parte).

Il “maestro” è ovviamente l’Altissimo, incessantemente innamorato delle sue creature, nelle quali risplende.

Vedi come da indi si dirama
l’oblico cerchio che i pianeti porta,
15 per sodisfare al mondo che li chiama.

si noti come da lì (indi) si dirami l’obliqua banda zodiacale (oblico cerchio) che incanala (porta) i pianeti, per soddisfare i bisogni del mondo che ne implora l’influsso (li chiama).

Che se la strada lor non fosse torta,
molta virtù nel ciel sarebbe in vano,
18 e quasi ogne potenza qua giù morta;

Poiché se la traiettoria planetaria (Che se la strada lor) non fosse inclinata (torta), molte influenze celesti sarebbero infruttuose (molta virtù nel ciel sarebbe in vano), e qualsivoglia potenzialità sul mondo improduttiva.

e se dal dritto più o men lontano
fosse ’l partire, assai sarebbe manco
21 e giù e sù de l’ordine mondano.

e qualora il divario (’l partire) tra la fascia dello Zodiaco dal cerchio (dritto) dell’equatore fosse più o men marcata (lontano), la concordanza terrestre (l’ordine mondano) sarebbe assai imprecisa (manco), sia nell’emisfero australe che in quello boreale (e giù e sù).

L’obliquità è dovuta all’inclinazione della fascia zodiacale, nella sua collocazione sul piano dell’eclittica e se tal pendenza non sussistesse, o se l’angolo d’incidenza non fosse quello che è, secondo dantesca concezione l’influuire astrale sul pianeta terrestre risulterebbe inoperoso e l’ordine sarebbe imperfetto in entrambi gli emisferi, negativamente incidendo sulla delicata correlazione esistente fra l’equilibrio ecologico della Terra e la spirituale euritmia degli uomini.

Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,
dietro pensando a ciò che si preliba,
24 s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.

Dante invita poi il lettore a rimaner seduto al suo (Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo) banco, al fin di riflettere su quanto gli è stato proposto in assaggio (dietro pensando a ciò che si preliba), s’egli desidera che la gioia del sapere anteceda le fatiche dell’apprendimento (s’esser vuoi lieto assai prima che stanco).

Il “banco”, al di fuori del suo significato puramente letterale, metaforizza un convivio durante il quale sono state offerte in preventivo saggio, tematiche ancor da approfondire e a smania di conoscenza, dovrebbe spettare l’onere di comprenderle.

Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba;
ché a sé torce tutta la mia cura
27 quella materia ond’ io son fatto scriba.

L’Alighieri continua asserendo d’aver già servito in tavola (Messo t’ho innanzi): ch’egli ormai dovrà cibarsi autonomamente (omai per te ti ciba); dato l’esser da questo momento necessario che l’attenzione del poeta venga totalmente rivolta (ché a sé torce tutta la mia cura) a quella materia della quale è in procinto di narrare (quella materia ond’ io son fatto scriba).

Dato che l’elevarsi al quarto Cielo si potrebbe considerare come una sorta d’entrata nel Paradiso vero e proprio, Dante dovrà dedicare ogni suo suo sforzo e capacità ai suoi versi, lasciando la mano dei suoi lettori, da lui comunque già degnamente orientati al tragitto da percorrere.

Lo ministro maggior de la natura,
che del valor del ciel lo mondo imprenta
30 e col suo lume il tempo ne misura,
con quella parte che sù si rammenta
congiunto, si girava per le spire
33 in che più tosto ognora s’appresenta;

Il più ragguardevole (Lo maggior) ministro del Creatore (de la natura), che imprime al pianeta terrestre il suggello degli influssi celesti (del valor del ciel lo mondo imprenta), con la sua luminosità (col suo lume) compitando (ne misura) il tempo, congiunto a quella parte summenzionata (che sù si rammenta), s’instrada sulla spirale (per le spire) nella quale appare (s’appresenta) ogni giorno (ognora) più presto (tosto);

Il “ministro maggior de la natura” è la sfera solare, il più importante emissario divino che, con la sua luce, scandisce le ore del giorno, anticipando gradatamente la sua levata fra l’equinozio di primavera e il solstizio d’estate, la sua orbita dirigendosi verso il tropico del Cancro.

e io era con lui; ma del salire
non m’accors’io, se non com’uom s’accorge,
36 anzi ’l primo pensier, del suo venire.

e il pellegrino è entrato nel suo Cielo (io era con lui); ma dell’ascendere ad esso non s’accorge (non m’accors’io), se non come colui che non si renda conscio (com’uom s’accorge) del sopraggiungere d’un estemporaneo pensiero, prima del suo arrivo (anzi ’l primo pensier, del suo venire).

L’ascesa è talmente repentina da essere impossibile capacitarsene se non una volta già all’interno del corpo medesimo del pianeta solare.

È Bëatrice quella che sì scorge
di bene in meglio, sì subitamente
39 che l’atto suo per tempo non si sporge.

È Beatrice a scortare il suo protetto in maniera tanto celere (quella che sì scorge) da una sfera celeste a quella superiore (di bene in meglio), e lo fa con una tal velocità (sì subitamente) da risultare la sua azione come priva di temporalità (che l’atto suo per tempo non si sporge).

La beata guida risale talmente spedita da rendere l’atto istantaneo.

Quant’esser convenia da sé lucente
quel ch’era dentro al sol dov’io entra’mi,
42 non per color, ma per lume parvente!

Quanto devono esser splendenti per se stesse (Quant’esser convenia da sé lucente), le luci custodite nel Cielo del Sole in cui Dante s’è immesso (quel ch’era dentro al sol dov’io entra’mi), e non tanto per tonalità (color), ma per luminosità distinguibile (lume parvente)!

L’Alighieri si meraviglia del riuscire a distinguere, una per una, le luccicanti anime dei beati nonostante siano dello stesso colore inoltre il bagliore delle stesse incredibilmente e intensamente risaltando sopra quello del Sole.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto X • Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1912-41 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1912-41

 

Perch’io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami,
sì nol direi che mai s’imaginasse;
45 ma creder puossi e di veder si brami.

E per quanto Dante s’appelli al proprio talento, alla tecnica e all’esperienza (Perch’io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami), non gli riesce di convertire in parole che possano rendere all’immaginazione quanto visto (sì nol direi che mai s’imaginasse); benché sia possibile (puossi) credere e bramar di vederlo.

A Dante non è sufficiente ricorrere a quanto messo a bagaglio durante il suo articolato tragitto, per trasporre realisticamente quanto sperimentato, tuttavia ad ogni uomo sarà possibile vederlo prima o poi, s’egli coltiverà fede e speranza durante la sua vita.

E se le fantasie nostre son basse
a tanta altezza, non è maraviglia;
48 ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.

E se la fantasia umana (nostre) è inidonea (son basse) alla rappresentazione di una simile ed elevata visione (a tanta altezza), non ci si dovrebbe stupire (non è maraviglia); essendo che lo sguardo umano mai percepì una lucentezza eccedente quella solare (ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse).

L’Alighieri non può far concepire agli occhi dell’umanità quanto mai saggiato in corso d’esistenza.

Tal era quivi la quarta famiglia
de l’alto Padre, che sempre la sazia,
51 mostrando come spira e come figlia.

Così sfolgorante è qui (tal era quivi) la schiera di beati del quarto Cielo (quarta famiglia) graziati da Iddio (de l’alto padre), che senza sosta ne è nutrimento (sempre la sazia), mostrandole come sparge (spira) e come genera (figlia).

Il Signore soddisfa continuamente la “quarta famiglia” svelandole il mistero della Santissima Trinità, attraverso l’Amore soffiato nello Spirito Santo e nella Sapienza figliata nel Cristo.

E Bëatrice cominciò: «Ringrazia,
ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo
54 sensibil t’ha levato per sua grazia».

E Beatrice sollecita Dante a ringraziare il Sole degli angeli, per avergli concesso, con innata misericordia (sua grazia), di salire (t’ha levato) al Sole tangibile (ch’a questo sensibil).

Il “Sol de li angeli” è l’Onnipotente, la cui grazia ha permesso all’Alighieri di sollevarsi fino al Sole materiale, penetrando nel suo Cielo.

Cor di mortal non fu mai sì digesto
a divozione e a rendersi a Dio
57 con tutto ’l suo gradir cotanto presto,
come a quelle parole mi fec’ io;
e sì tutto ’l mio amore in lui si mise,
60 che Bëatrice eclissò ne l’oblio.

Mai cuore d’alcun uomo (mortal) fu così raccolto (sì digesto) in devozione e favorevole alla resa in (a divozione e a rendersi a) Dio, nell’immediata veemenza suscitata dal senso di gratitudine (con tutto ’l suo gradir cotanto presto), come avviene per l’Alighieri all’udir la sua signora (come a quelle parole mi fec’ io); al punto da Lui dedicar la totalità del suo sentimento (e sì tutto ’l mio amore in lui si mise), oscurando (che eclissò) Beatrice nell’oblìo.

Per un attimo Dante si scorda di Beatrice, per effetto della sua attenzione pienamente riversata nel porsi a estrema riconoscenza nei confronti dell’Ente Supremo.

È l prima volta che capita, a testimonianza di come il discepolo sia stato rapito dalla frenesia del mostrarsi grato e dedito.

Non le dispiacque; ma sì se ne rise,
che lo splendor de li occhi suoi ridenti
63 mia mente unita in più cose divise.

Alla donna ciò non provoca dispiacere (Non le dispiacque); viceversa la stessa sorridendone accondiscesa e gaia (ma sì se ne rise) e lo splendore dei suoi ridenti occhi riportando l’intelletto dell’Alighieri a multiple percezioni (mia mente unita in più cose divise).

L’irresistibile barlume oculare di Beatrice risveglia in Dante la capacità, per un istante assopitasi, di captare più e differenti sensazioni.

Io vidi più folgór vivi e vincenti
far di noi centro e di sé far corona,
66 più dolci in voce che in vista lucenti:

Poi egli nota svariate entità (Io vidi più folgór), vivide (vivi) e vincenti, accerchiarlo insieme alla sua amata (di sé corona), lasciando i due nel punto di mezzo (far di noi centro), in dolcezza di canto surclassando il loro chiarore.

Il termine “vincenti” si riferisce alla predominanza luminescente degli spiriti rispetto al Sole e la loro melodia canora è talmente dolce da superare la bellezza d’ogni luminosità.

così cinger la figlia di Latona
vedem talvolta, quando l’aere è pregno,
69 sì che ritenga il fil che fa la zona.

similmente (così) talvolta vediamo (vedem) cingersi la figlia di Latona, quando l’aria è impregnata (l’aere è pregno) d’umidità, per modo da fissarle indosso il raggio lunare costituente il suo cinto (sì che ritenga il fil che fa la zona).

S’allude all’alone luminescente che, a volte, nel cielo notturno attornia la sfera lunare, nominata come la “figlia di Latona” in quanto in tempi remoti identificata con Diana, divinità mitologica romana — corrispettiva alla greca Artemide — nata dal dio supremo Giove e dalla titanide Latona, sorella del dio del sole, della medicina, della profezia, della guarigione, della musica e del tiro con l’arco Apollo; Diana fu venerata come dea della fauna selvatica, dei boschi, dei torrenti, della luna, della caccia, della verginità, anch’essa del tiro con l’arco, nonché protettrice delle donne e del parto.

Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno,
si trovan molte gioie care e belle
72 tanto che non si posson trar del regno;

Nella corte del Paradiso (ciel), dalla quale l’Alighieri è in ritorno (ond’ io rivegno), si trova una moltitudine di gemme preziose (molte gioie care) e belle, da non poterne riferire al di fuori di quel (tanto che non si posson trar del) regno;

Quanto visionato e vissuto in Paradiso non è materia in grado d’esser narrata degnamente al di fuori dello stesso.

e ’l canto di quei lumi era di quelle;
chi non s’impenna sì che là sù voli,
75 dal muto aspetti quindi le novelle.

e il canto di quelle anime brillanti (quei lumi) è uno di quei tesori inesportabili (era una di quelle); chi non si attrezzi di ali per volare lassù (s’impenna sì che là sù voli), è come se pertanto attendesse notizie da una persona affetta da mutismo (dal muto aspetti quindi le novelle).

L’Alighieri intende dire che per afferrare appieno quanto da lui saggiato, si dovrebbe vivere la medesima esperienza in maniera diretta.

Poi, sì cantando, quelli ardenti soli
si fuor girati intorno a noi tre volte,
78 come stelle vicine a’ fermi poli,
donne mi parver, non da ballo sciolte,
ma che s’arrestin tacite, ascoltando
81 fin che le nove note hanno ricolte.

Dopo che, continuando a cantare così soavemente (Poi, sì cantando), quelle ardenti luci (soli) hanno compiuto tre giri attorno all’Alighieri e Beatrice (si fuor girati intorno a noi tre volte), come stelle in rotazione nei pressi dei fissi (vicine a’ fermi) poli celesti, esse appaiono a Dante (mi parver) come donne le quali, ancor in formazione di danza (non da ballo sciolte), si arrestano silenziose (tacite), ascoltando attentamente fino al percepir nuova intonazione (fin che le nove note hanno ricolte).

La similitudine correla gli spiriti a ballerine che, in pausa sonora, si pongano attente al carpir un nuovo attacco musicale da parte della capofila.

E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando
lo raggio de la grazia, onde s’accende
84 verace amore e che poi cresce amando,
multiplicato in te tanto resplende,
che ti conduce su per quella scala
87 u’ sanza risalir nessun discende;

E, all’interno d’un d’essi (dentro a l’un), l’Alighieri sente cominciar: “Poiché (Quando) il raggio della grazia divina, da cui in noi divampa il vero bene (s’accende verace amore) e che in seguito, in fede a questo bene, lo stesso in noi sempre più s’accresce (cresce amando), in te risplende tanto profusamente (multiplicato), da condurti su per quella scala dalla quale nessuno discende, se non per risalirla (u’ sanza risalir);

La locuzione “u’ sanza risalir nessun discende” specifica che chiunque abbia avuto in dono il privilegio di salire al paradisiaco regno — come successo a Dante — e poi vi discenda, sia destinato, per ovvia sorte, a risalirci al termine della sua esistenza, godendo della beatitudine eterna; la “scala” è metafora dell’ascensione.

qual ti negasse il vin de la sua fiala
per la tua sete, in libertà non fora
90 se non com’ acqua ch’al mar non si cala.

chi fra noi (qual) ti negasse il vino della sua ampolla (fiala) per la tua sete, non si troverebbe (fora) in condizioni di libertà, se non come il fiume che non si riversi nel mare (com’ acqua ch’al mar non si cala).

Incanto di metafora relaziona l’ampolla a contenitor di sapere del quale l’Alighieri è assetato e l’eventuale riluttanza del beato a soddisfare le richieste dello stesso; agli spiriti non sarebbe possibile non assecondare Dante, dato il suo esser investito della grazia divina che gli ha aperto le porte del Paradiso, volontà alla quale i beati sottostanno, per dovere e piacere, peraltro un eventuale diniego essendo una libertà fittizia, per inammissibilità nel disattende decreti celesti, come acque fluviali che fossero recalcitranti a gettarsi in mare.

Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora
questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia
93 la bella donna ch’al ciel t’avvalora.

Tu vuoi sapere di quali fiori (quai piante) s’adorna (s’infiora) questa ghirlanda che circonda (’ntorno) e vagheggia la bella signora (donna) che ti qualifica ai Cieli (donna ch’al ciel t’avvalora).

Le “piante” sono gli spiriti e la “ghirlanda” è la corona della quale fanno parte.

Io fui de li agni de la santa greggia
che Domenico mena per cammino
96 u’ ben s’impingua se non si vaneggia.

Io fui uno degli agnelli (agni) del santo gregge (de la santa greggia) che San Domenico accompagna al pascolo (mena), per un percorso (cammino) lungo cui ci si nutre copiosamente qualora non si deragli (u’ ben s’impingua se non si vaneggia).

Lo spirito parlante racconta d’esser stato frate dell’ordine fondato dal presbiterio spagnolo Domenico di Guzmán (1170-1221) e, or varcando i confini del campo metaforico, egli sostiene che se i domenicani assecondassero rettitudine, potrebbero saziarsi d’arricchente sapienza.

Questi che m’è a destra più vicino,
frate e maestro fummi, ed esso Alberto
99 è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.

Costui che si trova accanto a me, sul mio lato destro (Questi che m’è a destra più vicino) mi fu (fummi) confratello (frate) e maestro, e trattasi di (ed esso è) Alberto di Cologna, e io Tommaso (Thomas) d’Aquino.

Dopo aver svelato la propria identità e quelle di Alberto, entrambi appartenenti allo stesso ordine religioso, Tommaso presenterà i rimanenti dieci membri della corona.

La dozzina d’anime, la cui descrizione si srotola su quattordici terzine, ovverosia dalla trentatreesima alla quarantaseiesima, rappresenta un numero, il 12, a cui sono state collegate molteplici simbologie, fra le quali la supposizione che dodici fossero le cattedre della Facoltà di Teologia, ai tempi a numero chiuso, presso l’Università Sorbona e le personalità qui tratteggiate furono illustri docenti o insigni autori d’alcuni libri di testo del parigino ateneo.

A capeggiar carrellata è lo scrittore, vescovo cattolico e santo tedesco — venerato come protettore degli scienziati e dottore della Chiesa — Alberto dei conti di Bollstädt o di Cologna (1206-1280), anche detto ‘Magno’ o ‘il Grande’, il più significativo ed erudito filosofo germanico del periodo medievale, in cui contesto filosofico e teologico rimasero sempre ben demarcati; appassionato studioso di varie discipline quali fisica, biologia, chimica, astronomia, logica, mineralogia e, naturalmente, filosofia, fu maestro del filosofo e accademico italiano Tommaso d’Aquino (1225-1274), esimio allievo, mente geniale e sommo teologo del secondo millennio, canonizzato nel 1323, il cui pensiero si radicava nelle classiche concezioni socratiche, platoniche, aristoteliche e plotiniane.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto X • Sandro Botticelli (1445-1510), San Tommaso d'Aquino, 1480-85 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Sandro Botticelli (1445-1510), San Tommaso d’Aquino, 1480-85

 

Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo,
di retro al mio parlar ten vien col viso
102 girando su per lo beato serto.

Se desideri venir a conoscenza anche di tutte le altre anime (sì di tutti li altri esser vuo’ certo), segui il mio discorso con gli occhi (di retro al mio parlar ten vien col viso), lasciandoli slittare sulla beata corona (girando su per lo beato serto).

Quell’altro fiammeggiare esce del riso
di Grazïan, che l’uno e l’altro foro
105 aiutò sì che piace in paradiso.

Quell’altro sfavillare (fiammeggiare) traspare dal sorriso di Graziano (esce del riso), che s’adoperò sia di diritto ecclesiastico che civile, da compiacerne il (l’uno e l’altro foro aiutò sì che piace in) Paradiso.

Terza posizione in corona per il giurista Francesco Graziano (1075/1080-1145/1147), monaco camaldolese, vescovo di Chiusi e maestro di arti liberali, nonché autore di numerosi testi canonici fra i quali il celeberrimo ‘Concordia discordantium canonum: ac primum de iure nature et constitutionis’ — comunemente nota come ‘Decretum Gratiani’ — importante e corposa raccolta privata di norme giuridiche della Chiesa cattolica, verosimilmente redatta fra il 1140 e il 1142, grazie alla quale diritto ecclesiastico e civile (l’uno e l’altro foro) vennero ottimamente distinti.

L’altro ch’appresso addorna il nostro coro,
quel Pietro fu che con la poverella
108 offerse a Santa Chiesa suo tesoro.

Quell’altro, che si trova un poco più in là (ch’appresso) e che abbellisce (addorna) il nostro coro, fu quel Pietro che offrì (offerse) alla Santa Chiesa ogni suo sapere (tesoro), come fece la povera (poverella) vedova della quale narra il vangelo.

Il novarese Pietro Lombardo (1100-1160 ca.), teologo, vescovo e ineccepibile conoscitore del ‘Decretum Gratiani’, esercitò professione d’insegnante di teologia a Parigi, in fede alla sua maggiore opera al titolo ‘Liber Sententiarum’, antologia di sentenze dei Padri della Chiesa — che fino al termine del sedicesimo secolo rimarrà testo didattico di riferimento, per peculiarità di contenuto e abbondanza di fonti — nel cui prologo l’autore, pavoneggiando umiltà d’animo, trae parallelismo fra sé e la ‘poverella’ evangelica che, secondo Vangelo di Luca, lasciò nella cassetta del Tempio di Gerusalemme le due monete ch’erano tutto ciò da lei posseduto.

La quinta luce, ch’è tra noi più bella,
spira di tale amor, che tutto ’l mondo
111 là giù ne gola di saper novella:

La quinta luce, ch’è tra noi più bella, spande (spira) un bene (amor) tale, da provocare in tutto il mondo terrestre (là giù) un’esasperata voglia di averne notizie (là giù ne gola di saper novella) riguardo al suo destino:

entro v’è l’alta mente u’ sì profondo
saver fu messo, che, se ’l vero è vero,
114 a veder tanto non surse il secondo.

al suo interno risiede il nobile intelletto nel quale un così (entro v’è l’alta mente u’ sì) profondo sapere venne inserito (saver fu messo) che, s’è vera la verità (’l vero è vero), mai nessuno fu in grado d’eguagliarlo (a veder tanto non surse il secondo).

Il soggetto di cui si parla fra le righe è Salomone (?-931 a.C.), terzo sovrano d’Israele, a cui è attribuito il ‘Cantico dei Cantici’, scrigno di cotanta sapienza da non esser mai stato equiparato da alcun uomo in acume e saggezza, tuttavia il morboso interesse dell’umanità, rivolto alla sua sorte, derivando dalla sua lussuria senile, con conseguente dubbio s’egli possa esser stato predestinato alla dannazione nel regno infernale o, al contrario alla beatitudine del paradiso.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto X • Simeon Solomon (1840-1905), Re Salomone, ca.1872 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Simeon Solomon (1840-1905), Re Salomone, ca.1872

 

Appresso vedi il lume di quel cero
che giù in carne più a dentro vide
117 l’angelica natura e ’l ministero.

Appresso vedi lo scintillio (il lume) di quel luminare (cero) il quale (che), giù sulla Terra in carne ed ossa, fu colui che più di tutti riuscì a scrutare (dentro vide) la natura degli angeli (angelica) e i loro incarichi (’l ministero).

Ci si riferisce a Dionigi l’Areopagita, teologo, filosofo neoplatonico e autore, vissuto nel quarto o quinto secolo e sul cui capo piovono millanterie riguardo all’accreditamento del ‘De coelesti Hierarchia’, trattato di angeologia che appartiene all’insieme di manoscritti in greco antico ‘Corpus Dionysianum’, o ‘Aeropagiticum’, di cui fanno parte anche il ‘De ecclesistica hierarchia’, il ‘De divinis niminibus’ e il ‘De mystica theologia’, opere la cui paternità resta nonostante tutto dubbia.

Ne l’altra piccioletta luce ride
quello avvocato de’ tempi cristiani
120 del cui latino Augustin si provide.

Nell’altra minuscola (piccioletta) luce ride quell’avvocato d’epoca cristiana (de’ tempi cristiani) della cui prosa si giovò sant’Agostino (del cui latino Augustin si provide).

Vien menzionato Paolo Orosio (385-420), presbiterio, storico e apologeta romano d’iberiche origini e candidato più probabile ad esser individuato come protagonista della quarantesima terzina, sebben non vi sia certezza assoluta; a lui Sant’Agostino commissionò – in sussidio storico al suo ‘De civitate Dei’ – il largamente noto ‘Historianum adversus Paganos libri septem’, prima storia universale cristiana, in prima edizione originale nel 418.

Or se tu l’occhio de la mente trani
di luce in luce dietro a le mie lode,
123 già de l’ottava con sete rimani.

Ora, se tu permetti alla mente ed allo sguardo di scivolare (l’occhio de la mente trani) di luce in luce seguendo i miei plausi (dietro a le mie lode), già sarai smanioso di saper (con sete rimani) chi sia l’ottava.

Va da sé che d’Aquino ha già descritto sette persone, lui compreso.

Per vedere ogne ben dentro vi gode
l’anima santa che ’l mondo fallace
126 fa manifesto a chi di lei ben ode.

Dentro vi s’allieta (gode), per effetto della contemplazione del sommo bene (Per vedere ogne ben), l’anima santa ch’evidenzia (fa manifesto) la fallacità dei beni materiali (’l mondo fallace), a coloro che sappiano sentitamente ascoltarla (chi di lei ben ode).

È l’anima di Anicio Manilo Torquato Severino Boezio (475/477 – 524/526), filosofo di stampo platonico, senatore, prefetto, pluriconsole e patrizio romano, colui che in ‘De consolatione philosophiae’ promulgò i prosa la fugacità dei beni mondani e ministro del re degli Ostrogoti e sovrano d’Italia Teodorico ‘il Grande’ (454-526), lo stesso che ne convalidò la condanna a morte per decapitazione, notificata a Boezio nel 525 a Roma, capo d’accusa la pratica d’arti magiche.

Lo corpo ond’ella fu cacciata giace
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
129 e da essilio venne a questa pace.

Il corpo dal quale quest’anima venne estromessa (ond’ella fu cacciata), giace laggiù nella cripta di San Pietro in Ciel d’Oro (giuso in Cieldauro); ed essa giungendo a codesta beatitudine (questa pace) da martirio ed esilio terreni.

Le sue spoglie giacciono in territorio pavese.

Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro
d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,
132 che a considerar fu più che viro.

Oltre vedi fiammeggiar l’ardente spirito (spirto) d’Isidoro, di Beda e di Riccardo, che nell’atto del contemplare (a considerar) surclassò la natura umana (fu più che viro).

Isidoro di Siviglia (559-636), dotto scrittore, arcivescovo e teologo spagnolo, il cui eco di nomea rimbalza dalle pagine del dizionario enciclopedico ‘Etymologiarum sive Originum libri XX’;

Beda il Venerabile (ca.673-735), che insieme a Isidoro venne reputato il più elevato sapiente dell’Alto Medioevo, fu monaco cristiano e storico anglosassone, celebre come studioso e autore, la sua opera principale ‘Historia ecclesesiastica gentis Anglorum’, che gli rese io titolo di ‘Padre della storia inglese’;

Riccardo di San Vittore (1110-1173), francese originario della Scozia, condusse esistenza dedicandosi a filosofia e teologia, in quest’ultima disciplina considerato uno fra i più notevoli teologi mistici del dodicesimo secolo, oltre all’esser stato priore all’abbazia benedettina di San Vittore a Parigi, dal 1162 fino alla fine dei suoi giorni; nel ‘De contemplatione’ egli apporta rilevante apporto alla definizione di ‘excessus mantis’, concetto tanto caro all’autore della Commedia, con il quale comunemente si vuole indicare lo stato mistico in cui vengono trascesi i limiti della condizione umana allo scopo di fondersi con il divino.

Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri
135 gravi a morir li parve venir tardo:

Costui dal quale (onde) si riconduce (ritorna) a me il tuo sguardo (riguardo), è il lume d’uno spirito che in disagevoli (gravi) pensieri attese impaziente di morire (a morir li parve venir tardo).

Lo sguardo di Dante ritorna accanto a Tommaso in quanto il personaggio descritto è l’ultimo della lunga lista.

essa è la luce etterna di Sigieri,
che, leggendo nel Vico de li Strami,
138 silogizzò invidïosi veri».

la luce che da lui proviene (essa) è quella di Sigieri che, tenendo lezione nel Vicolo della Paglia (leggendo nel Vico de li Strami), dimostrò sillogismi che gli calamitarono invidie (silogizzò invidïosi veri)”.

Sigieri di Brabante (1240-1280): filosofo fiammingo, aristotelico e averroista, docente alla Facoltà delle Arti, una delle quattro facoltà universitarie esistenti, insieme a quella di Legge, Teologia e Medicina, prima della Rivoluzione francese e situata in adiacenza alla Senna, in ‘rue du Fouarre’, letteralmente ‘vicolo della paglia’ o ‘degli strami’; l’esser principale esponente dell’aristotelismo radicale e la discesa in piazza con gli studenti, da lui aizzati contro le posizioni di francescani e domenicani che s’erano decisi ad ostacolare filosofiche indagini sulla fede, costò a Sigieri svariate inimicizie, seguite dal divieto d’insegnare nel 1277 e dalla convocazione da parte dell’inquisizione, alla quale egli sfugge rifugiandosi ad Orvieto, nell’intento di ricorrere alla clemenza del pontefice Martino IV (1210-1285), all’epoca residente nel piccolo borgo umbro, ironia della sorte la morte giungendogli per mano del tutto estranea alle vicende, in quanto l’uomo accoltellato dal suo segretario, apparentemente in preda alla follia, o forse pilotato nelle sue azioni.

Mai sarà dato saperne.

Indi, come orologio che ne chiami
ne l’ora che la sposa di Dio surge
141 a mattinar lo sposo perché l’ami,
che l’una parte e l’altra tira e urge,
tin tin sonando con sì dolce nota,
144 che ’l ben disposto spirto d’amor turge;

Indi, come un orologio che ci desti (ne chiami) nell’ora in cui la Chiesa (sposa di Dio) si leva a suonare il mattutino a Gesù (surge a mattinar lo sposo), affinché non smetta d’amarla (perché l’ami) e le cui ruote dentate si tirino e si sospingano a vicenda (che l’una parte e l’altra tira e urge), producendo un tintinnio tanto piacevole (tin tin sonando con sì dolce nota), dal gonfiar (turge) d’amor divino lo spirito bendisposto ad accoglierlo;

così vid’ ïo la gloriosa rota
muoversi e render voce a voce in tempra
147 e in dolcezza ch’esser non pò nota
148 se non colà dove gioir s’insempra.

così Dante vede la gloriosa corona (rota) riavviarsi in accordo di voci con tal eufonia timbrica e maniera talmente gradevole (muoversi e render voce a voce in tempra e in dolcezza) che non può esser conosciuta (ch’esser non pò nota) se non colà ove regna la gioia eterna (gioir s’insempra).

Ancora una volta l’Alighieri, in chiusura, sottolinea l’inattuabilità d’una fedele narrazione di quanto non si può che vivere per esperienza diretta.

Dopo la prima decade di Canti, l’undicesimo s’aprirà in riflessione sulla caducità umana:“O insensata cura de’ mortali, quanto son difettivi silogismi quei che ti fanno in basso batter l’ali…”
 
 
 
 

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