Divina Commedia: Paradiso, Canto VIII

Federico Zuccari (1539-1609), Dante Historiato, ca. 1586-88

 
In ascesa al Cielo di Venere, Dante e Beatrice — sempre più incantevole e rifulgente — s’imbattono nel bagliore degli spiriti amanti i quali, con repentini spostamenti, alla coppia s’appressano intonando l’Osanna e fra essi, uno si mostra particolarmente smaniosa d’esaudir eventuali domande in cuor del poeta.

Alla richiesta dell’Alighieri di gentilmente svelare identità — manifestata non prima d’aver con deferenza rivolto gli occhi all’amata in silente ricerca di consenso — lo spirito, straripante letizia, dunque si presenta come il sovrano d’Ungheria, Carlo Martello d’Angiò, al Sommo rivelando inoltre che in vita si conobbero e se memoria in egli non è affiorata, è sol per l’intensa luce in cui l’anima è avvolta, quindi in prosieguo pronunciando approfondito sermone sulle negative conseguenze storiche susseguenti alla propria anzitempo scomparsa, dacché avvenuta a soli ventitré anni, dipoi citando il fratello Roberto, muovendogli biasimo poiché, avaro erede di munifica famiglia, avrebbe dovuto prodigarsi a protezione del popolo.

Tal frangente suscita in Dante perplessità, non riuscendo a comprender come da genitori liberali possano nascere un figlio egoista, incertezza da Carlo Martello dissipata sull’istante indicando che il Creatore, padrone del ruotare dei Cieli, infonde nelle anime differenti peculiarità, nonché l’obiettivo da raggiungere secondo indole, altrimenti rovinoso sarebbe l’influsso degli astri e verrebbero peraltro meno le diverse inclinazioni in abbinamento a molteplici fini, unica strada da perseguire, tuttavia frequentemente verificandosi l’opposto, ossia che taluni uomini vengano spronati a ricoprire incarichi a loro inidonei, frangente in cui il percorso umano si discosta da quello divino.

Delucidazioni a conclusion di Canto sulle quali l’Alighieri raggiunge piena soddisfazione, al contempo compiacendosi del ritrovato affetto dell’amico che fu.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto VIII • Simeon Solomon (1840-1905), Dante Profeta, 1892 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Simeon Solomon (1840-1905), Dante Profeta, 1892

 

Solea creder lo mondo in suo periclo
che la bella Ciprigna il folle amore
3 raggiasse, volta nel terzo epiciclo;

Il mondo era solito (Solea) reputar (creder), a suo rischio e pericolo, che la bella Venere (Ciprigna), volteggiando (volta) nel terzo Cielo, irraggiasse il sensual (folle) amore;

Gli antichi pagani erano soliti credere che le irradiazioni del terzo Cielo fossero influssi d’amore passionale della dea romana Venere, o la greca Afrodite, correlata alla bellezza e all’eros ed anche appellata “Ciprigna” per il suo essere straordinario oggetto di culto nell’isola di Cipro.

Nella remota concezione astronomica e, soprattutto, in base alla teoria geocentrica tolemaica, l’epiciclo è un ipotetico cerchio su cui si muove un pianeta in moto uniforme, parallelamente il centro del cerchio descrivendo un’aggiuntiva circonferenza, chiamata ‘deferente’ dell’epiciclo; il terzo Cielo, secondo codesto assunto, è la sfera minore in rotazione esponenziale all’interno di un Cielo più grande.

per che non pur a lei faceano onore
di sacrificio e di votivo grido
6 le genti antiche ne l’antico errore;

per cui (che), non solo (pur) i popoli (le genti) antichi, nel fallo del paganesimo (ne l’antico errore), la onoravano con atti sacrificali (lei faceano onore di sacrificio) e votive invocazioni (grido);

ma Dïone onoravano e Cupido,
quella per madre sua, questo per figlio,
9 e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;

ma onoravano anche Dione e Cupido, lei in qualità di (quella per) sua madre, lui come (questo per) suo figlio, sostenendo ch’egli si fosse seduto (e dicean ch’el sedette) in grembo a Didone (Dido);

Fra le varie tradizioni considerata la madre di Venere, Dione nell’Eneide risponde al nome di Dionea e in un passo del celebre poema virgiliano si narra di come il di lei nipote Cupido, dopo aver assunto le fattezze di Ascanio — figlio dell’eroe troiano al quale Venere voleva assicurare un benevolo soggiorno dopo il suo naufragio sul lido di Cartagine — si fosse seduto in braccio a Didone per scoccargli un’amoroso dardo, d’Enea innamorandola.

e da costei ond’ io principio piglio
pigliavano il vocabol de la stella
12 che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.

e da colei in nome della quale Dante inizia il Canto (da costei ond’ io principio piglio), prendevano nome il pianeta (pigliavano il vocabol de la stella) che il sole blandisce talvolta di nuca talaltra di fronte (’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio).

La locuzione “or da coppa or da ciglio” indica la doppia posizione del sole rispetto al pianeta, a seconda che sia mattina o sera.

Io non m’accorsi del salire in ella;
ma d’esservi entro mi fé assai fede
15 la donna mia ch’i’ vidi far più bella.

L’Alighieri non s’accorge di risalire nel corpo dell’astro (Io non m’accorsi del salire in ella); ma d’esservi all’interno gli è faconda testimonianza (d’esservi entro mi fé assai fede) la sua donna ch’egli nota farsi sempre più bella.

La beltà di Beatrice è direttamente proporzionale al suo elevarsi, per effetto del prossimo avvicinarsi al Santo Padre e così incessantemente potenziandosi in fervore, luce e amore.

E come in fiamma favilla si vede,
e come in voce voce si discerne,
18 quand’una è ferma e altra va e riede,
vid’io in essa luce altre lucerne
muoversi in giro più e men correnti,
21 al modo, credo, di lor viste interne.

E come nella fiamma si notano (vede) le faville che la stessa sprigiona, e come, in un coro, si distinguono le due voci (in voce voce si discerne), quand’una tiene la nota (è ferma) e l’altra va sù e giù (riede), così Dante vede in quel cielo lucente ulteriori singole luci (vid’io in essa luce altre lucerne) muoversi in giro a differenti velocità (più e men correnti), in base, secondo parer del pellegrino, all’intensità della loro visione interiore dell’Altissimo (al modo, credo, di lor viste interne).

Di fredda nube non disceser venti,
o visibili o no, tanto festini,
24 che non paressero impediti e lenti
a chi avesse quei lumi divini
veduti a noi venir, lasciando il giro
27 pria cominciato in li alti Serafini;

Da una fredda nube mai (non) discesero venti, visibili o meno (no), tanto celeri (festini) che non apparissero (paressero) impediti e lenti a chiunque (chi) avesse visto (veduti) quelle divine radiazioni luminose (quei lumi) soggiungere verso lui e Beatrice (a noi venir), abbandonando la rotazione precedentemente iniziata nel Cielo degli elevati (lasciando il giro pria cominciato in li alti) Serafini;

I venti “visibili” sono i fulmini, gli altri sono le trombe d’aria.

Come già specificato nei precedenti Canti, tutti i beati risiedono nell’Empireo ma, al fin d’incontrare Dante, dallo stesso si sono affrancati, interrompendo provvisoriamente il loro ruotare all’altezza del Primo Mobile, il cui moto è infuso dagli angeli Serafini.

e dentro a quei che più innanzi appariro
sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi
30 di rïudir non fui sanza disiro.

e in mezzo (dentro) a quelli (quei) che sono apparsi per primi (più innanzi appariro) riecheggia (sonava) ‘Osanna’ in una tal maniera (sì), che da quel momento in avanti (unque poi) in Dante mai si sopirà il desiderio (non fui sanza desio) di riascoltarlo (rïudir).

L’ ‘Osanna’ è l’inno salvifico le cui note risuonano fra l’Eden e l’Empireo, peraltro appare al cinquantunesimo verso del ventinovesimo Canto purgatoriale (e ne le voci del cantare ’Osanna’) che in prima terzina del settimo di Paradiso (Osanna, sanctus Deus sabaòth, superillustrans claritate tua felices ignes horum malacòth!).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto VIII • Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1921 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1921

 

Indi si fece l’un più presso a noi
e solo incominciò: «Tutti sem presti
33 al tuo piacer, perché di noi ti gioi.

Indi una di quelle luci s’avvicina al discepolo ed alla sua beata guida (si fece l’un più presso a noi) e, sola, inizia a parlare: “Siamo tutti pronti ad appagare qualsiasi tua aspirazione (presti al tuo piacer) perché tu possa gioire (ti gioi) di noi.

Noi ci volgiam coi principi celesti
d’un giro e d’un girare e d’una sete,
36 ai quali tu del mondo già dicesti:
‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’;
e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,
39 non fia men dolce un poco di quïete».

Noi ruotiamo (ci volgiam) — su un unico tracciato (d’un giro), con lo stesso passo di danza (e d’un girare) e sospinti dalla medesima brama (d’una sete) di Dio — con l’angelico coro dei Principati (coi principi celesti), ai quali tu, un tempo (già), sulla terra (del mondo), dedicasti (dicesti): ‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’; e siamo talmente colme (sem sì pien) d’amore che, per accontentarti, non ci sarà meno soave (non fia men dolce) un breve indugio (poco di quïete)”.

Ai Principati, principi celesti, venusiani come gli spiriti amanti, nonché intelligenze angeliche e motrici del terzo Cielo, l’Alighieri dedicò la sua celeberrima canzone, contenuta nel Convivio, ‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’, cogliendo nella Commedia l’occasione di rettificarne l’antecedente contenuto in cui, al posto dei Principati, eran descritti i Troni, che invece sono associati al Cielo di Saturno, il settimo.

Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
a la mia donna reverenti, ed essa
42 fatti li avea di sé contenti e certi,
rivolsersi a la luce che promessa
tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue
45 la voce mia di grande affetto impressa.

Dopo (Poscia) lo sguardo di Dante (che li occhi miei) essersi rivolto (si fuoro offerti) ossequioso (reverenti) alla sua signora (a la mia donna), ella rendendolo pago (ed essa fatti li avea di sé contenti) e sicuro (certi), lo stesso si gira nuovamente verso (rivolsersi a) la luce che tanto devotamente s’era ripromessa (promessa s’avea), chiedendole: “Deh, chi siete?”, con un tono vocale traboccante affettuoso sentimento (fue la voce mia di grande affetto impressa).

Beatrice ha reso gli occhi del suo protetto “contenti e certi” in quanto, accondiscendendo alla sua volontà di parlare gli ha donato felicità e simultanea certezza.

E quanta e quale vid’ io lei far piùe
per allegrezza nova che s’accrebbe,
48 quando parlai, a l’allegrezze sue!

E quanto intensamente l’Alighieri osserva quel lume aumentare in grandezza e splendore (quanta e quale vid’ io lei far piùe) per accrescimento (che s’accrebbe) di nuova gaiezza (allegrezza nova), conseguita al suo parlare (quando parlai), che s’aggiunge alle sue allegrie (a l’allegrezze sue)!

Le “allegrezze sue” è espressione che richiama l’ordinaria beatitudine degli spiriti che sostano in Paradiso.

Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe
giù poco tempo; e se più fosse stato,
51 molto sarà di mal, che non sarebbe.

Con cotali sembianze (Così fatta), ella gli dice: “Sulla terra rimasi pre breve tempo (Il mondo m’ebbe giù per poco tempo); e se mi ci fossi trattenuto maggiormente (più fosse stato), parecchio del male che avverrà, non avverrebbe (molto sarà di mal, che non sarebbe).

La mia letizia mi ti tien celato
che mi raggia dintorno e mi nasconde
54 quasi animal di sua seta fasciato.

Il mio gaudio (La mia letizia), irraggiandosi intorno a me (che mi raggia intorno) mi tien a te celato e mi nasconde come fossi una crisalide (quasi animal) avvolta (fasciato) nel suo bozzolo di seta.

Assai m’amasti, e avesti ben onde;
che s’io fossi giù stato, io ti mostrava
57 di mio amor più oltre che le fronde.

Assai m’amasti, e n’avesti più ragioni (ben onde) per farlo; che s’io fossi ancor vivente (giù stato), t’avrei dato prova (io ti mostrava) del mio affetto (amor) al di là delle (più oltre che le) fronde.

Trattasi di Carlo d’Angiò III (1271-1295), detto ‘Martello’, primogenito di Carlo II di Napoli (1254-1309) ‘lo zoppo’ e Maria l’Ungheria (1257-1323), oltre che nipote del famoso Carlo I d’Angiò (1226-1285) e consorte di Clemenza d’Asburgo (1267-1295), figlia del Sacro Romano Imperatore Rodolfo I d’Asburgo (1218-1291); egli asserisce d’esser rimasto “giù poco tempo” in quanto scomparso, verosimilmente dopo aver contratto la peste, ventisette giorni prima di compiere i ventiquattro anni e adesso talmente immerso in un gaudente e luccicante irraggiamento da non esser riconoscibile agli occhi di Dante che quasi certamente lo conobbe di persona quando, nel 1294, durante una visita di Martello a Firenze della durata d’una ventina di giorni e organizzata per incontrare i genitori in rientro dalla Francia, in accoglienza gli venne inviata una delegazione fiorentina della quale parrebbe aver fatto parte l’Alighieri, a cui lo spirito confessa che se fosse stato in vita più a lungo, più concrete sarebbero state le sue dimostrazioni d’amichevole affetto nei suoi confronti (più oltre che le fronde).

Designato per successione paterna al Regno di Napoli ed alla Contea di Provenza e per linea materna alla corona d’Ungheria, sebben non ne divenne sovrano a tutti gli effetti, la breve esistenza di Carlo non gli concesse di posar piede sul suolo ungherese.

Quella sinistra riva che si lava
di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
60 per suo segnore a tempo m’aspettava,
e quel corno d’Ausonia che s’imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona,
63 da ove Tronto e Verde in mare sgorga.

Quella riva sinistra che si bagna (lava) del Rodano dopo che il Sorga s’è riversato nelle sue acque (poi ch’è misto con), m’aspettava a tempo debito come suo signore, al pari di (e) quel corno d’Italia (Ausonia) ch’estende i suoi borghi (che s’imborga) di Bari, Gaeta e Catona, a partir dal punto in cui (da ove) il Tronto e il Verde sfociano (sgorga) in mare.

Precisando i territori sui quali avrebbe dovuto estender il proprio dominio, Martello accenna al piccolo fiume francese Sorgue che si riversa nell’Ouzère dapprima e nel Rodano poi, a poca distanza da Avignone; “Ausonia” è antico nominativo dell’Italia e il suo “corno” piantonato dalle piazzeforti di Bari, Gaeta e Catona, inoltre sul confine di settentrione tratteggiato dalle fluviali acque del Tronto e del Verde, quest’ultimo attualmente Liri-Garigliano.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto VIII • Jean Giraud (1938-2012), Il Paradiso di Mœbius, 1999 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Jean Giraud (1938-2012), Il Paradiso di Mœbius, 1999

 

Fulgeami già in fronte la corona
di quella terra che ’l Danubio riga
66 poi che le ripe tedesche abbandona.

Mi rifulgeva (Fulgeami) già sulla fronte la corona di quella terra ch’è attraversata (riga) dal Danubio dopo che lo stesso ha abbandonato le tedesche sponde (ripe).

La “terra che ’l Danubio riga” è ovviamente l’Ungheria e le “ripe tedesche” son le odierne austriache.

E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo
69 che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
72 nati per me di Carlo e di Ridolfo,
se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
75 mosso Palermo a gridar: ‘Mora, mora!’.

E la bella Sicilia (Trinacria) — che genera caligine (caliga) tra Pachino e Peloro, sopra il golfo che dal vento di Scirocco (da Euro) riceve maggior fastidio (briga), non a causa del gigante Tifeo, ma per esalar di zolfo (nascente solfo) — avrebbe atteso ancora i suoi legittimi sovrani (regi), miei discendenti (nati per me) tramite (di) Carlo e Ridolfo, se malgoverno (mala segnoria), che sempre prostra (accora) i popoli soggiogati (suggetti), non avesse mosso Palermo a gridar: ‘Muoia, muoia!’.

Il “golfo” menzionato è quello di Catania; “Pachino” è ora Capo Passero e “Peloro” Capo Faro.

La caligine rimanda all’attività eruttiva Etna e non, come sostenuto dalla mitologia classica, derivanti dal gigante Tifeo, immaginato sepolto sotto il vulcano, come decantato nelle ovidiane Metamorfosi.

I “regi” sono gli eredi di Carlo III, da lui discesi grazie al nonno ed al suocero, dei quali la Sicilia sarebbe ancora in attesa se non fosse finita sotto il dominio aragonese, nel lunedì dell’Angelo del 1282 insorta nella rivoluzione anti-angioina storicamente conosciuta come ‘Vespri Siciliani’, al grido di morte per i francesi (Mora, mora!).

E se mio frate questo antivedesse,
l’avara povertà di Catalogna
78 già fuggeria, perché non li offendesse;

E se mio fratello prevedesse (antivedesse) tutto questo, disprezzerebbe fin d’ora (già fuggeria) l’ingorda avarizia dei Catalani (l’avara povertà di Catalogna), per salvaguardarsi da essa (perché non li offendesse);

Il fratello in questione è Roberto d’Angiò (1276-1343) ‘il Saggio’, terzogenito di Carlo II che sedette al trono di Napoli nel 1309, in seguito alla morte di Martello, dato il farsi frate del secondogenito Ludovico (1274-1297), o Luigi, titolo vescovile ‘di Tolosa’, e in seguito all’aver estromesso dal titolo il nipote, legittimo ereditario alla corona, Carlo Roberto d’Angiò (1288-1342), alias Carlo I d’Ungheria.

L’ “avara povertà di Catalogna” potrebbe alludere tanto alla natura di Roberto, quanto a quella delle autorità catalane di cui s’accerchiava, ad ogni modo sguazzando nell’avidità.

ché veramente proveder bisogna
per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca
81 carcata più d’incarco non si pogna.

sarebbe difatti davvero opportuno (ché veramente bisogna) che, Roberto (per lui) o altri (per altrui), s’adoperassero (proveder) affinché la (sì ch’a) sua barca non venga aggravata d’ulteriori carichi (carcata più d’incarco non si pogna).

La “barca” da non sottoporre a gravi carichi sono i sudditi, da non sommergere e soffocare a colpi di tasse.

La sua natura, che di larga parca
discese, avria mestier di tal milizia
84 che non curasse di mettere in arca».

La sua indole (natura), discesa avara (parca) da una dinastia generosa (larga), necessiterebbe di determinati ufficiali (tal milizia) che non si preoccupassero esclusivamente di stipare i forzieri (non curasse di mettere in arca)”.

Il “mettere in arca” è probabile cenno al tornaconto personale d’ogni funzionario, maggiormente interessato a personali guadagni invece che ad un’oculata amministrazione.

«Però ch’i’ credo che l’alta letizia
che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,
87 là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,
per te si veggia come la vegg’io,
grata m’è più; e anco quest’ho caro
90 perché ’l discerni rimirando in Dio.

“Dato il mio creder (Però ch’i’ credo) che la profonda gaiezza (l’alta letizia) impressami dalle tue parole (che ’l tuo parlar m’infonde), o mio signore, nell’Onnipotente, fonte di qualsivoglia bene (là ’ve ogne ben si termina e s’inizia), ti siano chiare al pari di quanto lo siano per me (per te si veggia come la vegg’io), m’è ancor più gradita (grata); e m’è caro anche il fatto (anco quest’ho) che tu la percepisca contemplando (perché ’l discerni rimirando in) Dio.

Dante s’allieta del fatto che Carlo, essendo un beato, percepisca e condivida la sua esaltazione leggendola nell’ente Supremo.

Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro,
poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso
93 com’esser può, di dolce seme, amaro.»

Avendomi appagato (Fatto m’hai lieto), ora voglia tu chiarirmi (e così mi fa chiaro) alcune perplessità, poiché, parlando, m’hai suscitato il dubbio (a dubitar m’hai mosso) di come sia possibile (com’esser può), che da un (di) dolce seme se ne origini uno amaro.”

Il “dolce seme” indica la magnanimità de genitore, quello “amaro” l’egoismo della progenie e l’Alighieri si chiede per l’appunto come possa avvenire che da un padre magnanimo nasca un figlio egoista.

Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso
mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
96 terrai lo viso come tien lo dosso.

Questo quanto detto da Dante a Carlo Martello (io a lui); ed egli (elli) all’Alighieri (me): “s’è nelle mie facoltà evidenziarti una verità (S’io posso mostrarti un vero), al tuo quesito (a quel che tu dimandi) tu rivolgerai gli occhi tanto quanto ora gli dai le spalle (terrai lo viso come tien lo dosso).

La frase “terrai lo viso come tien lo dosso” è metafora per specificare come ad un’argomentazione arcana è come se si volgessero le spalle, girandosi ed osservandola in presa diretta una volta compresa.

Lo ben che tutto il regno che tu scandi
volge e contenta, fa esser virtute
99 sua provedenza in questi corpi grandi.

Il bene (Lo ben) che, imprimendo rotazione (volge), accontenta tutto il regno attraverso il quale tu ascendi (scandi), trasmuta in virtù la propria provvidenza (fa esser virtute sua provedenza) in questi estesi astri (grandi corpi) celesti.

I disegni divini vengono trasfusi ad ogni uomo attraverso il moto dei corpi celesti, ai quali Dio propaga la propria virtù, poi dagli stessi trasmessa all’umanità tramite influsso.

E non pur le nature provedute
sono in la mente ch’è da sé perfetta,
102 ma esse insieme con la lor salute:

E non solamente (pur) le differenti attitudini naturali (nature) degli uomini sono predisposte (provedute) nella (in la) mente divina, di per (ch’è da) sé perfetta, ma insieme ad esse è predefinita anche la vocazione alla salvezza eterna (con la lor salute) d’ognuno:

Dio provvede a instillare in ogni creatura inclinazioni e vocazioni.

per che quantunque quest’arco saetta
disposto cade a proveduto fine,
105 sì come cosa in suo segno diretta.

di conseguenza (per che), qualsiasi cosa (quantunque) scocchi (saetta) dall’arco d’Iddio (quest’), precipita (cade) sul mondo predestinato (disposto) a un provvidenziale scopo (proveduto fine), similmente ad una freccia (sì come cosa) orientata al (diretta in) suo bersaglio (segno).

La “saetta” ed il “segno” simbolizzano dunque quanto previsto all’origine per ogni individuo, nel suo cuore indirizzandosi celeste dardo.

Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine
producerebbe sì li suoi effetti,
108 che non sarebbero arti, ma ruine;

Se così (ciò) non fosse, i Cieli all’interno dei quali (il ciel che) tu peregrini (cammine) eserciterebbero comunque i propri influssi (producerebbe sì li suoi effetti), che tuttavia non originerebbero (sarebbero) benefici (arti), ma rovine (ruine);

Qualora la mano di Dio non supervisionasse le influenze planetarie, nel diversificare un individuo dall’altro e nel tentar di predisporlo alla salvezza, non vi sarebbe armonia alcuna, ma solo catastrofico disordine.

e ciò esser non può, se li ’ntelletti
che muovon queste stelle non son manchi,
111 e manco il primo, che non li ha perfetti.

ma quest’evenienza è impossibile che si verifichi (ciò esser non può), qualora le intelligenze angeliche (e li ’ntelletti) non siano (son) inesatte (manchi), e se non lo sia tantomeno il supremo (primo) intelletto, che, in tal caso, non le avrebbe (li ha) rese perfette.

Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?».
E io: «Non già; ché impossibil veggio
114 che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi».

Desideri che il concetto ti venga ulteriormente chiarito (Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi)?”. E Dante: “Assolutamente no (Non già); perché m’è palese (veggio) l’impossibilità che l’ordine del creato (natura), non adempia (stanchi) al proprio ruolo (in quel ch’è uopo).

Ond’elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio
per l’omo in terra, se non fosse cive?».
117 «Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio.»

Ond’egli ancora: “Or dimmi (dì): sarebbe peggio per l’uomo che vive sulla terra, se non fosse cittadino (cive)?”. “Sì” risponde l’Alighieri, “e su questo punto (qui) non chiedo (cheggio) spiegazioni.”

«E puot’elli esser, se giù non si vive
diversamente per diversi offici?
120 Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive.»

“E potrebbe esser cittadino (puot’elli esser), se sul mondo (giù) non vivesse (si vive) diverse esperienze (diversamente) per differenti funzioni (diverse offici)? Certamente no (non), se il vostro maestro ne asserisce correttamente (ben vi scrive) in materia.”

Dante non necessita d’altre delucidazioni in quanto fermamente convinto che l’uomo sia e debba essere incline al concepirsi ed attivarsi come cittadino e, al pari di quanto sostenuto da Aristotele, ciò permette che vengano svolte molteplici e differenti mansioni.

Sì venne deducendo infino a quici;
poscia conchiuse: «Dunque esser diverse
123 convien di vostri effetti le radici:

Così Martello ha proseguito il suo discorso deduttivo fino ad ora (Sì venne deducendo infino a quici); poi concludendo (poscia conchiuse): “Dunque è opportuno (convien) che le vostre inclinazioni (di vostri effetti) vengano diversificate all’origine (esser diverse le radici):

per ch’un nasce Solone e altro Serse,
altro Melchisedèch e altro quello
126 che, volando per l’aere, il figlio perse.

per modo che uno nasca Solone e gli altri Serse, Melchisedèch e quell’altro che, volando in aria (per l’aere), perse il figlio.

Ogni persona dovrebbe in conclusione venire al mondo con un’intrinseca predisposizione professionale: fu politico, legislatore e poeta ateniese Solone (638 a.C.-558 a.C.), eccellente militare e generale, re di Persia ed Egitto, Serse I di Persia (519 a.C. – 465 a.C.), soprannominato ‘il Grande’, sovrano di Salem e primo sacerdote biblico Melchisedèch e infine, fra gli altri, il mitologico costruttore Dedalo del cui figlio Icaro, morto in volo, s’è narrato più volte fra le pagine della Commedia.

La circular natura, ch’è suggello
a la cera mortal, fa ben sua arte,
129 ma non distingue l’un da l’altro ostello.

Gli astri rotanti e la loro influenza per effetto di rotazione (La circular natura), che s’imprime nella personalità umana (mortal) come il sigillo sulla (ch’è suggello a la) cera, svolge il suo compito ineccepibilmente (fa ben sua arte), ma senza distinguere fra un lignaggio e l’altro (non distingue l’un da l’altro ostello).

Quinci addivien ch’Esaù si diparte
per seme da Iacòb; e vien Quirino
132 da sì vil padre, che si rende a Marte.

Quindi accadde (Quinci addivien) ch’Esaù differisse (si diparte) dal Giacobbe (Iacòb) fin dal concepimento (per seme); e Romolo (Quirino) fu nacque (vien) da un padre talmente modesto (sì vil), dall’attribuirne paternità a Marte.

Le influenze celesti non badano alle casate di provenienza, ecco allora come sia possibile che nella medesima stirpe nascano persone con temperamenti opposti, come accadde per i gemelli Esaù e Giacobbe, opposti fin da quand’erano nel materno grembo oppure come Romolo Quirino, il cui padre era talmente ordinario, da immaginargliene un altro in Marte.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto VIII • Jean-Auguste-Dominique Ingres (1780-1867), Romolo vincitore di Acron, 1812 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Jean-Auguste-Dominique Ingres (1780-1867), Romolo vincitore di Acron, 1812

 

Natura generata il suo cammino
simil farebbe sempre a’ generanti,
135 se non vincesse il proveder divino.

L’individualità caratteriale della prole (Natura generata) s’uniformerebbe ogniqualvota a quella genitoriale (il suo cammino simil farebbe sempre a’ generanti), se la provvidenza divina (il proveder divino) non predominasse (vincesse).

Or quel che t’era dietro t’è davanti:
ma perché sappi che di te mi giova,
138 un corollario voglio che t’ammanti.

Or quel che t’era alle spalle (dietro) t’è di fronte (davanti): ma perché tu sia consapevole del mio piacere nel conversar con te (sappi che di te mi giova), voglio che un corollario arricchisca il tuo sapere (t’ammanti).

Viene ripresa la metafora della trentaduesima terzina.

Sempre natura, se fortuna trova
discorde a sé, com’ogne altra semente
141 fuor di sua regïon, fa mala prova.

Sempre una propensione naturale (natura) ottiene pessimi risultati (fa mala prova) qualora ostacolata da eventi a lei sfavorevoli (se fortuna trova discorde a sé), come ogni altro seme che venga piantato in un terreno non idoneo (com’ogne altra semente fuor di sua regïon).

E se ’l mondo là giù ponesse mente
al fondamento che natura pone,
144 seguendo lui, avria buona la gente.

E se il mondo laggiù ponesse maggior attenzione (mente) alle innate predilezioni di ciascuno (al fondamento che natura pone), assecondandole (seguendo lui), sarebbe popolato da brava (avria buona la) gente.

Ma voi torcete a la religïone
tal che fia nato a cignersi la spada,
147 e fate re di tal ch’è da sermone;

Ma voi obbligate a vita religiosa (torcete a la religïone) chi sia nato con vocazione militare (a cignersi la spada), e incoronate (fate) re colui che sia portato all’oratoria (di tal ch’è da sermone);

148 onde la traccia vostra è fuor di strada».

ecco perché la marcia degli uomini deraglia dalla retta via (onde la traccia vostra è fuor di strada)”.

Al punto d’arrivo Martello evidenzia chiaramente come il caldeggiar la propria indole con la vocazione predestinata, sia l’unica via possibile per la salvezza.

Il Canto successivo prenderà il via dal dantesco e immaginario colloquiar con la moglie di Carlo Martello: “Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni che ricever dovea la sua semenza…”
 
 
 
 

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