Divina Commedia: Paradiso, Canto VI

Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), Salutatio Beatricis (dettaglio), 1859

 

Per la prima e unica volta nell’intera Commedia, la totalità delle terzine, quarantasette più il versetto conclusivo, si srotola in discorso diretto per voce d’uno spirito mercuriale a cui, in chiusura del Canto precedente, Dante aveva avanzato due richieste, a lui appunto chiedendo di rivelare personale identità, in aggiunta al motivo della sua apparizione nel secondo Cielo, spronato dal desiderio di sapere quale sia la condizione dei beati ch’ivi si trovano, ossia gli arcangeli e gli spiriti attivi per desiderio di gloria.

L’anima dichiara esser Giustiniano, ossia colui asceso al potere duecento anni dopo Costantino — fautore del trasferimento a Bisanzio della capitale — addentrandosi in lunga divagazione — alle ultime battute lasciando risposta al secondo quesito di Dante — concernente il percorso dell’ “aquila”, o “uccel di Dio”, da sempre emblema dell’autorità imperiale ed in narrazione posto a soggetto come “sacrosanto segno” protagonista di svariate imprese belliche, dando modo all’argomentazione politica di primeggiare come accade per ogni sesto Canto di Cantica: Ciacco nell’Inferno, esaminando il tema della corruzione dilagante in Firenze; lo stesso Alighieri nei meandri Purgatorio, smisuratamente dolendosi delle miserabili condizioni dell’Italia; infine Giustiniano, abbandonandosi a sermone, partendo dal gravoso incarico assunto di riordinare l’intero quadro normo-legislativo romano, illustrandone rinnovamento nell’opera Corpus Iuris Civilis.

Il prolisso resoconto prosegue sul tracciare quella che fu la storia dell’Impero e del dominio romano, metaforizzato nel volo dell’aquila che partì da Albalonga insieme ad Enea, attraversando epoche storiche, belligeranze e mani di più imperatori, fino alla raggiunta pace posta in essere nel 27 a.C.

Posandosi poi accento su un argomento tanto caro all’autore, ovverosia la deprecabile condotta di Guelfi e Ghibellini riguardo all’insegna dell’Impero e, dopo una breve imprecazione, Giustiniano chiude il capitolo, finalmente svelano a Dante la condizione di beatitudine all’interno del Cielo di Mercurio, in conclusione decidendo di dedicare memoria ed elogio al buon animo di tal Romeo, terminando lo spettacolo sulle vicissitudini e sulla personalità d’un bistrattato uomo comunque fedele a se stesso e mirabilmente dignitoso.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto VI • Salvador Dalí (1904-1989), Chiesa e Impero, 1965 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Salvador Dalí (1904-1989), Chiesa e Impero, 1965

 

«Poscia che Costantin l’aquila volse
contr’al corso del ciel, ch’ella seguio
3 dietro a l’antico che Lavina tolse,
cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio
ne lo stremo d’Europa si ritenne,
6 vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;

Dopo (Poscia) che Costantino I dislocò (volse) l’aquila in direzione opposta ai moti celesti (contr’al corso del ciel) — i medesimi ch’ella aveva seguito (seguio) accodandosi (dietro) all’antico uomo che sposò (tolse) Lavinia — il divino rapace (l’uccel di Dio) s’intrattenne (si ritenne) più di due secoli (cento e cent’ anni) nell’estremità (ne lo stremo) dell’Europa, nei pressi dei (vicino a’) monti dai quali spiccò il primo volo (de’ quai prima uscìo);

L’ “aquila” e l’ “uccel di Dio” metaforizzano l’autorità imperiale su divino mandato, emblema da Costantino traslocato da Roma a Bisanzio secondo una rotta da ovest verso est, ritenuta sfavorevole in quanto contraria al voler della Provvidenza e inoltre infelice se paragonata alla direzione opposta, da est verso ovest, benaccetta ai Cieli, marciata da Enea (antico uomo) per giungere in territorio laziale fuggendo dalla Troade, penisola turca nord occidentale dalla quale dunque l’insegna si dipartì per la prima volta insieme al mitologico eroe troiano.

Tradizione epica latina individua nella leggendaria principessa italica Lavinia colei la quale, dopo che la prima moglie di Enea, Creusa, scomparve, ne divenne seconda moglie, dalla coppia venendo alla luce il figlio postumo Silvio, progenitore dei re latini, vale a dire una sequela di sovrani del Lazio e della sua antica città di Albalonga che, secondo la mitologia romana, colmano il divario fra Enea e la fondazione di Roma ad opera di Romolo e Remo.

Precisazione temporale svelerebbe una discrepanza fra i “cento e cent’ anni e più” menzionati da Giustiniano, essendo la sua incoronazione avvenuta nel 527, esattamente 197 anni dopo lo stanziamento della capitale dell’Impero a Bisanzio, verificatasi nel 330.

e sotto l’ombra de le sacre penne
governò ’l mondo lì di mano in mano,
9 e, sì cangiando, in su la mia pervenne.

e sotto l’ombra delle sue sante ali (sacre penne) governò il mondo e lì, passando di mano in mano, poi, così mutando (e, sì cangiano), giunse fra le mie mani (in su la mia pervenne).

Il soggetto è sempre l’aquila come segno rappresentativo del potere imperiale.

Cesare fui e son Iustinïano,
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
12 d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.

Fui imperatore (Cesare) e sono Giustiniano (Iustinïano), colui che, su volontà dello Spirito Santo in me percepito (per voler del primo amor ch’i’ sento), dal corpo legislativo levai (d’entro le leggi trassi) tanto il superfluo quanto l’inservibile (il troppo e ’l vano).

Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano (482-565), storicamente noto come Giustiniano I il Grande, fu imperatore bizantino in carica dall’1 agosto del 527 fino alla sua dipartita, durante il suo governo dedicandosi all’ottimizzazione della considerevole giurisprudenza romana, secondo quanto da lui asserito direttamente guidato dallo Spirito Santo e dallo stesso ispirato nel redigere il Corpus iuris civilis, o Corpus iuris Iustinianeum, una raccolta di materiale normativo, in prima edizione originale datata al 534.

E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
una natura in Cristo esser, non piùe,
15 credea, e di tal fede era contento;

E prima ch’io m’adoperassi nell’opera (a l’ovra fossi attento), credevo (credevo) che in Cristo vi fosse (esser) non più (piùe) d’un’unica natura, e di tal credenza (fede) soddisfacendomi (era contento);

Egli, fin al momento di gettarsi anima e corpo nella riorganizzazione legislativa, era fermamente convinto che in Cristo vi fosse un’unica natura, secondo concezione monofisita per lui appagante ed esauriente.

ma ’l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, a la fede sincera
18 mi dirizzò con le parole sue.

sennonché il benedetto Agapito, che fu pontefice (sommo pastore), m’orientò (mi dirizzò) alla vera (sincera) fede con le sue parole.

A orientarlo alla vera fede fu il cinquantasettesimo vescovo di Roma, pontefice della Chiesa cattolica dal 13 maggio 535 fino alla morte, che tramite le sue parole ne variò il pensiero, aprendogli porte all’idea della Santissima Trinità.

Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,
vegg’io or chiaro sì, come tu vedi
21 ogni contradizione e falsa e vera.

Io gli credetti; e quello ch’era il contenuto del suo dogma (ciò che ’n sua fede era), adesso lo comprendo in maniera nitida al pari (vegg’ io or chiaro sì) di come tu possa appurare (vedi) l’inconciliabilità fra due posizioni contrapposte (ogni contradizione e falsa e vera).

Giustiniano ebbe in lui piena fiducia, difatti a posteriori comprendendo appieno il significato delle sue credenze religiose e reputandole assolutamente veritiere.

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
24 l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;

Non appena feci i miei primi passi (Tosto che mossi i piedi) con la Chiesa di Roma, per sua stessa grazia Dio si compiacque d’ispirarmi (di spirarmi) alla all’elevata opera (l’alto lavoro), a cui mi dedicai completamente (e tutto ’n lui mi diedi);

L’ “alto lavoro” a cui s’accenna è il Corpus iuris civilis appena citato.

e al mio Belisar commendai l’armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
27 che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.

e al mio Belisario affidai le imprese belliche (commendai l’armi), a lui l’assistenza (cui la destra) del cielo essendo talmente favorevole (fu sì congiunta), da rendermi la convinzione del mio dover abbandonar questioni militari (che segno fu ch’i’ dovessi posarmi).

Il generale bizantino Flavio Belisario (505-565), a servizio di Giustiniano, fu uno dei migliori condottieri dell’Impero romano d’Oriente.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto VI • Corteo dell'Imperatore Giustiniano a cui è accanto il vescovo Massimiano, Basilica di San Vitale, Ravenna, 532-547 d.C • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Corteo dell’Imperatore Giustiniano a cui è accanto il vescovo Massimiano
Basilica di San Vitale, Ravenna, 532-547 d.C

 

Or qui a la question prima s’appunta
la mia risposta; ma sua condizione
30 mi stringe a seguitare alcuna giunta,
perché tu veggi con quanta ragione
si move contr’al sacrosanto segno
33 e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.

A questo punto (Or qui) termina (s’appunta) la risposta al tuo primo quesito (a la question prima); ma la sua natura (condizione) m’impone (mi stringe) d’addurre (a seguitare) qualche aggiunta (alcuna giunta), affinché ti sia possibile comprendere (perché tu veggi) quanto iniquamente (con quanta ragione) si comportino (move) a svantaggio della sacra insegna (contr’al sacrosanto segno) imperiale tanto coloro che se ne impossessano quanto (e chi ’l s’appropria e) chi alla stessa si contrapponga (a lui s’oppone).

Giustiniano coglie l’occasione per approfondire il suo discorso direttamente accennando agli ignobili ed irrispettosi atteggiamenti nei confronti del’Impero, personificato nella suo emblema (sacrosanto segno), partendo dalla remota storia che lo vide passar di mano in mano fin ad arrivare in capo a lui stesso.

Vedi quanta virtù l’ha fatto degno
di reverenza; e cominciò da l’ora
36 che Pallante morì per darli regno.

Vaglia quante virtuose gesta l’han resa degna d’esser venerata (Vedi quanta virtù l’ha fatto degno di reverenza); principiando dal momento in cui (e cominciò da l’ora che) Pallante morì per garantirle (darli) un regno.

Il mitologico Pallante era figlio del re Evandro, cobelligerante d’Enea; il ragazzo, come s’evince dalle pagine dell’Eneide, morì in battaglia per mano di Turno, re dei Rutuli, ed Enea stesso volle omaggiare la memoria vantandolo come vittima sacrificale che favorì la vittoria dei patriarchi del popolo romano, vendicandolo di persona nel trafiggere i petto di Turno con la propria spada.

Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
39 che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.

Tu sei a conoscenza del fatto ch’essa stazionò ad Albalonga (sai ch’el fece sua dimora in Alba) per oltre trecento anni, fino al giorno in cui (infino al fine che) i tre Curiazi e i tre Orazi combatterono ancora allo scopo di conquistarla (per lui).

E sai ch’el fé dal mal de le Sabine
al dolor di Lucrezia in sette regi,
42 vincendo intorno le genti vicine.

E sei anche a conoscenza di quant’essa fece per mano dei (in) sette re (regi) di Roma, dal ratto delle (mal de le) Sabine al suicidio (dolor) di Lucrezia, assoggettando tutt’intorno i popoli confinanti (vincendo intorno le genti vicine).

Albalonga per quanto affermato da Giustiniano. Livello temporale, fu dimora dei discendenti di Enea per oltre tre secoli, fintantoché i tre leggendari fratelli Orazi, figli di Publio Orazio, duellarono con i tre gemelli Curiazi, vincendo e definitivamente sancendo il predominio di Roma.

Nella realtà storica la guerra intercorsa fra le due città fu decisamente sanguinaria e Mezio Fufezio (seconda metà dell’VIII secolo a.C. – 673 a.C.), ultimo re d’Albalonga, venne ucciso tramite squartamento.

Sai quel ch’el fé portato da li egregi
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
45 incontro a li altri principi e collegi;

Sai quel che lei fece (ch’el fé) nell’esser imbracciata dagli abili (portato da li egregi) Romani contro (incontro a) Brenno, contro Pirro, contro ad ulteriori sovrani e governi (a li altri principi e oligarchie);

onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi
48 ebber la fama che volontier mirro.

per cui Torquato e Quinzio, al quale venne affibiato epiteto (fu nomato) per il ciuffo arruffato (dal cirro negletto), per cui i tre Decii e i trecento Fabii ebbero quella nomea (fama) che i buon grado elogio (volentier mirro).

Nel suo viaggio fra varie mani, l’insegna fu soggetta a vari scontri quali, nel 390 a.C., l’invasione dei Galli cappeggiati dal condottiero Brenno (?-390 a.C.); la battaglia di Eraclea, nel 280 a.C., contro i Tarentini sostenuti da re dell’Epiro Pirro (318 a.C. – 271 a.C.); la guerra latina, dal 340 a.C. al 338 a.C., che vide Galli e Latini contro le truppe del console romano e condottiero Tito Manlio Imperioso Torquato (400 a.C. – ?); la difesa, sotto la guida del politico romano Lucio Quinzio Cincinnato (520 a.C. circa – 430 a.C. circa), dall’incursione in Roma, nel 458 a.C., dell’antico popolo italico degli Equi; l’impresa dei tre Deci — Publio Decio Mure (?-340 a.C.) e gli omonimi figlio (?-295 a.C.) e nipote (?-279 a.C.) — rispettivamente contro i Latini alle falde del Vesuvio, nel 340 a.C., contro i Sanniti nel 295 a.C. e infine contro il summenzionato Pirro nel 279 a.C.; l’olocausto dei trecento Fabii nella battaglia del Cremera, svoltasi sulle rive del medesimo fiume nel 477 a.C. fra i Romani della Gens Fabia e i Veienti.

Il soprannome “Cincinnato” dato a Lucio Quinzio derivava dal suo riccio ribelle (cirro negletto); l’uomo era un patrizio caduto in povertà a causa del figlio che l’aveva defraudato di tutto il suo patrimonio e la sua convocazione, da parte degli ambasciatori del Senato, per sostituire il console romano Lucio Minucio Esquilino Augurino come capo supremo dell’esercito, in quanto in procinto di soccombere, avvenne mentre lo stesso, che risiedeva in un minuscolo podere sulle sponde del Tevere, era impegnato ad arare nei campi, all’agreste attività sostituendo celere marcia militare notturna, assediando gli Equi, costringendolo alla resa.

Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
che di retro ad Anibale passaro
51 l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.

Essa demolì la superbia dei Cartaginesi (Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi) che appresso (di retro) ad Annibale oltrepassarono (passaro) le Alpi (l’alpestre rocce) occidentali da cui (di che) tu, Po, discendi (labi).

Il rapace simbolo dell’Impero annientò la tracotanza dei Cartaginesi che, durante la seconda guerra punica (218 a.C. – 202 a.C.), accodandosi ad Annibale valicarono la Alpi occidentali, ove sgorga il fiume Po.

Sott’esso giovanetti trïunfaro
Scipïone e Pompeo; e a quel colle
54 sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.

Sotto il “sacrosanto segno” (esso) si saggiarono in giovanili trionfi (giovanetti trïunfaro) Scipione e Pompeo; mentre per quella collina ai cui piedi (e a quel colle sotto ’l qual) tu nascesti fu infausto (parve amaro).

I politici e militari romano Publio Cornelio Scipione Africano (235 a.C. – 183 a.C.) e Gneo Pompeo Magno (106 a.C. – 48 a.C.) conseguirono trionfali vittorie, Publio a Zama nel 202 a.C., il generale Gneo, a cavallo fra l’83 e l’82 a.C., sulle militanze del sette volte console Gaio Mario detto il Giovane (110 a.C. – 108 a.C.).

Con “quel colle sotto ’l qual tu nascesti” si menziona la collina di Fiesole che all’Alighieri diede i natali e che lggenda vuole sia stata rasa al suolo dai Romani come rivalsa per l’aiuto dato al malvagio senatore e militare romano Lucio Sergio Catilina (108 a.C. – 62 a.C.).

Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle
redur lo mondo a suo modo sereno,
57 Cesare per voler di Roma il tolle.

Poi, avvicinandosi il (presso al) tempo prestabilito dai Cieli (che tutto ’l ciel volle) affinché tutto il mondo venisse rasserenato (redur sereno) a sua immagine (suo modo), Cesare, su autorità conferita dai Romani (per voler di Roma), lo impugnò (il tolle).

Ci si riferisce ovviamente al militare, console, dittatore, pontefice massimo, scrittore e oratore romano, primo imperatore di Roma, Gaio Giulio Cesare (100 a.C. – 44 a.C.), una delle personalità più influenti della storia.

E quel che fé da Varo infino a Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna
60 e ogne valle onde Rodano è pieno.

E quello che fece da Varo fino al Reno, lo poterono vedere (vide) sia l’Isere (Isara) che la Loira (ed Era) e lo vide la Senna ed ogni bacino fluviale (ogne valle) che incrementi (onde è pieno) il Rodano.

Il Varo e il Reno furono i fluviali confini della Gallia, attraversata dai fiumi Isere, Loira, Senna ed eventuali bacini idrografici che alimentino il Rodano.

Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
63 che nol seguiteria lingua né penna.

Quello ch’esso fece dopo esser fuoriuscito (Quel che fé poi ch’elli uscì) da Ravenna superando il (e saltò) Rubicone, fu di tal impetuosità (volo), da non riuscire a tenergli dietro oratori o scrittori (nol seguiteria lingua né penna).

Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,
poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
66 sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.

Volse le milizie (rivolse lo stuolo) in direzione della (Inver’) la Spagna, poi verso (ver’) Durazzo, e su Farsalo (Farsalia) scagliandosi con cotanta violenza (percosse sì) da sentirne il dolente contraccolpo le calde acque del Nilo (ch’al Nil caldo si sentì del duolo).

D’ogni “quel che fé” il soggetto è costantemente e simbolicamente l’insegna dell’aquila imperiale e fu sotto il suo allegorico volo che Giulio Cesare asservì la Gallia (58-50 a.C.), passò il Rubicone, piccolo fiume torrentizio emiliano a sud di Ravenna, ove si cimentò nella repentina e dirompente guerra civile del 49 a.C., difficilmente narrabile per la sua stessa celerità e violenza; l’imperatore si diresse poi nella penisola iberica affrontando la campagna di Spagna contro gli uomini di Gneo Pompeo Magno, duellando come avversario contro quest’ultimo a Durazzo, nel 48 a.C., durante la battaglia di Farsalo e mettendolo in fuga verso l’Egitto.

Antandro e Simoenta, onde si mosse,
rivide e là dov’Ettore si cuba;
69 e mal per Tolomeo poscia si scosse.

Rivide Antandro e Simoenta (Simeonta), da dove si era spostato (onde si mosse), e là dov’Ettore riposa (si cuba); quindi scrollandosi in volo (e poscia si scosse) con sciagurata sorte (mal) per Tolomeo.

Antardo è il porto da cui salpò Enea, mentre Simoenta è il fiume della Troade le cui ripe accolgono le spoglie del mitologico eroe Ettore; è la Farsaglia di Lucano a raccontare del pellegrinaggio di Giulio Cesare sulle rovine di Troia.

La mal ventura del sovrano egizio Tolomeo Teo Filopàtore (62/61 a.C. – 27 a.C.), conosciuto come Tolomeo XIII, consistette nel suo annegamento, dopo aver subito sconfitta nella battaglia del Nilo, del 47 a.C., da parte di Giulio Cesare.

Da indi scese folgorando a Iuba;
onde si volse nel vostro occidente,
72 ove sentia la pompeana tuba.

Da lì (indi) s’abbatté al pari d’una folgore (scese folgorando) su Giuba (Iuba); da qui (onde) si diresse (volse) nell’estremo occidente europeo (vostro), ove si potevano udire (sentia) le pompeiane trombe (la pompeana tuba) di guerra.

Lo scrittore berbero Giuba II (52 a.C. – 23 a.C.) fu re di Numidia e Mauritania, sbaragliato da Giulio Cesare nel 46 a.C. a Tapso, nel corso della guerra contro Pompeo, l’anno successivo sgominndo definitivamente gli ultimi pompeiani.

Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
75 e Modena e Perugia fu dolente.

Di ciò che fece col successivo (seguente) portainsegna (baiulo), Bruto se ne dispera (latra) con Cassio nel regno infernale, oltre che rammaricarsene (e fu dolente) Modena e Perugia.

Il “baiuolo seguente” è l’imperatore romano Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (63 a.C. – 14 a.C.), nato Gaio Ottavio Turino e passato alla storia semplicemente come Ottaviano Augusto, di cui tanto l’oratore, politico, filosofo e studioso Marco Giunio Bruto (85/78-79 a.C. – 42 a.C.) quanto il politico Gaio Cassio Longino (87/86 a.C. – 42 a.C.), entrambi cesaricidi, si tormentano agli Inferi, a seguito della battaglia di Filippi nella quale, in contrapposizione allo stesso, ambedue si tolsero la vita.

Sia Perugia che Modena subirono assedio e saccheggio, la prima nel 42 a.C., ad opera del politico Marco Antonio (83 a.C. – 30 a.C.), la seconda un biennio dopo.

Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
78 la morte prese subitana e atra.

Ancor se n’affligge (Piangene) l’infelice (la trista) Cleopatra, la quale (che), scappando davanti al “sacrosanto segno” (fuggendoli innanzi), si provocò morte, fulminea (subitana) e cupa (atra), per mezzo d’un aspide (dal colubro).

Celebre è il suicidio della regina egizia Cleopatra Tèa Filopàtore (69 a.C. – 30 a.C.), in seguito alla sconfitta del consorte Marco Antonio; ella fu anche maritata a Tolomeo XIII, al faraone Tolomeo XIV (61 a.C. – 44 a.C.) e amante di Giulio Cesare.

Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
81 che fu serrato a Giano il suo delubro.

Con Ottaviano (costui) giunse fin alle coste del Mar Rosso (corse infino al lito rubro); insieme a lui instaurò sulla terra uno stato talmente diffuso di (con costui puose il mondo in tanta) pace, da conseguirne la chiusura (cge fu serrato) del santuario di (il suo delubro a) Giano.

Dopo la conquista dell’Egitto s’instaurò un generale regime di pace, popolare al nome di ‘Pax Augusta’, instaurata nel 27 a.C.

Il Tempio di Giano — dio rappresentante ogni inizio, materiale o spirituale che sia — fu un luogo di culto dell’antica Roma, situato nel Foro e titolato alla divinità più importante della religione romana, latina e italica, generalmente raffigurato con due volti, posanti sguardo su direzioni opposte, ossia sul passato e sul futuro.

Ma ciò che ’l segno che parlar mi face
fatto avea prima e poi era fatturo
84 per lo regno mortal ch’a lui soggiace,
diventa in apparenza poco e scuro,
se in mano al terzo Cesare si mira
87 con occhio chiaro e con affetto puro;

Ma ciò che il “sacrosanto segno” che mi sospinge a discorrerne (parlar mi face) aveva (avea) fatto in precedenza (prima) e avrebbe fatto in seguito (poi era fatturo) a favore del mondo terreno ch’a lui è sottoposto (soggiace), appare manifestamente insignificante e smorto (diventa in apparenza poco e scuro), se lo si esamina (mira), con sguardo cristallino (occhio chiaro) e animo terso (affetto puro), in mano al terzo Cesare;

Il “terzo Cesare” fu l’imperatore Tiberio Giulio Cesare Augusto (42 a.C. – 37 d.C.).

ché la viva giustizia che mi spira,
li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
90 gloria di far vendetta a la sua ira.

poiché la vivente (viva) giustizia divina, mia prima ispirazione (che mi spira), gli concesse (li concedette), in mano a colui del quale sto narrando (quel ch’i’ dico), il glorioso beneficio d’appagare la propria (gloria di far vendetta a la sua) ira.

La collera è quella rivolta al genere umano infiammata dal peccato originale.

Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:
poscia con Tito a far vendetta corse
93 de la vendetta del peccato antico.

Adesso sorprenditi di quanto andrò aggiungendo (Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco): successivamente (poscia) egli s’affrettò (corse), con Tito, a vendicare (far vendetta) la vendetta del peccato originale (dell’antico peccato).

In base a quanto dichiarato da Giustiniano, l’insegna imperiale avrebbe fatto giustizia a chi a sua volta aveva fatto giustizia: secondo il contorto ragionamento, la distruzione di Gerusalemme, perpetrata, nel 70 a.C., per mano dell’imperatore romano Tito Flavio Cesare Vespasiano Augusto (39 a.C. — 81 a.C.), sarebbero stati puniti gli ebrei che, nella persona di Cristo, avevano essi stessi punito il peccato originale.

E quando il dente longobardo morse
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
96 Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

E quando la sfrontatezza longobarda mise i denti sulla (il dente longobardo morse) la Santa Chiesa, Carlo Magno, sotto l’ali dell’aquila imperiale (sue), le venne in aiuto (la soccorse), sconfiggendo (vincendo) i longobardi.

Il re dei Franchi, dei Longobardi e primo imperatore del Sacro Romano Impero fu Carlo Magno (742-814), monarca bizantino in protettiva assistenza alla Santa Chiesa.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto VI • Henri-Léopold Lévy (1840-1904), Papa Leone III incorona Carlo Magno imperatore d’Occidente • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Henri-Léopold Lévy (1840-1904), Papa Leone III incorona Carlo Magno imperatore d’Occidente

 

Omai puoi giudicar di quei cotali
ch’io accusai di sopra e di lor falli,
99 che son cagion di tutti vostri mali.

Ormai sarai in grado di far una personale valutazione (Omai puoi giudicar) riguardo a coloro a quali io mossi iniziali accuse (di quei cotali ch’io accusai di sopra) ed alle loro colpe (di lor falli), che son la ragione di tutte le vostre sventure (cagion di tutti vostri mali).

Con la locuzione “quei cotali ch’io accusai di sopra” si chiamano in causa Guelfi e Ghibellini, al trentatreesimo versetto vagamente citati, seppur non direttamente nominati.

L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
102 sì ch’è forte a veder chi più si falli.

Gli uni contrappongono (L’uno oppone) all’emblema monarchico (al pubblico segno) l’insegna della casa di Francia (i gigli gialli), e gli altri se ne impossessano (l’altro appropria) accludendolo alla propria fazione (quello a parte), cosicché risulta arduo (ch’è forte) stabilire (a veder) chi sbagli maggiormente (più si falli).

Ai Guelfi viene biasimato il fatto di contrapporre il simbolo monarchico francese, nel quale figurano dei gigli gialli, a quello universale, mentre ai Ghibellini viene mossa accusa di farne mezzo per i propri scopi politici e fra i due riprovevoli atteggiamenti è impossibile pattuire quale sia il più grave.

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’altro segno, ché mal segue quello
105 sempre chi la giustizia e lui diparte;

Proseguano, i Ghibellini, proseguano le lor partigianerie sott’altra bandiera (Faccian li Ghibellin, faccian lor arte sott’altro segno), dacché del “sacrosanto segno” è immeritevole seguace (ché mal segue quello) chiunque in ogni tempo lo separi dalla rettitudine (sempre chi la giustizia e lui diparte);

e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
108 ch’a più alto leon trasser lo vello.

e non si faccia illusion d’annientarlo (l’abbatta) quel giovincello (esto novello) di Carlo coi Guelfi al suo seguito (suoi), viceversa abbia timore degli (ma tema de li) artigli che divelsero il pelo a ben altri leoni (ch’a più alto leon trasser lo vello).

Il “novello” richiamato all’ordine è il re di Sicilia, poi di Napoli, Carlo II d’Angiò (1254 – 1309), detto lo Zoppo, esponente principale della guelferia d’Italia.

Molte fïate già pianser li figli
per la colpa del padre, e non si creda
111 che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!

Parecchie volte (Molte fïate) già piansero i figli per le colpe dei padri, e non si creda che Dio accondiscenda a barattare lo stemma con i (trasmuti l’armi per) i suoi gigli!

Questa picciola stella si correda
d’i buoni spirti che son stati attivi
114 perché onore e fama li succeda:

Questo piccolo pianeta s’adorna (Questa picciola stella si correda) delle virtuose anime (d’i buoni spirti) che si son prodigate (stati attivi) al fin di raggiungere (li succeda) prestigio (onore) e gloria (fama):

e quando li disiri poggian quivi,
sì disvïando, pur convien che i raggi
117 del vero amore in sù poggin men vivi.

e quando ogni desiderio a ciò s’orienta (li disiri poggian quivi), pertanto deviando (sì disvïando), è ineluttabile (pur convien) che l’irradiamento (raggi) del vero amore s’indirizzi ai Cieli con minor vitalità (in sù poggin men vivi).

L’eccessivo attaccamento a successi materiali allontana lo sguardo dall’Altissimo, al quale dovrebbe tendere in toto.

Ma nel commensurar d’i nostri gaggi
col merto è parte di nostra letizia,
120 perché non li vedem minor né maggi.

Ma è giustappunto nel paragonare i riconoscimenti a noi accreditati e i meriti (Ma nel commensurar d’i nostri gaggi col merto) ottenuti, che risiede (è) la parte più ragguardevole della nostra felicità (letizia), ossia nel vederli esattamente comparati (perché non li vedem minor né maggi).

La gioia degli spiriti mercuriali scaturisce dal saper perfettamente commisurati premi e meriti, senza che l’entità dell’uno prevalga su quella dell’altro.

Quindi addolcisce la viva giustizia
in noi l’affetto sì, che non si puote
123 torcer già mai ad alcuna nequizia.

Quindi la vitale (viva) giustizia divina monda (addolcisce) i nostri sentimenti al punto che (in noi l’affetto sì), per modo che giammai possano venir sviati (che non si puote torcer già) verso nessun losco intento (ad alcuna nequizia).

Una purificazione che proviene dal Padre Eterno e che salvaguarda da malevole attrattive.

Diverse voci fanno dolci note;
così diversi scanni in nostra vita
126 rendon dolce armonia tra queste rote.

Differenti timbri vocali originano soavi melodie (Diverse voci fanno dolci note); similmente l’eterogeneità dei seggi di beatitudine a noi preposti (così diversi scanni in nostra vita) figliano l’amabile eufonia (rendon dolce armonia) tra queste sfere celesti (rote).

Parallelamente a come differenti voci s’accordino armoniosamente, disparati gradi di beatitudine rendono concordanza celeste nella convivenza delle anime.

E dentro a la presente margarita
luce la luce di Romeo, di cui
129 fu l’ovra grande e bella mal gradita.

E all’interno di codesto astro riluce (luce) la luce di Romeo, del quale la grandiosa (grande) e magnifica (bella) opera (ovra) fu ingratamente stimata (mal gradita).
 
Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto VI • Romée de Villeneuve • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
 

Ma i Provenzai che fecer contra lui
non hanno riso; e però mal cammina
132 qual si fa danno del ben fare altrui.

Ma i Provenzali (Provenzai) che lo diffamarono (fecer contra lui) non ebbero da compiacersene (hanno riso); ne discende che devia dalla retta via (e però mal cammina) colui che si contraria del buon operare (qual si fa danno del ben fare) altrui.

Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
135 Romeo, persona umìle e peregrina.

Raimondo Berengario (Beringhiere) ebbe quattro figlie, tutte regine (e ciascuna reina), e questo avvenne grazie all’operare di (ciò li fece) Romeo, persona d’umili origini (umìle) e straniera (peregrina).

E poi il mosser le parole biece
a dimandar ragione a questo giusto,
138 che li assegnò sette e cinque per diece,
indi partissi povero e vetusto;
e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe
141 mendicando sua vita a frusto a frusto,
142 assai lo loda, e più lo loderebbe».

Ma accadde che Berengario, sobillato da turpi dicerie (E poi il mosser le parole biece), si trovò a chiederne conto (dimandar ragione) a Romeo (questo giusto), il qual gli aveva reso dodici per dieci (che li assegnò sette e cinque per diece), indi quest’ultimo andandosene in povertà e vecchiaia (indi partissi povero e vetusto); e se il mondo sapesse la dignità che gli fu propria nel mendicar (il cor ch’elli ebbe mendicando) per vivere (sua vita), pezzo di pane su pezzo di pane (a frusto a frusto), lo loderebbe ancor più di quanto assai già lo lodi”.

Romieu de Villeneuve (1170 circa – 1250), fu un gentiluomo che prestò pluridecennale servizio come ministro e gran siniscalco, ruolo di colui che sovrintende la mensa, del conte di Provenza Raimondo Berengario (1198-1245), alle quattro figlie dello stesso Romieu riuscendo a procacciare come mariti quattro sovrani, ma favoleschi racconti delineandolo come un servitore al quale, nonostante avesse contribuito ad aumentare le rendite del 20 per cento (assegnò sette e cinque per diece), il conte riservò irriconoscente e meschina inchiesta amministrativa, aizzato da diffuse e spregevoli malelingue, a Romieu non restando altro da fare che allontanarsi in tutta miseriae solitudine, nell’avanzar dell’età.

Terminato il suo lunghissimo sermone, Giustiniano ridarà fiato alla propria voce intonando una lode in latino in apertura del prossimo Canto: “Osanna, sanctus Deus sabaòth, superillustrans claritate tua felices ignes horum malacòth!…”
 
 
 
 

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